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Prologo.

Quando le armate nemiche si presentarono ai margini del regno, l’esercito del Re si schierò nella piana di fronte le mura per bloccarne immediatamente l’avanzata. Le fila si aprirono in due ali al passaggio della guardia scelta che precedeva il Re.

Dall’altro lato, il nemico, il signore della Guerra, Senz’occhi, agitò la lunga mazza ferrata, scatenando la furie dei suoi.

Il Re, al centro della sua guardia, si lanciò al galoppo solo sfoderando la spada. Quel nobile strumento riconosciuto da tutti come l’arma del supremo paladino, terrore di tutti i mali, che solo il Re poteva brandire.

I due eserciti cozzarono pesantemente. I possenti cavalli della guardia superarono le prime linee schiacciando i soldati sotto i grossi zoccoli. Il Re si posizionò sulla punta del cuneo che formavano i suoi uomini. La spada, le cui rune sulla lama avevano cominciato ad emettere un bagliore rosso, falciava i nemici attraversando le corazze come burro. Con un fendente deciso produsse una folata tagliente che squarciò i nemici. L’esercito alleato esultava, urlando il nome benedetto del Re, sicuri di agire per la giustizia, vedendolo distaccarsi al galoppo dalla protezione dei suoi per far strage degli oppositori, diretto di gran carriera contro il loro Signore.

Ma il re pensava tutt’altro, sotto la celata dell’elmo dorato. Non sentiva le urla dei suoi ma si beava delle grida di disperazione degli uomini che trafiggeva senza pietà. Non c’era giustizia nel suo braccio e nel suo cuore sapeva d’agire per bramosia. Niente più sedute del consiglio né diplomazia con vecchi nobili o contadini scontenti, solo la battaglia. E il Re amava vincere con ampio distacco.

Un fante gli si parò davanti con una picca: il suo cavallo non rallentò nemmeno, spiaccicandolo sotto gli zoccoli. Scartò un’alabarda e trafisse chi la maneggiava con un singolo colpo sotto il mento, trapassando la gorgiera di metallo senza sforzo. Ruotò su se stesso e staccò di netto un braccio che stava sollevando un’ascia e, con un secondo colpo, divise in due cranio ed elmo di un soldato che lo stava fissando paralizzato dalla paura. Il sangue schizzò fuori come un’eruzione, tingendogli la corazza smaltata. Il Re sorrise. Se regnare fosse stato semplice quanto affettare uno stomaco o sgozzare un picchiere, sarebbe davvero stato il più grande dei reggenti. Eppure, ad ogni colpo sembrava che la spada stessa si caricasse di più forza ed ogni colpo fosse più potente del precedente.

Ubriaco di sangue, scese da cavallo e affondò la spada in un uomo che aveva provato a colpirlo su un fianco. Con un calciò liberò la lama, producendo un nuovo zampillo di sangue che mise in fuga alcuni altri attorno a lui.

In una grossa risata, vide finalmente Senz’occhi che stava a cavallo poco più avanti, mentre si consultava con uno dei suoi. Il Re avanzò, alla ricerca di una nuova sfida, affondando i piedi tra membra staccate e interiora srotolate.

Senz’occhi fece un cenno all’uomo accanto a lui che partì al galoppo verso di lui. Il Re, sorridente come un bambino in una pozzanghera, afferrò la spada magica con due mani e sferrò un colpo poco prima che l’uomo a cavallo gli fosse davvero a tiro: ci fu come un boato, il colpo tagliò in due guerriero e bestia con un suono dilaniante.

Il Signore della Guerra, Senz’Occhi, così chiamato perché guercio da un lato, vide fin troppo bene l’accaduto. Barcollò un attimo sulla cavalcatura che s’impennò furiosa. Domata, lo fece voltare e cominciò ad allontanarsi, invano. Poiché il Re non aveva mai fermato la sua avanzata e dopo aver fatto alcuni metri oltre gli ultimi cadaveri, scagliò la temibile lama incantata contro Senz’Occhi, trafiggendolo alle spalle per tutta la sua lunghezza.

Sul campo calò il silenzio. Echeggiavano solo i passi del Re che raggiunse Senz’Occhi e afferrò la spada. Il guerciò fissò il Re negli occhi.

“Ti prego, pietà per la mia anima!” Gorgogliò, mentre gli colava il sangue dalla bocca. Fu in quel momento che il Re sentì distintamente che la spada stava risucchiando, e trasfondendo in lui, l’anima dell’avversario. Per un attimo si sentì onnipotente, poi disgustato quando, d’istinto, divelse la lama dal cadavere. Il sangue zampillò dalla ferita, nero come il catrame, imbrattandogli l’armatura.

Si voltò a guardare per un attimo i suoi uomini che esultavano mentre i nemici fuggivano. I corpi ai loro piedi gli sembrarono improvvisamente poca cosa rispetto all’anima che aveva divorato avidamente. Raggiunse il cavallo che era stato di Senz’Occhi e, montatolo, se ne andò.

Nessuno salutò il Re Nero che si allontanava sulla piana, perdendosi tra gli alberi.

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