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Recensione di Andrea Berneschi, già apparsa in Filmhorror.com


John Zacharias detto “Gentle” dimostra quarant’anni. È dotato di fascino, intelligenza e coraggio, qualità che non ha saputo impiegare troppo bene (siamo negli anni ’90, prima della crisi economica): vivacchia dipingendo falsi su commissione e frequenta gli ambienti della bohéme londinese. Soffre di amnesie, può ricordare con esattezza solo gli avvenimenti degli ultimi dieci anni e non conosce neanche la propria vera età anagrafica. Judith, una sua ex, condivide con lui questo problema; ciò che non dimentica è la loro passata e tormentata storia d’amore. Quando il marito geloso di lei assolda un assassino per ucciderla, si innesca una reazione a catena che cambierà per sempre le loro sorti, e forse quelle del mondo intero. Il killer, infatti, chiamato Pie’oh’pah, è solo all’apparenza un essere umano. Indizi sempre più incalzanti suggeriscono che sia un fuggiasco proveniente da un’altra dimensione.

La nostra Terra è solo il quinto di cinque mondi paralleli, chiamati Domini. Mentre gli altri quattro sono collegati tra loro, il nostro è l’unico ad essere “non conciliato”, separato dal resto della creazione da un abisso spaziotemporale abitato da esseri mostruosi. Esistono porte che permettono il passaggio tra il nostro mondo e gli altri, e in certi periodi, o usando poteri particolari, possono essere aperte. Alcuni Maestri, tra cui Cristo (!) e il Conte di Saint-Germain, hanno passato tutta la loro vita cercando di spalancare definitivamente queste porte, altri (in primis gli appartenenti a un’associazione segreta che comprende la crema dell’aristocrazia inglese) hanno cercato di sigillarle per sempre.

Quello del viaggio nei mondi paralleli è uno dei temi ricorrenti della poetica di Clive Barker; risulta evidente anche considerando solo le sue opere cinematografiche più famose. Ogni horror fan che si rispetti ricorderà, ad esempio, lo spiraglio che si apre sul mondo dei supplizianti in Hellraiser (dal romanzo Schiavi dell’Inferno) o la città sotterranea di Cabal. In altri romanzi (Apocalypse, Everville, Weaveworld, il ciclo di Abarat) il tema dell’altro mondo è maggiormente sviluppato, si trova al centro della trama; questo per Imagica è vero al massimo grado.

Il viaggio interdimensionale di Gentle, Pie e degli altri personaggi si snoda attraverso le meraviglie dei cinque mondi, ma anche tra le loro meschinità, bassezze, i luoghi squallidi e degradati. Anche nelle altre dimensioni si può fare la fame, ci si può annoiare in una stazione ferroviaria, o si rischia di morire congelati sulla cima di una montagna. A dominare, più che le categorie dell’orrido e del meraviglioso, è quella del “diverso”; come recitava il dialogo tra John Travolta e Samuel Jackson in Pulp Fiction (che si riferiva al contrasto tra le usanze presenti negli Usa e quelle dei paesi europei) la cosa divertente è proprio osservare le piccole differenze.

Per molti degli abitanti umanoidi dei Domini la nostra vecchia Terra è un paese esotico e favoloso, come lo è per noi il loro. Copiano le nostre mode, collezionano i nostri oggetti. È un mondo preindustriale: sanno produrre veicoli a motore, ma ognuno è costruito e decorato in modo originale, come un oggetto di alto artigianato. Ci sono città, villaggi, mari, ospedali psichiatrici. Si incontrano filosofi, rudi soldati, gruppi di pastori, politici, schiavi della droga, adepti a sette segrete.
Non mancano terribili nemici da affrontare: due sono in particolare quelli che ordiranno le fila di agguati, complotti e inseguimenti.

Il primo è l’Autarca, un tiranno che regna nei quattro Domini conciliati, il cui potere assolutistico è minacciato da sedizioni e rivolte. Dispone di grandi eserciti composti da appartenenti a tutte le razze e li usa in modo spietato: massacra villaggi e distrugge città solo per il sospetto di un’insubordinazione, seda le proteste universitarie condannando a morte tutti gli studenti e ordinando poi che i loro cervelli siano estratti dai crani e disposti in bella mostra lungo le strade.

Il secondo nemico è l’Imperscrutato stesso, il Dio autoritario e vendicativo che regna nei cinque mondi attraverso i Nullianac, mostruosi agenti che non si fanno scrupoli a commettere le peggiori atrocità per difendere la sua causa.

Questo romanzo, che il maestro di Liverpool ha dichiarato recentemente essere il suo preferito, è probabilmente anche il suo capolavoro. Maurizio Colombo lo definiva così nel terzo dylandoghiano Almanacco della Paura (1993): “[…] una specie di ibrido tra Il Signore degli Anelli e il Nuovo Testamento. […] un’opera audace, arrogante e sovversiva”. Questa definizione è molto evocativa, ma va presa con le dovute cautele: di Tolkien qui c’è veramente poco, e la teologia che viene proposta al lettore è, per fortuna, totalmente eretica. I mondi immaginati da Barker hanno una loro originale mitologia, che non sfigura accanto a quella delle opere di pionieri del genere fantastico come Lewis Carroll, Lovecraft, Borges (sono tutte fonti citate da Barker nelle interviste), e che forse supera quella del kinghiano Ciclo della Torre Nera.

Ogni volta che ci parla di altri mondi, è al nostro che Barker si riferisce, in chiave satirica, drammatica, o filosofica.
Se, come afferma Umberto Eco, la differenza tra letteratura “di consumo” e letteratura “alta” è il fatto che quella “di consumo” ripete degli stereotipi, mentre quella “alta” dice qualcosa di nuovo, qui ci troviamo inequivocabilmente all’interno della seconda categoria. Barker evita i cliché del fantasy o dell’horror, e si impegna per offrire al lettore immagini mai viste prima e spunti originali sui grandi temi: il sesso, Dio, l’amore, la morte.

Certo, le sue intuizioni non si possono prendere troppo sul serio, ma spesso si rivelano geniali e ricche di echi profondi. Mentre rappresenta il rapporto tra un umano e la creatura di un’altra dimensione ci accorgiamo che sta riscrivendo, attualizzandola, la scena cardine di Dracula. Se racconta delle lotte del Dio maschile contro le divinità femminili preesistenti, al lettore vengono in mente le teorie sul culto preistorico della Grande Madre o le opere di Robert Graves. Quando scherza con miracoli e passi famosi della Bibbia sentiamo che la sua prosa elegante non è improntata a un facile atteggiamento di blasfemia, ma semmai all’elogio della libertà di ricerca spirituale.

Che rappresenti un omicidio a Londra o una sanguinosa rivolta nella città di un’altra dimensione, Barker fa sempre trapelare la sua concezione disincantata e tragica, quasi leopardiana, della vita: noi esseri umani, alla pari dei demoni familiari, degli Oethac, dei Mystif, e delle altre creature dei Domini, siamo figure fragili, confuse, fuorviate dalle nostre passioni, dal nostro egoismo. Solo l’amore, il sogno e l’avventura possono salvarci e portare nelle nostre vite un barlume di magia.

Scritto da Andrea Berneschi

Andrea Berneschi è nato ad Arezzo nel 1977. Fa parte della Redazione della webzine Filmhorror.com, è membro della Horror Writers Association. Ulteriori informazioni e l'elenco completo delle opere pubblicate si trovano sul blog: https://andreaberneschi.wordpress.com/

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