Estratto del saggio di John R. R. Tolkien, Il medioevo e il fantastico, Bompiani, 2003, pp. 27 – 34.


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Nel 1864 il reverendo Oswald Cockayne scrisse del reverendo dottor Joseph Bosworth, professore di anglosassone al Rawlinson College: «Ho cercato di estendere ad altri la convinzione, da me nutrita a lungo, che il dott. Bosworth non è, nel suo settore specifico, un uomo tanto diligente da leggere come si conviene i libri […] che sono stati stampati nel nostro antico inglese, nella cosiddetta lingua anglosassone. E ciò, in quanto professore, dovrebbe farlo con estrema cura». Queste parole erano ispirate dall’insoddisfazione per il dizionario di Bosworth, e senza dubbio erano assai poco gentili. Se Bosworth fosse ancora vivo, un Cockayne dei giorni nostri lo accuserebbe probabilmente di non leggere la «letteratura scientifica» sul suo argomento, i libri scritti intorno ai libri nella cosiddetta lingua anglosassone. I libri originali sono sepolti e dimenticati.
Per nessun altro testo ciò è vero come per Beowulf, come solitamente lo si chiama. Naturalmente io l’ho letto, così come ho letto gran parte (ma non la totalità) di coloro che su di esso hanno scritto dei saggi critici. Ma, indegno successore e depositario di Joseph Bosworth, temo di non essere stato tanto diligente da leggere tutto ciò che è stato scritto su questo poema o che lo riguarda a qualche titolo. Ho letto abbastanza, però, per azzardare l’ipotesi che la letteratura beowulfiana, sebbene ricca in tanti settori, sia particolarmente povera in un campo. Si tratta del settore della critica, quella critica che mira alla comprensione del poema in quanto poema. È stato detto del Beowulf che la sua debolezza consiste nel mettere le cose insignificanti al centro e quelle essenziali ai margini. Questa è una delle opinioni che vorrei considerare con particolare attenzione. Penso infatti che sia profondamente ingiusta nei riguardi del poema, ma particolarmente azzeccata a proprosito della letteratura che lo riguarda. Beowulf e stato trattato come una cava di fatti e di fantasie con molta più assiduità di quanto non sia stato studiato come opera d’arte.
Dunque, è del Beowulf come poema che voglio parlare; e per quanto possa sembrare un atto di presunzione che io tenti «di misurare col mio senno di uomo da poco la saggezza di un gruppo di eruditi», in questo ambito ci sono per lo meno maggiori possibilità per «l’uomo da poco». E così tante sono le cose che si potrebbero dire, sia pure restando solo in quest’ambito, che io mi limiterò prevalentemente ai mostri – Grendel e il Drago, quali appaiono nei saggi critici in inglese che reputo migliori e più autorevoli – e a certe considerazioni sulla struttura e il tenore del poema che da questo tema direttamente sorgono.
C’è una spiegazione storica circa lo stato di quella critica beowulfiana cui ho fatto riferimento prima, e questa spiegazione è importante, se ci si vuole avventurare a criticare i critici. E dunque indispensabile una rapida sinossi sulla storia della questione.
Ma, per essere breve, cercherò di presentare solo allegoricamente le mie opinioni in proposito. Quando iniziò il suo cammino tra gli studiosi moderni, il Beowulf fu tenuto a battesimo dalla Poesis di Wanley come un «egregio esempio di poema anglosassone» (Poeseos Anglo-Saxonicae egregium exemplum). Ma la fata madrina invitata a sovraintendere alle sue fortune fu la Storia. Ed ella portò con sé Filologia, Mitologia, Archeologia ed Etnologia Eccellenti signore, tutte. Ma che ne era di colei che aveva dato il
nome al bambino? La Poesia fu normalmente dimenticata: occasionalmente ammessa dalla porta di servizio, spesso respinta sulla soglia. «Il Beowulf», dicevano, «non è propriamente affar nostro, e in ogni caso non è certo un nostro protetto di cui si possa andar fieri. È un documento storico. E solo in quanto tale merita l’interesse della cultura superiore di oggi». E proprio in quanto documento storico, esso è stato soprattutto esaminato e sezionato. Sebbene le idee circa la natura e la qualità dei dati storici in esso contenuti siano parecchio mutate dai tempi in cui Thorkelin lo aveva chiamato De Danorum Rebus Gestis, questo punto è rimasto fermo. Tale prospettiva appare infatti esplicitamente in giudizi espressi anche in tempi piuttosto recenti. Nel 1925 Archibald Strong tradusse il Beowulf in versi; ma nel 1921 egli aveva dichiarato: «Beowulf il ritratto di una intera civiltà, di quella Germania  che ci descrive Tacito. Il principale interesse del poema, per noi, non è di carattere puramente letterario. Beowulf  un importante documento storico».
Sottolineo in via preliminare questo punto, perché mi sembra che non soltanto per Strong, ma anche per altri critici più autorevoli di lui, l’aria fosse annebbiata dalla polvere sollevata dagli scavi dei ricercatori. Ci si può legittimamente chiedere: perché mai dovremmo avvicinarci a questo testo, o a qualsiasi altro poema, come ad un importante documento storico? Una simile attitudine è giustificabile: primo, se non si è minimanente coinvolti con la poesia, e si cercano solo tutte le informazioni che il testo può dare; secondo, se il cosiddetto «poema» non contiene di fatto alcuna poesia. Il primo caso non mi riguarda. La ricerca dello storico, naturalmente, è del tutto legittima, anche se non collabora per nulla con la critica in senso lato (non è affar suo), ma è legittima a patto che non sia scambiata per critica. Per il professor Birger Neumann, in quanto storico delle origini svedesi, Beowulf  senza dubbio un documento importante, ma egli non si occupa di scrivere una storia della poesia inglese. Per quanto concerne il secondo caso, si potrebbe dire che valutare un poema, qualcosa che quantomeno è scritto in forma metrica, come un documento di prevalente interesse storico, dovrebbe essere equivalente a giudicarlo, in una prospettiva letteraria, privo di ogni merito letterario; e, in questa prospettiva, poco altro si potrebbe aggiungere su di esso. Ma al riguardo del Beowulf un simile giudizio è falso. Lungi dall’essere un poema così povero da farsi apprezzare solo per il suo accidentale interesse storico, Beowulfe di fatto così interessante, in quanto testo poetico, e la sua poesia si mostra a tratti così potente, che il suo contenuto storico passa decisamente in secondo piano, e il poema appare largamente indipendente anche dai più importanti fatti storici che la ricerca ha potuto scoprire in esso (come la data e l’identità di Hygelac). È curioso il fatto che sia stata proprio una delle
virtù poetiche peculiari del Beowulf a contribuire alle sue sfortune critiche. L’illusione della realtà e della prospettiva storica, che ha fatto sembrare Beowulf una così promettente miniera, è infatti in larga misura un prodotto dell’arte. L’autore ha fatto ricorso a un senso storico istintivo – invero parte di quell’antico temperamento inglese (e non senza qualche relazione con la sua famosa malinconia) del quale Beowulf è espressione suprema; ma ha fatto ricorso a esso come a un oggetto poetico, e non storico in senso stretto. Gli appassionati di poesia possono tranquillamente studiarne l’arte, ma coloro che cercano le tracce della storia devono badare a non essere soverchiati dallo splendore della Poesia.
Quasi tutte le censure, e gran parte delle lodi, che il Beowulf si è meritato sono dovute sia alla convinzione che esso fosse qualcosa che non era – per esempio primitivo, pagano, teutonico, un’allegoria (politica o mitica) o, più spesso, un poema epico; sia alla delusione susseguente alla scoperta che esso era ciò che era, e non quel che lo studioso avrebbe preferito fosse – per esempio, una ballata eroica pagana, una storia della Svezia, un manuale di antichità germaniche, o una nordica Summa Tbeologica.
Vorrei dare espressione a tutta questa laboriosa attività con un’altra allegoria. Un uomo ereditò un campo in cui si ergeva un cumulo di vecchie pietre, parte di un antico edificio. Alcune di queste pietre erano già state usate per costruire la casa in cui egli viveva, non lungi dall’antica magione dei suoi padri. Delle restanti, egli ne prese una parte per costruire una torre. Ma i suoi amici si accorsero a un certo punto (e senza preoccuparsi di salir le scale) che queste pietre in precedenza erano state parte di un edificio più antico. Così essi gettarono la torre a terra, non senza fatica, per cercare incisioni e iscrizioni nascoste, o per scoprire da dove i remoti antenati dell’uomo si erano procurati il materiale da costruzione. Alcuni, sospettando l’esistenza di un deposito sotterraneo di carbone, cominciarono a scavare per cercarlo, dimenticando anche le pietre. Tutti quanti dicevano: «La torre è estremamente interessante». Ma dicevano anche (dopo averla rasa al suolo): «Che disordine c’è qui!» E anche gli stessi discendenti dell’uomo, che avrebbero ben potuto considerare quel che egli era stato sul punto di fare, furono uditi mormorare:
«È un tipo così strambo! Pensa, usare queste antiche pietre solo per costruire una torre del tutto insensata! Perché non ha restaurato la vecchia casa? Non aveva il senso delle proporzioni!» Ma dalla cima di quella torre l’uomo era stato in grado di spingere
lo sguardo sino al mare.
Spero di poter mostrare che questa allegoria è legittima – anche se consideriamo i critici più recenti e perspicaci che, almeno nelle intenzioni, si occupano di letteratura. Per raggiungerli dobbiamo passare con rapido volo sopra le teste di molte decadi di critici. Nel farlo sale da loro una confusa babele, che posso descrivere come qualcosa di questo genere. «Beowulfè un poema epico indigeno ancora immaturo, il cui sviluppo è stato bloccato dalla cultura latina; ispirato dall’emulazione di Virgilio, è il prodotto dell’educazione che si radicò con il cristianesimo; come testo narrativo è debole e inconsistente; le regole della narrazione sono seguite con solerzia secondo i modi dell’epica colta; è il disordinato prodotto di un gruppo di anglosassoni dalle idee confuse,
probabilmente intontiti dalla birra (questa è una voce francese); è una successione di ballate pagane curate da monaci; è il lavoro di uno studioso cristiano di cose antiche, colto ma privo di accuratezza; è l’opera di un genio, frutto raro e sorprendente in quel periodo, sebbene il genio a quanto sembra si sia mostrato soprattutto nel fare cose che sarebbe stato meglio lasciare non fatte (questa è una voce recente); è un primitivo racconto popolare (coro generale); è il poema prodotto da una tradizione cortese e aristocratica (stesse voci); è un guazzabuglio; è un documento sociologico, antropologico, archeologico; è un’allegoria mitica (voci piuttosto vecchiotte, generalmente zittite, ma non così completamente come alcune delle grida più recenti); è rude e rozzo; è un capolavoro di abilità metrica; non ha forma alcuna; ha una struttura singolarmente debole; è un’acuta allegoria della situazione politica del suo tempo (il vecchio John Earle con alcuni minimi aiuti da parte di Girvan; solo che considerano periodi diversi); la sua architettura è solida; è inconsistente e di scarso valore (una voce solenne); è indiscutibilmente un’opera di gran peso (la stessa voce); è un’epica nazionale; è una traduzione dal danese; è stato importato da mercanti frisoni; è un punto di forza dei programmi universitari di inglese; e (coro finale e universale di tutte le voci) merita di essere studiato».
Non sorprende che si senta il bisogno tassativo di fissare un punto di vista, una convinzione, un giudizio. Ma chiaramente è solo nella considerazione del Beowulf in quanto poema, con un intimo significato poetico, che un punto di vista o una convinzione possono essere raggiunti e stabilmente mantenuti. Perché è proprio della natura dei jabberwock della ricerca storica e antiquaria gorgogliare nell’oscuro bosco della congettura, svolazzando da un albero tum-tum all’altro. Nobili animali, il cui gorgoglio può risultare occasionalmente piacevole da ascoltare; ma sebbene i loro occhi fiammeggianti si rivelino a volte dei riflettori,
la loro portata è breve7.
Nondimeno, un qualche tipo di sentiero è pur stato aperto nel bosco. Lentamente, con lo scorrere degli anni, l’ovvio (così spesso la rivelazione di una ricerca analitica) è stato scoperto: che abbiamo a che fare con il poema di un inglese che usava di nuovo materiali antichi e largamente tradizionali. Alla fine dunque, dopo aver cercato per tanto tempo da dove provenissero questi materiali, e quale fosse la loro natura originaria o primeva (domande cui non si potrà mai dare una risposta definitiva), potremmo anche chiederci nuovamente che cosa il poeta ha fatto con tutto ciò. Se ci poniamo questa domanda, allora c’è ancora qualcosa che manca, anche nei critici maggiori, i dotti e riveriti maestri, dai quali umilmente traiamo origine.
I punti principali che mi lasciano insoddisfatto li avvicinerò dalla strada aperta da W.P. Ker, di cui onoro il nome e la memoria. Meriterebbe rispetto anche se fosse ancora in vita e non fosse ellor gehworfen on Frean waere, andato via lontano verso il Signore, su un’alta montagna nel cuore di quell’Europa che amava: un grande studioso, egli stesso illuminante come critico, in quanto mordente critico dei critici. Nonostante ciò, non posso far a meno di avvertire che nell’accostarsi al Beowulf egli fu impacciato dalla quasi inevitabile debolezza della sua grandezza: le storie e gli intrecci devono a volte esser sembrati più banali a lui, uomo di vastissime letture, di quanto non apparissero agli antichi poeti e al loro pubblico. Il nano al posto giusto vede spesso cose che il gigante che viaggia ed erra per molti paesi perde di vista. Considerando un periodo in cui la letteratura copriva un ambito più ristretto e gli uomini possedevano un repertorio di idee e di temi meno diversificato del nostro, dobbiamo cercare di ricreare e apprezzare la profonda riflessione e il robusto sentimento che essi proiettavano su ciò che possedevano.
In ogni caso, Ker è stato poderoso. Perché il suo modo di fare critica è magistrale, sempre espresso in parole insieme pungenti e convincenti, e ciò accade anche quando (come occasionalmente mi capita di pensare) la sua stessa critica appare criticabile. Le sue parole e i suoi giudizi sono stati spesso citati, o riaffiorano variamente modificati e digeriti, probabilmente senza che se ricordi più la fonte.

[…]

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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