Articolo di Andrea Scarabelli,  tratto da Antarès.


A dire il vero, non è la prima volta che su questa rivista si discute di Road to L., film che fece parlare molto di sé, sin dalla sua distribuzione, nel 2005 (cfr. Marco Molino, Road to madness, in «Antarès», n. 00/2011, pp. 33-35). Una pellicola lovecraftiana dedicata a Lovecraft, se c’è consentito questo gioco di parole, che tratta dell’universo legato allo scrittore di Providence utilizzando chiavi di lettura che non sarebbero di certo spiaciute allo stesso autore.

Abbinato al documentario Ipotesi di un viaggio in Italia, presentato al Festival di Venezia nel 2004, il film prende le mosse dal fortuito rinvenimento di un diario manoscritto attribuibile a Lovecraft, ritrovato da Roberto Leggio, regista del mockumentary assieme a Federico Greco, a Montecatini (per una singolare coincidenza, forse non priva di rapporti con l’accaduto, Montecatini era anche la residenza di Alfred Galpin, amico e corrispondente di Lovecraft, come ricordato da Sebastiano Fusco nel documentario). Quanto emerge da questo “diario italiano” è del massimo interesse e apre prospettive inaspettate riguardo a un ipotetico viaggio nel Belpaese compiuto dal Solitario di Providence nel 1926. Stando alle diecine di pagine fittamente manoscritte racchiuse in un involucro di carta ripiegata, Lovecraft si sarebbe recato precisamente nel Polesine, al fine di cercare nuove suggestioni per infondere linfa vitale alla propria narrativa – dopo la assai traumatica parentesi newyorkese, legata al breve matrimonio con Sonia Greene.

Tra le solinghe isolette che costellano la foce del Po avrebbe scoperto una ricchissima mitologia, tramandata di generazione in generazione dai cosiddetti Racconti del Filò – variante di quelle fole emiliane le quali, rimanendo in ambito cinematografico, piacquero molto a Pupi Avati, come spiegato da Claudio Bartolini nel suo articolo contenuto in questo fascicolo – narrati in certi momenti dell’anno attorno al fuoco. Oggetto di questi miti – perché di miti si tratta, in fin dei conti – sono misteriosi esseri ibridi, a metà tra uomo e pesce, i quali popolerebbero la regione del Polesine, di tanto in tanto apparendo sulla terraferma e terrorizzando gli abitanti. Tematiche, come noto, presenti anche all’interno della narrativa lovecraftiana.

Il film vede dunque i due registi ripercorrere questo ipotetico viaggio: Lovecraft, stando al manoscritto, sarebbe partito in nave dal porto di New York per poi approdare a Le Havre, raggiungendo in treno l’Italia, non prima di aver fatto scalo a Parigi. Giunto a Venezia, avrebbe visitato la biblioteca Marciana, entrando in contatto con un patrimonio bibliografico unico a livello mondiale, per poi spostarsi a sud, verso i segreti del paludoso entroterra polinesiano.

A complicare ulteriormente tanto la comprensione quanto la verifica delle informazioni contenute nel manoscritto è il fatto che tutti i nomi di persona e delle località menzionatevi sono indicati con le sole iniziali, quasi a voler celare – o, forse, rimuovere? – le misteriose circostanze di un viaggio altrettanto nebuloso. Cardine di tutto l’iter è una indecifrabile «L.». Studiando la topografia locale e provando a ricostruire gli spostamenti del Solitario di Providence, Federico Leggio e Roberto Greco hanno ritenuto «L.» essere l’iniziale di Loreo, un paesino situato appunto nel cuore del Polesine. Una supposizione, quest’ultima, corroborata da svariati elementi, presentati nel film e nel documentario, e rafforzata dalla menzione di una «Locanda Cavalli», in effetti presente in quegli anni a Loreo.

Stando al manoscritto, vergato su carta dell’epoca con una grafia molto simile a quella di Lovecraft – contenente anche grafemi caratteristici dell’autore, come messo a fuoco da Fusco, che ha lavorato approfonditamente sui manoscritti lovecraftiani – proprio a Loreo lo scrittore sarebbe entrato in contatto con miti assai simili a quelli contenuti nel cosiddetto “ciclo di Cthulhu”. L’ossatura della trama del mockumentary è, in particolare, il racconto The shadow over Innsmouth (ed. it.: L’ombra di Innsmouth, in Howard Phillips Lovecraft, Tutti i racconti 1931-1936, a cura di Giuseppe Lippi, Mondadori, Milano 1991). La morfologia stessa della cittadina nella quale si svolge la narrazione lovecraftiana ricorda da presso quella di questi paesini, sperduti tra isolette e canali, in un’ininterrotta dialettica tra acqua e terra (la stessa che connota la splendida laguna notturna immaginata da Giuseppe Sinopoli nel suo Parsifal a Venezia) all’interno della quale non è difficile immaginare esseri ibridi, in qualche misura cerniera tra i due mondi. «Tera e aqua, aqua e tera / da putini che da grandi / Siora tera, ai so comandi / Siora aqua, bonasera» recita una canzone tradizionale polesana.

L’evento che potrebbe costituire il legame tra Polesine e Innsmouth, tuttavia, non avviene a Loreo. Dopo aver raggiunto la cittadina, Lovecraft si sposta in direzione dell’Adriatico, in compagnia di una guida del posto. Raggiunge a questo punto uno dei luoghi estremi del Delta, assai poco abitato, che gli uomini del posto chiamano semplicemente «down there», laggiù. Si tratterebbe, stando a quanto ricostruito dai due registi, di Santa Maria in Punta. Una pagina del diario datata 21 giugno recita: «Nel frattempo eravamo giunti dove il fiume lambiva il termine naturale del villaggio. Il Po scivolava via, placido e silenzioso. Solo allora mi accorsi che, dal mio punto di osservazione, esso prendeva le sembianze di lungo serpente. Ed io mi trovavo esattamente nella sua bocca». Nella sua boccaIn its mouthInnsmouth.

Sarebbe in quei luoghi misterici, tra canneti e paludi mefitiche, che Lovecraft avrebbe preso contatto col mito dell’uomo-pesce, una creatura sconosciuta alla scienza ma ben nota agli abitanti del posto, che probabilmente gli ricordò la figura della divinità semitica Dagon, già utilizzata nel 1917 come soggetto di uno dei suoi racconti più celebri. Di questo essere mostruoso esistono diverse testimonianze anche in epoca moderna. In particolare, vanno ricordati gli studi accurati dell’ufologo e presidente dell’USAC Sebastiano Di Gennaro, che già nel 1988 rilevò le impronte d’un essere misterioso sugli argini del Po. Questa creatura, cui lo studioso ha dato il nome di homo saurus, sarebbe di natura anfibia, potendo vivere sia nelle acque paludose sia sulle sponde del fiume. Le testimonianze dei locali riferiscono d’un essere antropomorfo di notevole altezza, dalla pelle squamosa e verde, con grossi occhi rossastri, che s’aggirerebbe tra i canali e gli acquitrini di quelle zone desolate (una ricostruzione grafica di questa creatura, approntata da Dalmazio Frau sulla scorta degli studi di Di Gennaro, è posta in apertura a questo saggio). Inutile dire come le leggende del Polesine e i Racconti del Filò abbondino di riferimenti a quest’essere mostruoso.

Sempre a Loreo Lovecraft avrebbe fatto la conoscenza dei misteriosi fradei, confraternita di flagellanti fondata nel 1608 dal vescovo di Chioggia Lorenzo Prezzato e attiva anche ai giorni nostri – ampia parte dei cui riti è tuttora avvolta nel mistero. La loro processione, nella Notte della Santissima Trinità, cui partecipano confratelli provenienti da tutta Italia, culmina in una cerimonia di due ore che si svolge all’interno della chiesa, a porte rigorosamente chiuse: pare il rituale sia rimasto del tutto inalterato nel corso dei secoli. Nel diario lovecraftiano, le attività di questa singolare setta non sono prive di rapporto con le leggende polesane. Pare, come scrive lo scrittore americano, che i fradei adorassero, nei sotterranei della chiesetta di Loreo… un uomo-pesce. Il mistero s’infittisce.

Questo e molto altro è contenuto nel film e nel documentario di Leggio e Greco. Al tempo, una volta rinvenuto il diario lovecraftiano, i due registi contattarono i due maggiori esperti di Lovecraft in Italia, per chieder loro un parere su tutta la vicenda. «Se questo diario fosse vero, per i lovecraftiani sarebbe la scoperta del secolo» disse Fusco, il quale, dopo aver esaminato il manoscritto, non si sentì di escludere quest’ipotesi. D’altra parte, se fosse falso, non si farebbe altro che spostare il problema più in là: chi ne sarebbe infatti l’autore? Il mondo è pieno di falsificatori di documenti, opere d’arte e via dicendo – sennonché, questi ultimi vengono poi venduti, spesso a cifre da capogiro, ingannando gli ignari acquirenti. È questa la perplessità che anima Gianfranco de Turris: «Certo, non possiamo escludere che sia falso. Ma perché falsificare un manoscritto – il che richiede tempo e denaro – per poi farlo trovare su una bancarella da chissà chi?».

Nel corso degli anni, la questione della sua veridicità ha fatto discutere – e non poco – gli esperti di Lovecraft, ovviamente folgorati dall’eventualità, anche remota, di questa possibilità. Non disponendo delle competenze in grado di verificarne l’autenticità, non ci pronunciamo a questo proposito. Questo non toglie però, che l’intera faccenda meriti una qualche riflessione critica.

Anzitutto, dal punto di vista metodologico adottato dalla presente rivista, che si rifà alla storia delle idee, possiamo rilevare come spesso il valore di un documento prescinda dalla sua storicità. Vale a dire: sovente i documenti inventati sono più veritieri di quelli storicamente accertati, in quanto contengono condensata e sunteggiata efficacemente una visione del mondo. In barba allo storicismo imperante, per chi sia interessato al divenire delle idee, le quali attraversano le epoche manifestandosi nei più svariati ambiti, un documento va considerato in base al suo contenuto – a prescindere da chi ne sia il reale autore. Dobbiamo forse metterci a far rassegne di tutti quei documenti prodotti nel Rinascimento e retrodatati all’Antichità? Da qui discende, peraltro, l’interesse filosofico degli pseudobiblia, spesso relegati nei domini del «letterario», inteso in maniera dispregiativa dalla cultura “alta”, o del divertissement (quasi che la scelta di un termine francese possa consacrare a valore critico quello che è e rimane un mero pregiudizio). Certo, le cose stanno cambiando – anche se con la proverbiale lentezza che caratterizza l’apparato digerente delle accademie, assai lunghe nell’elaborare le novità. Non si potrebbe spiegare altrimenti, ad esempio, il convegno tenutosi nel gennaio del 2014 all’Università degli Studi di Milano, patrocinato dalla presente rivista, dall’ateneo milanese e dagli amici della casa editrice napoletana Homo Scrivens, che ha visto la partecipazione di docenti della facoltà di filosofia, i quali hanno accostato testi come il Necronomicon e Le stanze di Dzyan ad altri più celebri, come il Trattato dei tre impostori e altri documenti legati alla cultura rinascimentale. Alla Statale di Milano – sì, proprio così – si è parlato di teosofia, Sprague de Camp, Lovecraft e Abdul Alhazred…

Ulteriori suggestioni possono essere avanzate considerando il soggetto di cui tratta, vale a dire Howard Phillips Lovecraft. Anche se dovesse trattarsi di un falso, crediamo che tale operazione non sarebbe spiaciuta all’inventore del Necronomicon – che pure ne smentì l’esistenza, tanto in lettere private quanto in comunicazioni a riviste (su ciò si veda l’accuratissimo studio di Sebastiano Fusco, Storia del Necronomicon, Venexia, Roma 2007). Last but not least, sarebbe la dimostrazione che esperimenti del genere sono praticabili anche in Italia, nonostante il realismo imperante in letteratura e un fantastico che spesso si riduce a svago da tempo libero per ragazzini annoiati. Solo il fatto che sia stato creduto vero dimostra come sia possibile creare uno pseudoanche nel primo decennio del Duemila, facendo vibrare certe corde che, a quanto pare, la letteratura realistica e “impegnata” nemmeno riesce a sfiorare.

Poiché si prospetta un’edizione integrale del manoscritto per i tipi di Bietti, abbiamo deciso, in questo numero di «Antarès», di offrirne in anteprima alcune parti, insieme a un’intervista ai due registi, nella quale si affrontano tematiche quali il ritrovamento di questo manoscritto e la storia della realizzazione di film e documentario. Materiali che non potranno non affascinare gli amanti del mondo letterario e meta-letterario del Demiurgo di Providence, un universo sempre in divenire, un destino legato a testi misteriosi, di certo non svincolato dalla personalità dello stesso scrittore americano.

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nella letteratura fantasy e in particolare nello sword and sorcery; fondatore di Hyperborea, cofondatore del movimento Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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