Articolo di Davide Mana, tratto dal suo blog Strategie Evolutive.


Ho parlato già più volte, in passato, di Tanith Lee, un colosso della narrativa fantastica anglosassone, putroppo recentemente scomparsa (e se WordPress farà il suo dovere, troverete i post linkati qui sotto).
E credo anche di aver raccontato come il suo The Birthgrave sia stato il secondo romanzo che io abbia letto in originale – facendo una fatica dannata e mettendoci una intera estate, ma emergendo più sicuro delle mie capacità, se non più saggio.

The Birthgrave è un romanzo estremamente ambizioso – specie considerando che si tratta dell’opera di esordio della Lee. La storia mescola fantasy e fantascienza, sword & sorcery e psicologia, e ricordo che all’epoca mi venne descritto da un conoscente come “ultrafemminista”.
Probabilmente perché la protagonista è una donna.

A The Birthgrave Tanith Lee fece seguire altri due romanzi – Vazkor son of Vazkor e Quest for the White Witch.
La trilogia venne perciò ribattezzata, dalle nostre parti, come “Trilogia di Vazkor”, tanto per essere sicuri che in primo piano ci fosse un protagonista femminile.

Certo, in questo modo ci si perse per strada come la protagonista del primobirthgraveromanzo resti la dominante fondamentale di tutte e tre le storie, rimanendo protagonista anche in absentia.

Tutto questo accadeva quarant’anni or sono ed ora la DAW Books, che per prima pubblicò i tre romanzi della serie, ristampa con nuove copertine i tre romanzi, The Birthgrave, Shadowfire e Hunting the White Witch, ripristinando i titoli originali della Lee1, e identificando una volta per tutte questa come la Birthgrave Trilogy.

La serie è invecchiata più che discretamente shadowfire(considerando che il primo romanzo è del 1976), ed è una piacevole deviazione da tutto – ma proprio tutto – quello che viene normalmente etichettato come fantasy.
Che poi, come dicevamo, in realtà è fantascienza.
O forse no.
E poi, alla fine, ha davvero questa monumentale importanza?
Non basta che siano buone storie d’immaginazione?
Perché sono ottime storie d’immaginazione.

I nuovi volumi DAW Books hanno una veste grafica che probabilmente soddisferà i lettori che si vergognano delle vecchie copertine della vecchia gestione Donald A. Wollheim, gli esordi della DAW2, e si vendono a un prezzo risibile – buonissima occasione, per chi se li fosse persi, per recuperarli.
Restano un’opera centrale nello sviluppo del fantastico moderno.
Sono un ottimo pro-memoria su cosa il fantastico possa fare quando ci si distacchi dai cliché, e sono anche una eccellente introduzione a Tanith Lee quando era una giovane esuberante e ancora indisciplinata, ma con un sacco di idee.

Io, dal canto mio, resto fedele alla vecchia copertina di Peter A. Jones della mia edizione Orbit – che è poi il motivo per cui scelsi proprio quel romanzo, quasi trent’anni fa.

E in effetti, ora che ci penso, Peter Andrew Jones mi ha venduto un sacco di libri.
Perché il contenuto è fondamentale, ma anche la presentazione ha la sua importanza.
Ma magari ne parleremo un’altra volta.

Davide Mana


  1. qualcuno ha fatto notare che ai vecchi tempi, Donald Wollheim della DAW sarebbe stato capace di pubblicare l’Antico Testamento come War God of Israel e il Nuovo Testamento come The Thing with Three Souls↩
  2. su questa storia di vergognarsi delle copertine (o dei tioli, si veda la nota precedente) un giorno dovremo fare un discorso. Ormai siete grandi… ↩

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Delos Digital, Italian Sword&Sorcery Books, Letterelettriche e Ailus. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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