Il filone della Terra morente può vantare almeno due grandi padri: il C.A. Smith di Zotique, col suo continente del lontano futuro, e quel Jack Vance che oltre ad aver reso popolare il genere, lo ha anche tenuto a battesimo col nome del suo celebre ciclo “The Dying Earth”.

Dopo di loro, epigoni più o meno di maniera hanno spesso rimaneggiato la singolare commistione di fantascienza e fantasy che caratterizza il filone; alcuni con risultati di livello – penso al Brunner di “Impero Interstellare” – altri invece con produzioni giustamente precipitate nell’anonimato.

Tra i lavori che sarebbe ingiusto dimenticare, c’è certamente quello di Carolyn J. Cherry, autrice statunitense assurta fra l’altro agli onori del premio Hugo, e resa celebre da numerosi cicli di fantascienza.

Il crepuscolo della Terra” (in originale Sunfall) è un insieme di racconti a buon titolo definibile come paradigmatico dell’intera corrente della Dying Earth. Ambientato in un futuro lontanissimo, vede svolgersi le sue vicende su un pianeta Terra dove le ere sono trascorse senza numero, e anche l’Umanità che ancora lo abita ha ormai raggiunto l’estrema vecchiezza. I millenni, se non gli eoni, si sono trascinati stancamente verso un’epoca senza nome, immemore del passato, e misteriosamente cosciente del proprio avanzare nel nulla. La Storia che conosciamo è ridotta in polvere.

Unico memento di ciò che fu, sono le Città. Quello che è stato il primo segno della conquista del mondo da parte dell’uomo, e del suo ricreare l’ambiente secondo una nuova volontà, è anche l’ultimo: in mezzo a pianure e deserti irriconoscibili, sorgono ancora Parigi, Londra, Mosca, Roma, New York, Pechino… I loro nomi sono mutati, e così il loro aspetto: alcune continuano a innalzarsi verso il cielo, mentre altre hanno scelto di sprofondare nella terra, ma tutte sono certo cambiate. Solo una sorta di genius loci, di carattere originario, ancora le pervade, un ineliminabile segno di ciò che erano fin dal principio, e con esso una sorta di energia invisibile che pare avvolgere gli abitanti di quelle antiche megalopoli. Ciascuna città è un’isola, un mondo a parte: che abbiano mantenuto l’aspetto di metropoli per noi futuristiche – ma comunque decrepite in quel futuro così remoto – o abbiano assunto forme più arcane, tutte sono ormai ripiegate su se stesse, fortezze in lotta contro il nulla, esitanti a volgere lo sguardo verso un mondo che non comprendono più.

Nelle sei storie che compongono “Il crepuscolo della Terra” (una settima si è aggiunta nel 2004, ambientata nella Venezia che sarà) vediamo gli uomini aggirarsi come spettri in città labirintiche, dove i fiumi scorrono sottoterra,  o inerpicarsi su torri d’acciaio che sfidano le nubi, vivere e morire e rinascere in città abitate contemporaneamente dai vivi e dai morti, figli di se stessi. Il fantastico, inteso come possibilità metafisica e come genere, si mescola continuamente al reale e al futuribile, mentre su tutto pare gravare un ineluttabile destino di annientamento.

Lontano dalla maliziosa ironia delle storie di Cugel così come dalla ricercatezza barocca di Smith, “Il crepuscolo della Terra” è un malinconico interrogativo sull’identità dell’Uomo, sul rinnovarsi perpetuo di vicende sempre uguali, e sulla forza magnetica di certi luoghi dalle radici aldilà del tempo; pagine che ogni amante del fantastico dovrebbe riscoprire.

 

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