Cenerentola5La fiaba è uno dei componimenti più complessi della storia della cultura. Si muove tra folklore e mito, oralità e scrittura, invenzione e storia. Spesso anonima, altre volte d’autore, raccoglie, conserva e tramanda un patrimonio di credenze, sentimenti e verità in una forma armonica e spesso ripetitiva, che ne giustifica il “piacere dell’ascolto”.

Perché, così come l’epos della tradizione greca, ricco di ridondanze e formule fisse, anche la fiaba si muove attraverso schemi e figure che ritornano. Ma in questa sede non ci occuperemo di un’analisi “morfologica” della fiaba, di cui abbiamo già un illustre predecessore in Vladimir Propp. L’idea di questa rubrica nasce invece dalla constatazione di quanto poco il patrimonio favolistico mondiale sia davvero conosciuto. La nostra conoscenza delle storie di Biancaneve o di Aladino, del Gatto con gli stivali o di Cenerentola spesso deriva dalle trasposizioni cinematografiche o dalle riscritture operate dalla letteratura per l’infanzia, che si sente quasi in dovere di limare ed addolcire i toni più crudi, tramandando così alle nuove generazioni versioni rivedute e corrette, spesso nettamente diverse, altre fiabe insomma.

In questa rubrica, proveremo dunque a rispolverare le versioni originali dei classici della fiaba, a farle dialogare tra loro, a indagare le simbologie, o semplicemente a raccontare i classici della fiaba dimenticati. Andremo lontano, far far away, fino alla sorgente della fiaba, e forse scopriremo che quelle storie che ci sembravano trite e ritrite, note fino alla nausea, in realtà ci erano ignote. Inauguriamo questo nuovo spazio sulla fiaba partendo dalla storia di Cenerentola. Questa fiaba conosce un gran numero di varianti: egiziane, persiane, inglesi e anche russe.

La versione più famosa è quella di Charles Perrault, cui si ispirò più o meno liberamente Walt Disney. La protagonista orfana di entrambi i genitori, la presenza malevola della matrigna e delle sorellastre, la fata madrina e la scarpetta di cristallo sono tutti elementi che compaiono in Perrault.

Ma la storia di Cenerentola ha radici antichissime: probabilmente una delle prime versioni era nota nell’antica Cina, dove non a caso un piede minuto era simbolo di nobiltà e bellezza, al punto che si diffuse la pratica, particolarmente dolorosa, di fasciare i piedi alla bambine per impedire che crescessero troppo. Quella cinese è nota come la fiaba di Ye Xian, trascritta daTuang Che’ing-Shih, un funzionario della corte cinese.

Ye Xian, la Cenerentola della Cina, ha anche lei una matrigna e sorellastre invidiose, ma dalla sua parte ha lo spirito della madre defunta, che rivive in un pesce dello stagno di casa. Sarà il pesce a donarle dei sandali d’oro per recarsi alla festa della primavera, dove ne perderà uno. Quest’ultimo verrà raccolto da diversi personaggi, fino ad arrivare nellela-fiaba-di-Ye-Xian25 mani del re, che si metterà sulle tracce della proprietaria e la sposerà facendone la sua regina.

Nonostante le divergenze, una storia simile a quella di Ye Xian è nota anche in Egitto e in Grecia. Infatti, autori antichi come Erodoto, Claudio Eliano e soprattutto Strabone ci parlano di un’etera di nome Rodope (o Rodopi), che fu compagna di schiavitù di Esopo. La versione di Strabone è quella più interessante per noi. La storia è breve e merita di essere riportata in traduzione dal greco:

«Si racconta che, mentre Rodope faceva il bagno, un’aquila afferrò uno dei suoi sandali dalle mani della sua schiava e lo portò a Menfi, e mentre il re stava amministrando la giustizia all’aperto, l’aquila, arrivata sopra la sua testa, gli gettò il sandalo in grembo, e il re, mosso sia dalla bella forma del sandalo sia dalla stranezza di quel fatto, inviò i suoi uomini in tutte il paese alla ricerca della donna che avrebbe indossato quel sandalo. La trovarono nella città di Naucrati e la condussero fino a Menfi, dove divenne la moglie del re, e quando morì, fu onorata con la tomba di cui abbiamo parlato sopra» (Strabone, Geografica XVII 1.33)

La fiaba greca di Rodope ha un suo antecedente egiziano conosciuto grazie alla testimonianza del già citato Claudio Eliano e che ci racconta Sherry Climo in un suo libro (The Egyptian Cinderella, Harper Collins, New York, 1989). La storia è simile, ma aggiunge molti particolari. Rodope è una fanciulla di origine greca, rapita dai pirati e venduta come schiava. In Egitto, dove viene condotta, attira l’attenzione del suo padrone perché ha i capelli come l’oro, gli occhi verdi e la pelle chiara, e risalta tra le altre serve che hanno lisci capelli neri e pelle color rame. Queste ultime, invidiose della sua bellezza, la maltrattano in ogni modo. Se la Cenerentola che noi conosciamo è amica degli animali, Rodope ha come unici compagni alcuni uccellini, una scimmia e un vecchio ippopotamo. Quando il suo padrone la scorge ballare nei pressi del fiume, la trova talmente aggraziata da decidere di farle confezionare delle babbucce, delle preziose pantofole trapunte d’oro rosso e rosa, con la suola di cuoio. Le altre serve si ingelosiscono ancora di più, e quando si viene a sapere che il Faraone è arrivato in città e invita tutti a corte, quelle le affidano così tante commissioni che Rodope non riesce a liberarsi in tempo. Così, mentre fa il bucato presso il fiume, l’ippopotamo la spruzza, bagnando le sue pantofole, e Rodope è costretta ad appenderle ad asciugare. Ed ecco che il cielo si oscura all’improvviso e scende in picchiata un falco che afferra una delle sue babbucce e vola via. Il falco è il simbolo egizio del dio Horus, la divinità del Sole. L’uccello vola fino ad arrivare dal Faraone Amasi e lascia cadere nel suo grembo la pantofola d’oro rosso e rosa. In cuor suo, il Faraone capisce che il falco è in realtà il dio Horus. Comincia allora a cercare per tutta la valle del Nilo la fanciulla in grado di calzare la pantofola e infine si imbatte in Rodope e le fa indossare la scarpa. Ma lei possiede anche l’altra, così, trovata la fanciulla predestinata dal dio, la proclama sua regina. Ma le serve invidiose contestano quelle nozze, perché Rodope non solo è una schiava, ma per giunta straniera: è greca di nascita, non egiziana. A quelle obiezioni, il Faraone non esita a replicare:

«Lei è la più egiziana di tutte, perché i suoi occhi sono verdi come il Nilo, la sua bellezza è delicata come il papiro, e la sua pelle è rosa come il fiore di loto». La versione classica della storia di Cenerentola, quella che si è diffusa di più, come abbiamo anticipato, è di Perrault, che a sua volta si rifece a una fiaba italiana: La gatta Cenerentola di Giovanbattista Basile, di ambientazione napoletana, in cui la protagonista, Zezolla, arriva ad uccidere la matrigna spingendola dentro a un baule e richiudendolo di scatto spezzandole il collo. Il piano le viene consigliato dalla sua istitutrice, che però finirà per sposare il padre di Zezolla e trasformarsi in una matrigna più crudele della prima. Nella versione di Basile, dove fa la sua prima comparsa la fata madrina, spuntata da una palma di datteri, Cenerentola non indossa scarpette di cristallo, ma le pianelle napoletane, zoccoli dal tacco alto tipiche del periodo rinascimentale e abituali per le nobildonne partenopee. Le scarpette di vetro sono un’innovazione di Perrault, che edulcora la storia di tutti i particolari raccapriccianti per poterla rendere adatta alla narrazione a corte.

Cinderella-Book6La fiaba dei fratelli Grimm non è meno sorprendente. Qui, Cenerentola non è orfana di entrambi i genitori, ma solo della madre. L’inizio della fiaba, infatti, racconta che la moglie di un uomo assai ricco si ammalò e prima di morire promise alla figlia di non lasciarla mai e le raccomandò di essere sempre “docile e buona”, in modo da essere un giorno ricompensata. Dopo un anno dalla morte della moglie, il vedovo si risposò con una donna che aveva già due figlie. Le sorellastre dei Grimm non sono sgraziate come ci aspetteremmo, bensì «belle e bianche di viso, ma brutte e nere di cuore». Oltre a insultarla e farle mille dispetti, sono loro a soprannominare la figlia del patrigno “Cenerentola”, poiché costretta a dormire accanto al focolare, in mezzo alla cenere, e a raccogliere dalla cenere stessa le lenticchie e i ceci che quelle due vi gettano per dispetto.

In questa versione non appare nessuna madrina ad aiutare Cenerentola, bensì un uccellino. Infatti, quando il padre, pronto per recarsi alla fiera, chiede alle figlie cosa desiderino ricevere al suo ritorno, le sorellastre domandano abiti e perle, mentre Cenerentola chiede il primo rametto che avrebbe urtato il cappello dell’uomo sulla strada di casa. Così, al ritorno dalla fiera, il padre della fanciulla le consegna un rametto di nocciolo. Cenerentola lo pianta sulla tomba della madre, che visita ogni giorno, e con le sue lacrime lo innaffia tanto da farlo crescere. Così, su di esso arriva a posarsi un uccellino. Questo inizia a donare a Cenerentola qualsiasi cosa lei domandi. Ed ecco l’occasione: il re dà una festa che durerà tre giorni di modo che suo figlio scelga una sposa. Tutti sono invitati, e anche Cenerentola vorrebbe andare, ma la matrigna e le sorellastre le si oppongono e la sfidano per due volte: le ordinano di separare le lenticchie dalla cenere, prima un piatto in due ore, poi due piatti in un’ora. Cenerentola, con l’aiuto delle amiche colombe e delle tortorelle, riesce a separare le lenticchie dalla cenere in metà del tempo, ma la matrigna le nega comunque il permesso di andare. Allora la fanciulla si reca presso il nocciolo e lo prega di ricoprirla «d’oro e di argento». Così, l’uccellino le getta addosso «un abito d’oro e d’argento e scarpette trapunte di seta e d’argento». Cenerentola va così vestita alla festa, il principe la nota e balla con lei tutta la sera. Quando però si propone di riaccompagnarla a casa, Cenerentola fugge per non rivelare la sua identità. Non ci sono limiti di tempo, né carrozze che tornano a essere zucche dopo la mezzanotte. Accade lo stesso anche la sera successiva, e alla terza sera Cenerentola riceve dall’uccellino un abito sontuoso, migliore dei primi due, e scarpette tutte d’oro.

La Cenerentola dei Grimm, dunque, non solo non ha scarpette di cristallo, come invece accadeva nella versione di Perrault, ma ne perde una in un modo piuttosto ingegnoso. Vale la pena di citare come:

«Quando fu sera, Cenerentola se ne andò; il principe voleva accompagnarla, ma ella fuggì. Tuttavia perse la sua scarpetta sinistra poiché il principe aveva fatto spalmare tutta la scala di pece e la scarpa vi era rimasta appiccicata».

Il principe è un tipo sveglio. Non perde tempo a bussare alla porta di tutte le fanciulle del regno, ma, supponendo già da tempo che si tratti di Cenerentola, va direttamente a casa del padre di lei e chiede di far provare la scarpetta d’oro a sua figlia. Si presenta però la maggiore delle sorellastre, la scarpa non è della sua misura, sebbene il suo piede sia piccolo. E così, dietro suggerimento della madre e di nascosto dal principe, decide di tagliarsi il “dito grosso” del piede per indossare la scarpetta. Il principe la porta via, ma le due colombelle amiche di Cenerentola gli fanno notare che non è lei la ragazza del ballo, e che dalla scarpina cola del sangue. Così il principe riporta indietro la truffatrice e prende con sé la seconda sorellastra, che ha pensato bene di mozzarsi il calcagno pur di indossare la scarpetta. Stessa storia: le colombelle smascherano l’inganno. Finalmente non rimane che Cenerentola, sebbene il padre, brutale quanto la sua nuova sposa, non la consideri una figlia, bensì «una piccola brutta Cenerentola della moglie che mi è morta». Manco a dirlo, la scarpetta calza alla perfezione e il principe sposa la sua bella. Ma non finisce qui. Al matrimonio si presentano con una certa arroganza anche le sorellastre, che vogliono approfittare della fortuna di Cenerentola. Ma le colombelle, che accompagnano la ragazza, cavano loro prima un occhio e poi l’altro e così – concludono gli autori – esse ricevettero la punizione «per essere state false e malvagie».

Nella versione di Perrault, Cenerentola arriva a perdonare le sorellastre e a combinare per loro un matrimonio altrettanto fortunato.

Qualcuno ha detto che la fiaba di Cenerentola è la più grande storia e di rivalità fraterna e di ascesa sociale che si conosca. Quel che è certo è che, tra rimaneggiamenti, rielaborazioni e riletture fantastiche, essa simboleggia, come molte delle fiabe per bambini, la speranza del riscatto, la fiducia in una giustizia che punisce, anche atrocemente, gli uomini meschini, e garantisce col tempo una ricompensa alla semplicità dell’animo.

Lavinia Scolari

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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