23435378_726969537512793_1146261822_n

Per la rubrica  “I racconti di Satampra Zeiros”, oggi abbiamo il piacere di ospitare nuovamente Andrea Berneschi che ci propone Punica Fides, racconto sword and sorcery di 35.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


andrea-bernaschi-autoreAutore: Andrea Berneschi è nato ad Arezzo nel 1977. È stato portiere d’albergo, ha lavorato per anni in una struttura psichiatrica, ha insegnato in un Liceo, ha spostato barelle in un Pronto Soccorso. Fa parte della Redazione della webzine Filmhorror.com; dal 2016 è membro della Horror Writers Association.

Con I Sognatori ha pubblicato “Necroniricon”, raccolta di diciassette racconti horror. Altri suoi lavori sono contenuti nelle antologie “Ritorno a Dunwich”, “Ritorno a Dunwich 2”, “La Serra Trema” edite da Dunwich Edizioni. Con la stessa casa editrice ha pubblicato la novella “Megafauna”, episodio finale della serie “Infernal Beast”. Suo è il racconto “Il Cimitero dei Kaiju”, edito da Collana Miskatonic – Vincent Books editore.


battle-infantry-war-carthage-picture

Punica Fides

di Andrea Berneschi

1.

Da quando Asherath aveva fatto il suo ingresso come schiava nella villa di Manio Rufo Labieno, nessuno l’aveva mai sentita proferire un lamento. Svolgeva di buona lena i lavori che di volta in volta le venivano affidati (pulire i pavimenti decorati da mosaici preziosi, togliere le ragnatele dalle statue – tutte copie perfette di originali greci – spolverare i grandi vasi provenienti dall’Iberia e dalla Tracia, aiutare la cuoca a preparare i pasti), parlava poco, mangiava con parsimonia, di notte i suoi sonni erano tranquilli e non lasciavano trapelare alcun indizio di angoscia o di sofferenza. Un osservatore esterno avrebbe potuto pensare che fosse sempre stata una schiava e che avesse passato tutta la vita in condizioni servili, anche prima della distruzione della sua città di provenienza, Cartagine.

Non era così.

A Megara, il quartiere dov’era nata, tutti l’avevano conosciuta fin dall’infanzia come una ragazza saggia e piena di qualità. Suo padre, un modesto commerciante di anfore e di vasellame, era stato orgoglioso di vederla crescere sobria e laboriosa, dimostrando di eccellere su molte delle sue compagne anche per intelligenza e capacità di farsi volere bene da tutti.

Era diversa dalle ragazze che pensano solo a ostentare le loro grazie, il cui unico scopo nella vita è ottenere un marito ricco e una bella casa da sfoggiare, e non amava neppure spargere maldicenze o pettegolezzi. Cos’era, dunque, che teneva in vita quella figura esile e elegante? Davvero nel suo petto non albergava alcuna passione? I suoi genitori quasi si preoccupavano per la sua eccessiva sobrietà, sbocciata oltretutto in una città piena di eccessi e di stranezze. Un giorno però era stata lei stessa a confessare il suo più grande desiderio, dissipando di colpo i loro interrogativi: voleva diventare una delle sacerdotesse di Tanit, essere una delle vergini che intonano insieme i loro canti, in cerimonie notturne e segrete, per onorare la Dea.

Non era facile per una ragazza del popolo ottenere l’accesso a quella confraternita, tradizionalmente riservata alle figlie delle migliori famiglie, ma Asherath impiegò tutta la forza di volontà e la perseveranza di cui era capace; superò arcani esami e studiò a memoria testi complicati, di cui dimostrò di saper cogliere tutte le sfumature, finché le porte del grande tempio non le furono spalancate, e lei poté entrare. Anche ora, nella villa dov’era tenuta come schiava, ricordava con emozione quel momento. In quei primi anni di apprendistato era riuscita a imparare molte cose. . .

Purtroppo nessuno avrebbe più potuto testimoniare la sua forza di volontà o le altre qualità che aveva ampiamente dimostrato di possedere: in quell’ultimo giorno di Cartagine, quando i romani avevano attaccato la città dal mare, dalla terra e scendendo dal cielo sui loro ornitotteri, erano morti quasi tutti quelli che la conoscevano; solo due o tre si erano salvati, e adesso erano costretti nei ceppi della schiavitù in luoghi molto lontani dal suo.

Il destino le aveva tolto contemporaneamente moltissime cose: il cielo primaverile sulla costa del Nordafrica, l’estate calda e terribile e splendente, il conforto della frescura dell’autunno, quando cominciano ad arrivare le prime piogge. Eppure, nella disgrazia, sembrava che la Dea non l’avesse del tutto dimenticata. Sarebbe potuta finire nelle grinfie di padroni molto peggiori di Labieno e della sua famiglia, e di questo era consapevole. Nei racconti degli altri membri della servitù ricorrevano le storie di romani inumani e crudeli: se un vaso cadeva di mano a uno schiavo, lo facevano uccidere tagliuzzandolo con gli stessi cocci; se si ribellava apertamente, lo immergevano vivo nelle vasche delle murene carnivore, o lo condannavano a essere sbranato dalle bestie feroci nell’arena.

Lontanissimo da questi esempi di disumanità, Labieno faceva parte di quella minoranza illuminata di italici che cominciava ad aprirsi agli influssi di altre culture; non solo la sua villa era arredata con opere d’arte greche e orientali, ma vi si poteva discutere di arte o di argomenti filosofici senza il timore che queste occupazioni potessero sembrare poco virili. Addirittura, uno schiavo greco era stato comprato apposta perché nelle occasioni conviviali leggesse a voce alta l’Odissea e l’Iliade. Ai banchetti che si tenevano in quella casa figuravano ospiti di riguardo, a volte anche personaggi vicini al Senato, era difficile che ci fossero scandali alla luce del sole o che ai servi fossero affibbiate punizioni sadiche, pubblicamente o nel segreto dei loro alloggi. Labieno, tuttavia, non era del tutto al riparo dagli eccessi volgari: dietro il complesso della villa aveva fatto costruire un anfiteatro privato, dove in occasioni particolarmente importanti si svolgevano giochi gladiatori.

Il padrone di casa aveva apprezzato fin dal primo giorno il carattere semplice e affidabile di Asherath; con il tempo la sua stima nei confronti della schiava cartaginese era cresciuta così tanto che non esitava ad affidarle il piccolo figlio Giunio. Per farlo addormentare, la ragazza gli cantava melodiose filastrocche puniche e nel suo cuore non gli portava nessun odio per la sua appartenenza a un popolo diverso e nemico.

La moglie di Labieno, Aurelia Metella, non si fidava invece del tutto di Asherath. «Quella cagna continua a non piacermi» confessò al marito, una volta, quando era certa che lei non sentisse. «Ha qualcosa di strano negli occhi. Non bisognerebbe mai mettersi nelle mani di una cartaginese. Sono un popolo infido, lo dicono tutti: non mantengono la parola data, amano gli intrighi e i tradimenti. . .»

«Questi timori sono indegni di te, donna; sarò felice quando li abbandonerai» rispose Labieno, sorridendo. «Non si sono viste, forse, tigri feroci allattare bambini abbandonati? Così cantano i nostri poeti, e il mito stesso della fondazione di Roma parla di due gemelli allevati da una lupa. L’istinto materno è una grande forza, e non fa distinzioni di specie.»

«Ti diverti a prendermi in giro. . . ma un giorno vedremo chi ha ragione» ribatté la donna, piccata.

C’era poco da obbiettare: che il piccolo Giunio venisse allattato da una schiava era una necessità. Non solo i seni di Aurelia non erano in grado di produrre la minima quantità di latte, ma su di lei incombeva una grave malattia, di cui nessun medico era riuscito a capire l’origine. Il matrimonio era stato combinato dal padre di Labieno, che per il figlio prediletto aveva scelto una compagna discendente da una delle più antiche e ricche famiglie umbre senza stare a preoccuparsi della salute del suo corpo. Nonostante questo, i due si volevano bene.

Quando rimanevano soli, ed era certa che nessuno potesse vederli, Asherath incantava il piccolo Giunio con trucchi che aveva appreso durante gli anni in cui era novizia nel tempio di Tanit. Nell’oscurità della camera dalla punta delle dita faceva nascere una fiammella azzurra che, danzando, passava all’interno del palmo, seguiva la curva del polso, risaliva sul dorso della mano, galleggiava sospesa nell’aria. A volte il piccolo cercava di afferrare quella prodigiosa luce danzante, e lei doveva fermarlo in tempo perché non si bruciasse.

L’invasione romana di Cartagine aveva interrotto il suo addestramento magico e non aveva fatto in tempo ad apprendere tutti i segreti dell’arte di Tanit. Conosceva solo una decina di incantesimi, quelli di base, ma il dono più grande che la Dea le aveva concesso era la sua benevolenza: anche in quella terra straniera, lontano dalla madrepatria perduta, continuava a proteggerla.

2.

L’ospite da lungo tempo atteso, Quinto Sabino, arrivò al tramonto. Varcata la soglia della casa, si fermò un attimo a osservare i ricchi mosaici che si trovavano proprio davanti ai suoi piedi. Nel corridoio di ingresso, oltre il classico CAVE CANEM con il molosso immortalato nel momento in cui sta per partire all’attacco c’era un ET CAVE DOMINUM raffigurante lo stesso Labieno che impugnava una di quelle armi nuove in dotazione alla Legione dell’Aria, la cui punta, come il corpo di certi pesci degli abissi, era in grado di provocare scosse letali.

Fuori il tempo era inclemente e il mantello da viaggio dell’uomo era bagnato e ricoperto nella parte superiore da una spolverata di neve. Asherath l’aiutò a toglierlo; l’avrebbe portato al guardaroba, dove si sarebbe occupata personalmente di spazzolarlo e di stenderlo ad asciugare.

«Entra pure e siedi per ora su quelle panche. Manderò uno dei miei aiutanti ad annunciare il tuo arrivo» disse il servo portinaio, un uomo in là con gli anni ma di bell’aspetto, nonostante la cicatrice che gli sfregiava una guancia.

«Avverti che facciano in fretta; io e i miei uomini stiamo congelando» rispose bruscamente il nuovo arrivato.

I servitori si allontanarono di gran carriera. Asherath ebbe il tempo di osservare bene l’ospite e gli altri membri della comitiva che lo accompagnava. Sabino era massiccio ma non molto alto, con corti capelli grigi e occhi pieni di arguzia e di vitalità. Gli altri sette uomini avevano un volto che sembrava intagliato nel legno: si trattava di soldati veterani, e a causa del loro rango sociale minore nessuno di loro aveva mantello o indumenti che lei potesse prendere. Chiudeva la comitiva un gigantesco barbaro, alto almeno un cubito più dei suoi compagni di viaggio. Asherath lo osservò: nonostante la sua mole, dai tratti del viso si sarebbe detto che fosse giovane, sedici anni al massimo, aveva i capelli lisci e molto lunghi, di un colore così chiaro che pareva bianco, e le mani legate dietro la schiena.

I servi tornarono per riferire al portinaio le disposizioni di Labieno. «Il padrone vuole che lo raggiungiate nel cortile interno, che oggi è coperto» spiegò questi. «Non manca molto all’ora della cena e i cuochi di questa casa sono già all’opera per prepararvi un buon pasto.»

Gli uomini sorrisero. Poi, più avvezzi alle battaglie che alle raffinatezze di una residenza patrizia, si misero in marcia per i corridoi mantenendo quasi una formazione militare. Asherath li seguì, giocando a immedesimarsi nel loro punto di vista. Tutti quelli che mettevano piede per la prima volta nel cortile restavano colpiti dalla sua grandezza e soprattutto erano abbagliati dal grande mosaico interno: una composizione che rappresentava le ultime glorie militari della Repubblica. A giudicare da come gli ospiti si fermarono, anche stavolta l’opera aveva avuto un discreto successo. Su un mare calmo e limpido, dalla cui superficie spuntavano a tratti le groppe di delfini e di mostri irti di zanne e coperti di scaglie, navigava una flotta di quinqueremi ognuna delle quali portava ricamato sulla vela il simbolo dell’aquila e la sigla SPQR. Poco più a destra, su un promontorio, erano accampati i soldati di una legione: si intravedevano i vessilliferi, riconoscibili per l’elmo coperto da pelli di lupo, gli auxilia reclutati da tribù dei quattro angoli della terra (un uomo dalla pelle nera proveniente da sud del deserto africano, un germano del nord, alto, bianchissimo e vestito di strisce di cuoio, un guerriero del popolo dei Seri, con i capelli raccolti in un codino sopra la testa e una spada lunga e ricurva, un ispanico dal volto dipinto). In alto, nel cielo, era schierata una flotta di macchine volanti da guerra: almeno dieci ornitotteri a posto singolo, più due triremi alate che trasportavano sul ponte decine di soldati armati di “aste del fulmine”. Era chiaro quale fosse il messaggio che l’artista aveva voluto sottolineare: ormai i romani erano prossimi a dominare il mondo intero.

Sabino era ancora intento a cogliere ogni piccolo particolare dell’opera (molti gliene erano sfuggiti: lassù, sopra le nuvole, alcuni soldati cavalcavano grandi animali simili a pipistrelli; al centro dell’opera, su un’isoletta, un gigante deforme era posto a guardia di un tempio diroccato) quando si vide venire incontro il padrone di casa in persona e lo salutò con grande affettazione.

«Salve, grande Labieno! Avevo sentito magnificare le meraviglie di questa abitazione, ma mi hanno comunque colto impreparato! Che mosaico splendido! Adesso sono impaziente di vedere la tua arena privata! Se ne parla anche a Roma!»

«Tu mi aduli!» rise Labieno, compiaciuto. Indossava una stupenda tunica bordata di rosso; anelli d’oro massiccio risplendevano a ogni movimento delle sue mani. Il volto, però, era semplice e cordiale, e dimostrava intelligenza. «È vero, ho dedicato molto tempo a progettarla secondo le mie necessità e il mio gusto. Possiedo una scuderia composta da almeno trenta elementi che posso far combattere tra loro. Tuttavia, non è ancora il momento di apprezzarla: il segreto della felicità sta nel prendere ogni piacere al momento opportuno. Su, andate pure a riposarvi; lo spettacolo gladiatorio si terrà solo dopo una ricca cena.»

«Meraviglioso! A proposito, ho un regalo per te da parte del mio alto protettore, Caio Fabio Rufo.»

«Non doveva! Così sarò costretto a ricambiarlo, e sarà certo un problema: quell’uomo ha già tutto!» esclamò Labieno, prorompendo in una schietta risata. «Di cosa si tratta?»

«Di questo schiavo, catturato apposta per farlo partecipare ai tuoi giochi gladiatori.»

Gli mostrarono il giovane barbaro; lui lo osservò con occhio da intenditore, rimanendo a distanza.

«Un vero colosso! Dove l’avete pescato?»

«Abbiamo catturato questo Cimbro due mesi fa, durante una scaramuccia nella regione del Noricum. Si è battuto come un leone fino all’ultimo; credo che nessuno dei tuoi atleti riuscirà a mettergli paura!»

«Sembra sapere il fatto suo. Vedremo! Intanto, puoi sistemarti in una delle stanze degli ospiti. Non ti stupire se stasera non troverai mia moglie Aurelia: è stata colpita da una delle crisi che le porta la malattia e rimarrà nella sua camera. Forse domani si rimetterà.»

«Non sapevo. . . mi dispiace, le porgo attraverso te i miei migliori auguri. Che Giunone la preservi!»

«Purtroppo non credo che gli Dei si preoccupino della nostra salute. . .» commentò Labieno, serio. «Così almeno sostiene Epicuro, che mi sembra un uomo molto saggio. Non dobbiamo però permettere che nulla ci rovini questa serata. Asherath, occupati tu del prigioniero. Mi sembra stanco, fai in modo che riprenda tutte le sue forze. Io e Sabino dobbiamo parlare di affari. . .»

3.

Nessuno si fidava di sciogliere i nodi che avvincevano le mani del gigante, così toccò a lei portargli alla bocca il cibo con un cucchiaio di legno, mentre coppie di guardie si davano il cambio per tenerlo d’occhio.

Seduto sul basso sgabello, il giovane barbaro serrava i denti e rifiutava di assaggiare alcunché, come se quei bocconi che gli porgevano fossero avvelenati.

Asherath non aveva fretta. Gli tolse i capelli biondi dal viso e lo guardò a lungo negli occhi. «Capisci la lingua latina?» gli chiese infine.

Lui annuì senza abbandonare la sua espressione torva.

«Anch’io sono una schiava, come te. Hai mai sentito parlare di Cartagine? No, eh? Non importa. Era una grande città, in Africa, ma ora è completamente distrutta. I romani l’hanno ridotta in polvere più di dieci anni fa.»

Lo sguardo del prigioniero passò lentamente dalla zuppa di farro e verdure nella ciotola alle guardie che sonnecchiavano appoggiate al bordo del tavolo e alla porta di legno chiusa a chiave, per poi tornare a posarsi su quella strana donna dalla carnagione scura, la prima creatura che gli avesse dimostrato un po’ di gentilezza dal momento in cui era stato catturato.

«Ti consiglio di mangiare» continuò lei. «Questa sera dovrai combattere. Capisci cosa vuol dire? Il mio padrone ha al suo servizio delle bestie feroci molto grandi e molto cattive, animali mai visti nei paesi civilizzati. Già hai poche possibilità. Se non mangi sei spacciato del tutto, ragazzo mio.»

Le guardie continuavano a sonnecchiare. Asherath fece un altro paio di tentativi, poi si arrese. «Come vuoi» disse infine. «Io ci ho provato.

«Sei solo una puttana» scattò all’improvviso il ragazzo, facendola sobbalzare. «Invece di combattere per la tua libertà ti inchini al volere di Roma. Scommetto che scaldi anche il letto del tuo padrone, non è vero?» Sorridendo sarcasticamente, cercava negli occhi della donna una reazione di rabbia, di vergogna o comunque di disagio. Non la trovò.

«Non sai niente, di me, ragazzo, e non conosci il popolo che ti ha catturato. Sai cosa accadrebbe se uccidessi il mio padrone? Ogni volta che uno schiavo si macchia di questo delitto la giustizia romana crocifigge tutta la servitù della casa, anche gli innocenti. Ti piacerebbe che accadesse questo? Le cose sono molto più difficili di come le percepisce la tua testolina bionda.»

Il barbaro non rispose, ma era chiaro che stava ascoltando le sue parole.

«Se volessi, potrei tagliare la gola al mio padrone in qualsiasi momento. Non lo faccio perché, tra tutte le possibilità che mi si parano davanti, è quella che mi piace di meno. Non esiterei, se davvero fosse necessario, ma la mia città è stata distrutta, e non ho dove altro andare.»

Il barbaro ci pensò su. «Mi dispiace per il tuo popolo» disse.

«Lotta, e ti prometto che non te ne pentirai» insistette lei.

«Perché stai cercando di aiutarmi?» chiese il ragazzo, perplesso di fronte a tanta caparbietà.

«Perché è giusto così, Tanit approverebbe» rispose Asherath. «Se combatti, hai un’occasione. Fatti valere, e forse Labieno ti comprerà. È onesto e il suo animo è meno malato di quello di tanti altri suoi connazionali. Dovrai lottare, sputare sangue, ma se le cose ti vanno bene potresti persino tornare libero. Questo è ciò che ti offre il destino oggi.»

«Il mio destino era quello di scorrazzare libero nelle foreste della Germania!»

«La morte è il destino di tutti gli uomini, ragazzo. Anche questi romani non ne sono al riparo, cosa credi? Lo stesso Labieno rischia ogni giorno la vita per la sua amicizia con un tribuno della plebe che incorre nelle antipatie di molti, uno che ha idee pericolose. Sta però a noi stabilire come andare incontro al gran finale. Detto questo, io non intendo certo scegliere per te.»

«Bei discorsi» tagliò corto il gigante, «che restano pur sempre dei ragionamenti da femminucce.»

Ma poi accettò di mangiare.

4.

Dopo sette portate, la cena era giunta alla fine. Labieno batté le mani e una coppia di servitori nubiani accorse con dei bacili pieni d’acqua profumata perché gli ospiti si lavassero le mani.

«E’ stato proprio un banchetto degno di un re» si complimentò Sabino. Poi, rivolto a Giunio, aggiunse: “Ehi, piccoletto. . . Tuo padre ti fa sempre mangiare così tanto? Diventerai un Ercole, allora?»

Labieno rise. «Se ogni giorno gli venisse dato così tanto cibo ne verrebbe fuori una botte, non certo un eroe! Noi mangiamo sempre con moderazione, secondo quanto raccomandano i buoni filosofi. Solo in compagnia lasciamo andare un po’ i limiti. La frugalità, l’equilibrio sono ciò che dovrebbe fare grande il nostro popolo, differenziandoci dai barbari del nord, del sud, dell’est e dell’ovest.»

«So che hai degli schiavi provenienti persino da Cartagine, la grande città scomparsa più di quaranta anni fa» osservò Sabino, cambiando discorso. «Ormai, di punici in carne e ossa che conservino il ricordo di cos’era la capitale del loro regno, ne devono restare pochissimi. Il loro prezzo è salito alle stelle!»

«Uno è la donna che ti ha preso il mantello.»

«Non l’avrei mai detto! Molto bella, complimenti!»

«Quando vedremo il barbaro in azione?» intervenne Giunio.

«Tutto suo padre!» rise Labieno. «Non vede l’ora di assistere a un bel combattimento, e delle nostre chiacchiere non glie ne importa un fico!»

«Hai visto che pettorali, che bicipiti? È l’ideale per la vostra arena! Certo, il suo valore è molto inferiore a quello di una schiava punica. . . abbiamo catturato cinquemila Cimbri, uomini e donne scelti tra i più adatti, e sono già in viaggio verso Roma. Purtroppo, più una merce è diffusa e meno ha valore.»

«Avremmo da imparare, invece, dalla semplicità e dalla frugalità di questi barbari» rispose Labieno, per pura cortesia.

«Dici bene! Eccoli qua, il barbaro delle foreste selvagge e la bella schiava della città distrutta. . .» osservò Sabino, un po’alticcio per il vino bevuto. «. . . immagine del nostro passato primitivo e del. . . vorrei dire del nostro futuro, ma taccio, perché porterebbe male: Roma non cadrà mai. Della nostra attuale corruzione, dirò invece. Non so cosa ne pensi tu, ma secondo me è infatti indubbio che la nostra Repubblica si sta rammollendo! Il lusso dilaga, i nostri giovani non pensano più alle virtù militari, vogliono fare una vita piena di mollezze. . . sembrano tutti degli orientali! Non parlo di te, ovviamente. Con la cultura che possiedi riesci benissimo a coniugare cultura greca e schiettezza romana.»

«Non credo ti stupirà sentirmelo dire: è troppo semplice affermare che tutti gli orientali siano corrotti. La Grecia ci ha dato molti buoni condottieri, no? E anche i nostri vicini della lontana Asia, a ben vedere, hanno qualità positive. Il loro imperatore sta applicando allo stato le idee di un filosofo che in saggezza è pari forse a Socrate: sceglie i suoi funzionari in base a esami pubblici, a cui chiunque può partecipare. Così premia i meritevoli, non i raccomandati. Da ogni popolo si può imparare qualcosa: non è forse stata questa finora la nostra strategia?»

«Forse hai ragione, chissà. Io sono ignorante, non ho mai letto un libro, mi interessano solo i piaceri semplici della vita. Su, parliamo di quest’arena: è pronta? Quando inizia lo spettacolo?»

«Basta che andiamo sulle gradinate.»

«Perfetto!» rise Sabino, alzandosi dal triclinio e stirandosi le membra. «Contro chi farete combattere il nostro barbaro? Un germano? Un ispanico? Un britanno?»

«Non indovineresti mai» intervenne Giunio, con una strana luce negli occhi. «Dico bene, padre?»

5.

Gli spettatori occupavano pochi posti sulle gradinate: oltre a Labieno, a suo figlio e a Quinto Sabino erano stati ammessi cinque soldati della scorta di quest’ultimo e quattro servi della villa, tra cui Asherath. Non fecero un grande clamore, ma la loro emozione fu comunque percepibile quando le due gabbie ai lati dell’arena si aprirono.

Da una delle gabbie venne un forte ruggito, poi l’essere che la occupava balzò fuori di colpo.

Non viveva con gli altri gladiatori di Labieno, non si allenava né condivideva i pasti con loro. Catturato nelle terre selvagge dell’Asia, aveva un corpo muscoloso coperto di lunghi peli verdi, gli arti erano tanto ipertrofici da essere deformi e la schiena era caratterizzata da una spiccata gibbosità. Il particolare più orrendo, però, era il volto: dalla bocca spuntavano denti aguzzi come zanne, mentre le dita di mani e piedi finivano in neri artigli.

«Meraviglioso!» commentò Sabino, non appena lo vide. «C’è però una cosa che non riesco a capire: è umano o no?»

Labieno allargò le braccia. «Chi mai può stabilire un confine netto all’umanità?»

«Chissà quali altre sorprese ci riserva quel regno così a Est. . .» aggiunse Sabino. «Prima dell’invenzione degli ornitotteri non eravamo mai riusciti a stabilire relazioni commerciali durevoli con i Seri. Troppe montagne, troppi deserti.» Accanto a lui, nel posto che normalmente sarebbe stato riservato alla moglie, sedeva Asherath.

Il Cimbro uscì dalla gabbia con fare sdegnoso; era senza elmo, e portava i lunghi capelli legati in una treccia dietro la nuca. Aveva protezioni metalliche allacciate sul braccio sinistro e sulla gamba corrispondente; nella mano destra impugnava una corta accetta. Invece di lasciarsi intimorire dall’aspetto del mostro che gli avevano messo contro, iniziò a studiarlo; a passo di corsa gli si fece più volte vicino, provocandolo con una serie di finte per studiarne i movimenti. Ogni volta che lo sentiva a portata, l’umanoide verde tentava di abbrancarlo con i suoi artigli, ma il ragazzo era veloce, e l’altro finiva sempre per stringere il vuoto.

Asherath osservò i suoi movimenti con attenzione e sorrise. Evidentemente le sue parole avevano scosso l’animo del guerriero; avrebbe dato filo da torcere al suo avversario.

I due vennero presto in contatto; il mostro graffiò più volte il barbaro, che non sempre riusciva a parare i colpi ricevuti. Sanguinando, infine, gli si slanciò addosso con tale impeto da gettarlo per terra. Un fendente dall’alto in basso aprì sulla coscia del mostro un’ampia ferita, ma esso si mostrò apparentemente insensibile al dolore e colpì l’arma con un calcio, scagliandola dall’altra parte dell’arena. Senza perdere un attimo di tempo il barbaro lo abbrancò tra le braccia, provò a soffocarlo in una presa da lottatore, gli si mise sopra a cavalcioni e iniziò a tempestarlo di pugni pesanti come magli di piombo. Il mostro incassò una gragnuola di colpi che avrebbero ucciso un bue, ma non si arrese: graffiò ancora il suo avversario, e soprattutto lo morse sul polso destro, provocando una ferita così profonda che il sangue ne sgorgava ritmicamente, a ondate. Il rosso liquido vitale schizzava copioso dai tagli sul corpo del giovane Cimbro, colava dalle ferite aperte sul cranio del mostro, si coagulava sul pelame verde della bestia, inzuppava i due corpi che si dibattevano nello spiazzo rotondo.

Sabino e Giunio, eccitatissimi, seguivano ormai in piedi il combattimento; lo stesso Labieno faceva fatica a contenere l’emozione.

Il giovane barbaro sembrava indebolito; con una felice intuizione si allontanò dal mostro e fermò l’emorragia al braccio usando il legaccio di cuoio che aveva tra i capelli. Appena in tempo; l’altro gli era già addosso.

«Io sono soddisfatto così» disse a un tratto Labieno, girandosi verso il figlio. «Che dici Giunio? Lo compriamo questo nuovo gladiatore? Sono sicuro che ci riserverà molte altre serate di divertimento.»

Il ragazzino non sembrava convinto.

«È stato coraggioso, no?» insistette Labieno.

«È più alto di me, e questo non mi va giù» rispose il rampollo. «Padre, lo facciamo morire?»

Un’ombra passò sul volto di Labieno. Non gli piaceva quando il ragazzo si comportava così, ma doveva ancora crescere: con il tempo avrebbe capito. Se l’avesse contraddetto davanti a un ospite, non ci sarebbe stato poi modo di parlare con lui per mesi. Era molto permaloso.

Quello scambio di battute aveva distratto gli spettatori. Nell’arena, nel frattempo, il mostro stava caricando a tutta velocità il barbaro che lo aspettava impassibile, con le braccia dietro la schiena e il petto esposto. Nel momento esatto in cui l’ebbe a portata di mano, però, la destra dell’uomo saettò improvvisa, ci fu un lampo metallico, e la testa dell’abominio rotolò di colpo nella polvere mentre il barbaro esultava, alzando al cielo l’accetta che era riuscito a recuperare.

Gli spettatori applaudirono tutti, tranne Giunio, che ostentò un’aria annoiata. Gli inservienti non tardarono a entrare nell’arena per trascinare via il corpo della creatura uccisa e medicare alla bell’e meglio il vincitore.

6.

«Chi c’è là fuori?» chiese lo schiavo addetto alla portineria. Al di là della soglia scalpitavano alcuni cavalli.

«Vado a vedere e riferisco subito» si offrì uno degli aiutanti.

Asherath era nel cortile interno della casa, con la schiena appoggiata a una parete, intenta a leggere il Bellum Poenicum di Nevio, un’opera che amava molto. Dopo la morte della padrona di casa, anche se continuava formalmente a essere una schiava le sue condizioni erano molto migliorate: non doveva più passare ogni ora impegnata in lavori pesanti. Ancora non era stata liberata dalla schiavitù, ma sapeva che quel giorno non avrebbe tardato a giungere. Il cuore di Labieno era in mano sua, e lei avrebbe trattato bene quell’uomo sobrio e intelligente. Non era solo questione di interesse, il suo.

Amborum uxores noctu Troiad exibant capitibus opertis, flentes ambae, abeuntes lacrimis cum multis …

La lettura venne interrotta dalle grida del servo. Posò il libro e si avvicinò al bancone del portinaio per sentire cosa fosse accaduto. «Disgrazia! Tiberio Sempronio Gracco è stato ucciso in una congiura! Anche il nostro padrone era con lui, e ha perso la vita! È stata una carneficina, sono morti più di trecento cittadini romani!»

«Per Ercole!» imprecò il servo portinaio. «Non gli hanno perdonato quella legge sull’agro pubblico! E così abbiamo perso il padrone migliore del mondo!»

Molti servi erano accorsi, richiamati dalla confusione; in loro il lutto per la morte del padrone era offuscato da un pensiero ancora più negativo.

Fu uno dei cuochi, il più vecchio, a esprimere ciò che passava nella mente di tutti.

«Se Labieno è morto. . . noi adesso apparteniamo a suo figlio Giunio! Oh Giove, salvaci, tu che puoi!»

Una donna della sua età gli si fece vicino. «La nostra vita è finita» affermò con voce piatta, senza emozione. «Non nutro alcuna speranza sul nostro destino, sotto l’indegno rampollo del nostro buon padrone.»

«È stato bello, finché è durato» commentò il vecchio cuoco, e l’abbracciò.

Nessuno guardava Asherath negli occhi, nessuno avrebbe saputo cosa dirle. Tra tutti, era lei, probabilmente, quella che perdeva di più.

Dietro una colonna, nel cortile, il Cimbro ascoltava senza proferire una parola.

7.

Era passato un mese dal giorno della triste notizia e già Giunio aveva superato il lutto e si era dato da fare per riorganizzare la villa secondo i suoi desideri.

Alcuni schiavi erano stati venduti, altri comprati. Asherath era rimasta.

Tra i nuovi acquisti spiccava un nubiano, Korhogo, che Giunio aveva acquistato nel corso di una delle sue lunghe visite nella capitale perché il venditore ne aveva magnificato l’esperienza nelle arti negromantiche: solo il fatto che era vecchio e che, a quanto pareva, era stato scacciato dalla sua tribù di origine, lo inducevano ad accettare la condizione servile in terra straniera. Ad Asherath quell’uomo non era piaciuto fin dal primo momento che l’aveva visto. Le loro storie sembravano simili, a prima vista, ma non si sarebbero potuti trovare due opposti più inconciliabili di loro due.

«So che non mi sopporti» le disse un giorno il vecchio stregone, «eppure siamo simili. Sento su di te l’odore della magia. Perché invece di ignorarmi non diventi mia alleata? Lui dice che di te ci si può fidare.»

Non ebbe alcuna risposta.

«Sto facendo un grande lavoro per Giunio. Vuoi vedere di cosa mi occupo?»

Korhogo la condusse nelle stalle adiacenti all’arena. Da dietro gli steccati si sentivano provenire gemiti e uno strano sibilare.

«In origine qui si curavano i gladiatori feriti. . . ma è da molto tempo che nessuno combatte. Cosa state facendo?» chiese lei.

«Le nostre arti ci permettono di forgiare non solo armature, ma la stessa carne umana. Guarda tu stessa.»

Alcuni corpi erano legati a tavolacci di legno grezzo. Sembravano addormentati, svenuti, o comunque non del tutto coscienti. Uno di essi era nascosto nell’ombra, posizionato a testa in giù, mentre un altro giaceva legato a una rozza croce verticale. Lo stregone gli si avvicinò salmodiando una litania nel suo linguaggio barbaro, poi afferrò un paiolo e lo immerse in un calderone, raccogliendo un po’ di liquido che usò per bagnare il prigioniero. A contatto con il liquido la schiena dell’uomo cambiò subito colore, come se fosse stata ustionata, ma invece che di bolle si ricoprì di dure scaglie da coccodrillo. Solo ora, il prigioniero spostò la testa da una zona d’ombra, esponendola alla luce che penetrava da una finestra, e Asherath poté vederlo bene: era uno spettacolo orribile. Molte zone del corpo erano già ricoperte di scaglie da rettile, e dalla bocca, larga e senza labbra, usciva una lingua biforcuta.

«Vedi questo, invece? Stiamo cercando di fargli spuntare un altro paia di braccia dal busto. Non sarebbe male, per un gladiatore, poter impugnare quattro armi contemporaneamente, no? Beh, in realtà la cosa non sta funzionando. . . non del tutto. Le altre braccia ci sono, ma non hanno abbastanza mobilità.»

Asherath non replicò. La vittima di quegli esperimenti sembrava svenuta e forse, fortunatamente, non si era ancora resa conto di ciò che le avevano fatto. Lo stregone continuò con la sua spiegazione.

«Come tutti sanno, le armature dei gladiatori non servono tanto a proteggerli quanto a farli morire nel modo più spettacolare possibile. Altrimenti, invece che le braccia e le spalle coprirebbero il loro addome, no? Ecco, stiamo lavorando anche in questo senso, proprio sul combattente più forte che abbiamo, il Cimbro.»

Ecco di chi era, il corpo lasciato sottosopra.

Le braccia erano ipertrofiche e finivano con chele di granchio; gli occhi, spettacolo orribile, sgusciavano dalle orbite come lumaconi gonfi e turgidi.

«Non ha gabbia toracica, nessuna protezione copre il cuore e i polmoni» spiegò Korhogo, con un ghigno sadico. «E senti qua» aggiunse, premendo con una mano il ventre rigonfio. «Basterebbe uno spillo a farlo esplodere come una vescica. Per questo gli avversari cercheranno di attaccarlo proprio qui, e lui si difenderà con le braccia possenti. . . sarà davvero una sfida avvincente!»

Fu davvero troppo per Asherath. Si ritirò nelle sue stanze, e meditò a lungo.

Giunio continuava a nutrire verso di lei una qualche forma di rispetto. Non correva alcun pericolo immediato. Eppure. . .

Non doveva più alcuna fedeltà a quella casa, ma la doveva a qualcosa di più importante: la propria umanità. Dopo quello che aveva visto, la ribellione non era un’opzione inutile e dannosa, ma l’unica scelta possibile.

Come l’ape, sapeva di avere una sola occasione per colpire, e che la sua azione e il suo sacrificio sarebbero avvenuti nello stesso momento.

8.

Asherath camminava con tranquillità e sicurezza nel fitto buio della casa, diretta verso la stanza dove dormiva Giunio Labieno. Sopra il cortile interno il cielo era stellato e senza nuvole, di una profonda tonalità di blu, e la sua mente era altrettanto calma. Ricordava i giorni in cui aveva appreso le antiche arti magiche cartaginesi, ormai dimenticate in tutto il globo terrestre, proprio come la grande capitale in cui erano fiorite. Ricordava la bellezza della città in cui era nata, il ruggito dei leoni nel tempio di Moloch, gli anziani che procedevano appoggiati ai bastoni di denti di narvalo, il loro sguardo nobile e pieno di intelligenza. Ricordava le grandi zanne di elefante che decoravano le porte delle case, i vicoli oscuri dove abitavano fattucchiere e stregoni, i giochi dei bambini sopra i canali di scolo del quartiere dei tintori, i mercenari che si esercitavano gridando fuori delle bianche e alte mura cittadine, il porto militare, il mercato affollato in un giorno di sole. Ricordava tutto.

I mostruosi gladiatori seguivano i suoi passi come belve ammaestrate. Il Cimbro sembrava tra loro il più determinato e procedeva davanti agli altri, la mano deforme avvinta a quella della schiava cartaginese.

Dopo essere stati liberati avevano fatto a pezzi il corpo di Korhogo e lei li aveva aiutati, sigillando con la magia le labbra del vecchio per impedirgli di pronunciare anche uno solo dei suoi incantamenti. Eppure, lo sentivano chiaramente, la loro vendetta non poteva ancora dirsi completa. La voglia di uccidere scaldava gli arti deformi, prorompeva come fuoco dalle giunture, sprizzava in scintille sotto le zampe. Anche Asherath si lasciò contagiare da quel calore.

«Chi è a quest’ora?» chiese Giunio, con la voce ancora impastata dal sonno.

Quando aprì la porta, la luce delle fiamme sovrastò tutto.

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nella letteratura fantasy e in particolare nello sword and sorcery; fondatore di Hyperborea, cofondatore del movimento Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...