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Nel secondo appuntamento della rubrica “I racconti di Satampra Zeiros”, abbiamo il piacere di proporvi I distruttori di Moloch-Nar”, racconto breve di sword and sorcery, scritto da Andrea Berneschi, di quasi 15.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Sinossi: Barbari e stregoni si dirigono verso la ricca e corrotta città di Moloch-Nar, pronti al saccheggio. Le cose non andranno come credono: tra le vecchie mura della capitale è presente una sottile magia che li convincerà a rimanere.

andrea-bernaschi-autoreAutore: Andrea Berneschi è nato ad Arezzo nel 1977. È stato portiere d’albergo, ha lavorato per anni in una struttura psichiatrica, ha insegnato in un Liceo, ha spostato barelle in un Pronto Soccorso. Fa parte della Redazione della webzine Filmhorror.com; dal 2016 è membro della Horror Writers Association.

Con I Sognatori ha pubblicato “Necroniricon”, raccolta di diciassette racconti horror. Altri suoi lavori sono contenuti nelle antologie “Ritorno a Dunwich”, “Ritorno a Dunwich 2”, “La Serra Trema” edite da Dunwich Edizioni. Con la stessa casa editrice ha pubblicato la novella “Megafauna”, episodio finale della serie “Infernal Beast”. Suo è il racconto “Il Cimitero dei Kaiju”, edito da Collana Miskatonic – Vincent Books editore.


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I distruttori di Moloch-Nar

1.

Eravamo scesi dalle terre del Nord a branchi, a sciami; la fame, il dolore e la rabbia guidavano i nostri passi. Attraversando i dolci rilievi delle colline dell’Erahgan avevamo iniziato a devastare fattorie isolate e villaggi, lasciando dietro a noi corpi scuoiati e rovine fumanti. Tra i barbari c’ero anch’io, uno dei tanti che sognavano i tesori della corrotta Moloch-Nar, la capitale.

Non erano più rari come un tempo gli avventurieri che osavano spingersi a saccheggiare le terre dell’Impero; adesso si mettevano in viaggio intere tribù. Giorni di grande esaltazione e di follie, quelli; ci giuravamo l’un l’altro che avremmo messo le mani su tutti i tesori dell’antica città, che avremmo impiccato tutti i funzionari e i chierici, devastato ogni costruzione finché non ne fosse rimasta intatta nemmeno una pietra. Dalle ceneri di tutto quel marciume col passare degli anni sarebbe rinata una foresta; grandi alberi frondosi, felci, cespugli, sentieri e radure: proprio come le terre che ci avevano generato e da cui eravamo partiti.

A quel tempo ero molto giovane e vedevo il mondo nettamente diviso tra bianco e nero; credevo che ogni cosa fosse chiara, univoca, inscritta dentro netti contorni. Non avevo nessun dubbio, per esempio, sul fatto che Moloch-Nar fosse la Città del Male, e che tutti i suoi abitanti, dal più ricco scriba allo straccione ricoperto di piaghe, meritassero la morte solo per aver vissuto dentro il cerchio delle sue immense mura. Moloch-Nar, la città dai mille comignoli che fumano, dalle diecimila luci, dalle tentazioni innumerevoli! Non era forse vero che risiedeva là dentro l’origine delle nostre miserie? Se il mio popolo sopravviveva a stento, se eravamo rozzi e ignoranti, se la selvaggina scarseggiava sempre più era colpa dei molochiani e di nessun altro. Per decenni i loro mercanti di schiavi avevano compiuto razzie nei nostri villaggi. Chissà quanti tra i membri del mio clan e tra i miei stessi antenati avevano esalato gli ultimi respiri nel nero delle fonderie cittadine. Le magie dei sacerdoti avevano provocato l’estinzione di molte delle specie originarie delle nostre foreste; altri animali erano mutati in modo orribile, diventando a volte aggressivi e pericolosi. Il nostro giovane popolo aveva tutto il diritto di combattere quella civiltà vecchia, fragile ed elaborata come il guscio di una conchiglia marina dell’era precedente agli Dei.

Da qualche tempo sempre meno mercanti o scout provenienti dal centro dell’impero giungevano nelle nostre terre. Che la città si fosse indebolita dopo una guerra contro lontani e potenti nemici? Nessuno di noi poteva avere notizie certe, a riguardo; di sicuro non avremmo sottovalutato il nostro avversario. Non facevamo mai simili errori.

Gli stregoni guidavano l’assalto, e avevano deciso che i nostri spostamenti sarebbero avvenuti solo di notte. Era col buio che i villici delle fattorie ci avevano sentito arrivare; li avevamo strappati ai sogni per gettarli in un inferno di torture e massacri. Questa strategia ci aveva portato fortuna: non avevamo incontrato nessuna ronda armata nel corso della nostra avanzata, nessun presidio militare, neanche di piccole dimensioni. Gente povera e semplice, uomini abituati a sgobbare tutti i giorni nei campi, incapaci di lottare: ci avevano opposto la stessa resistenza che il burro offre a un coltello incandescente.

L’unico incontro che ci arrecò qualche problema fu quello con un gruppo di ghasteros, orride creature mutanti affamate di carne umana, imponenti ma  vulnerabili alla magia. Gli stregoni scagliarono da lontano palle di fuoco e fulmini contro le loro sagome bitorzolute e imponenti; noi guerrieri li finimmo immergendo la punta delle nostre lance nella loro carne. L’effetto fu altamente ributtante, e non solo per l’aspetto di quei mostri; la materia di cui erano composti si squagliava a contatto col veleno di cui sono impregnate le nostre lame, che corrode all’istante la carne viva.

Dopo notti e notti di cammino, finalmente, dalla cima di un modesto rilievo vedemmo davanti a noi le luci della capitale. Quanta felicità allora invase il mio petto! Ogni fatica superata mi apparve dolce, in quel momento; non pensavo più ai compagni che avevamo lasciato per strada, né alle ferite ricevute, o ai morsi della fame, ma al bottino che mi aspettava. Era tutto nostro, bastava entrare là dentro e prenderlo. Nessuno ci avrebbe tolto un solo denaro, nessuno avrebbe avuto la forza di opporsi alle nostre schiere; neanche gli Dei, che di sicuro sapevano quanto avessimo il diritto di depredare e uccidere i molochiani.

2.

Arrivammo sotto le mura che era quasi il tramonto: nella fioca luce che veniva da occidente scorsi pareti verticali massicce e imponenti come mai mi ero immaginato. Per non rivelare la nostra posizione gli stregoni suggerirono di entrare da uno scarico fognario: avremmo risalito le condutture e saremmo sbucati in piena città, spargendoci per le strade come una lebbra inarrestabile e letale.

I corridoi erano ampi, ma ci obbligavano a marciare in fila indiana. Mostruosi topi a due teste ci passavano tra i piedi. In più di un’occasione fummo costretti a batterci contro coccodrilli orribilmente mutati, a cui spuntavano criniere di occhi globulosi sulla sommità della testa.

Cataste di ossa indicavano che le fogne venivano usate occasionalmente come fossa comune. C’erano anche scarti di cibo.

Ci eravamo aspettati di sentire sopra le nostre teste rumori di carri, voci, grida: niente di tutto questo. Che i cittadini fossero ancora immersi nel sonno? Meglio così: li avremmo sgozzati come avevamo fatto con i contadini delle fattorie, senza nessun riguardo di casta o di ricchezza. Se possibile, anzi, con loro la nostra crudeltà sarebbe stata maggiore.

Affrontammo tutte le insidie del labirinto di cunicoli che si snodava sotto le case dei molochiani; alcune, come i branchi di topi, richiedevano poca fatica, altre, come i millepiedi carnivori che ci caddero sulla testa nella grande caverna situata sotto la cattedrale, riuscirono a darci qualche fastidio. Ma il nostro obbiettivo si faceva sempre più vicino ad ogni passo, quindi nessuno di noi arretrò. Solo Kranak il Pazzo, stanco di camminare sottoterra e al chiuso (una cosa che a noi barbari, abituati alle terre selvagge del Nord, ripugna sempre) propose di appiccare il fuoco a un pozzo pieno di catrame e svegliare così i cittadini. Gli impedimmo di avvicinarsi a quella sostanza, altrimenti avremmo rischiato di finire tutti soffocati, o arrosto. Ma nessuno ebbe il coraggio di deriderlo per questa strana uscita. Si sa com’è in guerra, alcuni elementi che in pace terresti ben lontano devi sopportarli, perché anche la loro forza serve al clan.

Nel frattempo i corridoi che stavamo attraversando iniziarono a salire sempre di più, finché non scorgemmo un chiarore che spuntava al di là di una serie di grate. Finalmente potevamo camminare senza che gli stregoni avessero bisogno di procedere davanti a tutti, proiettando dalle loro mani quella fioca luce verde che chiamiamo Stella del Ladro. Mi affacciai da una stretta apertura e scorsi la causa di quella luminosità: era la Luna. Vedevo galleggiare nel cielo sereno la sua faccia rotonda, che i popoli dell’Est credono quella di una dea morta in battaglia molti millenni fa. Per la prima volta in vita mia, sotto la sua pallida e malinconica luce, ammirai i profili dei palazzi di Moloch-Nar, assieme alle statue e le colonne che testimoniavano i passati splendori della città.

Presto dovetti distogliermi da quello spettacolo, perché davanti a noi, in quel momento, avevamo sentito chiaramente un rumore di passi.

I maghi alzarono ancora le mani sopra le loro teste e ci consentirono di vedere, illuminata dalla luce verde, una donna incappucciata che cercava di forzare una porta per fuggire. Il primo abitante di Moloch-Nar che incontravamo! Cosa ci faceva nei sotterranei? Non so perché, guardandone i lineamenti non mi sentivo più così pieno di furia e voglia di distruzione come mi ero aspettato. C’era un mistero, nello sguardo di quella creatura, un’eco di qualcosa che forse avevo conosciuto molto tempo prima, quando ero solo un ragazzino selvaggio che sopravviveva dando la caccia ai conigli nelle paludi.

Non tutti avevano ricevuto la stessa impressione, a quanto pareva. Kranak era balzato subito all’attacco, agitando in aria la mazza, pronto a sfracellare il cervello della fuggitiva.

“Fermo!” urlarono alcuni dei nostri; non so perché, anch’io mi unii alle grida. C’era qualcosa di sbagliato in quella scena; quella donna dovevamo prima catturarla, interrogarla; ci doveva rivelare dove erano posizionate le guardie, i nascondigli dei tesori… o forse c’era anche un altro motivo?

Non so trovare una ragione convincente, ma quando vidi Kranak che le si avvicinava troppo, scoccai dal mio arco una freccia e gli trapassai il cranio. La ragazza mi guardò – un’unica, lunga, ambigua occhiata – e scappò via per il passaggio che era finalmente riuscita ad aprire.

Rimasto con l’arco nelle mani, sentivo su di me il peso degli sguardi di tutti gli altri guerrieri. Nessuno mi disse niente, come se quello che avevo fatto fosse del tutto normale. Forse molti di loro non sopportavano più Kranak, erano stanchi delle sue mosse avventate e delle sue irragionevoli prepotenze. Forse ricordavano l’antica legge delle nostre terre, che in una contesa dà sempre la ragione al più veloce, perché chi si fa cogliere di sorpresa non ha scuse. Ma sospettavo ci fosse dell’altro. Qualcosa che mi sfuggiva, che aveva a che fare con quella donna, coi suoi occhi.

I topi mutanti si avvicinavano al corpo senza vita di Kranak, aspettavano solo che ce ne andassimo per iniziare ad assaggiarlo. Proseguimmo verso il corridoio imboccato dalla ragazza, costretti a camminare in fila indiana e con la schiena curva; poi, finalmente, fummo in superficie.

3.

L’orda si sparse in tutte le direzioni; sfondammo porte, scardinammo finestre, penetrammo in ogni casa.

Non c’era nessuno.

Persino i nostri stregoni rimasero sbalorditi: degli antichi abitanti di Moloch-Nar, nemmeno uno era rimasto. Che fosse stata un’epidemia a sterminarli? Non doveva essere stata una malattia di quelle che scoppiano improvvise, ma un lento spegnersi, come di candela che rimane in un luogo senz’aria. Perché altrimenti li avremmo trovati, i mucchi di cadaveri.

Non c’erano dubbi, comunque: la città era nostra, era mia.

Eppure le cose non andavano come mi ero immaginato. All’improvviso i pensieri non si concentravano più sui tesori da saccheggiare, sui ricchi palazzi che avremmo potuto distruggere. L’architettura della capitale colpiva la mia immaginazione con le sue forme. Ciò che avevo visto dalla grata del sistema fognario era solo un assaggio delle meraviglie che mi aspettavano.

Sotto la luce della luna piena c’era un pozzo decorato dalla figura in argento di un piccolo drago rampante; poco più in là si ergeva una torre stretta e molto alta, sulla cui sommità qualcuno aveva piantato alberi da frutto. In un giardino si trovavano decine di statue che rappresentavano gli eroi e gli Dei del passato.

Era il fascino delle rovine, ad avermi catturato. Una magia più sottile e nascosta di quelle che i nostri stregoni conoscevano emanava da ognuna delle pietre che componevano il selciato delle piazze, dalle facciate decadenti dei palazzi, dalle finestre vuote che mi guardavano passare, come occhi di morti pieni di saggezza e di comprensione. I profili degli edifici e dei monumenti accendevano la mia fantasia, sussurrandomi con voce dolce e carezzevole che al mondo c’è molto di più della guerra tra clan, del saccheggio, delle urla dei nemici torturati.

Nulla di simile esiste nelle selvagge terre da cui proveniamo. Niente di tutto questo avrebbero mai prodotto i nostri villaggi. Quando tutti i guerrieri e gli stregoni del Nord fossero morti, non avrebbero lasciato testimonianza del loro passaggio, se non per pochi anni, nel ricordo di chi li aveva conosciuti direttamente. Quella città invece sembrava destinata a durare in eterno, oltre l’estinzione dei molochiani, della nostra razza e persino del resto dell’universo; sembrava immortale pure la sua atmosfera misteriosa e affascinante.

Perso in queste riflessioni, per un attimo mi sembrò di intravedere ancora la figura della donna; subito, senza pensarci due volte, mi misi al suo inseguimento. Corsi da solo attraverso una serie di portici, un altro giardino, un ponte su uno stretto canale, attraversai un arco di pietra. Quante generazioni di amanti si erano date appuntamento su quella panchina di marmo? Cosa significava il bassorilievo che raffigurava un eroe di Moloch-Nar che immerge la spada nel corpo di un essere pieno di tentacoli?  Chi era la dea che una statua rappresentava nuda, su un cavallo mostruoso lanciato al galoppo, intenta a suonare uno strano strumento musicale?

4.

Ho camminato tra gli stretti vicoli di Moloch-Nar per ore, per anni, per quasi un secolo, ormai, e non ho mai più ritrovato la misteriosa fuggitiva. Non mi ero sbagliato: dei vecchi abitanti della città nessuno è rimasto vivo.

Sono in molti, tra i vecchi compagni di razzia, ad avere condiviso il mio stesso destino. La malìa che sprigiona dalle vecchie mura, dalle facciate dei palazzi, dalle torri, quando il tramonto le accende di un colore rosso cupo, ha contagiato tutti e ci ha fatto restare a vivere qui.

Abbiamo abbandonato la vita nomade; siamo diventati mercanti, scribi, funzionari. Persino gli stregoni hanno rinnegato la fede nei vecchi dei, i sacrifici umani e l’adorazione del fuoco. Sono loro i nuovi sacerdoti della città; nei giorni stabiliti dal calendario officiano nei nostri splendidi templi il culto della Dea Che Giunge Cantando, dell’Eroe Sterminatore di Mostri, della Ragazza che Fugge Via nella Notte. Alcuni di noi, inquadrati in reparti regolari dell’esercito, partono periodicamente per spedizioni che si addentrano nel profondo delle terre selvagge, tornandone con lunghe file di schiavi in catene. È una brutta cosa, lo concedo, ma parliamoci chiaro: se le nostre fonderie si fermassero di colpo, come faremmo a mantenere il nostro tenore di vita? Cosa dovremmo fare, nutrirci delle pietre e dei mattoni delle nostre case? A volte qualcuno protesta per come trattiamo i lavoratori, o per le sostanze tossiche che riversiamo nelle fogne; noi lo lasciamo parlare con grande liberalità e tolleranza. Sfogarsi con le parole è molto salutare. Si godono meglio i divertimenti e i banchetti, dopo.

Solo una cosa inquieta le nostre giornate: il pensiero che un giorno, da Nord, potrebbero scendere dei branchi di barbari, assetati di sangue e ricchezze, del tutto insensibili alla bellezza e alla magia che anima la nostra città.

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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