Articolo di Gabriele C. Zweilawyer, tratto dal sito Zhistorica.


La strenua difesa di Famagosta (1570-71), guidata da Marcantonio Bragadin, fu uno dei fatti che ben possono farci comprendere come il rapporto alla base della dicotomia Europei-Arabi sia sempre stato quello fra Assediati e Assedianti.

A guidare l’attacco fu Lala Mustafa Pasha, generale settantenne che pochi anni prima aveva condotto l’infruttuoso Assedio di Malta (1565). Ancora una volta, la sua strategia fu quella di sfruttare una enorme superiorità numerica di uomini ed artiglieria. E ancora una volta, le cose non andarono come previsto.

Sbarcò a Cipro con quasi 100.000 uomini e prese Nicosia senza troppi problemi. La città si era arresa in cambio di un salvacondotto per gli abitanti, ma Mustafa Pasha fece comunque massacrare l’intera popolazione (tranne 2.000 giovincelli venduti come schiavi sessuali a Costantinopoli).

Per intimorire il governatore Bragadin, Mustafa gli fece recapitare una graziosa cesta con la testa del governatore di Nicosia, Niccolò Dandolo, ma la cosa fece solo incazzare ancora di più Bragadin e Astorre Baglioni, capitano di ventura, comandante militare e letterato.

 La Fortezza di Famagosta
Ne Gli assedi e le loro monete (491-1861), pubblicato a Bologna nel 1975, M.Traina descrive così le mura di Famagosta: “Le fortificazioni, opera del celebre architetto Sammicheli, sono frutto delle più avanzate concezioni belliche: la cinta rettangolare delle mura, lunga quasi quattro chilometri e rafforzata ai vertici da possenti baluardi, e’ intervallata da dieci torrioni e coronata da terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle le mura sono sovrastate da una decina di forti, detti “cavalieri”, che dominano il mare e tutta la campagna circostante, mentre all’esterno sono circondate da un profondo fossato. La principale direttrice d’attacco e’ difesa dall’imponente massiccio del forte Andruzzi, davanti al quale si protende, piu’ basso il forte del Rivellino”
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Per i primi mesi, Mustafa si limitò a lasciare qualche decina di navi ad incrociare nelle acque circostanti Famagosta (per tagliare i rifornimenti alla città), ma questo permise a Bragadin e Baglioni di consolidare le difese e ricevere l’aiuto di Marcantonio Querini da Creta (1.600 soldati) e della madrepatria Venezia (800 soldati). Purtroppo per Famagosta, gli aiuti in arrivo per Mustafa erano di tutt’altra consistenza. Il suo buon Sultano gli inviò altri 100.000 soldati e altrettanti operai (scavatori di trincee, portatori, ecc.).

Nel febbraio 1571, i difensori di Famagosta erano 8.000 in tutto, in un rapporto di 1:25-30 con gli assedianti ottomani.

Ai 113 cannoni di Mustafa rispondevano i 90 di Bragadin.

Il primo assalto generale musulmano (marzo) durò quasi 10 giorni e lasciò sul campo 30.000 turchi. Nei successivi quattro, avvenuti fra giugno e luglio, caddero altri 20.000 turchi e la maggior parte dei difensori. Durante questo periodo, piovvero su Famagosta (non diversamente da quanto accadde a Malta sei anni prima) oltre 150.000 proiettili. Le mura erano ridotte a un colabrodo e gli abitanti chiedevano a gran voce una resa dei governatori veneziani (già offerta da Mustafa in più di una occasione).

La mappa della città (http://roth37.it/)

Nei mesi successivi si susseguirono altri quattro attacchi, che portarono a settemila i morti degli assediati e a ottantamila quelli degli assedianti. Astorre Baglioni si dimostrò geniale nel piazzare mine per i tunnel turchi e guidare sortite di alleggerimento che facevano centinaia di morti. Inoltre, come spiega Gigi Monello nel saggio “Accadde a Famagosta”  (Scepsi & Mattana editori, 2006), mentre i turchi passavano intere giornate a riempire di terra il fossato antistante le mura, i veneziani la toglievano durante la notte.

Le cifre riportate, confermate da tutte le fonti, sono spaventose. Probabilmente si tratta delle più gravi perdite (almeno in relazione alle truppe complessive a disposizione) mai sopportate da un esercito assediante. Rupert Gunnis ne parla in questi termini:

… 80 mila morti tra i turchi, circa 6 mila tra i veneziani … Con una linea di combattimento non più lunga di due chilometri, l’assedio di Famagosta supera le famose stragi di Londonderry e di Verdun.

Alla fine del luglio 1571, a difendere Famagosta erano rimaste poche centinaia di soldati italiani; i generi alimentari scarseggiavano. Oltre a questo, i rinforzi promessi dai regnanti europei tardavano ad arrivare (tanto che le navi iniziarono a riunirsi a Messina solo a fine agosto 1571). Sebbene Bragadin e Astorre fossero contrari alla resa (memori forse del massacro di Nicosia), alla fine i nobili ciprioti gli imposero di accettarla. Il primo agosto 1571, i due consegnarono a Mustafà le chiavi della città e ottennero un salvacondotto per i soldati fino a Creta.

Qui sotto riporto gli eventi successivi alla resa di Bragadin, come descritto in Storia di Salamina presa e di Marc’Antonio Bragadino comandante, un testo redatto da Antonio Riccoboni pochi anni dopo i fatti raccontati e stampato a Venezia nel 1843:

Arrivati appena il Bragadino con gli altri, come abbiamo detto, alla tenda di Mustafà, si ordinò loro che deponessero le armi, e con lieta e benigna maniera lo stesso Mustafà salutò tutti, e con la stessa sua mano li introdusse nella sua tenda, e volle sedere con loro, cominciando un piacevole e grato discorso, laudando la loro industria e fortezza nel difendere la città.

Qualche tempo dopo, tutto convertito in furore, e con tuono imperioso, si rivolse al Bragadino, e gli disse:

“Che cosa hai fatto de’ miei prigionieri che tenevi nella fortezza?”

ll Bragadino rispose: “Parte nella fortezza si custodiscono, parte a Venezia furono mandati.”

Mustafà divenendo rosso con li occhi fattisi truci e con la schiuma alla bocca e con voce assai torbida disse:

“Così ancora ardisci mentire quando li hai tutti trucidati?”

[…Mustafà, infuriato, e tempesta Bragadin di domande analoghe a quest’ultima. Alla fine ordina alle guardie di prenderli prigionieri..]

Questo gli fu facile [prenderli prigionieri], poiché, come dicemmo, a quelli non fu permesso di entrare nella tenda con le armi, ed erano tutti inermi. Allora quel furibondo comandante, di sua mano cominciando la carnificina, tagliò al Bragadino con la sciabola la destra orecchia, ed ordinò ad uno dei suoi satelliti che gli tagliasse la sinistra; quindi preso dall’ira, comandò che quanti cristiani si trovassero nell’esercito, tutti fossero trucidati.

Così ha egli dato ansa al furore de’ Turchi, che immediatamente trecento cristiani furono tagliati a pezzi. Volle poscia, con ogni perfidia, acciocchè apportasse maggior dolore al Bragadino, che subito fuori della tenda, ed alla presenza di questi fosse tagliata la testa ad Astorre Baglioni, a Luigi Martinengo, ed obbligato egli stesso per tre volte a porgere ii collo, come si fosse per tagliargli la testa, lo insultarono quei scelleratissimi, calpestandolo con li piedi, trascinandolo per terra, sputandogli in faccia, gridando quell’empio Mustafà:

“Dov’è il tuo Cristo, che ti liberi dalle mie mani?”

[…] tutto l’esercito cominciò a dirigersi alla città per trucidare i cristiani, e distruggere tutte le abitazioni. Questa cosa, quantunque subito la si sia proibita con pubblico editto, pure molti contro il comando sono entrati in quel la città, e sparsi per le strade, tutti quelli che incontravano, senza distinzione di alcun ordine, di sesso e di età, battevano, spogliavano, maltrattavano, e ne uccisero molti, affliggendo così crudelmente tutti quegli abitanti. Passati poscia al porto, tutti‘ quelli cristiani che erano entrati nei navigli legarono con le catene ai banchi delle galee, rapito loro prima tutto quello che avevano, e percuotendo pur anche col bastone quegli infelici.

Comandò quel crudelissimo comandante che si portassero alla tenda tutte le teste di quelli decapitati, fra i quali fu riconosciuta quella di Andrea Bragadino castellano e di Gio. Antonio Quirini patrizio veneto, e vennero queste unite a quelle di Astorre Baglioni e di Luigi Martinengo.

Nestore Martinengo, essendo per alcuni giorni riuscito a nascondersi da alcuni che godevano la grazia di Mustafà, venne fatto prigioniero. Entrato poi il giorno 4 settembre 1571 nella città, esercitò un comando crudelissimo contro di Lorenzo Tiepolo e di uno de’capitani Manolio Spilotto, albanese. Condotti per la città, colpiti da pugni e da calci, fattosi di loro ogni scherno, e dopo di averli percossi con sassi, vennero impic cati, squartati, tagliati a pezzi, e gettati ai cani. Nel giorno otto dello stesso mese venne condotto il costantissimo Bragadino a tutti i luoghi adoperati al supplizio, soffrendo grande infermità, colla testa mezzo putrefatta per le orecchie che gli si erano tagliate, e che non si erano medicate, forzato in tutti i luoghi innanzi e indietro a portare smisurati sassi, gettato a terra, ed ivi delle cose più turpi interrogato, presente sempre il perfido Mustafà.

Poscia tradotto nella galera di Rapamato, fu l gato ad una tavola, ed innalzato per obbrobrio ed ingiuria sino la cima di un’antenna, dicendo Rapamato, mentre s’innalzava:

“Osserva, comandante, se la tua armata arriva? Guarda, o capitano, se sopravviene l’aiuto? Non vedi le tue galere?”

A questo (mentre rideva Mustafà) come ha potuto con moribonda voce il Bragadino rispose:

“Perfido Turco, queste sono quelle promesse che sul tuo capo mi hai giurato, che segnasti nelle capitolazioni, scritte e segnate coll’imperiale suggello del tuo signore, e che hai confermato chiamando lddio in testimonio della tua fede? Qual lode e gloria porterai al tuo signore per una città priva di ogni aiuto, che con tante forze, con immensi soldati, coll’eccellente tuo valore non hai potuto espugnare, ma, ricevuta per dedizione, le hai praticate tutte le perfidie possibili? lddio voglia che questa voce possa risonare per l’universo tutto, e si faccia nota a tutti la perfidia de’Turchi. Pure ciò che non posso far palese, lo farà la fama, che renderà pubblico l’esempio a tutti gli uomini della mia morte e di quella crudelissima di tanti innocenti gravati di obbrobrio e d’ingiurie, acciò sia certo documento non doversi prestar fede a quelli che non ne hanno alcuna, e che solo eccedono in crudeltà.”

Dopo di averlo così trattenuto sospeso per  lo spazio di mezz’ora,  Rapamato ordinò che si abbassasse, e quan tunque fosse tanto debilitato che poteva appena reggersi in piedi, pure si maltrattava, si spingeva, si bastonava-Mentre tanto crudelmente si trattava fra i comandanti, diceva egli:

“Straziate il mio corpo, ma il mio coraggio non minorate. ll corpo lo potete lacerare, ma non toglierete alcuna forza al mio spirito.”

Finalmente tradotto nella principale piazza di Salamina destinata al supplizio dei rei, e spogliato dei vestiti, venne legato alla colonna della bandiera, e dal carnefice (o indegna azione!) fu incominciato a scorticare, cominciando dalla schiena e le spalle, quindi passando alle braccia ed al collo, esclamando per facezia quel perfido tiranno: “Fatti turco, se vuoi esser salvo”.

Il martirio di Marcantonio Bragadin

Quel pazientissimo martire niente rispondeva, ma innalzato il capo al cielo, diceva:

“Gesù Cristo mio Signore, abbi misericordia di me. Nelle tue mani raccomando il mio spirito. Ricevi, mio Dio, questa mia misera anima, e perdona a quelli che non sanno ciò che si facciano”.

Compita a levarsi la di lui pelle dal capo e dal petto, ed arrivato all’ombellico, quell’ uomo tollerantissimo e costante, perseverante nella fede di Gesù Cristo, volò a quello, la cui divinità aveva testificata col suo santissimo martirio, a quello cui aveva dato il più insigne testimonio col suo sangue, uscendo finalmente da questi terreni legami, da questa carcere mortale, e da quel corpo, nel quale tanto con gloria era stato il suo spirito custodito, e ciò per ’’la scelleraggine esecranda di Mustafà, per l’aperta violazione dei giuramenti e per accuse falsamente inventate.

Il suo capo fu appeso ad una forca nella gran piazza, ed il suo corpo diviso in quattro parti, fu esposto in quattro principali luoghi della città. ll cuore e le viscere in un quinto luogo furono poste. La pelle, di paglia ripiena ed adorna de’ suoi usitati vestimenti, e col cappello rosso coperta in parte la testa ottimamente adattata come se fosse un corpo vivo, fu tradotta per la città e per tutte le strade sopra di un bove, ovvero vacca, con due Turchi che l’ accompagnavano , che sembravano servirlo, uno de’quali teneva l’ombrella alla faccia, e seguitata dallo strepito di molti tamburi e trombe, acciò s’imprimesse maggior terrore nel popolo, spaventato, recitando per editto con grave voce le seguenti parole:

“Ecco il vostro signore: venite ad osservarlo, salutatelo, veneratelo, acciò ripetiate da lui il premio di tante vostre fatiche e della vostra fedeltà”.

Fu essa pelle con le insegne e con le teste di Astorre Baglioni, di Luigi Martinengo e di Andrea Bragadino tradotta in una galera, e per comando del feroce Mustafà, come se fosse glorioso spettacolo, o memorabile trofeo, fatta vedere a tutti i popoli della Siria, Cilicia ed altre marittime genti e nazioni.

Insomma, Marcantonio Bragadin e il quasi dimenticato Astorre Baglioni furono massacrati dopo aver scritto una delle pagine più memorabili della storia militare rinascimentale. Mi dispiace molto che la storiografia moderna li ricordi di rado, come fossero parte di un periodo che deve essere insabbiato in nome del politicamente corretto.

L’ultima lettera di Astorre Baglioni
In Astorre Il Baglioni. Guerriero e letterato (2009), Alessandra Oddi Baglioni riporta l’ultima lettera del comandante militare alla moglie: “Vedermi diviso da voi, mi par d’essere come giorno senza sole, anzi corpo senza anima, poiché voi e io insieme siamo la vita di casa nostra… Vi prego, mitigate il tedio del mio stare assente con l’acquisto dell’onore che spero di conseguire nella difesa di Famagosta.”

Un altro resoconto degli avvenimenti di Famagosta proviene da Angelo Gatto da Orvieto(riprodotto parzialmente in L’ultima crociata. Quando gli ottomani arrivarono alle porte dell’Europa di Arrigo Petacco), un capitano di ventura che combatté nell’assedio e passò duri mesi di prigionia a Costantinopoli. Visto che è quasi sovrapponibile a quello del Riccoboni, immagino che quest’ultimo lo abbia tratto integralmente da quello del testimone diretto. Ad ogni modo, Angelo Gatto aggiunge un episodio raccapricciante, il classico stupro di gruppo:

Il peggio era vedere le meschine zitelle che, in presenza del padre e della madre, facendole stare scoperte, hor dall’una et hor dall’altra parte, a guisa di uno specchio, con gran disonestà facevano dei fanciulli maschi, cosa vituperosa e brutta come è solito alla turchesca et che per honestà taccio..

Chiudo l’articolo con l’ultima parte del racconto di Riccoboni, sulla cui verità storica ho qualche leggero dubbio (anche se l’evento soprannaturale e/o il miracolo venivano inseriti spesso dagli storici del tempo):

Ricorderò una cosa certamente maravigliosa, ma da molti costantemente asserita, e scritta ancora da alcuni storici, e fra gli altri lasciata scritta da Pietro Giustiniani nelle sue memorie. Assicurano che la testa di Marc’ Antonio Bragadino, infissa in lunga asta, e sopra una forca, come dicemmo, collocata, sparse lucente fiamma, simile ai raggi del sole, per tre notti in che rimase esposta, e che da essa esalava un maraviglioso soave odore.

Le loro morti furono vendicate un paio di mesi dopo con la famosa vittoria di Lepanto, che si concluse con la distruzione della flotta turca da parte della Lega Santa. Le divisioni fra stati europei (in pratica Venezia poteva fidarsi più degli ottomani che di francesi e austriaci) impedirono però che una vittoria del genere fosse pienamente sfruttata.

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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