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Per la mensile rubrica “I racconti di Satampra Zeiros”, abbiamo l’onore di ospitare Alberto Henriet, veterano dello sword and sorcery, che ci presenta Howard sulle orme di Costigan, una storia di circa 14.000 battute spazi inclusi in cui il protagonista è proprio il maestro di Cross Plains: Robert E. Howard.

Non voglio aggiungere altro, ma vi consiglio caldamente di leggere questo racconto.


13442583_10209863707258464_3483489406789960223_o (1)Autore: Alberto Henriet è nato ad Aosta il 14 Ottobre 1962. Vive ad Auckland (New Zealand) dall’Ottobre 2008. Ha pubblicato il fantasy Storia di un cavaliere gotico (Midgard, 2007); L’uomo che cavalcava la tigre (Tabula Fati, 2012) sul Dadaismo italiano; l’antologia personale Capitan Aosta Esoterico (Edizioni Scudo, 2016); il Gothic fantasy Ulric di Oxenton (Edizioni Scudo, 2016), illustrato da Pompeo De Vito;  la raccolta poetica Sognando un piccolo mondo antico (Edizioni Scudo, 2016); e il western Dead Django (Edizioni Scudo, 2017) . Ha curato per Midgard Editrice la serie fantasy italiana I Figli di Beowulf (2008-2012). Ha pubblicato racconti sulle riviste L’Eternauta, Futuro Europa, Yorick Fantasy Magazine, Intercom SF, Nova SF e NeXT.


Howard sulle orme di Costigan

di Alberto Henriet

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  1. Una notte a Cross Plains (Texas).

La casa era spettrale. Nel cielo molto spazioso, nuvole argentee e sfilacciate velavano a intermittenza la luna color sangue che stava scendendo verso l’orizzonte purpureo. Un coyote si aggirava nei paraggi dell’abitazione in legno. Un hombre, vestito di nero e con un cappello borchiato d’ottone nella fascia di cuoio, scorse l’animale e sorrise. “Fermo dove sei, o ti faccio saltare le cervella!” disse il cowboy che non era un cowboy alla fiera solitaria. L’uomo immaginò che il coyote fosse un jeopardo. Sì, con la “j”; una bestia con le macchie, un po’ come un puma. Sorrise ancora: la sua immaginazione era vivida e la sua fantasia inesauribile e incontenibile. Quell’uomo che fingeva di essere un hombre da racconto western era in realtà un prolifico scrittore texano di narrativa pulp, uno dei migliori. Si chiamava Robert Ervin Howard. Egli proiettava la sua fantasia sulla realtà, trasfigurandola continuamente in un delirio fantastico misterioso e affascinante come i suoi vividi e colorati racconti. No, quel coyote non poteva essere un jeopardo, non alla luce di quella luna di sangue. Immaginò allora che fosse un lupo argenteo dagli occhi scarlatti, una creatura temibile e infernale. Scosso da un brivido di ghiaccio che risalì lungo la sua schiena, Howard andò con la mano destra alla pistola che portava sempre con sé nel suo cinturone da cowboy (una Colt 380 automatica), poiché Bob non era benvoluto a Cross Plains (Texas), e quindi era, secondo lui, necessario difendersi all’occorrenza dalla gente che lo detestava per via delle sue stranezze, della sua vita ritirata, degli inquietanti racconti oscuri e violenti (“pagine rosse come il sangue”) che scriveva invece di cercarsi un lavoro serio. Troppo diverso da loro, quel matto d’un Bob.

Eppure la sua pistola non sarebbe stata sufficiente per abbattere quella creatura infernale: non era caricata con proiettili d’argento.

La figura del lupo lo affascinava profondamente. King Kull, per esempio, il suo nuovo personaggio, venne allevato nell’infanzia da tigri e lupi prima di essere catturato da una banda di cacciatori atlantidei. Ma quelli erano lupi nobili, non creature del Male, sbucate dall’Inferno. Questa belva aveva invece gli occhi di fiamma, un fuoco arcano e stregato…

Aggirò alcune querce stente, in quella desolazione di polvere che soltanto il chiarore incantato della luna sapeva trasformare in un paesaggio meraviglioso, e prese infine il sentiero di casa. Amava passeggiare di notte. La sua creatività ne era stimolata. Non vedeva l’ora di mettersi a scrivere un nuovo racconto.

Quando rientrò, cercò di non fare troppo rumore. Era molto tardi, e i suoi genitori già stavano dormendo. Non voleva disturbarli. Andò in camera sua, e accese una lampada, quella della scrivania dal ripiano lucido sulla quale la sua macchina da scrivere nera attendeva. Si tolse il cappello, e lo gettò sul letto, e poi si avvicinò alla scrivania, posta accanto a una delle due finestre della sua stanza, il piccolo mondo privato tutto suo nel quale si era rifugiato per creare i suoi mondi fantastici.

Toccò con la punta delle dita la macchina da scrivere, la carezzò, e intanto nella sua mente già le immagini colorate di un nuovo racconto iniziavano a fiorire turbinosamente. Una strana ebbrezza che gli era però familiare, si fece largo in lui con prepotenza, e dalla punta delle sue dita sembrò fluire energia sotto forma di un alone aureo, forse solo immaginato, ma che catalizzò in modo irresistibile la sua creatività. Sedette, felice; infilò un foglio di carta, e prese a battere sui tasti, rapidamente, con vigore, nervosamente. La storia sembrava scriversi da sé, di getto. Robert era soltanto lo strumento vivente e sensibile attraverso il quale i suoi vividi sogni potevano materializzarsi per volontà propria sulla carta.

Howard si fermò, e gettò il suo sguardo oltre il vetro della finestra, osservando la maestosa luna di sangue. E rammentò l’ineffabile Omar Khayyam: “Altro non siamo che una fila errante d’ombre magiche che vengono e vanno.”

“È proprio così,” pensò Bob. “La vita non è più reale di un sogno. Il Tempo implacabilmente rivela ogni cosa, e tutto divora e distrugge. Gli Imperi nascono, diventano grandi e poi scompaiono sepolti nella polvere. Eroi, spade rosse di sangue… Un bruto robusto, ecco: lo vedo, sta venendo verso di me. È un marinaio ben piantato, dai muscoli guizzanti… Costigan… Steve Costigan… Tra l’incantesimo della percezione del mondo, alterata dall’assunzione di hashish e la banale realtà, esiste un abisso così come c’è un solco significativo tra la prosaica realtà e le mie creazioni letterarie immaginifiche. Eppure un qualche legame tra i due mondi esiste. Il mio Costigan che solca gli oceani di questo pianeta, è il mio doppio libero dalla schiavitù di Cross Plains… A volte, al bar, c’è qualche straniero e, se ho abbastanza coraggio, cerco di scambiare qualche chiacchiera. Spesso modello l’immagine fisica dei miei eroi positivi sui loro corpi muscolosi. La mia fantasia va veloce, e se li figura nei ruoli di uomini d’azione decisi, e mossi da un profondo senso dell’onore; quegli uomini sono il mio passaporto per la libertà; attraverso i loro sembianti, visito con l’aiuto dell’immaginazione un mondo che mi è precluso…”.

Smise di pensare a voce alta come se si rivolgesse a un pubblico immaginario.

Nella notte, le visioni fioriscono con maggiore facilità. Guardò la luna, e il sangue che la velava si raccolse nell’immagine di un serpente attorto su se stesso, un rettile cremisi che gli rammentava un dragone cinese. Il pericolo giallo. L’hashish, la droga proibita eppure affascinante. “Potrebbe davvero intensificare la mia fantasia?” si chiese Howard. E sorrise. “Il pericolo giallo. Uno stregone cinese che col potere dell’hashish cerca di rendere schiavo uno dei miei bruti più simpatici: Steve Costigan…”. E il nuovo testo Skull Face prendeva corpo, frammento dopo frammento.

Howard si fermò. Aveva colto con la coda dell’occhio un guizzo rosso dietro il vetro della finestra. Un freddo improvviso quasi lo paralizzò. Era come se una porta interdimensionale si fosse aperta su una realtà aliena e maligna allo stesso tempo, qualcosa di profondamente non umano e anti-umano. Era tutta suggestione? Il rettile sanguigno cinese della novella in preparazione era così vivido da avere assunto un corpo reale, fisico e trasudante malvagità? Smise di scrivere. Improvvisamente la stanchezza lo colse, e l’energia creativa svanì lasciando il posto ad uno stato stuporoso che preannunciava la venuta del sonno, nero come inchiostro oleoso, spiraliforme. Costigan gli sorrideva, il Costigan reale, quel misterioso marinaio che aveva vissuto per lungo tempo a Singapore, e che Bob aveva incontrato in palestra, mentre faceva del pugilato…Howard prese  a ricordare il modo in cui aveva conosciuto Costigan…

Quel pomeriggio d’estate faceva davvero troppo caldo, ma Bob per nulla al mondo avrebbe rinunciato ad allenarsi in palestra, come faceva regolarmente, almeno tre volte alla settimana. Era un’ottima abitudine che aveva preso durante l’adolescenza. Si era imposto una severa autodisciplina nella pratica della cultura fisica. Aveva, in questo modo, scolpito il suo fisico, rendendolo muscoloso, e forgiato il suo carattere, almeno in parte. Era imprevedibile, Howard, senz’altro inquietante in quella rapida alternanza di umori contrastanti, e di scoppi di vitalità, repentinamente sostituiti da stati psichici quasi depressivi. Gli era difficile trovare un equilibrio nella sua psiche. Forse soltanto la sua creatività letteraria gli permetteva di rendere vivibili le contraddizioni del suo carattere.

Robert fece una pausa nel suo allenamento. Bevve un po’ d’acqua e notò lo straniero. Non lo aveva mai visto prima di quella volta in palestra. Non si stava allenando. Stava soltanto osservando i ragazzi che combattevano sul ring. C’era qualcosa che lo attraeva in quello sconosciuto: era come se fosse avvolto da un alone di mistero attraverso il quale Bob poteva intuire la presenza di una meravigliosa serie di avventure esotiche che già non vedeva l’ora di poter ascoltare dalla viva voce di quell’uomo.

Subito, Bob non gli rivolse la parola. Non osò farlo, si limitò a seguirlo discretamente fuori della palestra. Entrarono in un bar, infine, e nell’ombra sedettero l’uno accanto all’altro.

“Io mi chiamo Robert Howard,” si presentò lo scrittore con insolita audacia per lui.

“Io sono Costigan, il Marinaio,” rispose lo sconosciuto. “Ho fatto molti viaggi in Oriente, e ho vissuto per lungo tempo a Singapore. Sento che c’è in te un interesse particolare per ciò che è esotico. Se vuoi, ti posso raccontare qualche mia avventura, ma mi devi offrire una birra.”

“Ci sto Mister Costigan,” replicò Robert, e mentre sorrideva chiamò il cameriere per farsi portare due birre fredde e con molta schiuma.

Il Marinaio iniziò il suo racconto: “Il mio vascello commerciale, il Panther, si era fermato a Singapore perché doveva essere caricato di merce esotica tipicamente orientale, destinata al mercato di Londra. Una volta terminate le operazioni di carico, mi potei godere una notte libera, in attesa della partenza. Andai in giro per la città, e finii in un quartiere malfamato, in cui comandavano i Cinesi. Entrai in un locale per bere della birra. C’era molto fumo, e avevo l’impressione che vi fossero molti consumatori d’oppio e di hashish. L’inserviente che mi portò la birra mi sorrise beffardamente, mentre posava sul tavolinetto dal ripiano nero e lucido la mia bevanda e una pergamena ripiegata.

“Ehi…” dissi mentre quello se ne stava andando senza prestarmi altra attenzione. Rinunciai a chiamarlo, e incuriosito presi in mano il foglio. Lo aprii. Un brivido mi scosse da capo a piedi. Qualcuno aveva disegnato col sangue umano un serpente stilizzato, e colorato in modo approssimativo. Restai senza parole. Era come se un incantesimo misterioso stesse agendo su di me mentre osservavo con attenzione il disegno rozzo del serpente. Mi sentii ipnotizzato. Probabilmente, su di me stava avendo effetto il fumo d’oppio che aleggiava nella bettola fumosa e sordida. Solitamente, provo una forte avversione per i rettili. In quel caso, invece, sentii che quel mio odio per i serpenti si stava attenuando. Non capivo per quale ragione il mio atteggiamento fosse cambiato; ero preoccupato, ma anche troppo drogato da quel fumo per poter reagire come avrei dovuto. Forse persi i sensi per alcuni istanti o per alcune ore, non saprei dirlo adesso con esattezza, ma quando tornai a vedere, non ero più nella sala fumosa, ma in un sotterraneo, illuminato da una serie di torce resinose infisse in braccia umane di metallo nero che sporgevano da umide mura incrostate di muschio. Nella semioscurità, potevo udire distintamente rumori inquietanti che evocavano nella mia fantasia i sogni più neri, le visioni più orribili. Non potevo non figurarmi esseri mostruosi, tentacolati e dotati di artigli e denti acuminati in agguato a pochi passi dalla mia prigione. Ma non accadde nulla. Infine, mi resi conto di non essere più solo. C’era uno stregone giallo. Un mago cinese, esperto in negromanzia. Ebbi paura, lo confesso. Aveva gli occhi strani: uno scarlatto, l’altro dorato con pagliuzze verdi e azzurre. Evitai di guardarlo direttamente negli occhi: non volevo cadere del tutto in suo potere. Sentivo di essere diventato una specie di schiavo la cui volontà lo stregone tenesse ben stretta nel suo pugno destro. Mi aveva fiaccato, togliendomi ogni dignità. Ero agli ordini di quell’uomo giallo. Cercai di pensare al serpente rosso tracciato sulla pergamena, e mi concentrai su pensieri di odio verso i maghi malvagi dediti alle arti nere e proibite, e sulla mia avversione per i rettili. Non fu facile ritrovare la mia dignità di uomo occidentale per reagire. Ma era necessario, se volevo sopravvivere in quella circostanza. Pensai al mio corpo come ad una micidiale macchina sputafuoco di pugni. Sono un buon pugile, molto aggressivo e violento quand’è necessario. Ritengo che la forza fisica, quando è stimolata da una forte motivazione di sopravvivenza, sia superiore alla magia. In qualche modo mi riscossi. Forse si trattò della forza della disperazione. Ad ogni modo, le mie mani erano chiuse intorno al collo del mago agonizzante. Quando mi avvidi di ciò, mi sentii salvo. Tutto era accaduto così rapidamente che mi trovai ansante e coperto di sudore. Il corpo del cinese privo di sensi giacque ai miei piedi. Non credo di averlo ucciso. Mi avventai di corsa in un labirinto di stretti corridoi avvolti dall’oscurità. Corsi spinto da un terrore folle, ed oggi mi chiedo come non abbia perso il senno in quella fuga disperata. Nell’ombra potevo intuire le forme allucinanti e mostruose di esseri osceni e malvagi. Non erano dunque il semplice parto della mia immaginazione stimolata dalla paura. Mi ritrovai infine per strada, uscendo da un tombino arrugginito. Una luna sinistra che sembrava un teschio di salgemma striato di porpora mi diede il benvenuto nella notte. Spossato, raggiunsi infine il mio vascello. Dormii profondamente per quel che restava della notte…”.

Costigan terminò il suo racconto. La sua birra era finita.

Quello fu il primo incontro di Howard con Steve…

Bob si scosse. Doveva essersi addormentato alla scrivania, mentre ripensava al mitico marinaio, avventuriero dei sette mari.  Incredibile Steve! Pensò Howard. Andò con la mano destra ad un cassetto della scrivania, e lo aprì piano. In fondo, v’era una busta, l’aprì e ne trasse una vecchia pergamena ripiegata. La svolse e il serpente rosso semi-colorato sembrò osservare Bob, con aria beffarda. Era un dono di Steve che Robert conservava con grande cura.

FINE

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nella letteratura fantasy e in particolare nello sword and sorcery; fondatore di Hyperborea, cofondatore del movimento Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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