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PIU’ DI UNA PREMESSA.

Negli ultimi anni, il Grimdark sta dando una pista al fantasy più commerciale Tolkieniano, Meyeriano e Rowlingniano, grazie ad autori come Sapkowski, Morgan, Lawrence, Cook, Donaldson e Joe Abercrombie. Quest’ultimo, ribattezzato dai fan Lord Grimdark, è la punta di diamante di quello che sembra essersi trasformato in un vero e proprio movimento culturale/letterario. Molti sostenitori di questo sottogenere del fantastico, tuttavia, sembrano aver dimenticato (o non sapere) che, prima di essere marchiato con il nome di Grimdark (pare che questa definizione derivi da una tagline di Warhammer 40k, “In the grim darkness of the far future there is only war”), esso si chiamava genericamente Heroic Fantasy. “Grimdark” è un’etichetta apposta sopra un’altra etichetta: è lo specchio di un fenomeno esclusivamente commerciale che tende a individuare target di lettori più specifici all’interno delle macro categorie dei generi letterari. Il risultato è che si scende sempre più a fondo nei meandri delle categorizzazioni, con classificazioni più minuziose, al limite dell’insanità mentale, con sottogeneri inscatolati in altri sotto–sotto–generi, in un loop infinito…

UNA RIFLESSIONE.

Il Grimdark viene descritto come un genere nel quale si trova “An overemphasis of the negative aspects of a character and sometimes you wonder if there is not a single person in a book who isn’t a fatally flawed psycho!”. Questa enunciazione spesso fa il paio con un elogio al “verismo” delle situazioni e delle ambientazioni.

Certo è che da qualcosa nato da una costola di Warhammer 40k come Eva è nata da Adamo, io non mi aspetto granché di verosimile…

Ho letto numerose recensioni entusiastiche che pongono l’accento sul “realismo” dello stile di Abercrombie, un concetto che viene perlopiù assimilato alle caratteristiche di 0d7b1124fe4664902b1acf904ed89a0fcrudezza, squallore e brutalità delle situazioni (come se questi fossero gli unici aspetti da valutare per giudicare “realistica” una storia…). Mi lascia perplessa: non mi pare che basti a giustificare l’apprezzamento per l’opera di un autore né, più importante, a rendere un’opera degna di essere letta o meno. Sarebbe un po’ come dire che un film è bello solamente per via degli effetti speciali (cosa che, in effetti, sento dire spesso, e non smette mai di scatenarmi l’orticaria). Ma di tutto il resto (e non è poco!) che compone un’opera, non importa più a nessuno?

Mi sembra che i parametri di giudizio si siano incagliati contro un iceberg, piazzatoci lì in mezzo agli occhi per oscurare il nostro giudizio e non farci vedere nient’altro. Ci siamo talmente assuefatti al fascino perverso di una violenza scenica spinta al parossismo per esaltarne la componente sensazionale che, ormai, badiamo solamente a quella. Bene, vi dirò una cosa: non c’è niente di realistico, in questo.

Non intendo fornirvi l’ennesima recensione dell’opera magna Abercrombiana (per la quale rimando all’ottimo pezzo scritto da Giovanni Luisi, https://hyperborea.live/2017/06/07/la-prima-legge-di-joe-abercrombie/) ma piuttosto proporvi una riflessione sugli aspetti meno appariscenti dei suoi romanzi ma ugualmente importanti, se non di più, per buttare giù un giudizio complessivo sulle due trilogie (Il mare infranto; La prima legge) e sui tre stand alone (Il sapore della vendetta; The heroes; Red country). Sento il bisogno di affrontare questa riflessione da un punto di vista che finora è stato un po’ trascurato e, inoltre, dovrò pur ammazzare il tempo in attesa di leggere Tredici Lame! – forse non l’ho reso facilmente intuibile, ma adoro Abercrombie.

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UNA PROVOCAZIONE.

Chi mi conosce sa che sono golosa di confronti stimolanti e, quando scrivo, mi diverto a essere provocatoria nella speranza di incoraggiare la discussione. Perciò, prendete questo mio pezzo per quello che è: una speculazione un po’ seria e un po’ no, su uno degli autori che più sta facendo parlare di sé.

Credo che i romanzi di Abercrombie siano l’equivalente di un tipico filmone hollywoodiano con tanti effetti speciali e poca sostanza, che nasconde i difetti di plot sotto al tappeto mentre ci distrae con personaggi accattivanti, dialoghi frizzanti e uno stile coinvolgente, magistrale. Il risultato? Molto divertimento, senza dubbio, che però ci fa perdere di vista l’essenziale: un romanzo non è un film. Si tratta di due prodotti culturali diversi, che si esprimono e trasmettono informazioni in maniera diversa. E se un film, oggigiorno, può permettersi (ma anche no) di trascurare la trama in favore di effetti speciali pirotecnici, il romanzo non può permetterselo. Non se non vogliamo assistere alla morte della letteratura. Qual è il rischio concreto che corre, oggi, la narrativa? Vedere i propri stilemi assimilati a quelli degli altri media, in particolare il cinema. E in che modo potrebbe accadere? Con una tendenza mutuata dal pessimo giornalismo, trasferita al cinema, alle serie tv, ai documentari, e che sta infestando tutti i media: il sensazionalismo.

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Ma quali sono gli aspetti essenziali di un romanzo, quelli che vanno preservati da questo fenomeno infestante? I personaggi; la trama; il world–building; lo stile.

Come se la cava Abercrombie con ognuno di essi? Vediamo.

I PERSONAGGI.

Il nostro caro Joe è laureato in psicologia, e i suoi protagonisti sono spesso dei disturbati mentali da manuale. Sono impressionanti nelle loro caratterizzazioni, tocchiamo con mano persone convincenti, umane, fallibili, piene di difetti. Abercrombie, tuttavia, non si limita a definire gli aspetti psicologici dei suoi personaggi, ma li esalta e li rende sensazionali. Essi sono sporchi, depravati, complessati, sleali, strafottenti, opportunisti, ipocriti… Non compiono una buona azione nemmeno per sbaglio.

MajorWest-GraphicNovelSono davvero questi gli unici attributi di un’umanità credibile? O sono gli attributi di un’umanità sensazionale? Gli eroi che hanno preceduto quelli Abercrombiani erano meno realistici perché possedevano anche qualità positive?

Ho sentito spesso rispondere di sì a questa domanda.

Cordialmente, dissento. Soltanto perché Waylander dei Drenai (David Gemmell) non era un maniaco omicida affetto da disturbo bipolare non vuol dire che sia stato caratterizzato con minor dovizia, o che fosse meno realistico, di Logen Novedita. E solamente perché Ferro Maljinn è incapace di amare e di attribuire valore alle vite altrui, a causa dei feroci traumi che ha subiti, non significa che sia una donna più vera di Karrakaz, l’eroina di Nata dal Vulcano (Tanith Lee). Ho fatto due esempi di eroi chiaroscurali, che sono stati pensati con i lori difetti e i peccati, un uomo e una donna macchiatisi di colpe tanto quanto di meriti. La lista di personaggi similmente sviluppati è lunga, a dispetto di quanto si tenda a pensare negli ultimi anni. Chi ignora questa semplice verità non ha letto abbastanza o non ha letti i libri giusti…

Nel 1988 Alex Voglino (che ha raccolto la curatela della Fantacollana dopo Sandro Pergameno) ha così introdotto ai lettori italiani la saga dei Drenai:

«Accantonati gli eroi solari di Tolkien e quelli uniformi, inossidabili e un po’ stolidi di tanta sword & sorcery, Gemmell disegna il suo universo mitico in senso antropocentrico, restituendo alle singole personalità l’onore e l’onere di plasmare la storia, di disegnarne il corso con l’amore e con la fedeltà, con l’amicizia e con il coraggio, con la disperazione e con l’odio: con il ferro e con il fuoco. E i suoi eroi, come quelli del nostro quotidiano reale, sono in perenne lotta con le proprie debolezze, le proprie sconfitte, le proprie inevitabili contraddizioni. Vincere se stessi, giorno dopo giorno, questo è il più importante e più incommensurabile eroismo». E poi continua, dicendo: «Gemmell coniuga una matura visione psicologica dei personaggi al fascino mitico dell’epopea in una storia di popoli e di conquista e non di cerche e di compagnie, ammantata di un senso di grandezza e di potenza. Il mondo di sciamani e guerrieri, di sangue e di visioni, di sacrifici e di atti di sublime eroismo creato dall’autore è fratello gemello del nostro mondo passato e, nel contempo, sua proiezione esemplare, ultraterrena, come ogni pura immaginazione.»

La differenza con i personaggi di Abercrombie è che questi sono ancora più sporchi eGlokta-painter-11- inguaiati, il sudiciume interiore (ed esteriore) che li distingue è spinto all’eccesso per fare sensazione, per sovreccitare i sensi, proprio come gli inseguimenti e le esplosioni nei film che, di anno in anno, diventano sempre più rocamboleschi, teatrali ed estenuanti. Spettacolari, sì, ma pur sempre di inseguimenti ed esplosioni si tratta. L’eccesso di realismo, a un certo punto, diventa iperrealismo il quale – indovinate – non è realistico.

Un “eroe” completamente privo di pregi non è più realistico di uno completamente privo di difetti.

LA TRAMA.

Una volta accantonati gli “effetti speciali”, le “distrazioni accattivanti” costituite dai personaggi, che cosa rimane della trama?

Uno dei punti dolenti della Trilogia della Prima Legge è, a mio parere, la “cerca”: Logen, Jezal, e Ferro si lasciano convincere a seguire il Primo Mago Bayaz fino alla fine del mondo alla ricerca di un’arma misteriosa. Le loro motivazioni sono debolucce, e tale debolezza viene confermata alla fine, quando ritornano tutti indietro con un pugno di mosche solamente per scoprire che quello che cercavano era nascosto sotto il loro naso. A che cosa è servito, ai fini della trama?

Si potrebbe obiettare che la vita reale è sconclusionata, e che fosse nelle intenzioni dell’autore trasmettere l’imprevedibilità dell’esistenza nelle proprie pagine. Sospetto che Joe ci abbia spinti a leggere centinaia di pagine superflue soltanto perché aveva bisogno di inserire un elemento fantastico nella trama – elemento fantastico inutile ai fini della trama stessa – per precise strategie di marketing. In caso contrario, non sarebbe stato semplice per l’editore classificare il romanzo e individuare il target di lettori più appropriato. Allo stesso modo, scegliere dei protagonisti adolescenti ha permesso di classificare la trilogia del Mare Infranto come Young Adult quando, in sostanza, non lo è. Tornando per un momento alla Prima Legge, se rimuovessimo la sotto–trama che riguarda il Primo Mago Bayaz, rimarrebbe un romanzo d’avventura privo di qualsiasi elemento fantastico, e funziona già bene così, ma non abbastanza da giustificare migliaia di pagine.

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L’ossatura dei romanzi di Abercrombie è, in generale, gracile, proprio perché egli stesso preferisce porre l’accento sulle dinamiche tra i personaggi e sull’azione, trascurando l’importanza di una trama che funga da base solida.

Ho idea che Abercrombie sia più portato per i romanzi autoconclusivi e i racconti: il respiro più breve di questi formati narrativi permettono all’autore di concentrarsi più sui personaggi che sulla storia, la quale può e deve essere semplice, per rispettare i parametri della brevità. Nei tre stand alone, in particolare ne Il sapore della vendetta – che considero il suo libro migliore –, assistiamo a un uso egregio di tutti gli strumenti narrativi, che risultano ben bilanciati, laddove, nelle due trilogie, evidenziavano l’eccessiva semplicità del plot e sottolineavano i limiti del world–building.

IL WORLD–BUILDING.

Alcuni lettori sostengono che l’assenza, o la limitata presenza, di elementi fantasy nei romanzi di Joe sia un pregio. Cordialmente, dissento. Se non vi piacciono gli elementi fantasy in un fantasy, non leggete fantasy. Nessuno vi costringe.

L’elemento fantastico in un romanzo fantasy è la sostanza pregnante, compenetra e comprende l’universo letterario, lo salda alla storia e ai personaggi, i quali acquisiscono maggiore spessore anche in funzione di esso.

Avete mai pensato a che cosa perderebbero i racconti di Conan, derubati dell’elemento fantastico? Non rimarrebbe nulla, tanto è fondamentale non solo per la storia e per i personaggi ma anche per il world–building. Non solo senza non si potrebbero definire dei racconti fantastici, ma avremmo l’impressione che Conan si muova in uno spazio indefinito, fatto di nebbiose inconsistenze.

Il mondo ideato da Joe è funzionale quanto basta alle storie e ai personaggi, ma è soltanto un palcoscenico da allestire di volta in volta, in funzione della scena successiva. Ben congegnato, ma nulla di più. Sembra interessante, ci piacerebbe saperne di più… ma non veniamo accontentati, perché non si tratta di una dimensione in grado di sussistere a prescindere dai personaggi intorno al quale è stato modellato. Il Mondo Circolare non possiede la concretezza che si avverte in altre saghe, come ne La Ruota del Tempo (Jordan), ne La Spada della Verità (Goodkind), in Malazan (Erikson) o, per continuare a citare Gemmell, in una qualsiasi delle sue pregevoli saghe. Persino Howard, che nei suoi racconti aveva poco spazio a disposizione, è riuscito a delineare mondi ed epoche intere Conan-Robert-Howard-novels-acon pennellate più consistenti, che ci restano impresse nella memoria a distanza di parecchi anni e di numerose altre letture.

È un errore commesso da molti credere che il fantasy sia il genere più semplice da scrivere, quello che richiede meno adesione ai costrutti della coesione interna e della verosimiglianza. Chiunque lo pensi, si sbaglia di grosso.

Se vuole davvero scrivere fantasy (che sia “grit” oppure no), Joe Abercrombie dovrebbe tenerne conto, e dedicare maggiore attenzione al world–building, per capire a che cosa serve davvero la magia nel suo mondo e nelle sue storie. Se non serve, che la metta pure da parte. Non ne sentiremo la mancanza perché, almeno per quanto mi riguarda, i suoi romanzi funzionano meglio senza. Ma se pensa che sia necessaria, allora, dovrà dimostrarcelo.

LO STILE.

Del suo stile abbiamo già accennato. Abercrombie è un magistrale interprete della parola scritta. Sia che si tratti di descrivere paesaggi, di trasmettere l’azione, di esprimere i pensieri e le voci dei suoi protagonisti, la sua prosa è dinamica, espressiva, fortemente visuale, elegante ma mai affettata. È la prima cosa che mi ha colpito dei suoi libri e, parere mio, il suo maggior pregio come autore. È anche, probabilmente, il motivo principale per cui ci ha conquistati, al punto da non farci notare certi difetti che, altrimenti, ci avrebbero fatto storcere il naso e mugugnare risentiti. Lord Grimdark ci getta il fumo negli occhi e noi gioiosamente ringraziamo, trasformati, durante la lettura, nelle tipiche ragazzine stracotte del ragazzaccio della scuola – sì, anche voi maschietti, ché siete i suoi fan peggiori! Ma la verità è che ci sta bene così.

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