“Spirito Eterno”

di Andrea Oliva, Leone Editore (2017)

Sinossi: nel pieno dei conflitti religiosi che insanguinano l’Europa del Cinquecento, due alchimisti guidati da rivelazioni soprannaturali arrivano a scoprire incredibili segreti.

Per molti, l’epoca del trionfo del fantastico e della magia è stata il Medio Evo, immaginato come un periodo in cui stregoni, maghi e fattucchiere non erano semplici personaggi di racconti o storie, ma individui reali.

In verità, la credenza nel magico era assai meno diffusa di quanto si pensi: paradossalmente, sono stati i successivi secoli del Rinascimento, comunemente intesi come un distacco dalla buia epoca precedente, a veder fiorire l’opinione – sopratutto fra i ceti elevati – che magia, alchimia e scienze occulte fossero discipline realmente in grado di influire sulla realtà.

Sulla scorta della riscoperta degli epigoni dell’ermetismo tardo antico, a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento, numerosi filoni delle più varie credenze metafisiche si sono coniugati con l’esoterismo, dando vita ad una lunga stagione “magica”. Non è un caso che fenomeni come la famigerata caccia alle streghe – spesso ingigantita in contenuti ed estensione – si siano svolti proprio nel Rinascimento e non nei cosidetti secoli bui.

Questa introduzione storica è necessaria per inquadrare il contesto in cui si svolge la vicenda di Spirito Eterno, che è poi quello dell’Inghilterra Elisabettiana, l’epoca funesta delle guerre di religione, e delle commedie shakespeariane, popolate di spettri e folletti.

E l’intreccio prende le mosse proprio ad opera di due figure esemplari del periodo, gli alchimisti John Dee ed Edward Kelly, o meglio, la riproposizione che Oliva fa dei due famosi stregoni, a cui la storia attribuisce addirittura la conoscenza del linguaggio degli angeli.

Saranno loro, guidati da una serie di rivelazioni soprannaturali, a scoprire segreti perduti fin dall’alba dell’umanità, incrociando la strada di personaggi illustri come il pirata Francis Drake, Giordano Bruno e l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo.

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Il pregio più evidente di Spirito Eterno è sicuramente l’ambientazione elisabettiana, non banale e raramente sfruttata nelle sue implicazioni fantastiche. La scelta di impostare il romanzo sulla riscoperta di un sapere arcano che viene alla luce grazie ad eventi soprannaturali, coniugata al turbolento periodo storico in cui si svolgono, è certamente da premiare.

Meno meritevole, purtroppo, è l’effetiva concretizzazione di questo spunto.

Spesso accavallate l’una sull’altra, le vicende dei protagonisti, lungi dal coinvolgere il lettore, paiono svolgersi meccanicamente, annullando l’atmosfera di mistero e di meraviglioso che l’ambientazione ben si presterebbe a creare, e questo nonostante il ricorso a frequenti colpi di scena e “rivelazioni angeliche”.

Il tutto, evidentemente, a discapito la narrazione, di suo appannata da una continua enfasi, e che appare quasi un pretesto per illustrare la congerie di credenze gnostiche e teurgiche che costituivano l’alchimia rinascimentale.

L’aggiunta di ulteriore carne al fuoco, con accenni alla teosofia e a interpretazioni spiritual-ufologiche della Bibbia, non aiuta a diradare la confusione dell’intreccio.

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I personaggi, ciò nonostante, offrono qualche ritratto ben eseguito, come quello della celebre Maria la Sanguinaria o il già citato Francis Drake, e probabilmente – maneggiati con minor foga – sarebbero risultati più accattivanti.

Non siamo perciò di fronte un testo da bocciare senza appello: spunti e intuizioni intriganti sono presenti in più punti. Spirito Eterno si rivela però un passo falso quando si perde dando troppo spazio ad un intento quasi didascalico, lasciando in secondo piano scorrevolezza e ariosità d’intreccio.

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