Le ali notturne è il tredicesimo episodio della saga originale di Solomon Kane,  pubblicata nel 1932 su Weird Tales, con il titolo Wings in the Night.

In Italia, Fanucci Editore ha messo in commercio questo racconto nel 1979, includendolo nell’antologia Solomon Kane.

Di seguito, un estratto del racconto.


Solomon Kane si appoggiò al suo bastone stranamente inciso e osservò perplesso e cupo il mistero che giaceva silenzioso di fronte a lui. Kane aveva visto molti villaggi deserti nei mesi trascorsi da quando dalla Costa degli Schiavi si era diretto verso Oriente perdendosi nei labirinti formati dalla giungla e dal fiume, ma mai ne aveva visto uno come quello.

Non era stata la carestia a scacciare gli abitanti. Infatti, poco più avanti, il riso selvatico ancora cresceva e marciva inselvatichito nei campi incolti. In quelle terre senza nome non vi erano razziatori arabi, quindi forse era stata una guerra tribale a devastare il villaggio, concluse Kane, osservando tetro le ossa e i teschi ghignanti disseminati sul terreno.

Le ossa erano frantumate e spezzate, e Kane vide gli sciacalli e le iene sgusciare furtivi tra le capanne in rovina. Ma perché gli uccisori avevano lasciato le prede? Vi erano ancora le lance da guerra, e le loro lame si sgretolavano di fronte all’attacco delle formiche bianche. Vi erano gli arnesi da cucina, e attorno alle ossa del collo scheletrico di uno dei morti brillava ancora una collanina di pietre e conchiglie dipinte con colori vistosi. Sicuramente avrebbe costituito un prezioso bottino per qualunque selvaggio conquistatore.

Kane osservò le capanne, chiedendosi come mai un tale numero di tetti di paglia fossero stati strappati e lacerati, come se degli esseri muniti di artigli avessero cercato di penetrarvi. Poi i suoi occhi gelidi si spalancarono increduli. Proprio di fronte alla collina ormai coperta di muschio, che era stata una volta il recinto del villaggio, si ergeva un gigantesco baobab. Per i primi sessanta piedi era privo di rami, e il fusto maestoso era troppo largo per permettere di abbracciarlo e scalarlo. Eppure, dai rami in cima alla chioma di quell’albero pendeva uno scheletro, apparentemente impalato su un ramo spezzato.

Col suo freddo tocco la mano del mistero sfiorò la spalla di Solomon Kane. Come erano giunti a quell’altezza quei miseri resti? Era forse stata la mano di un gigante?

Kane si strinse nelle larghe spalle e la mano inconsciamente toccò le ne-re impugnature delle pesanti pistole, la lunga alabarda, e poi il pugnale che portava alla cintura. Non avvertiva la paura che avrebbe provato un uomo normale di fronte all’ignoto e al mistero.

Anni di vagabondaggio in terre straniere in lotta con strane creature avevano prosciugato dal suo cervello, dall’anima e dal corpo, ogni cosa che non avesse la formidabile resistenza dell’acciaio e dell’osso di balena. Era alto e magro, quasi allampanato, e aveva la costituzione selvaggia del lupo: le spalle erano larghe, le braccia lunghe, i nervi di ghiaccio e i tendini come molle di acciaio, e aveva l’istinto del tipico predatore, del vero spadaccino.

I rovi e le spine della giungla lo avevano martoriato; i suoi abiti pendevano a brandelli, il suo cappello floscio privo di piume era strappato e i suoi stivali di pelle di Cordova erano graffiati e sdruciti. Il sole gli aveva brunito la pelle del torace e gli arti erano diventati di un color bronzo intenso, ma il suo magro viso ascetico era insensibile ai suoi raggi. La carnagione del volto aveva ancora lo strano, tetro pallore che gli conferiva un aspetto quasi cadaverico, smentito solo dai freddi occhi azzurri.

E ora Kane, abbracciando con lo sguardo l’intero villaggio, mentre aggiustava la cintura per trovare una posizione più comoda, spostò nella ma-no sinistra il lungo bastone dalla testa di gatto che N’Longa gli aveva dato, e riprese il cammino.

A Ovest sorgeva una rada foresta che scendeva verso la larga distesa della savana, un mare ondeggiante di erba che gli giungeva fino alla cintola e oltre. Al di là sorgeva un’altra zona di boschi, che s’infittiva rapida-mente e diventava una vera e propria giungla.

Da quella giungla Kane era fuggito come un lupo braccato, inseguito da vicino da segugi dai denti aguzzi. La brezza portava ancora di tanto in tanto il rullio selvaggio del tamburo che bisbigliava la sua oscena storia di o-dio, di desiderio di morte e di sangue umano, attraverso miglia di giungla e di savana.

Il ricordo della sua fuga e del suo fortunoso salvataggio era ancora ben vivo nella memoria di Kane; infatti, solo il giorno prima si era accorto, troppo tardi, di essere giunto nelle terre dei cannibali, ed era fuggito correndo furtivo tutto quel pomeriggio, sentendo nelle narici l’odore nauseabondo della giungla fitta, nascondendosi, rannicchiandosi e facendo mille giri viziosi per seminare i feroci cacciatori che lo inseguivano da vicino. Finalmente era scesa la notte, e lui era riuscito a raggiungere le grandi praterie che aveva attraversato nottetempo.

Ormai era tarda mattina. Non aveva più visto né sentito alcun segno dei suoi inseguitori. Eppure non aveva alcuna ragione di credere che avessero abbandonato l’inseguimento. Gli erano stati alle calcagna fin da quando si era diretto verso la savana.

Quindi Kane frugò con lo sguardo la terra che gli si stendeva dinanzi. A Est, alcune basse colline descrivevano una curva da Nord a Sud. Erano per la maggior parte aride e secche, e si ergevano a Sud a formare un frastagliato orizzonte nero che ricordò a Kane le nere colline di Negari.

Tra lui e le colline si stendeva un’ampia distesa di campagna fertile, fittamente alberata, ma che non raggiungeva la densità della giungla. Kane ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a un vasto altopiano limitato dalle colline a semicerchio a Est e dalle praterie a Ovest.

Kane si diresse verso le colline con il suo passo falcato, lungo e instancabile. Sicuramente alle sue spalle quei Demoni selvaggi lo tallonavano furtivi, e lui non aveva alcun desiderio di essere sopraffatto. Uno sparo li avrebbe fatti fuggire in preda a un improvviso terrore ma, d’altra parte, erano situati così in basso sulla scala dei valori umani, che un tale evento non sarebbe riuscito a incutere loro il timore del Soprannaturale. E neppure Solomon Kane, che Sir Francis Drake aveva chiamato il Re di Spade della Contea del Devon, poteva vincere una battaglia campale contro una intera tribù.

Il villaggio deserto con il suo fardello di morte e di mistero era rimasto alle sue spalle. Il silenzio più totale regnava tra quelle misteriose terre alte dove non si udiva il canto degli uccelli e le dense chiome degli alberi erano abitate solo dai silenziosi macai. Gli unici suoni erano il passo felino di Kane, e il bisbiglio della brezza portatrice di rulli di tamburi.

Poi Kane intravide tra gli alberi una visione che gli fece balzare il cuore in gola, in preda a un improvviso terrore senza nome. In pochi istanti si trovò di fronte all’Orrore stesso, in tutta la sua orribile evidenza.

In un ampio spiazzo, o piuttosto su un terreno scosceso, sorgeva un palo di tortura, e a questo palo era legata una cosa che una volta era stata un uomo. Kane aveva remato incatenato al banco di una galera turca, aveva lavorato nelle vigne barbaresche, aveva lottato contro gli indiani nelle Terre Nuove ed era rimasto a languire nelle carceri dell’Inquisizione Spagnola. Sapeva molto circa la barbara crudeltà di cui l’uomo è capace, ma in quel momento si trovò a rabbrividire, nauseato. Eppure non era tanto l’orrore delle mutilazioni inferte, che pure erano orribili. Quel che gli fece raggelare l’anima era la consapevolezza che quel miserabile era ancora vivo.

Infatti, mentre si avvicinava, la testa insanguinata che pendeva sul petto martoriato si era sollevata dimenandosi e perdendo sangue dai monconi delle orecchie, mentre un guaito bestiale e soffocato era uscito fuori da quelle labbra strappate.

Kane si rivolse a quella cosa orribile, ed essa emise delle urla lancinanti, dibattendosi e contorcendosi, mentre la testa si dimenava su e giù, guidata dai nervi dilaniati, e le occhiaie cieche sembravano tentare disperatamente di vedere nonostante fossero ormai vuote. Mugolando sommessamente e con un tono da far accapponare la pelle, la cosa si raggomitolò contro il palo a cui era legata e sollevò la testa in un atteggiamento di ascolto come se si aspettasse di udire qualcosa che venisse dal cielo.

«Ascolta», disse Kane, nel dialetto delle tribù del fiume. «Non temere: non ti farò del male, e niente più potrà farti del male. Sto per liberarti.»

Nel momento stesso in cui pronunciava quelle parole, Kane si rese conto della vuota fallacia delle sue parole. Ma la sua voce era riuscita a penetrare debolmente, fra i barlumi dell’agonia, nel cervello dell’uomo che aveva di fronte. Dai denti frantumati filtrarono parole incerte e balbettanti, mischia-te a frasi biascicate senza alcun senso.

Parlava una lingua simile ai dialetti che Kane aveva appreso dalle amiche tribù del fiume durante i suoi spostamenti, e il Puritano apprese che quel disgraziato era rimasto legato al palo per molto tempo: molte lune, disse quello mugolando, mentre i suoi rantoli annunciavano la morte ormai imminente.

Per tutto quel tempo forze disumane e maligne avevano esercitato il loro mostruoso potere su di lui. Quelle cose le menzionò per nome, ma Kane non riuscì a comprenderlo. L’uomo usava un termine che aveva un suono simile alla parola akaana. Ma non erano state quelle cose a legarlo al palo. Il corpo dilaniato biascicò il nome di Goru, che era un Sacerdote e gli ave-va stretto troppo la corda attorno alle gambe. Kane si meravigliò di come quel piccolo fatto fosse rimasto vivo nella mente ormai sconvolta dallo strazio mortale.

Con orrore Kane apprese che il fratello aveva aiutato a legarlo, e lo vide piangere con singhiozzi infantili. Le lacrime si formarono nelle occhiaie vuote e sgorgarono in gocce di sangue. Mormorò qualcosa circa una lancia spezzata molto tempo prima in una capanna buia e, mentre balbettava in preda al delirio, Kane tagliò dolcemente i legami e adagiò il corpo martoriato sull’erba.

Ma perfino il tocco attento dell’inglese fece gridare quel disgraziato, che si dibatteva come un cane morente. Il sangue riprese a scorrere dalle mille ferite. Kane notò che somigliavano a ferite inferte da zanne o da artigli più che da un coltello o da una lancia. Ma infine l’operazione fu terminata. La cosa sanguinante e disfatta giacque sull’erba soffice. Kane sistemò il suo cappello floscio sotto la testa del morituro, che prese a emettere grandi sospiri rantolanti.

Kane versò dell’acqua dalla sua borraccia tra quelle labbra sfatte e, chinandosi, disse: «Parlami ancora di questi diavoli, poiché per il Dio della mia gente, quest’azione non rimarrà impunita, fosse Satana in persona a sbarrarmi la strada».

Probabilmente il moribondo non udì quelle parole. Ma udì un altro suo-no. Era un macao che, con la curiosità tipica della sua specie, volando fuori da un boschetto poco lontano, sfiorò con le grandi ali i capelli di Kane. Sentendo il fruscio delle ali, l’uomo martoriato si alzò a sedere e urlò con una voce che risuonò a lungo nei sogni futuri di Kane fino al giorno della sua morte: «Le ali! Le ali! Vengono ancora! Ah, pietà! Le ali!».

Poi un fiotto di sangue gli sgorgò dalle labbra, e morì.

Kane si rialzò e si deterse il sudore freddo dalla fronte. La foresta dell’altipiano brillava nel calore del mezzogiorno. Il silenzio regnava sulla terra come l’incantesimo che regna nei sogni. Gli occhi cupi di Kane osservarono le nere colline dall’aspetto maligno accovacciate all’orizzonte, e poi la savana ormai distante. Un’antica maledizione opprimeva quella terra misteriosa e la sua ombra era caduta a oscurare l’anima di Solomon Kane.

Delicatamente sollevò quei resti sanguinosi che una volta pulsavano di vita, giovinezza e vitalità, e li portò sul limitare della radura. Sistemando alla meglio le fredde membra, e rabbrividendo di nuovo nel contemplarne le orrende mutilazioni, ammucchiò una pila di massi sopra il cadavere in modo che anche gli sciacalli avrebbero trovato impossibile giungere alla carne che vi era sepolta sotto.

Aveva appena terminato l’opera, quando qualcosa lo riscosse dalle sue cupe meditazioni, e gli fece comprendere appieno la sua posizione. Un leggero rumore – o il suo istinto di lupo – lo fece voltare di scatto.

Sul lato opposto della radura aveva intravisto un movimento nell’erba alta… aveva avuto la fugace visione di un volto terribile: aveva visto un cerchio di avorio conficcato in un naso camuso, e delle spesse labbra dischiuse a mostrare denti dalle punte aguzze che si distinguevano anche a quella distanza. Aveva visto anche degli occhi ardenti e una fronte bassa e sfuggente che terminava in una zazzera ricciuta.

Nello stesso istante in cui il volto spariva dalla sua vista, Kane si tuffò nella foresta che circondava la radura, correndo come un levriero, scivolando da un tronco all’altro e aspettandosi a ogni momento di udire le grida esultanti dei guerrieri, e di vederli uscire allo scoperto alle sue spalle.

Ma ben presto dovette convincersi che quelli per ora si contentavano di tallonarlo, come fanno certi animali con la loro preda, lentamente e inesorabilmente. Si affrettò ad attraversare la foresta dell’altopiano, sfruttando ogni possibile riparo. Non rivide più i suoi inseguitori. Eppure sapeva, co-me il lupo quando viene cacciato, che essi gli erano vicini, e che attende-vano il momento buono per colpirlo senza rischiare la pelle.

Kane sorrise tetro, senza allegria. Sarebbe stata una prova di resistenza, e avrebbe visto come si sarebbero comportati i suoi selvaggi inseguitori rispetto alla sua resistenza forgiata dal ferro. Quando sarebbe scesa la notte forse sarebbe riuscito a seminarli. Altrimenti… Kane sapeva in cuor suo che la natura selvaggia della sua stessa indole si ribellava alla fuga, e ben presto lo avrebbe indotto a voltarsi per affrontarli, benché i suoi inseguitori fossero più di un centinaio…

[…]

 

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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