Articolo di Davide Mana, tratto dal sito Strategie Evolutive.


Mi sto prendendo un po’ di tempo per rileggere The Ship of Ishtar, di Abraham Merritt.

The-Ship-of-Ishtar-full-cover

L’occasione è la copia della nuova edizione della Paizo/Planet Stories*, che mi è stata regalata per il mio compleanno, e che è semplicemente splendida – formato da vecchia rivista pulp, splendida copertina, introduzione di Tim Powers, illustrazioni interne originali di Virgil Finlay.

La trama – tornato ferito e depresso dal fronte, l’archeologo John Kenton riceve da un amico un misterioso blocco di pietra (ma forse non è pietra) coperto di misteriose iscrizioni che paiono accennare alla dea Ishtar, al dio Nergal, e sembrerebbero sottintendere pericoli e meraviglie.
D’altra parte, cosa c’è di meglio per tirar fuori dalla depressione un amico, che regalargli un artefatto misterioso e potenzialmente pericoloso?
Attaccato il blocco di pietra con un piccone- – ah! i bei vecchi tempi dell’archeologia aggressiva! – Kenton vi scoprirà all’interno il modello in scala di una strana nave.
O forse non è un modello in scala.
Forse è una sezione di spaziotempo nella quale Ishtar e Nergal sono intrappolati da millenni, a bordo di una nave, a combattere una battaglia infinita.

The Ship of Ishtar è un romanzo del 1924, comparve a puntate su Argosy, leggendaria rivista pulp, e la lettura dell’edizione Fanucci, recuperata in biblioteca eoni fa, mi aveva lasciato solo un senso profondo di noia mortale.
E sì che è considerato unapietra miliare della letteratura fantastica.
Uno dei fantasy indispensabili.

La storia è episodica – come si conviene a una storia a puntate – col povero Kenton sballottato fra le due realtà, il vascello misterioso e il suo appartamento di New York. E, sarà che ora sono un po’ più vecchio, sarà la lettura in inglese, saranno le interessanti osservazioni di Tim Powers, ma devo ammettere che sto rivalutando il lavoro di Merritt.

ishtar1A parte il linguaggio – col quale Merritt fa un paio di giochini interessanti (anche se già visti, per dire, in Talbot Mundy), riuscendo a modulare molto bene la tensione – già l’idea di partenza, con un universo che è un tratto di mare, e su di esso una nave divisa equamente fra forze del bene e del male, è notevole.
Su questo si innesta la capacità di Merritt di rendere i propri dei assolutamente alieni – quasi lovecraftianamente alieni, nonostante i riferimenti mesopotamici; e se è palese che Nergal non è esattamente un dio benevolo, allo stesso modo anche Ishtar ha delle sfumature meno che desiderabili.
Poi, certo, l’azione, l’avventura, la bellezza in pericolo che si innamora perdutamente del nostro eroe – ma c’è un senso di oscurità e di durezza di fondo, in questa storia, che la eleva al disopra di tanta sword & sorcery muscolare.
E poi c’è la grafica di Finlay, che è straordinaria come si conviene.

Quindi, no – forse non tutti i frequentatori del fantasy troverebbero questo romanzo appetibile.
È troppo strano, troppo insolito.
Forse anche troppo fantastico, per i gusti contemporanei.
Eppure, ha un sapore particolare, originale, e piuttosto interessante.

E chi volesse provare, può trovare il testo, gratuitamente, sulle pagine del Progetto Gutenberg Australiano.
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* Collana splendida, della quale finirò per recuperare, potendo, tutti i titoli disponibili.

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nella letteratura fantasy e in particolare nello sword and sorcery; fondatore di Hyperborea, cofondatore del movimento Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

3 commenti

  1. Io ho scoperto di essere innamorata della narrativa fantasy, anche se non ho avuto mai l’opportunità di leggere un romanzo molto vecchio. Mi intrigano le cose strane e particolari dato che non sanno di monotono, e questo articolo mi ha molto incuriosita!

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