Recensione di Christian Lamberti, saggista e fondatore de Il Crocevia dei Mondi.


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Dettagli prodotto

  • Titolo: Oniricon. Sogni, incubi & fantasticherie
  • Autore: H.P. Lovecraft
  • Curatore: P. Guarriello
  • Editore: Bietti
  • Collana: L’archeometro
  • Anno edizione: 2017
  • Pagine: 336 p., ill. , Rilegato
  • Prezzo: € 17,00
  • EAN: 9788882483890

Sinossi

Con le sue creature mostruose lo scrittore americano H. P. Lovecraft ha terrorizzato generazioni, diventando il maggior punto di riferimento dell’horror moderno. Eppure, come sanno bene i suoi lettori, prima di finire sulla carta quegli indicibili orrori infestavano le sue notti, in terrificanti sogni lucidi. Il giovane Howard aveva addirittura paura di addormentarsi per timore di finire artigliato da creature senza nome, divorato da viscidi esseri striscianti o sacrificato ad antiche divinità. Di quei sogni, col tempo, si sarebbe fatto medium e interprete, trasformandoli in squisite narrazioni, invadendo la cultura pop contemporanea. Questo volume raccoglie tutti i suoi sogni, descritti da lui stesso prima che diventassero racconti. Un autentico viaggio nell’incubo, nelle profondità psicologiche dello scrittore horror più amato di tutti i tempi.


Commento

Nottetempo, quando il mondo tangibile si rintana nei suoi anfratti, lasciando i sognatori padroni di loro stessi, sopravvengono ispirazioni e attitudini del tutto inimmaginabili in qualsiasi altro momento, tranquillo ma completamente privo di magia. Nessuno può sapere di essere uno scrittore finché non abbia provato a scrivere di notte. Una mente che alla luce diurna appare chiusa ed apatica dà vita a scenari di rara ed esotica magnificenza al chiarore della luna” – Lettera di HPL a Lillian D. Clark del 1 Settembre 1925.

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In queste parole è racchiusa l’essenza dell’approccio di Lovecraft alla scrittura. Del resto la notte è il momento della giornata in cui la natura raggiunge quell’alchimia di solenne mistero e intimo raccoglimento. E Lovecraft, che per indole è fortemente affine a tali scenari, trova proprio nottetempo la musa ispiratrice prediletta: il sogno. Già, perché per lui l’ispirazione non è riconducibile alla mera fase notturna, ma va oltre l’ordinaria scansione del tempo, in una dimensione che sfugge a ogni parametro concretamente misurabile. Mi riferisco al mondo onirico, la cui potenza trova in Lovecraft un catalizzatore perfetto per sprigionarsi e scardinare le soglie che lo separano dal mondo reale.

In balia di tali forze, centrifugato tra due dimensioni in costante collisione, il dirompente flusso di subcoscienza di Lovecraft trova finalmente sfogo sulla carta, dove si condensano le perturbanti visioni che lo affliggono e ne logorano le poche ore di riposo che si concede la notte. Questi suoi reportage di viaggi onirici hanno dato vita a racconti fenomenali che lo hanno reso, sebbene troppo tardi per goderne in vita, la celebrità più influente nel campo dell’orrore. Alla luce di ciò calza a pennello l’appellativo di Onironauta che Pietro Guarriello attribuisce a Lovecraft, inteso come “capacità di esplorare e plasmare a proprio piacimento l’esperienza onirica, trasformandola in parola scritta”.

3fbabfc611c44f76b1111df4d4ccdbe0Lovecraft non ha avuto un’infanzia facile. All’età di cinque anni, dopo la morte della nonna, sono iniziati gli incubi. Altre esperienze negative risalgono all’internamento del padre in manicomio e alla paranoica protettività della madre, internata anch’essa. Tutte vicissitudini che hanno minato la solidità della personalità di Lovecraft, innescando un meccanismo interiore che ha spalancato al suo “io” abissi di terrore in cui albergano le sue più recondite debolezze emotive. A queste Lovecraft ha fatto fronte, come sostiene Giuseppe Magnarapa, ricorrendo “a quello che oggi chiamiamo razionalizzazione: anziché sottrarsi ai suoi incubi Lovecraft li ha affrontati, dissezionandoli con lo sguardo freddo dello scienziato, dando loro un nome, una consistenza fisica, una forma riconoscibile ed uno scopo”. Eppure il pieno palesarsi di queste entità oscure sarebbe un colpo insostenibile per la coscienza, già messa a dura prova dalla consapevolezza della loro esistenza. L’angoscia per l’orrore scaturisce dal suo approssimarsi, dall’accennarne gli osceni connotati lasciandoli sfumati e immortalandone il solo profilarsi sullo sfondo della percezione. La vittima, disorientata, viene sovrastata dall’immane portata di questi fenomeni che presagiscono l’incombere del vero orrore, la cui rivelazione sarebbe intollerabile. La medesima indeterminatezza si ripresenta negli incubi notturni, in cui “l’angoscia deriva solo dal non sapere bene se ancora si sta sognando oppure ci si è finalmente destati”.

Per questo, sia nei sogni che nella narrativa, Lovecraft tende a troncare la fase ultima e cruciale del terrificante avvento, come ha ribadito in una lettera del 1934 a J. Vernon Shea, scrivendo che “Spesso in quegli incubi sapevo di sognare, e mi sforzavo e lottavo in ogni modo per ridestarmi – da qui lo schema mentale che consiste nel rifiutare un ambiente sgradevole per svegliarsi al di fuori di esso”.

Spesso i racconti di Lovecraft scaturiscono da sogni talmente fervidi e tremendi che egli si risveglia debilitato da emicranie e dolori vari che lo prostrano anche per giorni. E’ il caso ad esempio di Nyarlathotep, un nome sconosciuto a Lovecraft prima di apprenderlo in un incubo, tra i peggiori mai avuti e che a distanza di tempo ancora lo angustia.

Nyarlathotep_by_erkanerturk-d4h5bggPur ripudiando ogni interpretazione mistica o il ricorso alle teorie simboliste di Freud, che reputa ciarlatanerie, Lovecraft riconosce la propria straripante capacità creativa in bilico tra sonno e veglia. E’ su questo aspetto che si incentra Oniricon – Sogni, incubi & fantasticherie, volume curato dallo “Joshi italiano” Pietro Guarriello e edito da Bietti nella collana l’Alcheometro. L’opera risulta un pregiato tassello nel mosaico degli studi su Lovecraft e vanta dei contenuti finora mai pubblicati in Italia. La prima parte del libro raccoglie, oltre ai contributi degli esperti del settore quali lo stesso Guarriello, Gianfranco De Turris e S. T. Joshi, 41 lettere – gran parte inedite – in cui Lovecraft espone i propri incubi e li mette in relazione con la sua produzione letteraria. Alla sezione epistolare segue quella antologica, comprendente una manciata di racconti partoriti dai sogni: Nyarlathotep, La testimonianza di Randolph Carter, Polaris, Celephaїs, Sotto il chiarore lunare, La “cosa” sul campanile e I sogni di Yith, tradotto per la prima volta.

I racconti onirici vengono classificati come fantasie dunsaniane, in riferimento all’autore Lord Dunsany i cui scritti trattano di fantasticherie su mondi esotici risalenti a epoche remote, vissute dai personaggi come estasianti escursioni in panorami immaginari, in contrasto con la deplorevole vita reale. Ispirandosi allo scrittore irlandese, anche Lovecraft “dà vita a un ambiente onirico comune a tutte le creature e a un altro plasmato dall’immaginazione di sognatori particolarmente abili e potenti”. Infatti dopo aver letto l’antologia dunsaniana A Dreamer’s Tales, Lovecraft imbastisce storie ambientate in un mondo parallelo al nostro, la cosiddetta Terra dei Sogni, stipato in una dimensione prettamente onirica accessibile solo nella fase del sonno. Nascono in questa fase racconti quali The Quest of Iranon, The White Ship e Celaphaïs, quest’ultimo ispirato palesemente al Book of Wonder e pertanto sancisce il culmine della fase dunsaniana.

Per quanto riguarda invece il racconto Polaris (1918), pur presentando uno stilepolaris-by-hiramf-271677017e narrativo accostabile a quello di Lord Dunsany, è stato scritto un anno prima che Lovecraft lo conoscesse. Pertanto si può affermare che il testo sia stato influenzato dall’altro riferimento del Sognatore di Providence, ovvero Edgar Allan Poe.

Considero Polaris un’opera rilevante nella produzione lovecraftiana per alcuni motivi. Innanzitutto vi compare per la prima volta uno pseudobiblia, nonché il più misterioso, ovvero i Manoscritti Pnakotici: un grimorio maledetto che pare abbia origini astrali (in sintonia con la centralità di Polaris, presentata come una senziente e malevola entità aliena). Una civiltà extraterrestre li avrebbe infatti consegnati agli uomini in epoche dimenticate, per poi essere tramandati ai posteri da una setta segreta.

Tra i molteplici riferimenti astrali in Polaris, spicca la stella doppia Aldebaran riconducibile in questo caso al Re in Giallo di Chambers. Infatti Hastur ha dimora proprio su un oscuro pianeta di tale stella doppia, la stessa da cui, secondo August Derleth, provengono alcune delle divinità di Cthulhu. A tal proposito si può ipotizzare che Hastur, ossia il Re in Giallo, possa essere una delle varie incarnazioni del lovecraftiano Nyarlathotep, peraltro collegato alla zona di influenza di Aldebaran. Infatti in Whisperer in Darkness è scritto che Nyarlathotep “assumerà le sembianze dell’uomo, la maschera di Nyarlathotep_with_tentacled_facecera e la veste che nasconde, ed Egli discenderà dal mondo dei Sette Soli”. Ora, considerando che le Pleiadi e le Iadi nel mito greco erano le sette figlie del titano Atlante, i Sette Soli assumono una valenza equivalente nel riferimento all’ammasso stellare di Aldebaran (ammasso di cui Pleiadi e Iadi fanno parte), concedendoci di identificare il Re in Giallo come una delle manifestazioni di Nyarlathotep.

Non dovrebbe quindi sorprendere se molte delle creazioni lovecraftiane di maggior successo sono state partorite a letto piuttosto che su una scrivania. I Magri Notturni sono emersi negli incubi dell’infanzia, dopo la morte della nonna, come creature terrificanti che afferravano Lovecraft per lo stomaco dilaniandolo. Dagon (1917) è frutto di un incubo in cui Lovecraft viene risucchiato da un’orrida melma emersa dal mare. The Statement of Randolph Carter (1919) è la trasposizione della onirica disavventura di Lovecraft insieme all’amico Loveman. I due perlustrano un cimitero fino a che, scoperchiata una tomba, Loveman decide di inoltrarsi sottoterra da solo restando in contatto telefonico con Lovecraft. Questi rimane pietrificato quando l’amico, imbattutosi in un orrore senza nome, gli urla di fuggire. Il delirio più acuto si raggiunge quando l’essere nella cripta risponde al telefono al posto di Loveman raggelando Lovecraft con la rivelazione sulla sorte dell’amico.

Ancora più celebre è il cosiddetto sogno romano del 1927, di cui si conoscono tre versioni sebbene nessuna sia sfociata in un racconto compiuto. In sostanza Lovecraft si ritrova in epoca romana in una colonia della Spagna Citeriore dove ricopre il ruolo di questore sotto il nome di L. Caio Rufus. Gli abitanti di quella provincia sono atterriti da una popolazione tribale dei Pirenei, i Miri Nigri, che due volte l’anno, in occasione di Calendimaggio e della Candelora di novembre, rapisce tre persone da sacrificare ai propri dèi nel corso di rituali abominevoli. Ne consegue una spedizione punitiva ad opera dei romani, a cui partecipa lo stesso Lovecraft-Rufus, che però fallisce miseramente quando si imbatte nelle divinità indigene.

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In conclusione quando si parla di Lovecraft non si finisce mai di restare a bocca aperta, rapiti dall’unicità di quest’uomo. In lui sofferenza e genialità hanno spesso camminato mano nella mano, ammantando la sua figura di drammatico romanticismo, come un eroe tormentato di altri tempi in lotta con le ombre da cui, a ogni scontro, trae le risorse per risorgere più splendente di prima. Una luce la sua che ancora oggi non si è offuscata, ma che al contrario va ad illuminare angoli sempre nuovi della sua figura. Proprio come fa Oniricon – Sogni, incubi & fantasticherie, uno studio condotto con i fiocchi, unico al mondo, che spalanca una finestra su una delle caratteristiche più suggestive del Sognatore di Providence.


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