Articolo di Francesco Lamendola, tratto dal sito Centro Studi La Runa.


Nato a Nantes nel 1828 da un avvocato che lo avvia agli studi di diritto, fin da giovane Jules Verne comincia a manifestare un prepotente interesse per la letteratura e per il teatro. Verso quest’ultimo sembrano orientarsi i suoi esordi di scrittore: nel 1850 viene portata sulle scene (con successo) la sua commedia Le paglie rotte, che gli apre l’assunzione quale segretario al Théâtre Lirique, per il quale scrive i libretti di diverse operette. Ma in quegli anni prende in lui il sopravvento la passione per un nuovo genere letterario, misto di viaggi, avventure, ritrovati tecno-scientifici, humour e spirito filantropico; ed è con questi ingredienti che scrive il romanzo che lo proietta decisamente nei favori del pubblico francese – e mondiale -: Cinq semaines en ballon [Cinque settimane in pallone]. Apparso a puntate, nel 1863, sul Magasin d’éducation et de récreation dell’editore Hetzel, viene ripubblicato in volume in quello stesso anno e segna praticamente la nascita di quel tipo di narrativa che in lingua francese si chiama roman de la science e in quella inglese – ove ha ricevuto un impulso fondamentale da Herbert George Wells – science-fiction (e si noti che la traduzione italiana “fantascienza” sembra ispirarsi a quest’ultima; ma, in inglese, fictionsignifica semplicemente romanzo e non cosa fantastica).

Da allora e fino al 1911 (cioè sei anni dopo la morte dell’autore), Verne “sforna” a ritmo febbrile un libro dopo l’altro: 62 romanzi e 17 racconti, per un totale di 79 opere, che formano la serie ciclopica dei Voyages extraordinaires à travers les mondes connus et inconnus (Viaggi straordinari attraverso i mondi conosciuti e sconosciuti). Ricordiamo almeno i più famosi, e cioè Voyage au centre de la Terre(Viaggio al centro della Terra), del 1864; De la Terre à la Lune (Dalla Terra alla Luna), del 1865; Aventures du capitaine Hatteras (Avventure del capitano Hatteras) del 1866; Les enfants du capitaine Grant (I figli del capitano Grant), una trilogia apparsa fra il 1867 e il 1868; Vingt mille lieues sous les mers (Ventimila leghe sotto i mari), due volumi del 1869-70; Autour de la Lune (Intorno alla Luna), del 1870; L’ile mystérieuse (L’isola misteriosa), in tre volumi, del 1874; Le tour du monde en quatre-vingts jours (Il giro del mondo in ottanta giorni), del 1873; Michel Strogoff (Michele Strogoff), in due volumi, del 1876; Mathias Sandorf (Mattia Sandorf), del 1885; Les naufragés du “Johnatan” (I naufraghi del “Johnatan”), uscito postumo nel 1909; L’éternel Adam (L’eterno Adamo), del 1910; L’étonnante aventure de la mission Barsac (La strabiliante avventura della missione Barsac), uscito solo nel 1920.

A questi bisogna aggiungere almeno Arcipelago in fiamme (L’Archipel en feu), dedicato alla lotta d’indipendenza dei Greci contro i Turchi; Disavventure di un Cinese in CinaLa sfinge dei ghiacciRobur il conquistatoreIl faro in capo al mondo (ambientato nell’Isola degli Stati, nella Terra del Fuoco); Le chateau des Carpathes (Il castello dei Carpazi), struggente vicenda di un uomo che non si rassegna alla morte della sposa adorata e la fa “rivivere” mediante i prodigi di quella che oggi chiameremmo “realtà virtuale”; un romanzo che ha il pathos del mito di Orfeo ed Euridice, la cupa ambientazione transilvanica di Dracula il vampiro e il colpo di scena basato sulla tecnologia più sofisticata; e Un capitano di quindici anni, tipico romanzo di formazione sul modello del Robinson Crusoe, ma più avventuroso e drammatico.

Nel campo della narrativa in cui Verne è divenuto più famoso, cioè la fantascienza, le sue intuizioni sono state veramente notevoli. Nel romanzo Dalla Terra alla Lunaha anticipato la storica missione dell’Apollo del luglio 1969; in Ventimila leghe sotto i mari, il sottomarino atomico Nautilus, che traversò in immersione il mar Glaciale Artico, passando per il Polo Nord, nel 1958; in Robur il conquistatore, ha creato un antenato dell’elicottero (il cui primo esemplare fu realizzato in Germania nel 1936); sempre in Robur, ha ideato un sistema di comunicazioni via satellite (che verrà realizzato nel 1960 con il nome di Telestar I; ne Il castello dei Carpazi, infine, ha praticamente “inventato” la televisione.

Ma Verne è stato anche un grande creatore di caratteri. Il più affascinante di essi è senza dubbio il mitico capitano Nemo, che è stato definito una estrema incarnazione del perfetto eroe romantico, il quale vaga eternamente per gli oceani nella duplice veste di pietoso soccorritore dei naufraghi e di implacabile persecutore dei malvagi; alla fine de L’isola misteriosa si scoprirà che egli è un nobile indiano e che il suo odio è rivolto principalmente contro gli Inglesi, oppressori della sua patria e distruttori della sua felicità.

Ma egli è anche uno scienziato dall’inventiva inesauribile, che ha saputo costruire un sottomarino praticamente indistruttibile, dotato di ogni comodità e capace di autonomia pressoché illimitata, poiché non dipende da fonti di energia tradizionale, bensì da quella elettrica. Egli indaga i misteri della natura con lo spirito di un filosofo positivista, che considera il mistero soltanto come quella parte del reale che non è stata ancora illuminata dalla ragione; eppure il suo animo è percorso da possenti moti interiori che smentiscono la gelida apparenza del tecnico perfettamente sicuro di sé e lo avvicinano, piuttosto, al tipico eroe faustiano. Un’altra creazione straordinaria di Verne è la coppia formata dal gentiluomo inglese Phileas Fogg, vera incarnazione della flemma britannica e della razionalità alla Conan Doyle, e del suo devotissimo servitore francese chiamato significativamente Passepartout. Essa è entrata nell’immaginario collettivo dei lettori occidentali con una forza paragonabile a quella della coppia don Chisciotte-Sancho Panza o, più modestamente, di quella Sherlock Holmes-dottor Watson: poiché incarna, a suo modo, valori profondamente sentiti quali la lealtà, l’abnegazione, il coraggio e la gratitudine.

È giusto, comunque, ricordare che non tutta la produzione “maggiore” di Verne si esaurisce nella fantascienza. Nella sua opera trovano posto romanzi di avventura “pura”, come I figli del capitano Grant o Un capitano di quindici anni; romanzi a sfondo politico-sociale, non privi di sottintesi libertari e saint-simoniani, come Mathias Sandorf (da cui si aspettava, ma invano, un riconoscimento della critica accademica) e I naufraghi del Johnatan; romanzi in cui l’avventura si coniuga con la vicenda sentimentale, come Michel Strogoff; e altri di soggetto interamente patriottico e risorgimentale, come Arcipelago in fiamme. Un posto a parte merita il bel romanzo Viaggio al centro della Terra, ove non compaiono elementi fantascientifici ma il mistero della natura. Il professor Lidenbrock, di Amburgo, ha trovato una pergamena con un messaggio in caratteri runici che, decifrato, descrive il modo di raggiungere il centro della Terra; talché si mette in viaggio col nipote Axel (l’io narrante della storia) per raggiungere l’Islanda. Infatti, secondo il messaggio misterioso – opera di un alchimista danese del 1500, Arne Saknussen – il cratere del vulcano Vatna Jökull sarebbe l’imbocco della via in questione. Con la guida di un fedele islandese, Hans, zio e nipote iniziano un viaggio avventurosissimo nelle profondità della Terra, scoprendo un favoloso mondo preistorico popolato da animali impressionanti; raggiungeranno la superficie, in seguito a un’eruzione vulcanica, dalla bocca dello Stromboli, nelle isole Eolie.

Amico di personaggi significativi della cultura e dell’arte, Verne risente del clima politicamente “pesante” instaurato a Parigi dal presidente Thiers dopo la sanguinosa repressione della Comune e, dal 1872, decide di stabilirsi definitivamente in provincia – ad Amiens – quella provincia rurale, pacifica e un po’ conservatrice che non ama il clima agitato della capitale. Il suo carattere, già portato alla solitudine e alla misantropia, si fa sempre più chiuso, nonostante il matrimonio con una bella vedova, Honorine Devianne – che però, come risulta dai diari, non ne comprende la vocazione di scrittore e non è per lui una compagna di pensiero. Evade, di tanto in tanto, per dei viaggi a bordo dello yacht che ha acquistato coi suoi guadagni di scrittore: Gran Bretagna, Scandinavia, Nord America sono alcune delle sue mete.

Nel 1886 un oscuro episodio segna la sua vita, già assai ritirata: un nipote, affetto da disturbi mentali, gli spara un colpo di pistola, ferendolo. Negli ultimi anni il suo pessimismo penetra via via nelle sue opere e ne emerge una visione del mondo, e della scienza, molto più problematica e carica di rischi di quella che caratterizza i primi romanzi. Adesso il cattivo uso che l’uomo può fare della scienza e della tecnica costituisce un grosso interrogativo; dopo aver raggiunto, per mezzo di esse, un dominio sempre più completo sulle forze della natura, l’uomo comincia a rivolgere le sue invenzioni contro se stesso, costruendo armi micidiali che possono mettere in pericolo il suo stesso futuro.

Emblematico di questa fase della riflessione di Verne sui risvolti del progresso scientifico è il romanzo Les cinq cents millions dela Bégum (I cinquecento milioni della Bégum), apparso nel 1879.

La nobile indiana Bégum Gokool, morendo, ha lasciato una immensa fortuna in eredità a due scienziati, il francese Sarrasin e il tedesco Schulze. Il primo usa la sua quota per realizzare un sogno utopistico: Franceville, una grande città ove la scienza sia utilizzata per assicurare pace e benessere ai suoi abitanti e un rapporto equilibrato e armonioso con la natura; il secondo, invece, edifica Stahlstadt, la Città dell’Acciaio, ove una delirante tecnologia militare consente di costruire armi strapotenti, in grado di distruggere la sua rivale, Franceville appunto. Il dottor Schulze, vero genio della chimica, progetta e costruisce dei giganteschi cannoni (veri precursori della “Grande Bertha” che, nel 1914 e nel 1918, per due volte terranno sotto il loro tiro Parigi, distante oltre 50 km. dal fronte), caricati con proiettili ad anidride carbonica, capaci di ghiacciare e soffocare ogni essere umano; nonché dei razzi (antenati delle V1 e delle V2 che, verso la fine della seconda guerra mondiale, colpiranno Londra) che provocano incendi a catena.

Il fatto che il romanzo si concluda con un lieto fine non deve oscurare il pessimismo implicito nella tesi: si tratta di un apologo agrodolce sul cattivo uso che può esser fatto della tecnologia. Le sue premesse ideologiche erano già implicite nei primi romanzi, quelli permeati da un positivismo fiducioso e ottimistico: basti pensare che Barbicane, il protagonista de Dalla Terra alla Luna, per vincere la forza di gravità terrestre e spedire un’astronave verso il nostro satellite, si serve di un gigantesco cannone la cui carica esplosiva è data dal fulmicotone. Anche nell’intreccio di tecnologia spaziale e militare, dunque, Verne è stato un buon profeta: è noto, infatti, che i Lunik sovietici e gli Apollo statunitensi altro non erano che delle V2 di seconda generazione.

L’opera più esplicita circa le ambivalenze del progresso è anche una delle meno note, L’ile à hélice (L’isola a elica), del 1895.

“Il diciannovesimo secolo venerava le grandi dimensioni proprio come noi oggi veneriamo le alte velocità. Gli ingegneri famosi costruivano le più gigantesche navi (la Great Eastern), le più alte strutture (la torre Eiffel), i canali più lunghi (quello di Suez), e i più enormi palazzi per uffici (il grattacielo americano). Così Verne concepì una grande isola di cinque miglia, completamente meccanizzata e in grado di essere guidata intorno al Pacifico. […]

“Verne dotò la sua isola di due porti, di larghe distese di terreno coltivabile, e della popolazione di una fiorente città. La meccanizzata arca di Noé non aveva timoni ed era guidata regolando la velocità delle eliche poppiere e laterali. Si muoveva per il vasto Pacifico per sfruttare al meglio le condizioni climatiche. Qui si presentava l’occasione di realizzare un’utopia cara al suo cuore. L’uomo primitivo aveva vagabondato sulla crosta terrestre più di un milione di anni prima di diventare sedentario. Sulla sua isola a elica Verne poteva essere insieme sedentario e vagabondo.

“L’isola possiede tutte le comodità che l’uomo può desiderare. Agricoltura elettrificata, marciapiedi mobili, televisione, centri culturali e fondi illimitati. Ma la felice colonia di milionari, facoltosi agricoltori, provetti commercianti, scienziati ed artisti, che vivono nel delizioso clima del Paradiso terrestre è infestata da un serpente… la vanità umana.

“I due magnati più ricchi lottano l’uno contro l’altro per essere in cima alla scala sociale. Il sindaco, uomo di buona volontà, cerca, con un matrimonio tra i figli, di riconciliarli, ma come ringraziamento incontrerà solo la morte.

“Nessun uomo moderato riesce a placare l’animosità fra i due rivali che si fa sempre più violenta. La passione che spacca in due fazioni nemiche i cittadini di Amiens [la città ove Verne si era ritirato a vivere] infonde lo stesso veleno nell’isola utopica di Verne fabbricata dagli uomini. La popolazione si divide in due campi avversi e scoppia la guerra civile.

“I due rivali mandano ordini agli ingegneri e predispongono rotte contrastanti senza consultarsi l’uno con l’altro. Le caldaie di dritta scoppiano. Azionata da un motore della forza di 6.000.000 di cavalli l’isola prende a girare su sé stessa e infine va in pezzi. Neppure un ciclone costringe i nemici ad una tregua. Onde martellano l’isola, incrinandone le basi metalliche. Le opere d’ingegneria del porto di Poppea cadono in mare. Lo scafo si frantuma. I sopravvissuti allacciano la sezione rimasta a galla ad un motore ancora funzionante e riprendono frustrati la via del ritorno verso la civiltà, la trappola per topi dalla quale avevano sperato di sfuggire.

“Verne addossa la responsabilità del crollo della sua ‘perfetta’ utopia alla ‘vanità dei turbolenti nababbi di Millard City. Egli trasse la conclusione che nessuna comunità pianificata e bene organizzata può vincere le perversità della natura umana. Gli uomini di buona volontà non possono nulla di fronte alla pazzia di quelli in malafede impegnati nella fanatica corsa verso il comando. Egli dava così sfogo alla propria amara disillusione. C’è un grido di disperazione in una lettera da lui scritta al fratello: ‘Ogni fonte di gioia mi è diventata insopportabile. Ho ricevuto colpi dai quali non ni riprenderò mai più’” (1).

Dal punto di vista ideologico, accanto al Verne simpatizzante con la gauche (2) e ammiratore dell’anarchismo (ne I naufraghi del Johnatan compare un seguace di Pëtr Kropotkin, una delle teste pensanti del movimento anarchico di fine Ottocento), esiste anche un Verne che presenta caratteristiche un po’ rozze della droite: il razzismo, come in Cinque settimane in pallone, ove si esprimono giudizi poco lusinghieri sui neri (3); antisemitismo, sia in Hector Servadac che in Martin Paz (4); colonialismo, sebbene in questo caso il suo atteggiamento appaia ambivalente (5). E anche queste sono puntualizzazioni che hanno un preciso significato, riferendosi a uno di quegli scrittori che ogni lettore crede di aver compreso a fondo.

Un ultimo aspetto originale dell’opera di Verne, anch’esso poco visibile a una prima lettura, è quello iniziatico. Abbiamo visto che il meccanismo narrativo di Viaggio al centro della Terra prende le mosse da un antico manoscritto cifrato di un alchimista rinascimentale, il quale schiude uno spazio segreto e originale che rimanda ad assi e orientamenti di una geografia occulta (e c’è bisogno di ricordare che l’Islanda, luogo di partenza del viaggio, era probabilmente quell’ultima Thule che tanta parte ha svolto nel mito della genesi del sapere tradizionale, da René Guénon a talune cerchie del cosiddetto “nazismo magico”?). Ebbene queste caratteristiche ricorrono anche in parecchie altre opere del Nostro, tanto da fornire ad esse la fondamentale struttura narrativa. Un piccolo gruppo di uomini (quasi sempre senza donne) si riuniscono per intraprendere un viaggio, sulle orme di un predecessore più o meno misterioso; tutto ciò si può leggere in chiave psicanaltica, come edipica ricerca del Padre (tema che diviene esplicito ne I figli del capitano Grant), ma anche, forse, in chiave alchemico-iniziatica ed esoterica.

Verne si è rivolto in particolare al tema polare nel romanzo giovanile Un hivernage dans les glaces (Un inverno fra i ghiacci), del 1855, ripubblicato nel 1874-75 in appendice a Le docteur Ox, che la critica tende a considerare come un’opera “minore” ed è ambientato fra i ghiacci dell’Artide; e un romanzo della piena maturità, La Sphinx des glaces (La sfinge dei ghiacci), che vuol essere una esplicita continuazione del Gordon Pym di Edgar Allan Poe e che, quindi, si svolge nelle estreme regioni antartiche. Ad essi potremmo aggiungere – come già accennato – Le phare du bout du monde (Il faro in capo al mondo) che, uscito nel 1905, è stato l’ultimo romanzo pubblicato in vita dall’autore. In verità, esso è ambientato nell’Isola degli Stati che si trova al largo della punta orientale della Terra del Fuoco; tuttavia, se geograficamente essa appartiene al Sud America, la sua natura aspra e selvaggia e la sua posizione al centro dei “cinquanta urlanti” (la latitudine più temuta dai marinai a vela) ne fanno in pratica un avamposto del continente antartico. Fra parentesi, notiamo che l’Isola degli Stati era stata esplorata dal nostro Giacomo Bove, nel 1883, con la nave Vega, ed è possibile che Verne, lettore appassionato ed autore di testi di geografia, ne abbia letta la relazione; così come è possibile che questo estremo romanzo di Verne abbia potuto ispirare, sia nel titolo che nell’ambientazione (non nella collocazione, poiché si tratta dell’isola Amsterdam, nell’Oceano Indiano) un altro scrittore francese del NovecentoL’Ile du bout du monde (L’isola in capo al mondo), opera d’esordio di Henry Crouzat (1954).

Ma torniamo a La sfinge dei ghiacci che, fra i tre romanzi citati, si può considerare senz’altro il migliore e certamente il più rappresentativo della capacità di Verne di svolgere le peculiari tematiche polari. Innanzitutto va notato che Verne aveva per l’opera di Edgar Allan Poe un interesse più che contingente: lo ammirava, ne aveva studiato i romanzi e i racconti, se n’era ispirato in varie circostanze (ad esempio, per Cinque settimane in pallone si era ispirato a The ballon Hoax, mentre per Mathias Sandorf aveva tratto spunto da The facts in the case of Mr. Valdemar); infine, gli aveva dedicato alcune traduzioni e un breve saggio critico, peraltro rimasto inedito (6). Aveva anche riflettuto sull’interpretazione di Charles Baudelaire che, come è noto, in Francia era stato il primo intellettuale a “scoprirne” l’opera di Poe e a divulgarla in Europa, e ne aveva preso le distanze: secondo lui, essa era troppo “strana” e soggettiva. Quel che di Poe aveva colto Verne, invece, erano stati soprattutto i temi dell’avventura, dell’eroismo, dell’amicizia, della lealtà; insomma i temi romantici che più si avvicinavano al suo temperamento; e non si era accorto che gli sfuggiva, in tal modo, la dimensione peculiare e segreta dello scrittore americano (mentre bene l’aveva colta Baudelaire), ossia la dimensione dell’inquietudine, del mistero, del pessimismo e dell’angoscia esistenziale. Scrive in proposito Gianfranco de Turris: “In uno dei suoi “viaggi straordinari” per così dire minori, La Sphinx des glaces (1897), Jules Verne offre una spiegazione razionale e ‘scientifica’ dell’immensa misteriosa ‘figura avvolta in un sudario’, dal ‘perfetto biancore della neve’ che il naufrago intravede prima della conclusione della sua odissea marina: è, appunto, la sfinge dei ghiacci dove vengono trovati i resti dell’imbarcazione e addirittura lo scheletro di Pym (il che contraddice quanto aveva scritto Poe, secondo cui quest’ultimo si salva” (7).

Illustrazione originale all'inizio del romanzo Le Sphinx des glaces (1897).

Il suo modo di accostare il Gordon Pym è la logica conseguenza di una tale interpretazione. Già il fatto che egli abbia considerato il romanzo come “incompiuto” la dice lunga sul fraintendimento in cui era caduto: non si era reso conto che esso era stato lasciato volutamente incompiuto, e che non poteva avere conclusione. Non che ci sia qualcosa di sbagliato nell’idea di voler “completare” l’opera di un altro scrittore rimasta incompiuta: è noto, ad esempio, che Lodovico Ariosto concepì il disegno iniziale dell’Orlando Furioso come una semplice “gionta”, ossia una aggiunta, all’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, che la morte improvvisa aveva impedito a quest’ultimo di proseguire. Ma bisogna distinguere fra un’opera rimasta incompiuta per motivi accidentali, com’è il caso di Boiardo (il cui animo non resse al crollo del suo mondo cavalleresco e ideale, quando Carlo VIII scese in Italia nel 1494); ed altre che sono state lasciate deliberatamente “aperte”. Che cosa penseremmo di uno scultore che volesse “completare” i mirabili Prigioni di Michelangelo, capolavoro assoluto di tutto ciò che è arte incompiuta? Ad ogni modo, per circa trent’anni Verne rimugina l’idea di “riparare” alla svista (o alla sfortuna) di Poe e di dare un seguito all’opera, in modo da portarla a conclusione: ripugna, alla sua mentalità positiva e razionalista, quel mistero finale che invece di essere una imperfezione del Gordon Pym ne è, piuttosto, la profonda ragione intrinseca. Nasce così La sfinge dei ghiacci, che vede la luce nel 1897 e appartiene, quindi, all’ultimo perido della produzione di Verne.

Nel suo romanzo, si racconta come undici anni dopo la scompasa di William Guy, comandante della goletta Jane (su cui si era imbarcato Gordon Pym), suo fratello Len decide di mettersi alla ricerca del congiunto con la nave Halbrane. La rotta di quest’ultima alla volta dell’Antartico è la stessa di quella già descritta da Poe, solo che questa volta la navigazione verso il Polo Sud viene bloccata da una gigantesca montagna a forma di sfinge, che attrae la Halbrane con la sua forza magnetica e la porta a fare naufragio sulle sue rocce. Il narratore del romanzo, lo scienziato Jeorling, giunge all’isola di Tristan da Cunha, nell’Atlantico meridionale, dove il governatore Glass gli fornisce l’ultimo tassello del mosaico. Undici anni prima, difatti, la goletta Jane era passata di lì e lo stesso Glass ricorda di aver consigliato William Guy di mettersi alla ricerca delle elusive isole Auroras, della cui esistenza era stato informato da alcuni balenieri (8). Da parte sua, Jeorling riferisce a Glass che la Jane ha fatto naufragio e che l’intera vicenda è stata definitivamente chiarita dalla pubblicazione del resoconto di Gordon Pym per opera di Edgar Allan Poe. Una grossa incongruenza con il romanzo dello scrittore americano, però, è che in quello di Verne Gordon Pym muore nel naufragio della sua barca, mentre scondo Poe egli riesce a salvarsi e a raccontare la sua avventura.

A parte l’introduzione dello stesso Poe fra i personaggi del romanzo, che vuol essere un ulteriore atto di omaggio verso il narratore americano (di cui Verne si riconosce in qualche modo seguace), si può dire che la struttura narrativa segue lo schema “classico” dei Viaggi straordinari. C’è una traccia da seguire, una traccia misteriosa di qualcuno che è partito prima e che poi non ha più dato notizie di sé; c’è un gruppo di personaggi che si mettono alla ricerca di qualcosa e che vogliono chiarire il mistero; c’è, alla fine, una spiegazione razionale, scientifica che chiarisce le cose. A nostro giudizio, non si può dire che la montagna magnetica – anche se ingegnosa come trovata – fornisca una degno scioglimento dell’aspettativa creata dal grande fantasma bianco che chiude il Gordon Pym, se non altro perché il fascino di quel fantasma consisteva proprio nella sua indeterminatezza. Poe sa che c’è un mistero, al fondo delle cose, che non può essere svelato: proprio da tale impossibilità nasce l’angoscia, caratteristica dei suoi personaggi allucinati e nevrotici. Verne, spirito pensoso ma niente affatto “metafisico”, non avverte l’impossibilità di tale disvelamento, anzi è convinto che la missione dell’uomo sia proprio quella di gettare un fascio di luce sui lati nascosti della realtà. Perciò, mentre è possibile una lettura iniziatica, se non esoterica, dell’opera di Poe, ciò si colloca, per Verne, prevalentemente sul terreno psicanalitico (quasi esplicito per Viaggio al centro della Terra, come regressio al ventre materno) e molto meno sul piano del sapere occulto e “tradizionale”.

Citiamo, ad titolo di esempio dello ‘scientismo’ di Verne che riduce il misterioso all’ambito del ‘non ancora esperito’, escludendo ogni dimensione ‘altra’ e trascendente le facoltà della logica razionale, la pagina conclusiva del penultimo capitolo de La sfinge dei ghiacci. In tale episodio la nota comico-grottesca, introdotta dal personaggio di Hurliguerly, che impreca contro la montagna magnetica, chiamandola “ladra maledetta” perché non vuole restituirgli il suo coltello, calamitato irreparabilmente contro le sue rocce, risulta piuttosto fuori tono, perché sdrammatizza una situazione in cui il disvelamento dell’enigma finale (legato alla tragica scomparsa di Gordon Pym) aveva già creato un effetto di disincanto nel lettore, distruggendo le sue aspettative circa un mistero che, per definizione, non si lascia ingabbiare entro l’angusto recinto del sapere oggettivo.

“Fu allora che, a un quarto di miglio, si profilò una massa che dominava la pianura di una cinquantina di tese, su una circonferenza di due o trecento. Quella massa, per la sua forma strana, somigliava a un’enorme sfinge, con il torso eretto, le zampe stese in avanti, accoccolata nell’attitudine del mostro alato che la mitologia greca ha posto sulla via di Tebe.

“Era un animale vivo, un mostro gigantescoo, un mastodonte di dimensioni mille volte superori a quelle enormi degli elefanti delle regioni polari, i cui resti si ritrovano ancora?… Nella disposizione di spirito in cui eravamo lo avremmo potuto credere, e credere anche, che il mastodonte stesse per precipitarsi sulla nostra imbarcazione e stritolarla sotto i suoi artigli.

“Dopo un primo moto di paura illogica e irragionevole, riconoscemmo che là vi era soltanto una roccia di conformazione singolare, la cui sommità stava liberandosi dalle nebbie.

“Ah! Quella sfinge!… Mi ricordai allora che nella notte durante la quale si era verificato il rovesciamento dell’iceberg e il sollevamento dell’Halbrane, avevo sognato un animale favoloso di quel genere, seduto al polo del mondo, a cui solo Edgar Poe, col suo genio intuitivo avrebbe potuto strappare il segreto!…

“Ma più strani fenomeni dovevano attrarre la nostra attenzione, suscitare la nostra sorpresa e il nostro spavento!…” […]

“Il mostro ingrandiva a mano a mano che ci avvicinavamo, senza perdere niente delle sue forme mitologiche. Non saprei descrivere l’effetto che produceva, isolato sulla superficie di quell’immensa pianura. Vi sono impressioni che la penna e la parola non possono rendere… E (anche se era solo un’illusione dei nostri sensi) pareva che fossimo attratti verso di lui dalla forza della sua attrazione magnetica…

“Quando fummo giunti alla sua base, ritrovammo i vari oggetti di ferro sui quali si era esercitata la sua potenza. Armi, utensili, l’ancora del Paracuta erano attaccati ai suoi fianchi. Là si vedevano anche quelli provenienti dalla barca dell’Halbrane, e anche le chiodature, le caviglie, le piastre della chiglia, gli scalmi, la ferramenta del timone.

“Non vi era dunque più alcun dubbio possibile sulla causa di distruzione dell’imbarcazione che aveva portato Hearne e i suoi compagni. Violentemente sfasciata, essa era venuta a spezzarsi contro le rocce, e tale sarebbe stata pure la sorte del Paracuta se, per la sua stessa costruzione, non fosse sfuggito all’irresistibile attrazione magnetica…

“Quanto al rientrare in possesso degli oggetti attaccati ai fianchi del masso, fucili, pistole, utensili, bisognò rinunciarvi tanto era forte la loro aderenza. E Hurliguerly, furioso di non poter riprendere il suo coltello appiccicato a una cinquantina di piedi d’altezza, si mise a gridare mostrando il pugno all’impassibile mostro:

“- Ladra d’una sfinge!

“Non ci si deve stupire se in quel luogo non vi fossero altri oggetti all’infuori di quelli che venivano dal Paracuta, o dalla barca dell’Halbrane. Sicuramente nessuna nave si era mai spinta sino a quella latitudine del mare antartico. Hearne e i suoi complici prima, il capitano Leon Guy e i suoi compagni dopo, erano stati i primi a calpestare quel punto del continente australe. Per concludere, dunque, qualunque bastimento si fosse avvicinato a quella calamita colossale sarebbe andato incontro alla distruzione completa, e la nostra goletta avrebbe avuto la stessa sorte della sua barca, della quale non rimanevano ora che alcuni rottami informi.

“Frattanto Jem West ci ricordò che era imprudente prolungare la nostra fermata su quella Terra della Sfinge, nome che essa doveva conservare. Il tempo passava e un ritardo di qualche giorno ci avrebbe obbligati a svernare all’inizio della banchisa.

“Era già stato dato l’ordine di tornare verso la riva, allorché la voce del meticcio risuonò ancora, e queste tre parole ovvero queste tre grida furono di nuovo gettate da Dirk Peters:

“La!… là!… là!…

“Dopo aver aggirato l’altro lato della zampa destra del mostro, scorgemmo Dirk Peters inginocchiato, con le mani tese davanti a un corpo o piuttosto uno scheletro rivestito di pelle, che il freddo di quelle regioni aveva conservato intatto e che era di una rigidità cadaverica. Aveva la testa inclinata, una barba bianca che gli arrivava alla cintura, mani e piedi armati di unghie lunghe come artigli…

“Come quel corpo era attaccato contro il masso a due tese al di sopra del suolo?

“Attraverso il torace, trattenuto dalla bretella di cuoio, vedemmo la canna di un fucile contorta, mezzo corrosa dalla ruggine…

“- Pym… mio povero Pym! – ripeteva Dirk Peters con voce straziante. Poi cercò di rialzarsi per avvicinarsi… per baciare gli avanzi scheletriti del suo povero Pym…

“Le ginocchia gli si piegarono… un singhiozzo gli chiuse la gola… uno spasimo gli fece scoppiare il cuore… e cadde all’indietro… morto…

“Così dunque, dopo la separazione, il canotto aveva trascinato Arthur Pym attraverso quelle regioni dell’Antartide!… Come noi, anch’esso, dopo aver oltrepassato il polo australe, era caduto nella zona di attrazione del mostro!… E là, mentre la sua imbracazione se ne andava con la corrente del Nord, egli, afferrato dal fluido magnetico, prima d’essersi potuto liberare dell’arma che portava a bandoliera era stato scagliato contro il masso…

“”Ora il fedele meticcio riposa sulla Terrra della Sfinge, accanto ad Arthur Gordon Pym, l’eroe le cui stravaganti avventure hanno trovato nel grande poeta americano un non meno strano narratore.” (9)

NOTE

1) BECKER, Beril, Jules Verne, il viaggiatore della fantasia, Milano, Mursia, 1974, pp. 202-204.

2) Cfr. CHESNEAUX, Jean, Scienza e avventure: Jules Verne, in Storia della letteratura francese (dir. Da P. Abraham e R. Desné), Milano, Garzanti, 1985, vol. II, pp. 802-803.

3) SORIANO, Marc, Il caso Verne, Milano, Emme Edizioni, 1982, p. 124.

4) Ibidem, p. 191.

5) Ibidem, p. 248-250.

6) VERNE, JULES, Edgar Poe et ses oeuvres, 1864, pubblicato in Le Musée des familles.

7) DE TURRIS, GianfrancoTutti i seguiti del “Gordon Pym”, su Il Tempo del 23 maggio 2004.

8) Su questo arcipelago scomparso, cfr. LAMENDOLA, Francesco, Il mistero delle Isole Auroras, su Il Polo, vol. 3 del 2004, pp. 25-39, e relativa bibliografia.

9) VERNE, Jules, La Sfinge dei ghiacci, Milano, Mursia, 1977, pp. 255, 258-260.

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nella letteratura fantasy e in particolare nello sword and sorcery; fondatore di Hyperborea, cofondatore del movimento Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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