Articolo di Davide Mana, tratto dal sito Strategie Evolutive.


C’è una lettera di Robert E. Howard, da qualche parte, in cui l’autore delle storie di Conan spiega (probabilmente a Lovecraft, ma non sono sicuro, è passato un sacco di tempo), che scrivere le storie di Conan non è particolarmente difficile.
Non è che Conan sia uno che stia a ragionare sulle possibili soluzioni alternative, osserva Howard. La violenza è la sua principale soluzione per la maggior parte dei problemi che si trova ad affrontare.

E in fondo il motivo per cui Howard è un grande autore è che pur con un personaggio tanto semplicistico nel suo approccio al problem solving, Howard riesce a scrivere delle storie meravigliose.
Ed è in racconti come La Torre dell’Elefante che questa capacità di Howard appareelephanttower3 evidente, ma la si ritrova in tutte le sue storie migliori – le descrizioni dei luoghi e le atmosfere, l’idea di un passato profondo, di una stregoneria malevola e incomprensibile, afferrano il lettore e lo trascinano nella storia.

Poi sì, certo, OK, I live, I burn with life, I love, I slay, and am content, ma diciamo che se leggete le storie di Conan solo perché poi arriva lui e spacca tutto, beh, diciamo che probabilmente siete un po’ minimamente eccezionali.

Eppure c’è una crescente infatuazione, da parte del pubblico e – cosa molto più grave – degli autori, per questa ultrasemplificazione del fantastico.
Botte e tette paiono essere gli unici fattori di interesse.

Perché è facile.
Per chi scrive, perché proprio come sosteneva Howard ottant’anni or sono, non ci si deve sbattere ad avere delle buone idee per risolvere il problema al cuore della storia.
Per chi legge perché non c’è impegno, non c’è nulla di complicato.
La qualità generale dell’offerta cala, il gusto del pubblico si sfilaccia e si stracca.
Perdono tutti.

Se ne parlava qualche sera addietro col mio amico Fabrizio Borgio, e a nessuno dei due questa piega che il genere pare abbia preso piace esageratamente.
Per quel che mi riguarda, si tratta di uno stato di cose che mi urta, e mi preoccupa – perché queste fissazioni adolescenziali andrebbero lasciate, appunto, nell’adolescenza.
Il fantasy, come genere, è un meraviglioso laboratorio in cui mettere alla prova delle idee, è uno strumento per dar corpo ai sogni, per fare della filosofia con le spade, sì, ma filosofia1.
Davvero sognamo solo energumeni che si fracassano di legnate scambiandosi battute paracule?

Sarebbe bello ricordarsi che il genere fantasy non è solo “di menare”, non è solo action.
Nel caso, ecco qualche titolo. Le regole di base – niente soluzioni semplici, niente spaccare tutto per il gusto di spaccare tutto. E idee, e immagini, che possano dar qualcosa da fare al cervello di chi legge.
Quelli con l’asterisco li trovate anche in italiano, con un po’ di impegno e qualche giro sulle bancarelle.
Ah, e ce ne sono molti altri sparsi per il blog – provate a spulciare il tag fantasy.

* Jack Vance – il ciclo della Terra Morente
Cugel l’Astuto non lo è tanto quanto vorrebbe, e gli altri eroi di Vance sono più interessati alla disquisizione filosofica ed allo scambio di osservazioni dotte e insulti barocchi che non all’esercizio della violenza fisica.

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* Robert Holdstock – il ciclo dei Mythago
Se esistono minacce e pericoli nell’universo narrativo dell’autore inglese, è anche vero che la violenza non serve a nulla, e lascia tutti danneggiati e in generale molto peggio di quando hanno cominciato. In un mondo in cui gli archetipi prendono vita, ogni scelta ed ogni decisione ha le sue conseguenze.

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632475Charles De Lint – le storie di Newford
A Newford le mitologie e i mondi spirituali del Vecchio Continente incontrano quelli del Nuovo Mondo, e se la miscela può certamente essere pericolosa per gli sprovveduti, beh, il punto è proprioquesto: la conoscenza, e la compassione, contano più di una lama affilata. Di solito la violenza in De Lint appartiene solo al male, e le armi a disposizione degli eroi sono insolite e “culturali”.
Buttare un occhio anche alle antologie della serie Bordertown potrebbe essere un’altra buona idea.

John Crawley – Little, Big
Una esplorazione del mondo delle fate in forma di saga familiare, forse di poliziesco, certo senza l’ombra di una spada in vista, eppure così maledettamente soddisfacenteda essere probabilmente il miglior fantasy mai scritto.

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* Patricia McKillip – la trilogia del Signore degli Enigmi
Una delle cose migliori ispirate dal desiderio di emulare l’opera di Tolkien, i romanzi della McKillip limitano al massimo la violenza, privilegiando l’astuzia, l’intelligenza, la conoscenza. Non per nulla il protagonista è un eroe per la sua capacità di risolvere indovinelli – e sugli indovinelli si basa gran parte del sistema magico che governa il mondo in cui si svolge l’azione.

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* Mervyn Peake – il ciclo di Gormenghast
Un castello grande come un mondo, un romanzo altrettanto grande. La violenza in Gormenghast non è una soluzione, e ancora una volta porta conseguenze terribili, ed è provincia dei malvagi.

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Steven Brust – il ciclo di Vlad Taltos
Che potrebbe parere strano, considerandoc he si tratta delle storie di un assassino umano in una società di creature quasi immortali. Ma è qui il bello – perché Vlad Taltos è tanto machiavellico quanto moderato nel suo applicare la forza alla risoluzione dei suoi problemi – o dei suoi incarichi lavorativi. E nessuno potrà mai negare che questa sia sword & sorcery – però col cervello acceso, che sarebbe poi il punto dell’intera faccenda.

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E poi sì, certo, sarebbe bello rileggersi il ciclo di Elric di Michael Moorcock col cervello acceso. Ma forse al momento è chiedere troppo.

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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, conferenziere, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. Collabora con varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus, Letterelettriche e scrive su alcune riviste di narrativa dell'immaginario tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi dedicati alla fantasia eroica.

9 comments

  1. Un connubio Conan + Elric sarebbe il massimo. E anche qualche spruzzata di Death Dealer di Franzetta. Ovvero stregoneria e orrori/eventi cosmici, spalla del protagonista molto avvenente, trame avvicenti con il cattivo sulla torre nera, e sequenze di mazzate descritte in maniera approfondita.

  2. No, scusate ma ho bisogno di lumi: ho (ri)letto da poco la saga di Elric di Melnibonè, non ho trovato nulla, NULLA che accendesse la mia ‘filosofo-spia’.
    Certo, interessante, ben scritto, bei colori, psichedelia, orrori cosmici, caos e legge invece che bene e male, un bel twist dell’epic fantasy rispetto ai muscolosi dal cuore d’oro, ma… basta, tutto qui.
    Datemi almeno un indizio su come trovare la filosofia in Elric.

    Piuttosto io avrei una aggiunta da fare alla vostra lista: il ciclo di Earthsea di Tanith Lee mi sembra un perfetto esempio di fantasy più interessata a un certo tipo di sociologia piuttosto che alla violenza (e poi ci sono i draghi! 🙂 )

    Grazie per gli altri titoli che non conoscevo!

    1. Ciao Andrea.

      Elric è tutto ciò che un essere umano dovrebbe essere. Pieno di incertezze, emozioni, paure. Ma anche virtù, come lealtà, amicizia e onore. Proprio lui, un Melniboniano, che dovrebbe essere al di ‘sopra’ di queste cose, è forse più umano degli esseri umani stessi. Lui, creatura del Caos, Antieroe, eterno maledetto, costretto ed incatenato ad un destino crudele, è il proto-eroe buono/cattivo che si discosta dai grandi classici a là Tolkien.

      Secondo la mia modesta opinione, Moorcock vuole rappresentare l’umanità in Elric.

    2. Ciao Andrea,
      la risposta alla tua domanda è piuttosto lunga e complessa, pertanto non può essere esposta in un semplice post. Comunque in Elric è presente non solo la filosofia, ma anche la storia delle religioni (vedi i continui richiami alla mitologia norrena), il simbolismo (tra gli altri Tempestosa, la spada senziente) e la psicologia analitica di Carl Gustav Jung. Direi che vi è parecchio materiale che può essere oggetto di approfondimento. Ma ne riparleremo.

      Inoltre, mi preme evidenziare che il ciclo di Earthsea è stato scritto da Ursula K. Le Guin e non da Tanith Lee.

  3. Yep, l’autice di Earthsea è Ursula K. Le Guin, scusate il lapsus: è da una settimana che penso a un racconto di Tanith Lee (il vaso dei fantsmi) e credo di aver sovrapposto le due autrici (grosso errore)

    @Sigvald: le qualità di Elric le ho sempre viste come un ‘fedele negativo’ di Conan, quindi come un geniale artificio letterario, che ha rinfrescato il genere dell’eroic fantasy.
    Quindi non ho mai pensato di universalizzare le qualità di Elric, così come non riesco a considerare Conan come una incarnazione dei tutta l’umanità.
    Sicuramente però per dare valenza filosofica a un personaggio è un inizio più che valido: non lo condivido nel caso specifico, ma (come amo ripetere) più significati è possibile trovare meglio è 🙂

    @ Francesco: intanto vorrei ringraziarti per questo blog: mi piacciono un sacco gli articoli e penso che lo frequenterò spesso.
    Sì, la domanda è vasta, ma mi basterebbe anche una risposta chiara e concisa, che mi possa mettere sulla pista giusta – poi mi farò i ‘compiti a casa’.
    I richiami al Ragnarock li avevo notati (se il fantasy non prende dalla mitologia…), ma non ho colto di cosa sarebbe simbolo tempestosa, nè i richiami a Jung (non mi pare che le due cose siano collegate).

    Per quanto riguarda la filosofia però (ok, Jung sarebbe filosofia, tecnicamente) ho trovato solo accenni di discorsi di etica (mitigati dalla natura caotica del protagonista e con le venature reazionarie intrinseche al genere).
    Se erano questi i richiami filosofici allora devo correggermi: non è che non li ho colti, li ho colti ma non sono il genere di tracce filosofiche che mi interessano.
    Resta però il dubbio che mi sia sfuggito qualcosa: cosa?

      1. Parafrasando Voltaire: se non avete tempo per una risposta breve, aspetterò volentieri quella lunga 🙂
        Grazie ancora e buona settimana

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