Quando si parla di fantasia eroica vengono in mente nomi celebri come Robert E. Howard, Edgar Rice Burroughs, Clark Ashton Smith, Fritz Leiber ecc. Questi autori straordinari che hanno mosso i loro passi immaginifici sui pulp magazine statunitensi a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, sono considerati universalmente i fondatori del genere, veri demiurghi di quell’epica dal soma antimoderno che Fritz Leiber definì con felice intuizione sword and sorcery.

Se invece si attraversa l’oceano e si getta lo sguardo sull’Italia, dove l’heroic fantasy si sviluppa tardivamente intorno agli anni ottanta del secolo ventesimo, ecco che un nome si segnala su tutti, quello di Gianluigi Zuddas il padre della fantasia eroica italiana.

Oggi a quasi quarant’anni dall’uscita di Amazon (Editrice Nord, 1978), già vincitore del Premio Italia, primo episodio del suo Ciclo de Le amazzoni, abbiamo raggiunto lo scrittore livornese per parlare della sua opera e dei temi dell’immaginario: ne è nata l’intervista che qui vi proponiamo.

Potrebbe parlarci dei suoi primi approcci con la fantasy eroica?

Da ragazzo scrivevo molto, ma non riuscivo a finire una storia. Cambiavo continuamenteamazon (1) stile e genere letterario in cerca di quello che mi avrebbe permesso di esprimermi al meglio. Nel 1978 stavo consumando anche la seconda macchina da scrivere, quando finalmente completai un romanzo, così pensai che almeno in quel genere di letteratura potevo realizzare qualcosa. Era un romanzo di fantasy, con protagoniste alcune amazzoni.

Non prendevo la scrittura alla leggera. Avevo dei progetti: essere originale in cose come la strutturazione della trama, gli argomenti, la tipologia dei personaggi, i dialoghi, il contenuto emozionale delle parole, la creazione delle atmosfere, e via dicendo. Da ragazzo pensavo di dover essere severo con me stesso: se non fossi riuscito a muovermi su una strada davvero mia, mi dicevo, avrei smesso. Fu per questo che decisi di non leggere manuali di scrittura creativa. Come altri scrittori, preferivo imparare leggendo molto e analizzando le tecniche a modo mio.

Riguardo la definizione di heroic fantasy lei si trova d’accordo con Leiber?

Nonostante la definizione che ne dava L. Sprague de Camp nel 1963, secondo me nella “heroic fantasy” deve prevalere la mitica dell’eroe, anche perchè di solito questi romanzi sono un genere misto, come le avventure di Conan, che contengono molta Sword and sorcery ma sono basate su questa forza della natura che è il protagonista.

La sword and sorcery, come in seguito l’ha definita Leiber, non è la stessa cosa. Non richiede obbligatoriamente che il protagonista sia un eroe. La parola “Sorcery” implica che sia prevalente l’uso della magia, e “sword” implica che l’ambientazione sia medievale o molto precedente. Ma in questa letteratura c’è una tale quantità di generi e sottogeneri che ci si confonde.

Non credo che il mio ciclo delle amazzoni si accordi con la mitica dell’eroe, e di conseguenza non dovrebbe rientrare nella heroic fantasy.

Alcuni critici fanno risalire le origini del genere alla mitologia greca, altri ai poemi cavallereschi dell’Ariosto e del Boiardo, o guardando al resto del continente, ai cicli Bretone e Carolingio; senza dimenticare le opere di Walter Scott e in epoca più tarda i romanzi detti Cappa e spada. Qual è la sua opinione in merito?

Nei secoli scorsi la gente comune si avvicinava alle opere di fantasia con animo diverso dal nostro. La differenza sta nel come le si recepiva nelle diverse epoche. Per un popolano medievale sentir leggere un poema epico doveva essere un avvenimento straordinario. Magari i contadini si riunivano nel cortile della fattoria per sentire un bardo che leggeva l’Orlando Furioso, oppure lo vedevano recitato dalle marionette di un teatrino portatile. La heroic fantasy ascoltata così era una cosa totalmente diversa, credo. Nel 1532 l’Ariosto poteva vedere accolto il suo Orlando Furioso come un’opera dotata di più chiavi di lettura, sia per i suoi aspetti popolareschi, sia per i riferimenti intellettuali visibili solo al pubblico più colto. Non sono molto sicuro che oggi, frugando nel passato come in una vecchia libreria in cerca degli antenati della “heroic fantasy“, sia lecito tirare giù dal loro scaffale poeti come lui, o del calibro di Omero, per sistemarli nella stessa categoria di chi scriveva per i pulp americani. È come dire: ecco, quelli sono gli antenati, e questi sono ciò che oggi rimane.

stelladigondwanaLa sua fantasy eroica si differenzia da quella di matrice anglosassone, fra l’altro, per una marcata caratterizzazione al femminile. Infatti le sue eroine, le amazzoni, con tutta la loro carica di fascino ed erotismo, non assomigliano per nulla ai nerboruti e villosi protagonisti delle opere degli autori statunitensi. Ci sembra questo un importante punto di rottura con la consuetudine narrativa del genere, che sembra ammiccare, in largo anticipo coi tempi, all’idea di parità di genere: una riflessione sociologica in chiave fantastica?

Quando cominciai a scrivere delle amazzoni ero influenzato dalle opere delle femministe americane più intellettuali. Negli Anni 70 questi movimenti erano legati a minoranze come i gay. Le mie amazzoni non avevano motivo d’essere femministe, perché nascevano in una società dove già esisteva una situazione femminile evoluta. Dovevano essere lesbiche, pur tenendo presente che in una nazione di sole donne molte devono esserlo perché non hanno scelta. Tuttavia mi interessava toccare l’argomento, visto che nella letteratura precedente al 1978 le lesbiche apparivano molto di rado, e sempre come personaggi tristi e perdenti, oppure addirittura non se ne parlava in quanto creature indecenti.

Nel frattempo però scrivevo anche cose di fantascienza, così, terminata la serie delle amazzoni decisi di lasciare la fantasy e tornare a quel genere, il mio primo amore.

Probabilmente la cosa peggiore in cui volli essere originale fu la strutturazione della trama, che fin dal tempo de “I Misteri di Parigi” si confezionava secondo tecniche ben sperimentate. Uscire da queste tecniche è sempre stato pericoloso, ma testardamente io decisi che la trama doveva essere secondaria rispetto ai singoli episodi, purché questi fossero inanellati su di essa come perline su una collana. Ogni capitolo doveva perciò contenere un episodio completo, dotato di inizio, svolgimento e fine, come un racconto. “Amazon”, il mio primo romanzo, fu criticato proprio per la debolezza della trama. Ma non ho mai rinunciato a quel genere di struttura, perché se non altro era una cosa mia per la quale non ricordavo precedenti nella letteratura.

Le amazzoni non rappresentano il primo esempio di eroine in veste fantasy; si deve infatti ad Howard la creazione di personaggi quali Red Sonja e Dark Agnes, che però si differenziano in diversi punti dalle figure delle sue seducenti spadaccine, non è così?

 Howard è un precursore (non aveva molti precedenti su cui basarsi) e va rispettato per questo. Quando de Turris mi chiese di completare per Fanucci alcuni racconti incompiuti di Howard, specificando che non dovevo plagiare lo stile di Howard ma usare il mio, e che in ogni racconto sarebbe stato evidenziato il punto di separazione affinché fosse chiara la diversità fra i due spezzoni, introdussi personaggi femminili di forte presenza in questi episodi, cosa che probabilmente lui non avrebbe mai fatto né approvato.

La vera differenza dei miei personaggi femminili con quelli di Howard è che queste quasi non esistono. Red Sonja appare soltanto in un unico racconto, del 1936. Poi Howard non scrisse mai più niente di lei. La Red Sonja che conosciamo fu in seguito sviluppata da altri, nei fumetti e nei film, o abusivamente introdotta in qualche storia di Conan a opera di scrittori che rimaneggiarono quei racconti. Dark Agnes de Chastillon non è heroic fantasy; appare in tre racconti di Cappa e Spada ambientati nella Francia e nell’Italia del sedicesimo secolo, che Howard scartò e non fece mai pubblicare. Furono dati alle stampe dopo il 1970.

Quali sono a suo modo di vedere i rapporti esistenti tra la fantasy di stampo tolkieniano e quella di marca americana?

La fantasy degli americani è molto varia e ramificata, ma è rimasta in sottordine rispetto alla fantascienza (che dagli Anni 60 è riuscita a esprimere aspetti sociologici e tentativi da avanguardia letteraria). Non ricordo neppure un autore americano che somigli a Tolkien. Tolkien era inglese, un universitario, e pur essendo contemporaneo dei precursori americani, le loro opere nascevano in due realtà sociali molto diverse. Ma Benché si siano scritti volumi di critica su Tolkien, e sulla sua complessa costruzione di un mondo alternativo, io non sono riuscito a leggere più di trenta pagine de Il Signore degli Anelli.

image_bookIl suo è uno sword and sorcery peculiare, poiché accanto all’elemento magico in modo dissimulato, ma non troppo, è presente quello fantascientifico: desidera parlarcene un poco?

Di sword and sorcery pura (dove c’è soltanto la magia) ho scritto solo un paio di racconti. Il mio ciclo delle amazzoni secondo me è fantasygenerica, con qualche deviazione nella fantascienza quando introduco macchinari un po’ strani come il drago a vapore, le ali con fibre antigravità degli uomini angelo, la cintura che funziona da macchina del tempo, o il cavallo meccanico. Parlo di questi elementi perché se li avessi presentati come prodotti della magia sarebbero stati banali, mentre come macchinari bizzarri presenti nella lontana antichità erano anacronismi più d’effetto della magia.

Nel romanzo “Balthis l’Avventuriera” ho usato un ambiente medievale che può far pensare al genere heroic fantasy, ma in realtà è fantascienza, visto che si svolge in un futuro post-catastrofe e contiene elementi di tecnologia. Altri miei romanzi, come “I Pirati del Tempo” e “I computer dell’Apocalisse” sono fantascienza.

Una delle caratteristiche principali della sua opera è l’ironia. In passato altri scrittori di fantasy eroica hanno fatto sfoggio di questo elemento ma il più delle volte si è trattato d’un tratto ironico dal timbro cupo, cinico, se non macabro: qual è il suo parere in proposito?

L’umorismo, in romanzi di avventura come i miei (con trama e atmosfera tecnicamente drammatiche) va usato con cautela. Se l’umorismo dello scrittore non resta sotto controllo, basta una piccola divagazione fuori tono e l’atmosfera del romanzo rischia di perdere la sua presa sul lettore.

L’autore di un romanzo di avventura può certo usare l’umorismo, e io lo facevo, perché spesso era questo a portarmi verso un originale scioglimento delle situazioni. Ma credo che l’umorismo debba restare nella meccanica delle situazioni, senza emergere nel tono con cui le situazioni vengono raccontate.

 Il suo autore preferito?

C’è un autore americano al quale perdono di aver fatto pubblicare anche prime opere alquanto scadenti, ed è il compianto Jack Vance. Anche lui, come Howard, dedicava poco spazio alle donne. Io non ero assolutamente all’altezza di scrivere “contro” di lui, così come sono sempre stato attento a non ispirarmi a lui. Ma ancor oggi conservo gelosamente tutte le sue opere. Quando ho tradotto alcuni suoi romanzi, fra cui soprattutto la trilogia di Stazione Araminta per l’editrice Nord, quelli sono stati i mesi più appassionanti della mia vita di traduttore.

Il libro che più ha amato?

Stranamente, fra i moltissimi libri che mi hanno dato gioia, ce n’è uno che non metterei fra i miei cento preferiti. È il primo che lessi, all’età di otto anni: Il Ranger del Texas, di Zane Grey. È quello che per primo svegliò la mia fantasia di bambino, e non so per quante volte me lo rilessi. Ma a quel tempo dovevo leggere di nascosto, perché mio padre strappava tutti i libri che trovava in casa, in base al severo principio che un bambino doveva leggere solo quelli di scuola. Nonostante la mia astuzia nel nasconderli, finivano in coriandoli. Un triste giorno anche il mio adorato Ranger del Texas fece quella fine. Ci vollero anni prima che ne trovassi un’altra copia sulle bancarelle dell’usato.

Negli ultimi decenni, da Harry Potter in poi, s’è assistito a una fioritura di diversi esempi di fantasy, spesso caratterizzati dalla mescolanza con altri generi (horror, fantascienza, romantico ecc. ): un segno dei tempi o la naturale evoluzione della narrativa fantastica?

La crisi economica e le disavventure dell’editoria italiana si sono rivelati elementi capaci di determinare il destino della nostra narrativa di fantasy. All’estero, non credo che ci sia stata un’evoluzione dovuta all’emergere di bravi scrittori negli ultimi vent’anni. Però si assiste a una chiara involuzione, quando le fasce di pubblico che interessano agli editori cominciano a essere i pre-adolescenti dei due sessi, disposti a pagare per le peggiori banalità.

Circa la mescolanza fra generi diversi, non è mai esistito un genere puro. Già l’Omero dell’Iliade non poteva evitare di unire storia reale, aneddoti, mitologia, religione, leggende, politica, più tutta la heroic fantasy inventata da lui. Spero che non sarò degradato ad autore di fantasy culinaria se mi spiego meglio in questi termini: non si può fare un buon soffritto con un ingrediente solo.

Nel suo Ciclo delle Amazzoni ha inteso, un po’ come altri autori congeneri, creare un mondo primigenio e selvaggio in cui ambientare le sue storie; però – e questo è a nostro avviso un titolo di merito – ha scelto un luogo e un tempo vicini alla nostra identità geografica e culturale: cosa la spinse in questa direzione?

La nostra identità geografica o culturale non ha determinato le mie scelte. Semplicemente non volevo allontanarmi troppo dal mondo reale. Le amazzoni di cui ci giunge notizia dall’antichità vivevano nell’attuale Libia, perciò ho localizzato la loro patria in quella zona, approfittando di uno dei tanti “buchi della storia” di cui sappiamo poco, adiacente all’epoca sumerica.

Ad ambientare le loro storie fantasy e di heroic fantasy in Italia, già intorno al 1980, erano altri autori. Ci incontravamo alle convention, e si parlava solo di “fantascienza” italiana. Probabilmente negli Anni 80 la heroic fantasy scritta da italiani era ancora troppo scarsa perché se ne parlasse come di un genere autonomo. A promuoverla erano critici e curatori di collane come Gianfranco de Turris, più che gli editori o gli scrittori stessi.

Comunque, le amazzoni sono avventuriere e viaggiatrici che nei loro 4 romanzi si spostano in varie zone del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Europa Occidentale. Altri miei romanzi sono ambientati in Inghilterra, in Spagna, in Nord America, e perfino su Alfa Centauri.

Si dice che per un padre tutti i figli siano uguali; così avviene per uno scrittore per il quale tutte le sue creature meritano la stessa attenzione: tra i suoi personaggi c’è n’è uno più “uguale” degli altri, per cui ha avuto, o ha ancora un debole?

Forse Thalli, la bionda un po’ svampita de “I Computer dell’Apocalisse” che, troppo curiosa per tenere le mani lontane dai resti pericolosi di una scienza dimenticata, si trova scaraventata dentro l’armatura supertecnologica di Lupa Bianca, e incapace di usare le sue formidabili armi d’energia si caccia in un guaio dopo l’altro. Thalli è una specie di apprendista stregone femmina, una macchina da trama che mi costruiva il romanzo quasi da sola, trascinando tutti quelli che le stavano attorno da una situazione impossibile all’altra.

Come tipologia di personaggio, Thalli non aveva precedenti nella letteratura, così adeguarmi alla particolare logica del suo modo di agire mi aiutava a costruire situazioni abbastanza originali.

Onirismi tecnologici. Le regalano una macchina del tempo: dove e quando andrebbe?

Non certo nel passato a sparare a me stesso da piccolo, per risolvere finalmente il più famoso paradosso temporale della fantascienza. Benché io ne riconosca l’importanza sotto l’aspetto scientifico, non so chi andrebbe ad ammazzare se stesso da bambino per confermare una teoria dei viaggi nel tempo.

Però un paio di solidi scapaccioni me li darei.

Oggi al principio del nuovo millennio, in una società tecnocentrica e globalizzata come la nostra, c’è ancora spazio per la heroic fantasy?

Quando ero un ragazzino, negli Anni 50, se confessavo di leggere fantascienza tutti mi guardavano come se fossi lo scemo del villaggio, e nessuno sapeva cosa fosse la heroic fantasy. Poi questa ha cominciato ad apparire nel cinema, è esplosa alla TV, e ha proliferato come un’epidemia maligna nei videogiochi e in rete. Oggi, nel campo dell’intrattenimento, c’è tanta di quella fantasy, heroic fantasy e sword and sorcery che nessuno si salva più. –

Qual è, a suo modo di vedere, il futuro della fantasy eroica italiana? Vi sono nuovi autori degni d’interesse?

Per quanto riguarda la fantasy generica, gli editori ci sono. Nelle librerie si trovano più nomi italiani di quanti ce ne siano mai stati, tuttavia bisogna vedere quali elementi “italiani” ci siano nel loro modo di scrivere. Per essere definito “italiano” non dovrebbe bastare che un romanzo sia scritto da un italiano e abbia un’ambientazione italiana. Ciò che lo fa appartenere a una nazione sta nei contenuti tipici di quella cultura. Se ho sempre cercato di introdurre qualche elemento tecnico mio, non sono affatto sicuro che nei miei romanzi si possa identificare un contenuto culturale chiaramente italiano.

Però è vero, in campo letterario la heroic fantasy è morta, in Italia e all’estero. A volte penso che la vecchia heroic fantasy abbia lasciato il posto a cose alquanto più impegnate, seguendo una tendenza che già nel 1945 si affermava con i romanzi di fantasy storica di Mika Waltari, ambientati in epoche antiche, in Egitto e nell’impero romano.

Cosa le piacerebbe dire a un lettore che nel 2097 entrasse in possesso di uno dei suoi libri?

 Se aspetti un minuto che le ragazze si mettano qualcosa addosso, poi ti faccio la dedica.

Max Gobbo

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Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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