Articolo di Mariella Bernacchi, tratto da L’Eternauta, n°103 (mese) 1991. Terzo classificato nella sezione articoli su rivista professionale al Premio Italia 1992.
Poi ripubblicato nel volume di M. Bernacchi Viaggio nel fantastico, pubblicato dal Centro Studi La Runa.


italericeltsLa mostra allestita a Venezia, a Palazzo Grassi, sul Tema de “I Celti. La prima Europa“, dovrebbe essere stata la meta obbligata per i lettori delle avventure di Conan il Barbaro e non solo per quelli, ma per tutta la moltitudine di appassionati della letteratura fantastica. Dobbiamo infatti alla cultura celtica, alla sua visione del mondo, alla sua tradizione epica e poetica la matrice antica e comune dei temi, personaggi, generi che avvincono migliaia di lettori moderni, ricreando per loro la magia del Mito, che filtra attravero i millenni fino a noi, offuscata ma non spenta. Ma chi erano in breve questi Celti? Perché la loro cultura influenzò così tanto la letteratura fantastica? Quali autori moderni s’ispirarono di più alle loro saghe?

I Celti furono un popolo della più grande stirpe indeuropea, venuti da regioni nordiche e caucasiche, e da Nord sciamati in tutta l’Italia Settentrionale, e a Nord fino alla Norvegia, a Est in Turchia e in Russia. Sottomessi in lunghe guerre dai Romani, sopravvissero con le loro tradizioni intatte specie in Irlanda.

La cosa è particolarmente interessante, poiché è dalle leggende irlandesi, trapiantate in America con le emigrazioni, che deriva il filone migliore della fantasy. I Celti non usavano scrivere, ma delegavano l’intera loro cultura tradizionale – cioè oralmente trasmessa da maestro a allievo – alla classe dei Bardi, poeti e cantori di gesta, che soppressi dai vincitori Romani, non riuscirono più a conservare le loro conoscenze e trasmetterle al popolo. Solo in Irlanda le saghe si conservarono, e in pochi altri luoghi, come il Galles, i Paesi Scandinavi, dove studiosi monaci cattolici misero per iscritto quanto restava degli antichi miti.

Poiché il Celta aveva una concezione del mondo impregnata della presenza del Sacro nelle manifestazioni della natura e della vita, e popolava i suoi racconti di esseri fantasiosi e simbolici, di gesta di eroi, lotte contro mostri ed esseri sovrannaturali, la tradizione celtica fu riscoperta dal Romanticismo, e per il suo senso del meraviglioso ed epico, contrapposta alla visione materialistica e utilitario-mercantile della cultura borghese ispirata all’Illuminismo ateo e meccanicista. Fu il disgusto dell’oggi disumanizzato e banale a far riscoprire i valori di un popolo di per sé poco conosciuto, sul quale si poteva liberamente fantasticare.

L’universo fiabesco e misterioso, le creature classiche dell’horror vengono dalla tradizione celtica. Il lupo-mannaro, protagonista di tante avvincenti storie, è la versione211b25d9923d4f057b829cace91d4684 moderna del berserker, un guerriero invasato dal furore di Odino. Vestito di pelli di lupo, ululante e insensibile al dolore, per effetto di pozioni particolari terrorizzava i Romani. In epoca pagana era considerato un eroe divino, poi, con l’avvento del Cristianesimo, divenne il cattivo lupo-mannaro. Elfi, fate, spiritelli, gnomi, draghi terrestri, acquatici e aerei, nani custodi di tesori sotterranei portatori di cupe maledizioni, popolano le storie dell’immortale Tolkien.

Ma di un altro ora voglio parlare: egli è detto l’Ultimo Bardo. Nacque nel 1906 nel lontano Texas, dal medico Isacco Mordecai Howard e dalla madre, di cognome Ervin e discendenza irlandese. E in una casa modesta, in una valle flagellata da venti gelati dove passavano ancora cow-boys e mandrie, cresceva ascoltando le storie dell’eroe popolare irlandese Finn, che la madre gli raccontava nelle serate d’inverno. Era il “papà” di Conan il Cimmero e di molti altri eroi, Robert Ervin Howard, che morì suicida a 36 anni a Cross Plains, un paesino triste e sconosciuto, disperato per la morte della madre, cantore di eroi di stirpe celtica, uomini poderosi in lotta contro la magia e orde di nemici o di malvagi.

Sarebbe errato pensare che le sue celebri creazioni fossero frutto soltanto di un’inventiva fertile, anzi, febbrile, inesauribile, nate dalla fantasticheria individuale di un solitario. Howard sapeva infiammare con la sua bravura e far rivivere quelle storie di regni meravigliosi e perduti che ritrovava leggendo raccolte di saghe irlandesi, e ogni sorta di libri storici che consultava alla biblioteca della vicina città di Brownwood. Certo, ebbe su di lui influenza il volume Déi e Guerrieri di Lady Augusta Gregory, che uscì nel 1904, e in cui troviamo le radici del mito del Santo Graal, ma anche la lotta fra i Danu e i Firbolg, i primi erano gli déi buoni, protettori d’Irlanda, esseri mostruosi i secondi.

E proseguendo poi, nella saga di Finn, re dei guerrieri di mestiere Fianna, discendente per parte di madre dal dio celtico Lug, riecheggiando le canzoni delle spade dei personaggi di Howard. Scopriamo allora che Conan è un guerriero di cui ben tre volte si fa menzione. Connaike è il re d’Irlanda, ed esistono i nomi di Conn (il figlio di re Conan di Howard), di Bran, di Morn, esistono le Cronache di Nemed, le battaglie all’ultimo sangue contro mostruosi invasori, dèmoni, fate e streghe.

Ci sono storie di amori, cacce, enormi scorpacciate, duelli, regni incantati. Come Conan il Cimmero, l’eroe Finn è un mercenario che diventa re. Alla fine delle sue gesta si ritira a dormire coi suoi guerrieri in una caverna segreta, donde uscirà per difendere il popolo irlandese. Gli irredentisti irlandesi si chiamano “Compagni di Finn”. Il nome Conan, Connor, Connacht, sopravvive come nome proprio, familiare e toponomastico.

Il vescovo cristiano Patrizio volle abbattere il paganesimo e con l’inganno fece prigioniero Oisin, figlio di Finn e ultimo “Fianna” rimasto in terra, e poiché era un gigante poderoso, lo accecò e lo incatenò per fargli costruire un convento. Nelle Contese, un canto popolare che spiaceva al clero, Oisin piageva la sua vita di guerriero e le feroci gioie del barbaro, come troviamo in tanti racconti howardiani: “Ci bastava avere la nostra parte di vino e di carne… non era nei campi coltivati e nell’erba che il mio re trovava diletto, bensì nei guerrieri che non conoscono ostacoli, nel difendere città e paesi e nel fare conoscere il suo nome a tutto il mondo… Non era questo il suo stile di vita, senza duelli e senza battaglie, senza gesta esemplari, senza fanciulle, senza musica, senza arpe, senza lo scricchiolio delle ossa spezzate; senza imprese memorabili, senza crescita del sapere, senza generosità, senza bevute e banchetti; senza corteggiamenti e battute di caccia che erano le mie occupazioni preferite; senza andare in battaglia. Ahimè, la loro mancanza mi rattrista”.

E’ sorprendente il raffronto con un brano de La Regina della Costa Nera, ove Conan il fc93b0233d71037d8ffab940f6dc6df9Cimmero spiega la sua barbarica filosofia: “Io voglio vivere appieno, finchè vivrò. Mi basta conoscere il ricco sapore della carne rossa e del vino che mi punge il palato, il caldo abbraccio di braccia bianche, la folle esultanza della battaglia, quando le spade azzurrine guizzano e si arrossano, e io sono contento. Che sacerdoti e maestri e filosofi meditino pure sulla realtà e sull’illusione”.

Sappi dunque, o lettore, che quando cerchi l’avventura negli splendidi reami dell’Era Hyboriana e ti senti trascinato in quel mondo dalla canzone della spada del Cimmero, fai rivivere nella fantasia audace le tradizioni delle antiche radici della Prima Europa, e di un popolo che ha fatto giungere fino a noi, attraverso i millenni, gli echi delle gesta dei suoi eroi.

Mariella Bernacchi

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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