Articolo di Gabriele C. Zweilawyer, tratto dal sito Zhistorica.


La possibilità di ottenere la Spolia Opima suscitò il desiderio di molti condottieri romani.

I Trofei di guerra e, soprattutto, le decorazioni militari, non sono una trovata moderna. Chi immagina un Marine con il Purple Heart sul petto o uno dei soliti generali africani pieno di stellette e patacche, non avrà difficoltà ad immaginare un centurione coperto di falere.

Mentre una corona muralis o una corona navalis potevano essere guadagnate da qualsiasi soldato, solo un comandante poteva ottenere la Spolia Opima. L’unico modo per ottenerla era uccidere in duello (inteso come semplice uno contro uno) il comandante nemico e strappare dal suo cadavere armi e armatura (e, ove presenti, altri oggetti).

L’armatura del comandante nemico veniva appesa a un tronco di quercia e portata dal vincitore nel tempio di Giove Feretrio, secondo la tradizione inaugurata da Romolo, il primo ad ottenere la Spolia Optima dopo aver ucciso Acrone, Re dei Ceninensi, a un paio di anni dalla fondazione di Roma.

  GENERALI IN PRIMA LINEA
L’argomento è interessante perché ci mostra dei generali  che facevano il “lavoro sporco”, andando a cercare il pari grado nemico per ottenere la gloria. La difficoltà dell’impresa è testimoniata dall’esiguo numero di romani che si sono potuti fregiare della Spolia Opima: solo tre.

Abbiamo già detto di Romolo (anche se la veridicità storica degli avvenimenti che lo riguardano è sempre in questione), mentre gli altri due furono Aulo Cornelio Cosso e  Marco Claudio Marcello.

Marcello spolia opima
A giudicare dalla sua statua, sembra che Marcello avesse ben chiaro il concetto “men sana in corpore sano”

Sul primo, è lo stesso Tito Livio a nutrire alcuni dubbi di carattere cronologico. Lo storico insinua il dubbio che Cosso fosse, durante la Battaglia di Fidene (ove si guadagnò la Spolia Opima), un “semplice” tribuno militare e non un console. Ad ogni modo, lo stesso Livio ci dà un resoconto dell’azione con cui Cosso riuscì ad uccidere Lars Tolumnio, re di Veio.

E, spronato il cavallo, si buttò, lancia in resta, contro quel solo nemico. Dopo averlo colpito e disarcionato, facendo leva sulla lancia, scese anch’egli da cavallo. E mentre il re cercava di rialzarsi, Cosso lo gettò di nuovo a terra con lo scudo e poi, colpendolo ripetutamente, lo inchiodò al suolo con la lancia. Allora, trionfante, mostrando le armi tolte al cadavere e la testa mozzata infissa sulla punta dell’asta, volse in fuga i nemici, terrorizzati dall’uccisione del re.

A parte l’orrenda traduzione, figlia di una rivisitazione cavalleresca del duello, si riesce a percepire la grandiosità dell’impresa compiuta da Cosso: uccidere un re e issare la sua testa su una picca dev’essere una delle azioni più devastanti per il morale delle truppe nemiche.

Non è difficile immaginare che, dopo Cosso, molti altri generali tentarono di ottenere la Spolia Opima, magari per entrare nella leggenda o per farsi paragonare al primo re di Roma, ma passarono duecento anni prima che qualcun altro ci riuscisse: Marco Claudio Marcello.

Per chi non lo conoscesse, Marcello fu uno dei più grandi comandanti militari della storia romana, definito da Livio “la spada di Roma”. Di lui è famoso il ritratto fatto fa Plutarco nelle sue Vite Parallele, dove lo descrive così:

uomo esperto nelle cose di guerra, esperto nelle armi, forte nella persona, pronto di mano, e per natura, amico della guerra. Nel combattere corpo a corpo, fu in certo modo, superiore a sé stesso, perché non rifiutò mai disfide e sempre quanti lo provocavano, uccise

Insomma, un qualcosa di molto diverso dal generale che se ne sta nelle retrovie a dare ordini (non che la cosa sia necessariamente negativa, specie se dà buoni ordini). Il suo essere in prima linea, anche quando l’età lo avrebbe sconsigliato, lo portò a cadere in un’imboscata di Annibalenel 208 a.C., quando aveva ormai sessant’anni.

Ad ogni modo, il caro Marcello ottenne la Spolia Opima quindici anni prima, nel 222 a.C., quando uccise il re dei Gesati Viridomaro durante la Battaglia di Clastidium.

lapide Marcello spolia opima
Marcello in sei parole

Visto che non mi è rimasta una grande padronanza del greco, mi limito a riportare qui sotto la traduzione de Le Vite di Plutarco redatta nel ‘500 da Marcello Adriani il Giovane, cui ho apportato solo piccole modifiche formali:

Il re dei Galli avendolo scorto da lontano, e avendo compreso dalle insegne che era lui il capitano dei nemici, galoppò molto innanzi agli altri, e con voce barbara e vibrar di lancia, si rivolgeva a lui, sfidandolo in battaglia; ed era uomo che superava in grandezza gli altri Galli, con un’armatura d’oro e argento, composta da tanti colori e lavorazioni, che risplendeva come fulmine. Quando Marcello, osservati tutti i soldati, non vide altre delle armi più belle, giudicò esser quelle (del re dei Galli) stesse che aveva con voto promesse a Giove. Con questo pensiero si lanciò al galoppo verso di lui e lo colpì così forte nel petto con la lancia che, aiutato dalla forza del cavallo in corsa,  lo passò da parte a parte, e gettandolo in terra ancor vivo, con altro ed altro colpo lo uccise definitivamente…

Quindi anche lui, come Cosso, impalò il nemico da bravo cavallerizzo. Non avendo il testo greco di Plutarco, nutro un certo sospetto verso la traduzione di Marcello Adriani (a fine XVI secolo i tornei erano abbastanza diffusi, quindi potrebbe aver preso spunto da lì).

Portate le armi di Virdomaro presso il tempio di Giove Feretrio, Marcello non poteva immaginare che sarebbe stato l’ultimo romano a guadagnarsi la Spolia Opima. Eppure fu così.

Si trattava di certo di un retaggio repubblicano (sebbene inaugurato da un re, Romolo), quindi nella Roma imperiale avrebbe avuto poco senso o, meglio, non sarebbe stato accettato dall’Imperatore. Immaginate un comandante pronto a entrare a Roma, in trionfo, con le spoglie di un re vinto e acclamato dalla folla come nuovo Romolo, mentre l’Imperatore rimane a mangiarsi le mani nelle sue stanze.

 UNA SPOLIA OPIMA NEGATA
A sostegno di questa teoria c’è la vicenda relativa alla Spolia Opima negata da Ottaviano a Marco Licinio Crasso, nipote del l’omonimo triumviro. Crasso, comandante militare probabilmente superiore al suo illustre avo, combatté sulla linea danubiana per diversi anni a partire dal 29 a.C.. In uno degli scontri con i Bastarni, Crasso riuscì ad uccidere il loro re, Deldo (a volte una vocale diversa fa tutta la differenza del mondo). Tuttavia Ottaviano, ormai sulla via della definitiva costituzione dell’Impero, volle evitare la Spolia Opima, che avrebbe reso Crasso un rivale politico importante, e non gli assegnò neanche il titolo di “Scythicus”.

Si trattò a tutti gli effetti di una “damnatio memoriae” parziale, poiché il giovane Crasso è, a tutt’oggi, un personaggio che si trova citato nei manuali di storia solo di rado.

In The Military Decorations of the Roman Army, Valerie A. Maxfield parla di tre tipi diversi di spolia opima: primasecunda e tertia. L’autore romano Sesto Pompeo Festo, citando Terenzio Varrone, pone alla base di questa distinzione una legge del periodo monarchico (“Lex Numae“) Purtroppo, le fonti che citano questa suddivisione non entrano nel dettaglio del significato, quindi bisogna procedere con l’ipotesi più plausibile.

Publio Annio Floro (I,33,II), Valerio Massimo (3,2,6) e Cassio Dione (51,24) riportano casi di spolia opima ottenuta da ufficiali o semplici legionari romani, ma specificano che nessuno di loro ebbe la possibilità di consacrarla a Giove Feretrio proprio perché non erano al vertice della gerarchia militare.

Probabilmente quindi, la spolia opima prima era quella conquistata dal comandante supremo, la secunda indicava l’uccisione del generale nemico da parte di un ufficiale di rango più basso, e la tertia da un semplice soldato.

Abbiamo già accennato al fatto che la spolia opima prima veniva offerta a Giove Feretrio, mentre per quanto riguarda la secunda, sappiamo che veniva offerta a Marte; la tertia, infine, a Quirino.

Bibliografia:
  • H. S. VERSNEL, Triumphus: Inquiry into the Origin, Development and Meaning of the Roman Triumph (1970);
  • V. A. MAXFIELD, The Military Decorations of the Roman Army (1992);
  • P. ROBINSON, Military Honour and the Conduct of War: From Ancient Greece to Iraq (2006);
  • I. OSTENBERG, Staging the World: Spoils, Captives, and Representations in the Roman Triumphal Procession (2009).

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nella letteratura fantasy e in particolare nello sword and sorcery; fondatore di Hyperborea, cofondatore del movimento Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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