Qualche tempo fa, spinta dalla curiosità verso nuovi autori fantasy e dalla passione per le storie che si intrecciano attorno alla figura degli Elfi, ho letto il romanzo di Valentina Capaldi, “Elfo per metà” che racconta la storia di Caleb, metà Elfo e metà Mago minacciato da una maledizione che solo la perfida usurpatrice Tania può annullare. Per liberarsi da questo maleficio che risucchia la sua energia vitale, Caleb deve penetrare nella città degli Elfi, dove dimora la regina Tania, per costringerla a sciogliere l’incantesimo impostogli, ma la città è difesa da una barriera magica mantenuta salda da un essere sovrannaturale e misterioso.

E così ho accompagnato Caleb alla ricerca di questa creatura “elementale”, Lifaen, il guardiano della foresta, all’apparenza (e solo all’apparenza) un enorme albero secolare pronto a stritolare tra le sue nodose radici il nostro Elfo per metà. È proprio da Lifaen che voglio partire perché è da lui che questa breve passeggiata tra alberi magici e creature a loro legate ha inizio.

Giunto nel cuore della foresta, Caleb si trova davanti a un personaggio molto diverso da come immaginava il guardiano di cui è alla ricerca: Lifaen, infatti, è un creatura molto simile a un piccolo mago, è lo spirito della quercia di dodici metri con cui il protagonista si trova a ingaggiare una lotta cruenta che ne mette alla prova le capacità. Il piccolo essere è un “elementale” che coniuga in sé vecchio e nuovo, come da tradizione, ma in modo fascinoso e divertente.

Lifaen, infatti, è piccolo e buffo, ha le fattezze simili a quelle di uno gnomo, ma il suo aspetto legnoso ricorda molto da vicino quello di un arbusto. Spiritoso e goliardico, la sua rappresentazione suscita il mio vivo interesse non solo per l’originalità della sua figura, ma anche e soprattutto per l’annosa tradizione nella quale si inserisce in modo così calamitante.

L’idea di un albero secolare che racchiude in sé la vita ha qualcosa di suggestivo e fiabesco, ma quando questa linfa vitale prende la forma di una creatura del “piccolo popolo”, di uno gnomo o di un essere sovrumano la fiaba si tinge e muta un po’ la sua fisionomia, fino ad assumere toni e contorni tipici del fantastico, un fantastico che ha radici così profonde da esortarmi a immergere la mente nei recessi della memoria, fino a recuperare le figure di driadi e ninfe in metamorfosi, come la bella Dafne amata da Apollo.

Quanti alberi e arbusti che un tempo erano ammalianti fanciulle semi-divine popolano i miti antichi! C’era un nome, per queste divinità che abitavano e custodivano gli alberi, che nascevano con essi e ai quali la loro esistenza era legata. Stiamo parlando delle Amadriadi. Il nome, secondo un’etimologia, significherebbe “coloro che vivono insieme all’albero”. Le Amadriadi erano fanciulle bellissime protettrici degli alberi che le ospitavano, ridenti alla pioggia e tristi dinanzi al danneggiamento delle loro amate cortecce. Alla morte della pianta di cui erano lo spirito, si mostravano alla vista come figure di donne in lutto, corrose dal dolore, e finivano per morire assieme all’albero con il quale erano nate e senza il quale non potevano più vivere.

Tutte donne, le Amadriadi: figure femminili legate alla natura. SpiritiTree1 arboreidb72eee09ed8aacad8d445bfb9c41efc1 di fattezze virili non appaiono nei miti e nelle storie “classiche”. Le forze maschili, in quel repertorio leggendario, sono per lo più rappresentate da Pan e dai Satiri. Lifaen, se davvero ne fosse un discendente, sarebbe un meraviglioso ibrido, spirito maschile della natura, eppure custode di un albero – anzi, dell’intera foresta – come una flessuosa Amadriade!

Certo, siamo in un territorio scosceso, sdrucciolevole, stiamo cercando antenati illustri nel mondo classico, nonostante sia noto che il fantasy affondi le sue radice nella cultura favolistica nordica e anglosassone. Ma in fondo stiamo parlando degli spiriti degli alberi in entrambi i casi! Provo a pensare chiudendo gli occhi, cerco nella mente un punto in comune, qualcosa o qualcuno che accomuni il cuore nordico del fantasy al retaggio dei “miti di natura” greco-romani. Forse ho trovato sul comodino quello a cui stavo pensando e che ancora non riuscivo a mettere a fuoco. Un libro dalla copertina purpurea. La sua origine è anglosassone, però, più che nordica, ma la storia che riporta è profondamente fantasy, con venature classicheggianti. Anche lui è un ibrido, come Lifaen! Ma il genere… Il genere letterario è anomalo per le nostre disquisizioni… Eppure è sorprendente: non un romanzo, non un racconto, ma una commedia!

Il nostro uomo dell’ibrido è uno dei più grandi drammaturghi che sia mai esistito: si tratta di William Shakespeare e la commedia in questione è “La Tempesta”.

Abbastanza nota l’intricata trama del dramma, alla quale farò solo un rapido accenno: Prospero, legittimo duca di Milano, ha una passione singolare: la magia. Ammaliato da questa e dai suoi amati libri, dai quali apprende le arti magiche, non si accorge delle macchinazioni di suo fratello Antonio per sottrargli il titolo di duca. Anche qui, come nella storia di Caleb, un usurpatore. Antonio si allea col re di Napoli e insieme bandiscono Prospero e sua figlia, l’allora piccola Miranda, ponendoli in un’imbarcazione di fortuna che, con l’aiuto della Provvidenza, li conduce in un’isola, un’isola sulla quale Prospero incontra Ariel, uno spirito degli alberi, imprigionato in un pino dal sortilegio della strega Sicorace. Ariel (o Ariele come nella traduzione di F. Franconeri) è uno spirito dei boschi, ed è uno spirito maschile (non ci si lasci ingannare dal nome che riecheggia note disneyane ante litteram); uno spirito legato al vento, all’aria e alla tempesta, liberato da Prospero e dunque suo servo. Molto differente, dunque, la sua posizione rispetto a Lifaen, signore della foresta e di se stesso. Ariel, al contrario, è due volte prigioniero: del tronco di pino, in primo luogo, e del mago Prospero, in secondo. Egli desidera soltanto ristabilire l’ordine e adeguare la sua condizione al suo nome: Ariele, libero e franco come l’aria.

È a lui che Prospero si rivolge per scatenare una tempesta e condurre i suoi nemici nella stessa isola dove è stato relegato. Ariel pare un novello Eolo, votato alla metamorfosi e capace di trasformarsi in “ninfa del mare” e in “Cerere”, la greca Demetra, e in molte altre forme. La metamorfosi e l’albero sembrano unirsi in questo spirito shakespeariano, che riassume su di sé il ruolo teatrale del servo, tipico della commedia latina, e la figura fiabesca dell’ “aiutante magico”, che solo alla fine della commedia, dopo aver espletato l’ultimo compito impartitogli dal suo salvatore (soffiare una bonaccia che riconduca a casa i protagonisti), ritorna padrone di sé:

PROSPERO: “Ariele, mio diletto: ecco dunque cosa dovrai fare: e poi torna nell’aria ove sarai libero e felice…” (La tempesta, Atto V,1, trad. F. Franconeri)
Ariel è una creatura “elementale” che in un albero si ritrova ad essere prigioniero. E se di prigionia o di castigo si parla, e di uomini imprigionati in tronchi di arbusti, l’immagine che sovviene alla mente non può che essere quella dantesca di Pier delle Vigne del XIII canto dell’Inferno. In un’intricata e fosca boscaglia, ben lontana dalla verdeggiante e profumata foresta di Lifaen, Dante-personaggio sente desolati lamenti tutt’intorno e non capisce da dove provengono, finché la sua guida, Virgilio, il poeta dell’Eneide, gli suggerisce di provare a spezzare un ramoscello tra le fronde che si aggrovigliano in questa macchia gemente.

Non linfa o rugiada stilla dal ramo, ma sangue. Dante e la sua guida si trovano nella selva dei suicidi (Inf. XIII, 31-39):

Allor porsi la mano un poco avante

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb’ esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi».

dffc3db818684e5cf6e3b47d15ff7c931Le anime dei suicidi albergano negli alberi, di coloro che hanno rifiutato il corpo e per contrappasso sono intrappolati in arbusti e scuri tronchi. Allo spezzar dei rami, sangue umano gocciola dagli “sterpi” e sorprende il povero Dante. Non spiriti di boschi, ma spiriti di uomini che furono, anime dannate. Ma Dante ha un modello ben chiaro che segue puntigliosamente: quel Virgilio che lo accompagna e che, nel suo poema, scriveva la storia di un certo Polidoro, il più piccolo dei figli di Priamo, re di Troia. Nel suo lungo viaggio, Enea, fuggito dopo la caduta della sua città, approda in Tracia e qui assiste a un prodigio:

Mi inoltrai nel tentativo di strappare dal terreno verdeggianti virgulti per ricoprire gli altari di rami frondosi, e vedo un portento orrendo e mirabile a dirsi. Infatti dall’arbusto che per primo, divelte le radici, sradico sgorgano gocce di nero sangue e sangue corrotto macchia la terra. Un freddo brivido mi scuote le membra e gelido il sangue mi si rapprende per la paura. (Eneide, III, 24-30)
Enea, come Dante secoli dopo di lui, afferra un ramoscello innocuo dal quale sgorga nero sangue (il “sangue bruno” dei versi dell’Inferno) e dall’arbusto ferito una voce si libera:

‘Perché, Enea, laceri uno sventurato? risparmia un uomo già sotterrato, risparmia le tue pie mani dalla contaminazione del delitto. Troia non mi generò a te estraneo né questo sangue gronda da un tronco. Ahimè, fuggi le terre crudeli, fuggi l’avida sponda: ecco, io sono Polidoro. Qui, trafitto, una ferrea messe di frecce mi coprì e crebbe di aguzzi dardi.’

(Eneide, III, 41-46)
La voce proviene dall’albero, sì, ma non si tratta del suo spirito o di un’amadriade, come all’inizio Enea, allibito, è portato a credere. Si tratta di Polidoro, il figlio minore del re Priamo, che questi inviò da un parente, Polimestore, perché si salvasse e sopravvivesse alla rovina del regno di Troia, distrutto dai Greci. Ma Polidoro porta con sé grandi tesori, e a causa di essi viene ucciso per avidità da colui che avrebbe dovuto proteggerlo; tuttavia il suo spirito sopravvive in un arbusto cresciuto sul terreno dove il suo corpo insepolto era stato abbandonato. Una storia triste e cruenta, eppure con un finale profondamente umano. Enea consegna a una dovuta sepoltura Polidoro e concede pace alla sua memoria. Anche lui, come Ariel, è finalmente libero dalla terra e dalla sua prigionia.

Non Enea, ma Virgilio salvò la memoria di Polidoro, che giunse fino a Dante, il quale la sigillò nell’episodio di Pier delle Vigne, in una commedia, molto diversa da quella shakespeariana di cui abbiamo parlato, una Commedia “Divina”, uno dei più grandi e mirabili repertori di miti e di memoria che la nostra cultura abbia prodotto.

Lavinia Scolari

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Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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