Articolo di Riccardo Rosati, tratto da Antarès.


Il racconto La rovina di Sarnath (1919)1 – come, del resto, molti degli scritti di Howard Phillips Lovecraft non appartenenti al cosiddetto Ciclo di Cthulhu – è fra i meno presenti negli studi dei critici e, specialmente, nell’apprezzamento dei tanti lettori di questo importante autore sparsi per tutto il mondo. Eppure, riteniamo ch’esso non solo rappresenti un momento di ottima letteratura, ma che possa anche fornirci degli insospettabili spunti di riflessione. Inoltre, è un’ulteriore testimonianza dell’abilità dello scrittore nelle descrizioni di luoghi. Se, infatti, il Maestro di Providence è stato spesso accusato di non saper dettagliare i propri orrori, si è invece dimostrato in più occasioni assai abile nella rappresentazione degli ambienti. Prendiamo come esempio un’altra sua opera: ne L’orrore nel museo(1932) la scrittura di Lovecraft non solo è incline all’onirismo, ma possiede anche un’eccellente capacità descrittiva. Il museo, luogo suggestivo ove il passato si attualizza, rivivendo davanti ai nostri occhi, rende possibile “riportare in vita” memorie di vestigia passate, ma anche incubi mai domi. In questo caso particolare, lo scrittore americano sfrutta tetri scantinati e depositi colmi di opere solo apparentemente mute come un utile palcoscenico per allestire vicende inquietanti, dove la paura che giunge dal passato si reincarna in manufatti provenienti da culture pagane e forse un tempo utilizzati per chi sa quali indicibili riti. Tali oggetti, se osservati con la dovuta attenzione, generano nel visitatore una graduale, quanto inesorabile, suggestione. Il racconto di Lovecraft ci mostra che tale astrazione non ha sempre come risultato quel desiderio di trascendenza che porta all’emozione estatica – giacché l’arte è afflato divino – ma può materializzarsi in visioni che rivelano incubi remoti, che nella magia delle stanze senza tempo di un museo tornano a nuova vita e, nel caso di Lovecraft, ripropongono antichi orrori: «Un pomeriggio Jones era entrato pigramente nel museo e vagabondava per gli oscuri corridoi pieni di orrori che ormai gli erano divenuti familiari»2.

Città, musei, case: in Lovecraft, il tema della descrizione dei luoghi è fondamentale. Per lo scrittore, orrore e delirio prendono corpo in un posto ben determinato. Ecco uno degli aspetti che intendiamo analizzare in questa sede, insieme allo stile onirico de La rovina di Sarnath, nonché la sua lettura in chiave simbolica: quella della caduta di una grande Capitale e della sua civiltà, cosa che potrebbe riguardare a breve la nostra Italia – e Roma, in particolare – interpretando perciò il racconto lovecraftiano anche come un monito. Già una volta la Capitale cadde e, con essa, un’intera civiltà: la fine dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d. C. segnò la conclusione di un’esperienza plurisecolare che continuò solo in parte con Costantinopoli, saldamente legata ai valori della Cristianità e non più a quelli romani. La distruzione improvvisa della magnifica Sarnath ha, a nostro avviso, anche un valore simbolico – l’autore americano, d’altra parte, non era insensibile alle problematiche legate al collasso di una società, come dimostrato, ad esempio, dal suo forte interesse per l’opera di Oswald Spengler3.

Nel caso della città onirica di Sarnath, il delirio assume forme “concrete”, diventando una visione architettonica: «Ma ancora più belli erano gli edifici pubblici e i templi […]. Alcuni erano così alti che gli occupanti potevano immaginare di essere in cielo»4. Più avanti, si glorifica nuovamente la sontuosa città, specialmente in riferimento ai suoi monumenti: «I diciassette templi turriti di Sarnath, slanciati e stupefacenti»5. Ebbene, il pensiero del lettore raffinato non può che andare a Roma, celebrata nei secoli per la magnificenza delle sue chiese e palazzi. L’amore di HPL per il passato lo ha probabilmente spinto a pensare alla maestosità architettonica di Roma per elaborare le meraviglie di Sarnath.

Parlando del tratto onirico del racconto, spesso i critici associano questa parte della letteratura di HPL agli scritti di Lord Dunsany – anzi, ormai è quasi “costume” collegare il Dream Cycle lovecraftiano allo stile dell’autore irlandese. Eppure, S. T. Joshi, il più celebre tra gli studiosi del Maestro di Providence, non è affatto dello stesso avviso: «Lo stile de La rovina di Sarnathè solo superficialmente dunsaniano, e infatti rivela il punto nel quale Lovecraft (come molti altri) ha fallito nel comprendere le vere fonti dell’efficacia di Dunsany come poeta di prosa. Le descrizioni di Sarnath permettono a Lovecraft di sfoggiare uno stile rigogliosamente ingioiellato che, in sostanza, è non-dunsaniano nella sua essenza»6.

Joshi prosegue sostenendo come la scrittura di HPL risulti priva di metafore, tipiche invece di Dunsany7, e su questo ci trova d’accordo. Lo stile di Lovecraft è fortemente evocativo, ma quasi mai metaforico. Ciononostante, talvolta lo studioso ci sembra fin troppo severo nel suo giudizio: «Questo è un aspetto contestualmente al quale Lovecraft non ha quasi mai avuto successo nelle sue imitazioni dunsaniane»8.

Poco dopo, Joshi evidenzia persino un possibile elemento “razzista” nella descrizione che HPL fa nel suo racconto degli abitanti di Ib, visti dalla prospettiva di quelli di Sarnath. Ma non è una forzatura applicare una lettura “politicamente corretta” a un racconto fantastico? Riteniamo che Joshi – e non è stato di certo il solo – abbia erroneamente analizzato alcuni aspetti dello scritto lovecraftiano, seguendo il pregiudizio sul tanto discusso razzismo del Maestro di Providence. È d’uopo però specificare come questa sua lettura in chiave razzista sia riferita solo a questo racconto. Infatti, le analisi di Joshi sul razzismo di HPL sono molto meno aspre di quelle di altri studiosi e si sono stemperate negli anni.

A tal proposito, vogliamo far riferimento anche a un’altra valutazione dell’analisi di Joshi, vale a dire quella di Miguel Bernardo Olmedo Morell, il quale spiega come lo studioso individui in questo racconto uno dei rari momenti di antirazzismo presenti nella opera di Lovecraft9. Riteniamo perciò che, in fin dei conti, la posizione di Joshi sia probabilmente più incline a un’esegesi antirazzista dello scritto lovecraftiano.

La spigolosa diatriba sull’intolleranza dell’autore è tutt’oggi fonte di acceso dibattito. Il motivo principale per cui l’abbiamo citata è legato al fatto che il racconto che stiamo analizzando è stato visto da alcuni critici, o anche da semplici lettori di Lovecraft, come un chiaro esempio di una tendenza nella sua scrittura a discriminare, siano interi popoli o singoli individui. Noi, al contrario, riteniamo che egli abbia solo voluto raccontare la gloria e la caduta di una civiltà più progredita di tutte le altre. Infatti, Sarnath – alla stregua della Roma Imperiale – è evidentemente più evoluta delle altre città; il sentirsi superiori dei suoi abitanti non deve essere percepito come una volontà di discriminazione, bensì come un semplice dato di fatto. Ragion per cui, se condividiamo il giudizio di Joshi nel vedere in questo racconto un chiaro esempio della lontananza della scrittura di Lovecraft da quella di Dunsany, siamo decisamente meno convinti dell’opportunità di una lettura in chiave discriminatoria del rapporto tra Ib e Sarnath. In caso contrario, dovremmo forse condannare decadi di film e romanzi di fantascienza, nei quali gli alieni sono spesso descritti come mostri spietati e deformi da parte degli umani?

Ciò detto, Joshi segnala come HPL ci renda Sarnath “odiosa”, malgrado la sua sfolgorante bellezza, per via della brama dei suoi abitanti. Eppure, l’immoralità di questa città immaginaria ci ricorda molto da vicino quella di Roma, poco prima della sua caduta a opera dei popoli barbari, provenienti dal Nord ed Est Europa. La critica di settore ha più volte ricordato l’amore di Lovecraft per l’antichità, da egli considerata culturalmente e moralmente superiore all’America dei suoi tempi10. Il passo è breve nell’immaginare che, al momento di scrivere una storia riguardante una grande e maestosa città, il riferimento a Roma, per quanto indiretto, potesse essere passato nella mente dello scrittore.

Analizzata strutturalmente l’opera tramite il confronto con l’opinione del più autorevole tra gli studiosi di Lovecraft, torniamo a concentrarci su La rovina di Sarnath non solo come racconto letterario, ma anche come monito sulla “caduta” di una grande civiltà, tracciando altresì un possibile collegamento con lo stato di degrado culturale e morale che attanaglia oggi Roma11. Il sopracitato Olmedo Morell dà molto peso a questa lettura del racconto lovecraftiano, in misura persino maggiore di quella stilistica tanto cara a Joshi. Per quanto ci riguarda, ci sentiamo più vicini alla prima che alla seconda posizione e l’analisi di Olmedo Morrell conforta la nostra idea che di questa opera non sia importante solo lo stile onirico, bensì anche il messaggio contenutovi: «È il mondo della Natura, il quale è responsabile per la punizione, la distruzione della società»12. Interessante notare come egli utilizzi il termine «punizione» (Nemesi), come a intendere che per mezzo di un cataclisma – oppure, come nel caso di Roma, tramite la calata di popoli barbari – l’arroganza (Hybris) di una civiltà immorale, per quanto evoluta, meriti un castigo esemplare. Tematica, peraltro, ricorrente nella letteratura e mitologia classiche.

Dunque, il tema della «caduta» dell’Umanità, presente non solo in questo lavoro del Maestro di Providence, è fondamentale per dimostrare come la drammatica fine di una città simbolo abbia avuto un ruolo importante nel corpus di questo scrittore. E, dunque, quale città è migliore di Roma per ricoprire tale ruolo, capitale di una nazione e di una Chiesa in piena crisi e «preda» ambita da sedicenti nuovi califfi? Da amante del mondo antico, con tutti i suoi misteri e tradizioni, Lovecraft ha forse rivolto il proprio pensiero alla fine dell’impero della Città Eterna, individuandone le cause nella corruzione dei valori della romanità. Come Spengler, anch’egli stigmatizzò «la rovina del moderno»13, mettendo in discussione le glorie di quella fase storica iniziata con la Rivoluzione Francese, secondo idee simili a quelle della cosiddetta «rivoluzione conservatrice»14.

È interessante anche notare una visione quasi evoliana del Nostro sulla democrazia, che egli intese alla stregua di «un falso idolo, un semplice slogan, un’illusione delle classi inferiori, dei visionari e delle civiltà morenti»15. Proprio come Evola, anche HPL considerava la fine del mondo antico come l’inizio di una fase di decadenza del genere umano, il cui nadir era rappresentato, a suo avviso, proprio dalla modernità. La vera colpa di quest’epoca, come scrisse in una missiva destinata a Woodburn Harris, è di aver tramutato «in virtù un insieme di valori assolutamente sterili – la velocità, la quantità, il lavoro fine a se stesso»16.

Roma non raggiunse certo il suo apice nel periodo repubblicano. Difatti, è con l’epoca imperiale che divenne la più importante capitale nella storia universale dell’Uomo. Sarnath, dal canto suo, non è mai esistita, ma nei suoi difetti ricorda la Roma degli ultimi tempi, e ancora di più quella del suo morente impero di tanti secoli fa. Come Roma, Sarnath passa da una gloria sconfinata a una fine misera, la quale non viene in definitiva causata da un elemento esterno (i barbari, che saccheggiarono la Città dei Cesari, o la Natura, nel caso di Sarnath) bensì da un nemico interno, ossia la perdita di quei valori che contribuirono a renderla superiore a tutti gli altri regni. A sostegno di questa tesi, è utile ricordare come Lovecraft concordi sempre con Spengler nell’indicare le similarità tra la nostra epoca e quella della decadenza dell’Impero Romano, vittima dello «stesso identico fenomeno che minaccia ora la civiltà occidentale», vale a dire l’estensione17, nel senso di un allargamento quasi compulsivo, legato all’inclusione di elementi estranei ai propri valori, sino a causarne la corruzione.

Lovecraft, insomma, ci mostra nel suo racconto che la gloria di una civiltà può svanire di colpo se non resta fedele ai princìpi che l’hanno resa grande – qui il collegamento con l’Antica Roma ci sembra abbastanza palese. Cresce allora in noi un timore, che quella di HPL sia quasi un’involontaria profezia: Romal’Eterna può incontrare la stessa apocalisse di Sarnath! Corrotta eppur meravigliosa, la città onirica lovecraftiana può essere anche un monito per la Roma di oggi – città che come nessun’altra, alla stregua di quella immaginata da HPL, è «l’orgoglio del genere umano», culla del meraviglioso, la quale sinora ci ha lasciato tanta Bellezza da bastarci, forse, sino alla fine del Tempo.

Avendo trattato della visione di una città, abbiamo potuto soffermarci su un aspetto della scrittura di Lovecraft meno frequentato dalla critica, grazie al quale scopriamo un autore in possesso di una formidabile capacità visionaria, tanto inquietante quanto provvista di tratti persino fiabeschi: «Sarnath la sublime era la meraviglia del mondo e l’orgoglio del genere umano. Le sue mura, di marmo finissimo estratto dal deserto, erano alte trecento cubiti e spesse settantacinque: i carri guidati sui bastioni avevano spazio per sorpassarsi. Erano lunghe ben cinquecento stadi»18.

I Romantici del Nord Europa consideravano l’Italia – e Roma, in particolare – come tappa fondamentale del Grand Tour. Vi giungevano per ammirarne le rovine, vestigia di un’antichità ormai sepolta sotto i ruderi: «Italia! O Italia! Tu che avesti il fatale dono della bellezza che divenne la funerea dote di dolori presenti e passati, sulla tua dolce fronte il solco della sofferenza è stato inciso dalla vergogna e tuoi annali impressi con lettere di fiamma. Volesse Iddio che nella tua nudità tu fossi men bella o più forte, e potessi rivendicare il tuo diritto, e ricacciare atterriti i briganti che s’accalcano per versare il tuo sangue e bere le lagrime del tuo dolore»19.

Noi non siamo però dei Romantici, come Byron. Non ci abbeveriamo alle vetuste maestosità di una Roma morta, scheletro di un’inimitabile grandezza passata. Noi viviamo in una Roma che è stata grande nei secoli: capitale del mondo Romano, culla del Barocco e centro della Cristianità. Roma è a nostro avviso ben lontana dall’essere quel “rudere” tanto lodato dai viaggiatori del Nord Europa, sebbene con sincera ammirazione. Essa è viva e in lotta contro un mondo che non le tributa la giusta importanza e non ha fortunatamente ancora raggiunto il livello di corruzione di Sarnath. Il dovere di tutti quelli che amano la Bellezza, qualsiasi sia la sua forma, è amare Roma. Il dovere poi di chi ama la Città Eterna è di proteggerla dai troppi «briganti che s’accalcano» al suo interno, ovvero da una popolazione ormai aliena e ostile ai valori incarnati da Roma, perciò incapace di salvaguardarli. Finché si ha la limpida consapevolezza che Roma è stata nel tempo madre dell’Umanità e che debba essere considerata come regina tra le città, allora essa vivrà e continuerà a irradiarci di quel passato splendore che è alla base del nostro presente.

Inoltre, non vi è discriminazione alcuna nel lodare la grandezza della più bella città al mondo, tenendo però in mente che la sua fine è comunque possibile. Ecco, qui ritroviamo l’importanza dello scritto lovecraftiano, il quale ci avverte di rimanere allerta e vigili, giacché la caducità è uno stato innato nel mondo che conosciamo e che, forse, nemmeno le architetture costruite con la roccia più forte possono resistere al decadimento morale di chi le vive, siano quelle partorite dalla fervida immaginazione del Maestro di Providence o quelle che il geniale Apollodoro di Damasco progettò per l’Imperatore Traiano.

  1. Il racconto fa parte di quello che i critici solitamente chiamo il Dream Cycle del corpus lovecraftiano, il quale copre gli anni tra il 1918 e il 1933.
  2. Howard Phillips Lovecraft, L’orrore nel museo, in Tutti i racconti 1931-1936, Mondadori, Milano 1992, p. 426. Il racconto fu scritto in collaborazione con Hazel Heald. Tuttavia, vari critici l’attribuiscono quasi interamente a HPL.
  3. Tale aspetto è stato studiato di recente da Andrea Scarabelli, la cui analisi è stata molto utile per questo nostro contributo: cfr. Andrea Scarabelli, Razionalismo e antiumanesimo nell’epistolario lovecraftiano, in «Antarès», n. 00, pp. 9-16. Oswald Spengler viene ricordato per il suo studio fondamentale sulla crisi dei valori occidentali: Der Untergang der Abendlandes, pubblicato in due volumi tra il 1918 e il 1922. Lovecraft era a conoscenza delle teorie spengleriane: nel suo ricchissimo epistolario le idee di Spengler emergono frequentemente. Ad esempio, Lovecraft chiese ad August Derleth, il 26 marzo 1927: «Ha letto l’opera di Oswald Spengler, ormai famosissima, Il Tramonto dell’Occidente?». Le riflessioni contenutevi vengono definite «validissime, per quanto amare». Secondo Spengler ogni civiltà muore di morte naturale, nel momento in cui cessa di espletare le proprie possibilità latenti (in termini artistici, politici e via dicendo). Anche in HPL troviamo una consapevolezza dell’ineluttabilità di un declino della nostra civiltà, come emerge chiaramente in queste sue parole: «Non c’è ragione per rammaricarsi della fine del mondo occidentale moderno: tutte le culture, prima o poi, si estinguono, e non credo che la nostra si sia particolarmente distinta, se non nel campo del progresso scientifico» (Howard Phillips Lovecraft, L’orrore della realtà, a cura di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, p. 224).
  4. Howard Phillips Lovecraft, La rovina di Sarnath, in Tutti i racconti 1827-1922, Mondadori, Milano 1989, p. 74.
  5. Ivi, p. 75.
  6. S. T. Joshi, Lovecraft’s “dunsanian studies”, in Id. (a cura di), Critical essays on Lord Dunsany, Scarecrow Press, Lanham 2013, p. 250. Traduzione nostra.
  7. Ivi, p. 251.
  8. Ibidem.
  9. Miguel Bernardo Olmedo Morell, Three representations of the fall in Lovecraft’s dream cycle, in «Revista de humanidades y ciencias sociales», n. 11 (settembre), 2012, p. 167. Traduzione nostra.
  10. HPL soleva, forse in modo ironico, giudicarsi come un suddito di sua Maestà Britannica. Ironia o no, si trattava chiaramente di un rifiuto della società in cui viveva.
  11. Studiando da sempre anche il cinema, non possiamo esimerci dal segnalare quella che è per noi una pellicola epocale, nonché vincitrice di un Premio Oscar: La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino. Ben consapevoli che trattasi di un film che si ama o si odia visceralmente – solo l’originalità è capace di ciò – in esso si descrive perfettamente il decadimento morale della Roma contemporanea, mettendolo a confronto con la sua grandezza monumentale. L’opera in questione mostra, in modo altamente estetizzante, la Bellezza storica di Roma, arricchitasi nei secoli, esposta oggi all’empietà e amoralità di una cittadinanza che con la propria vacuità ha innescato un irreversibile processo di decadimento della Città Eterna. Ragion per cui si rinnova la nostra tesi: che sia il racconto lovecraftiano, oppure la pellicola di Sorrentino, Roma resta l’archetipo dell’ascesa e della caduta di una grande capitale e con essa di un intero sistema di valori o, per dirla con Roland Barthes, di un codice gnomico.
  12. Miguel Bernardo Olmedo Morell, op. cit., p. 169.
  13. Howard Phillips Lovecraft, L’orrore della realtà, cit., p. 92.
  14. Cfr. Gianfranco de Turris, L’eccentrico di Providence. Ritratto minimo di H. P. Lovecraft, in «Futuro Presente», n. 8 (inverno 1996), p. 61.
  15. Howard Phillips Lovecraft, L’orrore della realtà, cit., p. 67.
  16. Ivi, p. 172.
  17. Ivi, p. 121.
  18. Howard Phillips Lovecraft, La rovina di Sarnath, cit., p. 74.
  19. Lord Byron, L’Aroldo, canto IV, ne I giganti della nuova biblioteca per tutti, Mondadori, Milano 1969, p. 77.

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nella letteratura fantasy e in particolare nello sword and sorcery; fondatore di Hyperborea, cofondatore del movimento Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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