Articolo di Mario Ezio Migliorini, tratto dal sito Centro Studi La Runa.


Una località anatolica legata alla tradizione etrusco-italica, seconda per importanza forse solo all’antica Ilio, che ha negli ultimi decenni manifestato il suo classico splendore è senz’altro Afrodisia (Aphrodisias), meritevole almeno di un viaggio. Come rivela il suo stesso nome, la città è dedicata alla Dea dell’amore e della bellezza, l’etrusca Turan e romana Venere e della quale si ergeva il più celebre santuario.

La città si trova in Caria, regione della quale durante l’Impero Romano diverrà il capoluogo, ma vicinissima ai confini dell’antica Lidia (a nord – ovest) e della Frigia (a nord – est). Divenne pacificamente romana facendo parte del Regno di Pergamo ereditato dalla Res Publica e tramutato nella provincia d’Asia. Le prime attestazioni del nome risalirebbero al II secolo a.C. Secondo lo storico e grammatico Stefano di Bisanzio del sesto secolo d.C. un precedente nome era “Ninoe” che sarebbe derivato da Nino, mitico fondatore dell’impero assiro-babilonese e sposo di Semiramide, re considerato figlio di Belos (oppure Bel, nome divino equivalente al greco Kronos) e conquistatore dell’Asia occidentale fino al Mar Egeo, ovvero dalla dea Nin, la divinità accadica più tardi identificata con Astarte.  E’ bene ricordare che pure il nome di Nino derivava da diversi appellativi accadici dati alla dea mesopotamica Ištar (Astarte), Nin, Nina, Nana o ancora Enana, divinità questa associata all’amore e alla guerra.

Secondo Claudio De Palma e secondo molti altri studiosi che l’hanno preceduto l’etnico tirreno deriva “dal teonimo turan, la Dea Madre dei Tirreni, assimilata in età storica alla greca Afrodite”[1]. E tur-an è interpretato come ‘Colei che dona’, ‘Colei che dona la vita’ avendo presente che si tratta della Madre di tutti gli Dei e di tutti gli esseri viventi.

“Potremmo identificare in Turan la Cibele venerata sul monte Ida nella Troade, protettrice della città che da essa aveva preso il nome: tarui-sa in un documento dell’archivio di Hattusa, la stessa Dea, chiamata da Omero Afrodite, che proteggeva Enea, l’eroe che avrebbe trapiantato in suolo italico i Penati della sua città, e l’avrebbe fatta rivivere in un’altra grande città: Roma tirreno-latina”[2].

Prima del II secolo a.C. “Afrodisia costituiva essenzialmente un territorio sacro, che comprendeva un santuario con le sue dependances, e le sue terre e contava una popolazione rurale ragionevolmente numerosa”[3].

Il legame dei Romani con Venere Afrodite tramite suo figlio Enea contribuì non poco alla crescita e prosperità della città di Afrodisia. “Qualsiasi fosse il suo nome originale sia la dea che il suo culto avrebbero dovuto indubbiamente risalire fino alla preistoria. In effetti, dai risultati dei recenti scavi essa risulta che era già abitata fin dal periodo calcolitico; poi essa fu abitata durante l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro (4360 – 546 a.C. circa). La prossimità del Meandro (…), dei suoi affluenti e delle pianure ben irrigate, giocarono certamente un ruolo assai importante nelle prime occupazioni della località. Le testimonianze archeologiche portate alla luce nelle due colline di abitazioni artificiali o ‘hoyuk’, l’Acropoli e la collina di Pekmez, situate nella parte sud-est della località, ci suggeriscono l’esistenza di uno o due piccoli villaggi (…). Le abbondanti collezioni di ceramica, di oggetti vari e di altro materiale archeologico rilevano l’esistenza di contatti tra Afrodisia e le altre città preistoriche limitrofe dell’Anatolia quali Hacilar, Beycesultan, Kum tepe, Kusura e Troia. Molti piccoli ‘idoli’ di pietra portati alla luce dai diversi strati possono pure essere considerati come le prime rappresentazioni della divinità il cui culto, successivamente, avrebbe dovuto dare la nascita alla località”[4].

Secondo lo storico Appiano di Alessandria, a seguito di un responso dell’oracolo delfico, durante le guerre mitridatiche il dittatore Silla inviò nell’82 a.C. al santuario di Afrodite una corona e una doppia ascia d’oro, che furono più tardi raffigurate sulle emissioni monetali.

Lo sviluppo della città si ebbe soprattutto in epoca romana imperiale. Numerose le iscrizioni scoperte durante i recenti scavi ad Afrodisia. Una di esse menziona una statua di Eros in oro dedicata ad Afrodite da parte di Giulio Cesare. Da questa iscrizione e dalle altre informazioni si deduce che Cesare avesse reso omaggio alla Dea e, forse anche, sia venuto a renderle omaggio “in loco”[5]. Sembra che fosse stata saccheggiata da Labieno, uno dei partigiani dei suoi assassini, per punire la sua lealtà verso Ottaviano e Antonio. In compenso le fu riconosciuta l’autonomia da Augusto, confermata più tardi da Tiberio, e furono edificati importanti monumenti pubblici. Durante tutto l’impero romano rimase centro importante, sia per la presenza del santuario che come centro di produzione artistica legato alle vicine cave di marmo. Fu inoltre un apprezzato centro culturale e vi nacquero il filosofo Alessandro di Afrodisia e lo scrittore Caritone.

Con l’imporsi della nuova religione divenne sede del vescovo di Caria e l’antico santuario di Afrodite fu trasformato in chiesa cattedrale. Fu tentato il cambiamento del nome della città in Stavrapolis (“città della croce”) evidentemente con scarso successo se le autorità bizantine dovettero infine, persistendo l’uso del nome Afrodisia, adattarsi a chiamarla ufficialmente col nome della regione di cui era capoluogo: Caria.

A seguito di calamità naturali e delle invasioni, patite anche dal residuo Impero Romano nella sua parte orientale negli anni intorno al 600 d.C., “grandi città come Corinto, Atene, Efeso ed Afrodisia (…) si ridussero a una frazione delle dimensioni di una volta – i recenti scavi condotti ad Afrodisia fanno pensare che la maggior parte della città fosse diventata agli inizi del VII secolo una città fantasma, popolata soltanto dalle sue statue di marmo”[6].

I danni continuarono per le guerre sotto il dominio dei Selgiuchidi tra l’XI e il XIII secolo e fu infine abbandonata. Sulle antiche rovine poi s’insediò un villaggio turco che riprese il nome bizantino “Caria” alterandolo in “Geyre”. Degli scavi archeologici passati mi piace ricordare quelli della missione italiana guidata da Giulio Jacopi (1927-37) che, tra l’altro, portò alla luce un portico dedicato all’imperatore Tiberio, interrotti per l’aggravarsi della situazione internazionale. Conseguentemente a questi scavi nel 1943 Maria F. Squarciapino pubblicò uno studio di un’estrema importanza. “In effetti, Maria Squarciapino, che raccolse e analizzò tutte le testimonianze relative agli scultori di Afrodisia, fu la prima a riconoscere il talento creativo degli artisti della Caria e il loro contributo alla scultura greco-Romana; precedentemente, gli scultori di Afrodisia erano considerati, da parte degli storici dell’arte, come dei semplici copisti di modelli della scultura greca ed ellenistica”[7].

Grazie a questi studi e alla decisione delle autorità turche di trasferire il villaggio di Geyre (1956 in conseguenza di un grave sisma) furono intraprese le attuali campagne di scavi sotto l’egida dell’Università di New York dirette dal 1961 al 1990 da Kenan Tevfik Erim.

Adesso il turista può ammirare ad Afrodisia i resti del Tempio dedicato alla Dea Afrodite la cui costruzione fu terminata sotto il principato di Augusto[8]. Mentre nel Museo della città è conservata la statua identificata come quella dedicata al culto della Dea che ricorda l’Artemide del santuario di Efeso. A est del Tempio si trova uno dei monumenti più originali di Afrodisia il Tetrapylon; consistente in quattro file di quattro colonne sormontate da una ricca trabeazione, il cui frontone è sontuosamente decorato di esuberanti rilievi rappresentanti Amore e le Vittorie[9].

A sud del Tempio nel 1962 furono scoperti i resti dell’Odeon: una bellissima cavea. Utilizzato non solo per concerti ma anche per conferenze e riunioni cittadine. Mentre a nord si trova un altro monumento degno di nota che realizza un connubio tra arte ellenica e romana, lo Stadio, rappresentando “incontestabilmente la struttura del suo genere meglio conservata del bacino del mediterraneo. Lungo circa 262 e largo 59 metri, con due estremità semicircolari, esso poteva contenere circa 30.000 spettatori. L’aspetto insolito incurvato sui lunghi lati, gli danno una forma leggermente ellittica; circostanza questa che permetteva agli spettatori di poter vedere le due estremità dello stadio senza dar noia gli uni agli altri”[10]. Le mura della città, costruite solo dopo l’invasione dei Goti (260), racchiudono anche l’Agorà, il Portico di Tiberio, le Terme di Adriano e un bellissimo Teatro adagiato sul lato orientale dell’Acropoli. Quest’ultima ha restituito almeno sette strati di occupazione identificati in differenti fasi dall’età del bronzo all’età del ferro. Certamente il più significativo monumento di Afrodisia è il Sebasteion consacrato al culto dell’imperatore Augusto (Sebastos in greco) dei suoi successori della dinastia giulio-claudia e della Dea Afrodite dalla quale discendevano. Costituito da due lunghi portici paralleli, separati da un viale processionale, terminanti con una porta monumentale.

Scoperto durante gli scavi del 1979, mi piace riportare la descrizione di chi li diresse: “I due portici presentavano delle facciate che rassomigliavano nella disposizione una costruzione di scena teatrale. Le semicolonne erano sovrapposte su tre piani: di ordine dorico al pianoterra, esse erano sormontate di semicolonne di ordine ionico, sopra le quali si trovava un rango di semicolonne di ordine corinzio di taglia ancora più ridotta”.

“Una quantità di larghi pannelli decorativi scolpiti in rilievo furono scoperti all’esterno e all’interno di questi portici durante gli scavi. Tutti erano visibilmente destinati a inserirsi tra i colonnati dei livelli superiori”.

“Nel portico Sud, il secondo piano implicava dei bassorilievi che rappresentavano delle scene mitologiche come la nascita di Eros, di Apollo a Delfi, di Bellerofonte e Pegaso, di Leda e il Cigno o Nissa e Dionisio bambino per citarne alcuni”.

“Per contro gli incolonnamenti superiori erano ornati di rilievi rappresentanti imperatori e principi tra i quali si possono riconoscere Augusto, Germanico, Lucio e Gaio Cesare, Claudio e Agrippina come pure la liberazione di Prometeo da Ercole, Enea mentre fugge da Troia o Ares, dio della guerra. Due dei rilievi tra i più interessanti di questo gruppo meritano una menzione speciale: l’uno mostra Claudio conquistatore della Bretagna (l’Inghilterra), rappresentata come una Amazzone e l’altra Nerone che impugna una allegoria dell’Armenia. Tutti questi personaggi erano debitamente identificati da delle iscrizioni incise su uno zoccolo separato. Sfortunatamente il portico Nord del Sebasteion fu gravemente danneggiato da un terremoto  […] avuto luogo il quarto secolo e successivamente ancora rovinato dal sisma del settimo secolo”.

“Di conseguenza molti dei bassorilievi che decoravano l’intercolonnato sparirono. Tuttavia molti dei rilievi ritrovati dimostrano che le personificazioni dei diversi popoli conquistati da Augusto erano qui rappresentati. Questi pannelli erano posti su delle basi separate, scolpite a ‘falsa apparenza’ decorate di maschere di Satiri o del Dio Pan e che portano delle iscrizioni che identificano i popoli in questione come ad esempio i Bessi, i Daci, gli Egizi, i Giudei ecc. Il piano superiore sembra essere decorato di rilievi con figure cosmiche”[11].

I due portici furono dedicati alla città da due distinte famiglie sotto il regno di Claudio e di Nerone come indicato dalle testimonianze epigrafiche. Gran parte dei bassorilievi è ora visibile nella Sala Sevgi Gönül adiacente al Museo di Afrodisia[12].

Afrodisia a buon diritto appartiene alla nostra religio e alla nostra cultura e della quale è bene riappropriarsi[13]. E se Parigi valeva una messa Afrodisia da sola merita almeno un viaggio in Anatolia.

Mario Ezio Migliorini

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[Foto dell’Autore per le quali si riserva ogni diritto © 2009 – Pubblicato in: “Pietas”,  I, 2, Dicembre 2009, pp. 34-39].

Note


[1] Claudio De Palma, Il paese dei Tirreni. Śerona toveronarom, Olschki Editore, Firenze 2003, p. 102.

[2] Ibidem, p. 103.

[3] Kenan T. Erim, Afrodisias, Net Books, Turchia 2008, p. 10.

[4] Ibidem, pp. 10-11.

[5] Cfr. Id. p. 11.

[6] Bryan Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza, Roma – Bari 2009, p. 152.

[7] Kenan T. Erim, op. cit., p. 7.

[8] Cfr. Id., pp. 16-21.

[9] Cfr. Id., pp. 22-23.

[10] Id., p. 27.

[11] Id., pp. 52-56 (con lievi correzioni).

[12] Sui bassorilievi vedi Afrodisyas Sebasteion, Sevgi Gönül Salonu, YKY, Istanbul 2008, pp. 144 (bilingue: turco e inglese, riccamente illustrato con foto b/n di Mesut Ilgim).

[13] A scanso di equivoci non sto incitando ad alcuna guerra di riconquista.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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