Intervista a Giuseppe Lippi di Andrea Scarabelli, tratta da Antarès.


Lei è tra i massimi studiosi e traduttori dell’opera del Solitario di Providence. Quando la scoprì e come? A che anno risale il primo scritto dedicato a Howard Phillips Lovecraft e firmato Giuseppe Lippi? E l’ultimo?

Ho scoperto Lovecraft attraverso l’immagine in una vetrina, nel 1970. La vetrina era quella della libreria “L’incontro”, a Napoli; il riflesso era quello dei Mostri all’angolo della strada, edizione rilegata del 1966. Vi si vedeva una città serpentiforme del New England che dal piatto si allungava, ondeggiando sulla costa, e di qui debordava in quarta di copertina, arricchita di mostri e architetture molli: irresistibile, per un liceale. Per fortuna, all’“Incontro” avevo aperto un conto su misura degli studenti, grazie al quale portavo a casa tutto quel che volevo pagando una rata mensile di duemila lire. Quel giorno scelsi Lovecraft – o lui scelse me – e misi sotto braccio il libro dalla spettacolare illustrazione di Karel Thole, un altro visionario.

Conoscevo Thole dalle copertine di “Urania”, collana fantascientifica di cui costituiva la presenza più inquietante, e questo, insieme al titolo suggestivo, fu il richiamo decisivo. Lovecraft diventò un amico, una guida per i perplessi: sul dizionario di greco ne invocavo la protezione con una scritta scaramantica, «H. P. Lovecraft aiutami tu!».

Con il tempo avrei pubblicato qualche riflessione più articolata: nella prima, del 1976, cercavo di sottolineare l’umorismo di alcuni suoi racconti e la ricerca di appagamento, il desiderio che sta alla base della sua produzione macabra. Il triplice fascino di H.P. Lovecraft fu ospitato in un volume Fanucci curato da Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, tra i più originali interpreti dello scrittore di Providence e autori della sua prima biografia in italiano.

In seguito, ho continuato a scrivere, e l’intervento più recente è un’introduzione alla nuova edizione di Tutti i racconti, prevista a gennaio 2015 negli Oscar Classici Moderni di Mondadori.

Come spiega il fervore e successo di Lovecraft, oggi in crescendo?

Lo spiego con un certo inaridimento della narrativa fantastica attuale e con il fatto che Lovecraft venga ormai letto non solo come autore del soprannaturale, ma come un classico “esistenziale” tout-court. Per quanto riguarda il primo punto, noi pensiamo di vivere in un’epoca in cui il fantastico riveste un ruolo centrale, tanto in letteratura quanto al cinema, nei fumetti o nelle nuove arti elettroniche: ma questo dato si riferisce alla quantità più che alla qualità. In effetti, la saturazione del mercato e delle stesse aree protette della letteratura con interminabili saghe fantasy, sequele di romanzi horror, fanta-scienze sempre meno attendibili e realismi magici, ha portato a un paradosso. Non possiamo prendere sul serio quasi nulla di tutto questo. Il fantastico è l’eccezione, non la regola, ma se respiriamo favole da quando apriamo il giornale la mattina a quando spegniamo il televisore la sera, è ovvio che avremo soltanto barattato l’alterità di un genere originale con una serie di surrogati avventurosi, o nel caso del cinema, tecnologici.

Lovecraft ci ha preceduti su questo terreno, osservando come alle fantasie di qualità superiore, assediate dalla pletora dei derivati, sia rimasto ben poco ossigeno; ma, nello stesso tempo, ha creato l’antidoto nella sua opera spiazzante, forse l’ultima reinvenzione del mondo degna di questo nome. H.P. Lovecraft è l’istintivo maître à penser che ci ha mostrato come risvegliare l’immaginazione in un mondo senz’anima.

In che modo reagì la critica italiana all’orrore cosmico lovecraftiano? In che termini quest’ultimo rappresentò una novità rispetto agli horror classici?

Al principio l’orrore cosmico non fu capito granché, tranne nei circoli cui appartenevano lettori speciali, come Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Mario Picchi o Sebastiano Fusco e Gianfranco de Turris. Del resto, anche in America c’è stata una notevole confusione, dissipata soltanto da pochi: primo fra tutti, Fritz Leiber, che ha definito Lovecraft un «Copernico letterario». Con questa calzante espressione Leiber sottolineava come il nostro autore avesse spostato l’interesse del racconto del terrore dalla Terra, con le sue mitologie provinciali (le religioni indigetes e la stessa psicanalisi), alle distese dello spazio remoto.

L’horror ottocentesco metteva già alla prova l’animo del lettore, ancora ignaro delle teorie freudiane: qual è infatti la sua essenza, se non il trauma? Una profonda disillusione che dai nervi passa all’animo, lo shock di un conflitto doloroso nel contatto con l’“altro mondo”. L’orrore cosmico amplifica questo sentimento, ne pervade l’universo intero: esso non riguarda più soltanto la personificazione della morte o figure tradizionali come révenant, vampiri e assassini fantasma, ma la natura stessa del reale. E implica la scoperta che al di là del mondo individuale ve n’è uno più vasto, un inconscio mitico in cui ribolle il caos. L’universo è indifferente, le religioni sono una scusa per risparmiarci paure più grandi. Insomma, «Non è ver che sia la morte / Il peggior di tutti i mali», fatto ben noto ai credenti del Medioevo, i quali, più che il trapassare in se stesso, temevano le pene dell’inferno. Ora che d’inferni non ne esistono più, o che si sono trasferiti sulla Terra, bisogna rivedere tutto. Ebbene, Lovecraft rivede, ma non si accontenta della Terra: allarga il campo alle galassie più evolute. E ne trae, in tempi di materialismo, certe importanti conseguenze.

I mostri che appaiono nei suoi racconti non sono soltanto entità demoniache, ma esistenziali: rappresentazioni tangibili (si fa per dire) di quella che Sartre chiama la nausea e Lovecraft fear, paura, l’oppressione di ciò che esiste e grava su di noi con regole implacabili, alle quali non possiamo sottrarci. È chiaro che molti cercheranno di sfuggire o mistificare una simile visione, ma è altrettanto evidente la sua originalità. Lovecraft ha capito che le arti e le filosofie dell’umanità cercano inutilmente di sgravarci dal peso dell’essere, fonte primaria e non mistificata della paura. Noi temiamo soprattutto “ciò che è”, la realtà assoluta che, per fortuna, ci si rivela soltanto in rari sprazzi; a volte non ne siamo nemmeno consapevoli, ma, qualora ci rendessimo conto di come stanno le cose e tentassimo di fuggire, finiremmo col ripiombare nell’assurdo o nell’orrore. In definitiva, Lovecraft non è interessato a cogliere l’assurdo della condizione umana quanto la sua pochezza, il suo ruolo trascurabile nella scala universale. È per questo che si concentra sull’orrore: all’assurdo penseranno Kafka, Pirandello o Jacques Spitz.

I suoi racconti, quindi, non si limitano all’horror puro e semplice. Quali altri significati hanno?

Come ho cercato di dire, i racconti migliori sono leggibili a vari livelli. L’orrore in quanto tale rischia di annichilirci: per permettergli di esistere artisticamente e nel pensiero, cioè in un tempo e uno spazio durevoli, bisogna contornarlo di altri sentimenti. In Lovecraft, quel che reagisce al terrore e allo sconcerto è un senso di meraviglia: bisogno di stupore, desiderio di ciò che è bello e misterioso nell’esperienza; nostalgia di ciò che l’anima ha perduto, se non addirittura di un’anima perduta. È questo a rendere affascinante il suo mondo onirico, che ci appare come un terreno vivo per esercitare le nostre facoltà immaginative: vale a dire, le facoltà di esseri umani che s’illudono di non essere schiavi del finito.

Cambiamo argomento. In che misura, secondo lei, gli pseudobiblia hanno contribuito, per così dire, a far “girare” il nome di Lovecraft?

I libri che non esistono hanno appassionato gli studiosi di storia, di arcana e discipline poco ortodosse, finché è stato necessario dare corpo al più famoso di essi – il Necronomicon – in numerose edizioni. Ora aggiungo che insieme agli pseudobiblia bisognerebbe studiare i pre-biblia, opere che ancora non esistono ma che sono nel nostro destino.

Per quanto mi riguarda, posso testimoniare che prima di dedicarmi alla cura di antologie e collane reali ho immaginato un ampio parco di testate inesistenti, complete della loro gerenza, periodicità, direttori e illustratori. Nella vita parallela della mente si può essere editori altrettanto diabolici; oggi potremmo pensare di anticipare il Lovecraft che ci aspetta di là, il suo successore nel tempo senza tempo.

Lei è il curatore della più completa edizione italiana delle opere lovecraftiane. Come decise di strutturarla? Essa contiene molte revisioni approntate da HPL… Come vanno considerate nell’interezza del suo corpus?

La struttura della nostra edizione nacque dall’esigenza di sistemare i racconti in un ordine cronologico corretto. In secondo luogo, di accogliervi tutti i testi giovanili, quelli scritti in collaborazione e le cosiddette revisioni. Infine, dalla volontà di ritradurre anche i racconti già editi precedentemente in italiano, seguendo le fonti più attendibili o addirittura i manoscritti d’autore, pubblicati da S. T. Joshi per la Arkham House (e oggi nei Penguin Classics). Le “revisioni” sono state mantenute nelle successive edizioni mondadoriane perché si tratta, in gran parte, di opere scritte da Lovecraft, anche se bisogna distinguere tra revisioni primarie, in cui l’apporto del nostro è maggiore, e secondarie, in cui è più modesto. L’esempio critico, per quanto riguarda questo tipo di materiale, era già stato dato in due noti volumi fanucciani apparsi negli anni Settanta: Nelle spire di Medusa Sfida dall’infinito.

Ci sono novità editoriali all’orizzonte? Una qualche anticipazione da dare agli amanti di Lovecraft?

Come ho accennato, nel gennaio del 2015 i quattro volumi di Tutti i racconti 1897-1936 usciranno unificati in un sol tomo: sarà un libro di grande formato, di circa milleseicentoventi pagine, disponibile anche in edizione digitale. Abbiamo aggiornato gli apparati, la bibliografia, i contributi e messo a disposizione, per la prima volta in volume unico, tutta la narrativa del Nostro, dai racconti scritti in proprio alle collaborazioni, da tempo assenti nei cataloghi di altri editori.

Per concludere, che tipo di persona è il “classico” lettore di Lovecraft, a suo giudizio?

Non ho idea di chi sia il lettore classico e neppure se esista. Theodore Sturgeon avrebbe risposto, forse, che è un “lettore di cimiteri”, ma più bonariamente potremmo concludere che sia una lettrice o un lettore scontento di sé, anche se non del tutto scontento del mondo, e che, alzando gli occhi al cielo o abbassandoli negli anfratti sconosciuti della Terra, si sia stancato di immaginarli vuoti. Volendo popolarli, come facevano gli antichi, volendo ripescarvi i frammenti della propria personalità segreta, adopera la fantasia come H. P. Lovecraft ha insegnato quasi novant’anni fa. Allora vede delle cose, e vedendole gli sembra di ricordarle; al di là delle facili consolazioni o della mera credulità, questa capacità lo aiuta a essere se stesso.

 

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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