Articolo di Davide Mana, tratto dal blog Strategie Evolutive.


Circola da un po’ di tempo questa faccenda che i Neanderthaliani erano buoni, simpatici, in armonia con la natura, eco-sostenibili, in contatto con la loro anima femminile e magari anche telepatici, e poi sono arrivati quei brutaloni grezzi e volgari dei nostri diretti antenati H. sapiens, e se li sono mangiati.
E buoni che erano.

Si tratta certamente di una visione romantica, che ci scarica addosso un bel fardello di sensi di colpa (come se non ne avessimo abbastanza) sulla base dell’ipotesi che poiché si sono estinti, fossero migliori di noi.

Grazie al cielo non è sempre stato così.
E grazie al cielo esiste la Paizo.

Battle in the Dawn è un bel paperback di 260 pagine che nasconde sotto alla copertina opportunamente pulp e un po’ burina tutte le storie di Hok il Possente, creatura scaturita dalla penna dell’ingiustamente dimenticato Manly Wade Wellman.
Lo pubblica Paizo nella collana Planet Stories, che con le sue uscite bimestrali si va delineando come una vera e propria miniera di testi ed autori dimenticati e meritevoli di essere riscoperti.
Peccato che i volumi siano piuttosto costosi (circa dieci-quindici euro a botta) – ma il catalogo di Planet Stories contiene davvero volumi imperdibili, e il nuovo formato (vicino a quello delle vecchie riviste pulp) garantisce una elevata densità di testo anche con un conteggio basso di pagine.

Consideriamo appunto Battle in the Dawn.
Attraverso sette novelle e un frammento incompiuto, il nerboruto ma non privo di sofisticazione Hok si apre la strada a mazzate fra le orde degli Gnorrl – che sarebero poi i nostri cugini neanderthal, tratteggiati come bruti senza arcata sopracigliare e pronti alla rissa, feroci nel massacrare le spaurite bande di Cro Magnon che osano spingersi verso il nord Europa in un’era preistorica tratteggiata con cura e chiaramente ben documentata dal punto di vista scientifico.

Questa non è sword & sorcery – siamo in un passato troppo remoto, e la civiltà umana non ha ancora creato né le spade né una teoria trasmissibile del sovrannaturale.
La tecnologia qui è bassissima: nonostante la spada brandita da Hok sulla copertina del volume, il meglio in termini di armamenti, nelle storie, è costituito da giavellotti con punte in selce, sassi scagliati con precisione, e le nocche nodose delle manone del nostro eroe.
Che comunque in un racconto non manca di posporre a tempi più civili l’inizio dell’Età del Ferro.
Quanto alla stregoneria, Hok appartiene alla stessa scuola di pensiero di Conan il barbaro – e si tiene opportunamente alla larga da sciamani e praticoni in genere.

Non manca una gita ad Atlantide, e la teoria (usata dall’autore spremendone ogni grammo di potenziale) che Hok sia il personaggio sul quale venne successivamente edificata la leggenda di Ercole.
Divertente.

Cos’altro volete?
Donne in bikini di smilodonte?
Spiacente, no.

Il taglio dele storie è troppo realistico, troppo aderente allo stato delle conoscenze antropologiche e paleontologiche per permettersi di scivolare nel pulp classico.
Wellman mantiene un controllo preciso sulla storia, e non fa concessioni al pubblico più popolare.
E, nonostante la sua carica primitiva e le sue origini di serie B, la narrativa di Manly Wade Wellman è decisamente elegante e ben scritta.
Non sorprende che l’autore abbia soffiato un premio letterario a William faulkner, e sia stato candidato al Pulitzer.
Ma non solo.
Wellman, come ricorda David Drake nella bella introduzione al volume, nacque e trascorse la propria infanzia in Africa, dove il padre era missionario, e passò le proprie giornate a giocare con gli altri ragazzini di Kamungondo.
La sua esperienza di come funzioni una comunità neolitica era di prima mano.
A questo si aggiunge il taglio “fatascientifico” del suo modo di documentare anche queste semplici storie pulp.
I riferimenti paleontologici ed antrpologici sono corretti – per quanto qui e là datati… le storie di Hok il Possente comparvero su fantastic Adventuires fra il 1939 ed il 1942.
Per questo motivo, anche il nostro vecchio amico, l’Uomo di Piltdown, fa una comparsata in una delle storie.
E perché no?
Le storie sono ben costruite, avvincenti, sufficientemente originali, e con un bel ritmo sostenuto che comunque lascia spazio a descrizioni dettagliate, a momenti memorabili.

Queli che ne escono davvero male sono i neanderthal – che per una volta fanno anche la parte dei cannibali.
Ma è bello, per una volta, poter essere politicamente scorretti, e riempirli allegramente di botte.
E poi, magari, mangiarseli.


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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