Il giovane Re innamorato della bella Carola era sì orfano di padre, ma non di madre. Quando giunse a casa, il fato volle che si ammalasse di una malattia che lo rese quasi incosciente. Non faceva altro che ripetere:

«O Sole, o Luna, o Carola,

Se vi avessi alla mia tavola».

Ecco la rima che spinge Calvino a cambiar nome all’originale Talia. La regina madre pensò che suo figlio fosse stato vittima di un incantesimo e cercò il posto dove nei mesi precedenti si era recato tanto spesso. Scoprì così la fanciulla che il giovane Re amava e i loro due bambini e «fu presa da un odio feroce, da quella donna spietata che era». Pertanto, mandò a prendere il figlio maschio, dicendo che il Re lo voleva vedere. Ma in realtà il suo piano era ben diverso. Portò il bambino al cuoco e comandò che venisse cucinato per darlo in pasto al Re, che ne era il padre. Il cuoco però ne ebbe compassione, lo affidò alla moglie perché lo nascondesse e allattasse, e cucinò al suo posto un agnello. La regina lo portò al figlio dicendogli: «Mangia caro, che mangi del tuo».

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Questa piega che prende la storia è sorprendente e raccapricciante: sembra riecheggiare il mito di Atreo, padre di Agamennone e Menelao, il quale per vendetta imbastì al fratello le carni dei suoi figli. Un simile banchetto cannibalico nel quale al padre vengono servite le carni dei figli è raccontato anche nel mito di Procne e Tereo, e nella tragedia Shakespeariana Tito Andronico.

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Ma proseguiamo la nostra fiaba. La regina mandò a prendere anche Luna, l’altra bambina del Re, e credette di darla allo stesso modo in pasto al figlio, mentre in realtà gli serviva del tenero agnello dicendogli ancora: «Mangia caro, che mangi del tuo». Al terzo giorno, fu mandata a prendere Carola. La regina era infatti convinta che fosse una strega e che la malattia del figlio dipendesse da un suo maleficio, e aveva intenzione di buttarla in una caldaia di pece bollente. Ma affinché il Re non udisse nulla, collocò nella sua stanza dei suonatori dicendo che lo avevano ordinato i medici per distrarlo. Così, a nulla valsero le grida di Carola. Ma prima di immergere la poveretta nella pece, la regina le chiese di togliersi l’abito da sposa che indossava e la giovane obbedì. Le sottane erano sette, e ogni volta che ne sfilava una, i campanellini suonavano sempre più forte, finché, nonostante la banda di suonatori, il principe li udì e riconobbe la sua amata. Allora si alzò e affrontò la madre, la gettò nella caldaia e andò dal cuoco, ma lì scoprì che i bambini erano vivi e così lo ricompensò con uno splendido regalo, di cui non sappiamo altro, e poté infine sposare la sua Carola.

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La storia di Basile, narrata nel suo Pentamerone, ovvero Lo Cunto de li Cunti, pone qualche divergenza: come nel caso di Zellandina, ciò che porta la principessa al sonno innaturale è un frammento di lino che le si conficca sotto l’unghia, nonostante il padre bandisca ogni filo di lino e canapa dal regno. Anche qui, non ci sono fate buone o cattive, ma solo una vecchia disobbediente.

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Ma ecco la differenza rispetto alla fiaba calabrese e alle altre: il giovane Re che trova Talia addormentata e la ingravida nel sonno, «innamorato della sua bellezza, rimase un certo tempo con lei; poi se ne andò e dimenticò completamente la faccenda». Segue la nascita dei piccoli, che succhiando il dito della madre la liberano dal frammento di lino e dal sonno. Intanto, il Re prende moglie, e dopo qualche tempo si rammenta della fanciulla addormentata. Decide di andare a visitarla e la trova sveglia e con i due bambini. Basile ci dice che ne fu lietissimo, ma un po’ meno lieta fu sua moglie. Sarà lei, infatti, a meditare vendetta e a provare a servire i bambini al padre, mentre un cuoco generoso li sostituirà con dei capretti. Alla fine il Re salva Talia dalle insidie della prima moglie e getta quest’ultima nel fuoco.

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E siamo finalmente giunti alla fiaba da cui dipende la trama a noi più nota de La Bella addormentata nel bosco. Sarà vero? Come al solito, si tratta della versione edulcorata di Perrault, pubblicata nel 1697. Il titolo con cui la fiaba è celebre in Italia e nel mondo anglosassone è però sbagliato. Infatti, Perrault intitola la sua storia “La belle au boi dormant”, in francese “dormant” è maschile e si riferisce non alla bella, ma al bosco (il boi). Il titolo originario suonerebbe dunque: “La bella nel bosco addormentato”. D’altronde, nella fiaba di Perrault, non è solo la fanciulla, ma tutto il bosco in cui viene riposta a subire un incantesimo del sonno. Anche l’inglese compie lo stesso errore: Sleeping beauty è infatti la traduzione consueta del titolo francese.

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Nella fiaba di Perrault le fate non sono dodici, come per i Grimm, ma sette. Invitate al battesimo della piccola, ricevono tutte un astuccio d’oro con dentro delle posate d’oro finissimo, diamanti e rubini.

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Ma il re e la regina hanno dimenticato di invitare alla festa una vecchia fata, che si era chiusa in una torre da cinquant’anni e non ne usciva più, tanto che tutti la credevano «morta o incantata». L’ottava fata si presenta lo stesso, e pur accogliendola, i due sovrani non sono in grado di assegnare anche a lei l’astuccio d’oro con le posate pregiate, perché non ce n’è un ottavo. Questo è alla base del livore della vecchia, che borbotta una minaccia. Una delle altre fate la sente e decide di tenersi in disparte durante l’assegnazione dei doni di battesimo alla principessina. Ed ecco che la vecchia fata, giunto il suo turno, le scaglia la nota maledizione: la fanciulla è destinata a pungersi con un fuso e a morirne.

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L’ultima delle fate addolcisce quel maleficio tramutando la morte in un sonno di cent’anni, terminato il quale la principessa verrà svegliata dal figlio di un Re. Da qui la fiaba segue per un po’ la versione dei Grimm. Quando la fanciulla ha

15 o 16 anni – dice Perrault – lasciata sola nel castello, si reca in soffitta, trova una vecchia che fila e nel tentativo di filare anche lei si punge al dito e cade a terra.taliaunknown

Vi ricordate dell’ultima fata buona della festa? Ecco, secondo Perrault, a quel tempo si trovava in un paese che distava dal castello dodicimila chilometri, ma fu informata dei fatti da un nano che, indossati gli stivali delle sette leghe, che permettevano di percorrere sette leghe con un passo, la raggiunse in un batter d’occhio. In meno di un’ora, la fata arrivò al castello su un carro di fuoco trainato da draghi, dettaglio innovativo del Perrault, che aggiunge anche un altra variazione: è questa fata ad addormentare tutti gli altri abitanti del castello, di modo che la principessa, svegliandosi dopo i cento anni, non rimanga sola, ma possa ritrovare tutti i suoi cari. E perché nessun curioso venga a disturbare il suo sonno, la fata fa crescere un’intricatissima foresta di arbusti, roveti e spine intorno al palazzo.

Arriva infine il figlio di Re destinato a svegliare la fanciulla, la trova facilmente, perché la foresta si apre al suo passaggio e si richiude alle sue spalle. E dal momento che è scaduto il termine dei cent’anni, la principessa si risveglia insieme a tutto il castello. Anche Charles Perrault non si ferma qui: descrive i festeggiamenti e il matrimonio e ci racconta che il principe si fermò in quel castello per due anni, nei quali la sua bella sposa diede alla luce due figli: una femmina, la maggiore, di nome Aurora, e un maschietto che chiamarono Giorno. Aurora, dunque, non è il nome della “bella addormentata”, ma della sua primogenita.

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Il principe esita a tornare a casa e a portare lì sua moglie e i suoi bambini per via della madre. Questa infatti è un’orchessa, che il padre di lui prese in moglie per la sua grande ricchezza. Ci dice Perrault che alla vista di bambini la regina orchessa si tratteneva a stento dal divorarli per via della sua natura mostruosa. Alla morte del padre, il ragazzo diventa Re e torna a casa annunciando le sue avvenute nozze. Come nella fiaba calabrese, però, dopo altri due anni anche il neo Re deve partire per la guerra e così sua madre, l’orchessa, ha finalmente campo libero. Porta i piccoli e la nuora in una capanna nel bosco e lì ordina al capocuoco ogni giorno di cucinare uno dei tre sventurati. Anche qui il capocuoco, intenerito dai bambini, decide di metterli in salvo, conducendoli dalla moglie perché li nasconda. Allo stesso modo risparmia anche la bella sposa del giovane Re. In questa versione, i bambini hanno già quattro anni. La regina orchessa li scopre sentendo le loro voci nella capanna e fa preparare un calderone di «vipere, rospi, ramarri e serpenti» per finirli crudelmente. La fiaba si chiude con un lieto fine (tranne per l’orchessa): il Re è di ritorno, scopre le malefatte della madre e quest’ultima, disperata, si getta da sola nel pentolone di animali velenosi, che finiscono per ucciderla.

Abbiamo dunque scoperto che la versione più celebre della bella addormentata è solo metà dell’intera fiaba. La seconda parte, con i figli della principessa e le antagoniste gelose, è stata dimenticata. Molti sono i significati che si danno a questa fiaba piena di varianti, ma forse quello più suggestivo è il senso simbolico che le riconosce J. Campbell, secondo il quale La Bella Addormentata racconta il motivo naturalistico del risveglio della terra dopo il sonno dell’inverno. Basile ne ricava la sua personale morale:

«La gente fortunata, così è detto,

incontra la fortuna pure a letto».

Perrault non conclude la sua storia con un motto sentenzioso, ma Collodi, che ne traduce dal francese la fiaba, vi appone una sua personale conclusione:

«Se questo racconto avesse voglia d’insegnar qualche cosa, potrebbe insegnare alle fanciulle che chi dorme non piglia pesci… né marito. La Bella addormentata nel bosco dormì cent’anni, e poi trovò lo sposo: ma il racconto forse è fatto apposta per dimostrare alle fanciulle che non sarebbe prudenza imitarne l’esempio».

 

Lavinia Scolari

 

 

 

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