Articolo di Aldo Marturano, tratto dal sito Centro Studi La Runa.


La foresta è una miniera di materie prime per fabbricare moltissime cose, ma nel Medioevo il suo sfruttamento (fortunatamente!) non era così intenso e distruttivo come è generalmente oggi nelle foreste del mondo, pensando in negativo a quel che accade nella foresta del Mato Grosso, in particolare. Infatti, molta parte della foresta europea si è conservata, sebbene moltissima altra sia scomparsa per… ricavarne terreno da coltivare e aumentare il latifondo!

L’idea che si andava affermando in quegli anni dell’alto Medioevo di gran fervore missionario (IV-V sec. d.C.), propagata a tutti i livelli e in tutti i modi possibili (anche cruenti!) dai molti santi perlopiù irlandesi, era: Distruggere la selva, per eliminare i templi del demonio e i suoi servi! Inoltre aumentando l’estensione del terreno da coltivare si offriva la possibilità a sempre più numerose famiglie di vivere una vita cristiana lavorando e guadagnandosi il paradiso col sudore della fronte, secondo l’indicazione delle Sacre Scritture e, soprattutto, legando la gente al latifondo signorile dove queste persone svolgevano il proprio lavoro. Tutto questo è detto meglio con le parole lapidarie di un grande studioso francese, Roland Bechmann, che noi qui chiamiamo in aiuto: “Distruggere la foresta fu per la Chiesa una soluzione per eliminare questi rifugi agli spiriti maligni, questo nido di superstizioni diaboliche e di pratiche di stregoneria. Allo stesso tempo si allargava lo spazio coltivabile e si aumentava la produzione dei prodotti di sussistenza e si affrontavano i problemi di una popolazione in aumento”. Nonostante quella sistematica distruzione, che rimanesse pure qualche lembo di bosco per la caccia dei cavalieri nobili e per l’indispensabile raccolta di qualche prodotto fondamentale per la vita elegante delle corti! Allo stesso tempo però che tutto fosse sotto controllo, parcellizzato e… santificato!

Richard Kieckhefer, La magia nel MedioevoNell’Europa Occidentale il Papa, essendosi con la sua Chiesa affermato come un’autorità molto forte in tutti i campi, con le sue politiche “ecumeniche” (specialmente quando erano in gioco il rafforzamento e l’espansione della Chiesa Romana stessa e minacciava il pericolo dello scisma e dell’eresia dal barbaro nord) s’insinuava persino nelle politiche di quegli stati indipendenti che non rientravano nella giurisdizione ecclesiastica diretta di Roma. La deforestazione dunque fu consacrata come un atto santo cristiano e addirittura dopo ogni grande carestia la si spinse più a fondo perché, si fece notare, queste calamità erano dovute proprio ai peccati di chi non aveva molto da fare a causa della… mancanza di terreno da coltivare! In questo modo la distruzione della foresta giunse ad essere intesa come un obbligo morale di ogni signore cristiano, di ogni re timoroso di Dio e perciò eseguita ed approvata con “santa” convinzione. Per fortuna (dobbiamo dirlo!) nell’Europa settentrionale e nordorientale, dove il Cristianesimo non si era ben affermato fino al X-XII sec., il piano di intenso disboscamento non fu attuato e in particolare il Bassopiano Sarmatico dall’Elba agli Urali con la sua fitta foresta vergine rimase momentaneamente quasi intatto. Non solo: quando la domanda per i prodotti silvicoli andò aumentando nei secoli XI-XIII sec. in Occidente, la foresta nordica europea diventò l’unica risorsa dove trovare le indispensabili materie prime!

Si capisce dunque che la protezione e lo sfruttamento dell’ambiente si trasformò in un interesse primario per la Rus’ di Kiev, dove dominavano i Rjurikidi. Già s’iniziò simbolicamente con l’atto arbitrario di santa Olga di Kiev a metà del X sec., quando costei riservò a suo uso personale alcune zone forestate del nord. Naturalmente la foresta restò a disposizione di tutti coloro che vivevano intorno con quasi nessuna limitazione giuridica, purché lo smierd continuasse a raccogliere non solo ciò che serviva per la propria vita, ma anche ciò che serviva per produrre prodotti pronti e semifiniti da passare come tributo all’élite al potere che ne traeva guadagno. A quei tempi inoltre, non esistendo alcun contratto sociale definito fra il potere e i sudditi del tipo obbligo di assistenza sanitaria o economica in caso di cataclismi, alla foresta fu affidato un ulteriore compito: Quello di rappresentare letteralmente il luogo dove cercare e trovare la soluzione a qualsiasi tipo di problema quotidiano! Vediamo di capir meglio quest’ultima nostra affermazione. Nella concezione mitologica slava, all’uomo erano assegnati dalla nascita un certo numero di anni da vivere (rok/po?) trascorsi i quali si passava ad un altro tipo di vita nel mondo dei morti. Osservando la natura, in cui ogni anno il ritmo alterno delle morti e delle nascite si ripeteva fedelmente senza grandi mutamenti, non c’era ragione per non credere che non dovesse accadere lo stesso nel mondo degli uomini. Durante il periodo “attivo” della vita però capitavano imprevisti che potevano abbreviare o allungare, danneggiare o deviare il rok personale. Se il corpo umano era costruito più o meno come quello degli altri animali, doveva funzionare regolarmente per il tempo assegnato e, solo quando una forza maligna penetrava nel suo interno, ne scombussolava il funzionamento e ne seguivano dolori, malattie, disagi psichici e simili. Non necessariamente però doveva seguirne la morte! Questa arrivava comunque per consumazione o vecchiaia, purchè non prima del previsto e nei modi ammessi! Morire prima o vivere troppo… questo era l’imprevisto! E sull’imprevisto provocato dalla capricciosa intromissione di forze invisibili il Creatore non interveniva, se non opportunamente implorato e pregato. Inoltre gli Slavi Orientali erano certi che fra gli alberi abitassero degli esseri viventi dai poteri soprannaturali i quali, se la Cristianità ne riconobbe successivamente l’esistenza reale definendoli però “esseri diabolici”, per lo smierd regolavano l’andamento del mondo per conto del Creatore persino insidiando l’uomo. Dunque, se c’è un evento è possibile contrastarlo o evitarlo rivolgendosi anche a loro oppure, alla stessa maniera e perciò col loro intervento, si può impetrare che avvenga qualcosa che desideriamo.

Michel Pastoureau, Medioevo simbolicoMa di quali problemi stiamo parlando? Un malanno fisico? Un disagio psichico? Un problema economico? E davvero è possibile trovare soluzioni efficaci a tutte queste cose vagando nella selva? Sicuramente lo smierd si trovava ogni giorno ad affrontare ostacoli personalissimi di varia natura, ma come membro di una grande famiglia trovava sempre assistenza e aiuto concreti da parte dei congiunti e non sempre occorreva ricorrere all’intervento dei poteri soprannaturali. E non è per questa ragione che il tempio degli dèi slavi si trova qui fra gli alberi? Per questo anche la mediazione del volhv per i problemi della vita umana rimase indispensabile. Tuttavia c’erano pure casi in cui ci si poteva di certo arrangiare da soli. Tutti sapevano che l’infinita provvidenza del Creatore aveva creato gli animali e le piante proprio allo scopo di aiutarsi reciprocamente e in questo creato erano compresi naturalmente gli uomini. In particolare il Creatore deve mantenere l’uomo efficiente, se vuole essere nutrito a dovere. E sì! Nutrire! Gli dèi devono vivere ed hanno destinato l’uomo a questo servizio indispensabile e sacro di mantenerli in vita (in russo si diceva proprio così, nutrire gli dèi ossia kormit’/??????? più che servire adorare o venerare). E allora in momenti di crisi di salute o di debolezza come fare a riconoscere la pianta o l’animale che avrebbe porto l’aiuto giusto all’uomo affinché questi tornasse in piena salute al servizio degli dèi?

E qui s’innestava la secolare esperienza che gli antenati avevano accumulato e tramandato di uomo in uomo e (soprattutto) di donna in donna nella grande famiglia slava. Bastava chiedere alle “persone che sanno” (e non solo al volhv) ed esse avrebbero aiutato a trovare la pianta o l’animale destinati ai bisogni “sanitari” nel misterioso mondo della foresta.

Jean-Claude Schmitt, Medioevo «superstizioso»C’erano però delle regole da rispettare. La foresta è viva e nessuno ha il diritto di uccidere i suoi abitanti a proprio piacere! Può farlo solo se debitamente “autorizzato”! Questo sì! Insomma occorre capire che nella selva si è ospiti in casa d’altri e quindi si deve sempre chiedere il permesso allo spirito (fra gli altri) che qui governa, al Lescii. Questo essere, se implorato nel modo corretto, si presterà volentieri a sacrificare sia le sue piante sia i suoi animali, perché sa che un giorno anche l’uomo gli potrebbe essere sacrificato nel caso ce ne fosse bisogno! Ne segue che è inutile affannarsi a cercare piante e animali particolari a caso e senza una concessione “divina” perché se così facessimo ce ne potrebbe cogliere male in quanto attireremmo l’attenzione delle solite forze maligne che stanno ad osservarci le quali alla minima nostra esitazione sono pronte a ridurci a loro ostaggi (zalòzhniki/?????????). E questa sarebbe per noi la fine… E’ bene quindi aver pazienza, chiedere quanto ci serve col rito giusto e la pianta o l’animale comparirà davanti a noi senza neppur fare un gesto oppure un ljudnik/?????? (ossia gnomo, elfo) ci accompagnerà o si farà vedere in sogno indicandoci dove trovare quanto cerchiamo! Evitare l’ingordigia poi è molto importante perché non è ammesso accumulare riserve e occorre sempre lasciare alla foresta quella parte di ciò che si usa, non come rifiuto senza valore, ma come offerta sacra, scusandosi se è troppo poco o se abbiamo preso troppo.

Ecco! Questo è, schematizzato, il comportamento che lo smierd mantiene di fronte agli alberi, agli animali, alle piante etc. Di qui, lo ripetiamo, la necessità non tanto di conoscere bene piante e animali quanto invece di celebrare tutti i riti necessari per accostarsi a questi esseri della foresta, visibili ed invisibili, senza offenderli!

Arturo Graf, Miti, leggende e superstizioni del medio evoSappiamo bene che la ricerca del benessere fisico e psichico (se è possibile fare tale distinzione!) è un bisogno naturale e diffuso. Anche qui però per lo smierd ha gran valore l’osservazione degli animali. E’ certo: questi subiscono talvolta, ma rarissimamente a quanto pare, disagi fisici, ma poi in breve tempo ritornano come prima… dopo essersi aggirati nel folto! Evidentemente hanno trovato qualche sostanza che ha ridonato loro il benessere! Qualche esempio? Tutti coloro che hanno in casa un gatto sanno benissimo che ogni tanto questo piccolo dolce carnivoro ha bisogno di cercare la cosiddetta erba gattaia. Questa erba ha effetti vomici che serve per rigurgitare i peli che il gatto ha accumulato nello stomaco a causa delle varie “pulizie” con le leccate periodiche che fa sulla propria pelliccia. Anche qui il gatto ha un disagio e deve liberarsene e lo fa ricorrendo ad una pianta. Dando allora per scontato che questo accade sempre, per farla breve, se gli animali sanno tenersi in forma, così gli uomini, non molto diversi da loro, possono scoprire ciò che serve in tutti i casi di disagio… proprio fra le erbe della foresta! In un Inno dei Rigveda si legge: “Nelle erbe si trova tutta la potenza dell’Universo. Colui che conosce le segrete facoltà delle piante è una persona onnipotente”. E, se ben riflettiamo, questa è un’antica verità universale che, se valeva nei millenni passati, non c’è ragione per negarne il valore oggi (e tanto più nel Medioevo) giacchè le piante curano e guariscono, uccidono o danneggiano il nemico o ci sollazzano e ci fanno sognare! Noi oggi sappiamo che questi effetti sull’organismo sono dovuti ai composti chimici che esse elaborano partendo dai minerali del terreno, ma, rispetto all’antico, è soltanto cambiato il modo di esprimere quel principio vedico, ma non il suo contenuto! In altre parole forse è vero che nella foresta c’è il rimedio a tutto! Dunque erbe, più che animali, possono aiutare l’uomo a ritrovare il benessere…

Lasciamo un momento da parte questa conclusione e facciamo un’ulteriore osservazione. Ciò che mette in ansia l’uomo però non è forse il malanno o il guaio in sé, ma, come abbiamo detto, fa paura non poterlo prevedere o non aver colto i segni che ne indicavano l’approssimarsi. Ogni qual volta è possibile prevedere e premunirsi, l’uomo vive meglio. Per questo si ricorre all’osservazione degli astri, di cui lo smierd è un attento osservatore, ma poi bisogna trasformare la previsione ottenuta in atto pratico usando tutto un apparato di riti “profilattici” scaturiti dalla conoscenza antica per trovare la maniera di deviare o piegare il destino ai nostri bisogni. Il potere dello znahar’ o della znaharka talvolta era talmente grande che poteva trasmettersi (in bene o in male) attraverso qualsiasi oggetto o cibo e perciò, ad esempio, un’erba insignificante diventare per azione del potere magico di queste persone un potente amuleto o una potente medicina. Per il Medioevo Russo interi libri di scongiuri per ogni caso della vita sono stati raccolti dalla viva voce dei “sapienti” popolari, così come i numerosissimi amuleti, sempre fatti da costoro, specialmente di pietre semipreziose (come la magica ambra!). E non solo. Vari luoghi “sacri” (i crocicchi lungo le rive dei fiumi e dei laghi specialmente, le fonti e i pozzi, il luogo della presenza di grandi massi morenici, i labirinti di pietra, etc.) sono stati individuati e descritti e tutto questo materiale è così minuzioso e preciso che è impossibile immaginare che lo smierd si sentisse senza difesa nel suo ambiente, benché non avesse né le medicine né gli specialisti di cui noi oggi (a pagamento!) disponiamo! Quanto poi queste difese fossero efficaci, rimarrà per noi un mistero… Infatti, benché esista una raccolta fatta da personale ecclesiastico russo chiamata Erbario del Mago (in russo Ciarodeinyi Travnik/?????????? ???????, le erbe utilizzate dai kolduny/volhvy/znahari etc. erano soltanto otto, ma, siccome costoro non svelavano mai ai neofiti o ai curiosi quali esse in realtà fossero, ci sono rimasti soltanto i nomi e i loro fantastici effetti, senza però poterle individuare. Le erbe “magiche “ sono dunque: Travà-koljuka (La Pungente), Adamova golovà (Testa d’ Adamo), Travà-prikrysc’ (L’Invisibile), Razryv-travàKocedysc’nik (forse la Felce maschio), Travà-tirlic’Son-travà (La Sognante) e Neciui veter.

Jean Verdon, Feste e giochi nel MedioevoRiflettendo bene, oggi non è cambiato molto nell’atteggiamento degli uomini davanti alle forze della natura e persino i mezzi materiali per affrontarle sono ancora gli stessi. Dopo un secolo di intense ricerche chimiche e fisiche ci siamo accorti che le molecole che noi fabbrichiamo nelle nostre industrie farmaceutiche per curare o lenire tutta un’infinità di malanni e disagi, siano essi provocati dal modo di vivere siano essi inventati per ragioni di economia o di pubblicità, cominciano a costarci troppo in inquinamento e in risorse sprecate. Ci siamo accorti che varrebbe forse la pena di cercare le stesse molecole nelle piante o nel mare o negli animali senza sprecare energia e vite umane in inutili e complicati procedimenti artificiali brevettati. Perché non utilizzare quelle delicate fabbriche, sperimentate da milioni di anni di evoluzione biologica che sono sotto i nostri occhi sotto forma di erbe e di animali piccoli e grandi? E non è già con questo che si comincia a convivere in armonia con l’ambiente? Non stiamo auspicando un ritorno al tempo antico o un regresso tecnologico. Crediamo che sia giunto il momento di organizzare meglio il nostro pianeta senza trasformarlo ulteriormente in un mucchio di rifiuti irriciclabili, altrimenti fra non molto non troveremo più posto neanche per viverci noi stessi. E noi nel fondo del Paganesimo Slavo e nelle tradizioni conservatesi in questa parte d’Europa abbiamo letto proprio questo umile desiderio: mantenere un tale equilibrio con il resto della natura al di là di chi l’abbia creata, un dio cristiano o un dio pagano…

Richard Fletcher, La conversione dell'Europa. Dal paganesimo al cristianesimo. 371-1386 d.C.E’ tempo allora di addentrarci fra gli alberi e di cercare quanto ci serve, con l’aiuto di “chi sa”, come abbiamo già annunciato. Queste persone in realtà sono molto caute ad accompagnare un estraneo come noi nella “loro” foresta, perché non vogliono che gli estranei scoprano i loro segreti e poi perché, dopo l’introduzione del Cristianesimo, furono considerate pericolosi maghi e streghe, appunto! Nell’Antica Rus’ erano chiamati Zeleisc’ciki/?????????, ossia Erboristi.

Abbiamo già dato una rapida occhiata alle tante piante che oggi, magari, non sapremmo neppur riconoscere e che tornavano invece utili nell’Antica Rus’. Ci ripromettiamo ora di continuare il nostro viaggio per vedere come, oltre al cibo, la foresta fornisce tutta una serie di altre sostanze che in modi diversi potevano liberare dai disagi. Tuttavia, come abbiamo sempre ribadito, non è possibile strappare un’erba, un fiore, una bacca senza il consenso del suo spirito protettore e la raccolta non è mai una semplice operazione di routine, ma un rito sacro! Un rito che non può essere eseguito semplicemente da chiunque in qualsiasi momento libero… come faremmo noi oggi con l’attuale ignoranza e poco rispetto del mondo intorno a noi! Nella mitologia slava infatti l’erba, le piante erano niente altro che i capelli della Madre Umida Terra! Solo se ci mettiamo in quest’ottica, possiamo fare il viaggio partendo dal più straordinario e dal più sacro degli esseri viventi, la Quercia!

Se mai vi capiterà di trovarvi davanti a quest’albero vivo con un’età di qualche secolo, rimarrete certo folgorati dalla meraviglia poiché lo spettacolo è indescrivibile quanto a grandiosità. Si è di fronte ad un essere vivente di altezza impensabile (fino a 50 m e oltre!) che domina su tutta una vasta zona da solo poiché intorno raramente crescono altre piante. Solo alcune specie di funghi vegetano alla sua base! Ciò è dovuto alla secrezione di sostanze che la quercia immette nel terreno dalle proprie profonde radici, inaccettabili al metabolismo di moltissime specie vegetali del sottobosco o di altri alberi. Volgiamo ora lo sguardo verso l’alto. Ecco! La chioma che incombe enorme e con le sue grandi foglie lobate copre tutto il cielo sopra di noi! Se non sapessimo che quest’albero, quantunque grandioso ed alto, ha comunque una cima, penseremmo che esso davvero raggiunga le nuvole. Mettetevi nei panni di uno smierd che si muove sempre in pianura e non ha mai occasione di dare un’occhiata al paesaggio da un’altezza da cui poter ammirare il suo inferno verde dal di sopra! Potrebbe immaginare tranquillamente che la quercia raggiunge la dimora degli dèi! La quercia per lui tocca il cielo! E’ l’albero primordiale!

Richard Kieckhefer, La magia nel MedioevoSe poi avrete l’occasione di recarvi sul Dnepr, nei dintorni di Zaporozhe (l’ultima grande cataratta prima di arrivare al Mar Nero) a sud di Kiev c’è un isola chiamata Hortiza, famosa anche perché era una base dei famosi Cosacchi del Don. Visitatela perché qui esiste una quercia davvero enorme. La chioma ha un diametro di poco meno di 60 m e il tronco di base ha una circonferenza di oltre 6 m. A quanto pare ha oltre 600 anni e si dice che alla sua ombra si riposasse l’eroe cosacco nazionale ucraino Bogdan Hmelnizki. E non è la sola in Europa con tale veneranda età! Roland Bechmann ne nomina qualcuna per le foreste di Francia ed ultimamente è stato pubblicato un atlante delle querce annose tedesche!

Insomma stiamo parlando della regina (o del re, in russo quercia è maschile: dub!) degli alberi della selva. Giustamente la denominazione latina contiene la parola che significa forza (ossia Quercus robur sp.) proprio perché, finché l’uomo non ebbe gli arnesi adatti, una quercia era difficilissima, se non impossibile, da abbattere. Per di più il fatto che la vita di un uomo non riuscisse a vederla morire insinuò l’idea che l’albero fosse eterno e che il fulmine l’evitasse, sebbene vi fosse più esposta di altri alberi a causa del suo isolamento. E che dire dei frutti, delle ghiande? Suscitavano l’idea del maschio, del dominatore, della potenza dell’uomo rispetto alla donna, debole e coatta. In latino il nome per glande umano è uguale a ghianda e così in russo e in tedesco per la grande somiglianza fra il frutto e la parte superiore del fallo! Quest’albero, una volta diffusissimo nelle foreste europee, con la sua dissacrazione imposta dal Cristianesimo (contro il Paganesimo Druidico!) e con l’uso delle asce di ferro a poco a poco si ridusse di numero e moltissimi individui furono abbattuti e ridotti a materiale da costruzione e da arredamento sacro (i cori dei conventi!). La toponomastica europea malgrado ciò ne conservò il ricordo ed è piena di nomi che ancor oggi ricordano la sua presenza come Rovereto, Eichstatt, Oakwood, Chêne-Pignier… Forse più di altri è così nell’area slava dove la città croata di Dubrovnik (ossia Luogo dove si vendono querce, da dove Venezia trafficava questo prezioso legno, ma chiamata da loro Ragusa) ne è l’esempio più clamoroso! Nella Pianura Russa poi i nomi che ricordano la quercia sono parecchie centinaia e molti di essi sicuramente si rifanno alla presenza dei piccoli querceti sacri (dubràvy/???????) dove il volhv celebrava i riti pagani fino a qualche secolo fa in onore di Perun e della sua paredra. Addirittura, come ci informa A. A. Korinfskii, presso i popoli “russificati” dei Ciuvasci (turcofoni) e Mordvini (finnici) il rispetto e i riti intorno alle querce si erano tramandati senza interruzione e le processioni propiziatorie nei querceti del Volga erano celebrate ancora nel XIX sec.!

Michel Pastoureau, Medioevo simbolicoAlla quercia intanto era legato un mito slavo della creazione dell’universo. In esso si racconta che due querce primordiali esistettero nell’oceano primitivo. Da questi due alberi erano volate giù fino al fondo del mare due colombe per portare al Creatore un po’ di sabbia e di sassi dai quali poter creare terra e cielo.

Abbiamo già nominato questo dio slavo-baltico, Perun, in relazione con la quercia. Aggiungiamo che lo ritroviamo nel polacco Piorun, nello slovacco Perom e addirittura in Pargianja della mitologia vedica e in Fjorgyn norreno e, se ci è permesso azzardare un’ipotesi, potrebbe essere persino identificato con Quirinus (dal latino *quir-c- per quercia), il dio cittadino di Roma. I Celti davano alla foresta della Gallia lungo il Reno il nome di Hercynia Silva (come ci informa Cesare) in cui si nasconde la variante della stessa radice *hercu- di quercia per la grande diffusione (allora!) di questo albero sacro! E un altro mito slavo dice che c’era in qualche parte del mondo una quercia che cresceva continuamente ed era ormai diventata tanto alta da raggiungere il cielo di Perun e proprio qui c’erano i tre elementi fondamentali: il fuoco la terra e l’acqua… Una cosa però non è certissima: Che Perun fosse in cima all’olimpo slavo! Perun viene già nominato al tempo di Igor e di Oleg nelle Cronache Russe che poi aggiungono nell’anno 980: “… (Vladimiro) si mise a governare da solo a Kiev e pose i kumiry/?????? (i simulacri divini) sulla collina vicina allo spiazzo davanti al suo terem: Perun di legno (di quercia, naturalmente!) con una testa (ricoperta) d’argento e con i baffi d’oro…” con evidente atto di devozione in quanto quel dio lo aveva protetto fino a quel momento e quindi, da vincitore, Vladimiro ora lo elevava al rango di dio maggiore di ogni altro preesistente e lo imponeva ai suoi soggetti! Dai documenti ci risulta infatti che prima di questo evento ogni clan o tribù della Pianura Russa aveva i suoi dèi particolari fra i quali Perun non era assente, ma non era il dio supremo! Anche perché, se lo ricordate, fra gli Slavi (occidentali) il dio supremo è un altro ed ha nome Svantevit/Svjatovit, a cui era dedicato il famoso sacrario di Arkona detto anche il tempio per tutti gli Slavi! Dunque la quercia e il suo legno sono sacri e non possono essere destinati ad altri usi se non quelli sacri onorando il dio che “abita” nella pianta. Attenzione! Ciò non significa che non possano essere abbattute delle querce per elevare costruzioni consacrate, come le fortificazioni di difesa di una città. Per far questo però il taglialegna incaricato deve sempre fare gli scongiuri dovuti prima di intaccare il legno con la sua accetta. “Ciur menja!/??? ????!” E’ l’invocazione da lanciare affinché il padrone della selva, il Lescii, sappia che è il ciur che ha autorizzato il taglio!

Jean-Claude Schmitt, Medioevo «superstizioso»E non solo! Sotto lo spazio libero da vegetazione intorno a questo albero si riunivano i consigli di guerra, prima di mettersi in cammino, se si voleva tornare vincitori. In questi particolari casi quando tutto era stato deciso il volhv, presente quale garante della sacralità del rito, strappava dall’albero le foglie più grandi e li metteva sul petto di ciascun guerriero dopo averle cucite alla loro maglia. La foglia doveva rammentare la forza, la patria e lo scopo dello scontro che si stava affrontando. Di solito la cerimonia era abbastanza complicata. Si facevano dei piccoli serti di foglie di quercia che venivano posti in un piatto d’argento (lasciato poi come dono sacrale dal capospedizione al tempio) e ciascun guerriero prima di lasciare il luogo sacro prendeva un serto con entrambe le mani e inginocchiato lo baciava chinando la testa fino a terra e finalmente lo poneva sulla gamba piegata giurando fedeltà, prima di farselo cucire sulla maglia o di riporlo nella sua bisaccia da guerra (così ce lo narra G. J. Riljuk).

Al dio della quercia appartiene sicuramente il Porco. Esso si ciba delle ghiande e sotto la quercia è il suo posto preferito nella tarda estate, prima che la sua padrona lo richiami dalla foresta. Proprio qui la scrofa addirittura si accoppia con il cinghiale e qui anche figlia. In tutto questo si può riconoscere la sacralità del legame con Perun ed è anche chiaro perché, ancora oggi in Bielorussia, all’ospite gradito e onorato venga offerto come piatto speciale il lardo di porco tagliato a dadini e fritto! E’ un’offerta sacrale! E che dire dell’Orso? Anche lui è grande amante delle ghiande… E non soltanto gli animali raccoglievano le ghiande per cibarsene. Nel lontano passato esse venivano tostate e dalla farina che se ne otteneva lo smierd si faceva un infuso che oggi possiamo raffrontare nel gusto al caffè, sebbene un po’ meno amaro di questo. Probabilmente anche questo consumo era sacro presso gli Slavi… in quanto rafforzava la potenza del fallo!

Arturo Graf, Miti, leggende e superstizioni del medio evoLe foglie di quercia poi, abbastanza grandi (fino a 20-25 cm), quando l’albero in autunno se ne spoglia parzialmente nel mese di Listopad, vengono raccolte con cura e servono ad avvolgere il karavài e dargli quella bella crosta bruna lucida di cui abbiamo detto, in seguito all’imbrunimento dei tannini esposti alla temperatura di cottura nella pec’ka. La corteccia dell’albero poi coll’avanzare dell’età si fessura e si spacca e le sue schegge, raccolte e pestate, erano usate per conciar le pelli sempre sfruttando l’azione dei detti tannini.

La quercia però non è il solo monumento vivente perché ce ne sono molti altri e altrettanto (sebbene un po’ meno) notevoli nella selva. Di solito ogni regione ha i suoi alberi caratteristici ai quali la gente del luogo è affezionata e, come dice V. J. Propp, nella Pianura Russa dopo il Cristianesimo specialmente, la Betulla è l’albero al quale i russi sono legati di più e che i loro antenati considerarono addirittura indispensabile per la propria vita e per la riproduzione. Della nordica Betulla (berjòza/?????? in russo, Betula sp.) generazioni di Slavi hanno goduto (e godono), delle sue proprietà e dei suoi prodotti utilissimi. Era così caratteristica che ha dato il nome a vari fiumi e laghetti, a cittadine e a villaggi del nord. In particolare è probabile che il Dnepr abbia preso il nome “classico” del suo corso superiore, registrato nelle Storie di Erodoto come Boristhenes, proprio dalle betulle e cioè dal suo affluente Berezinà (inteso come Fiume di betulle o qualcosa del genere) e lungo questo fiume secoli dopo fu battuto Napoleone nella sua sfortunata Campagna di Russia!

Jean Verdon, Feste e giochi nel MedioevoL’aspetto più clamoroso di questo albero è il colore della sua corteccia, bianco argentato! Non tutte le cortecce della specie Betula però sono di questo colore e ce n’è anche con la corteccia nera, ma che non appartengono alla foresta russa europea. Nella Pianura Russa se ne conoscono circa una cinquantina di specie e sottospecie e la più comune è quella che ha ricevuto il nome di Betula alba sp. L’albero è molto longevo e vi sono individui con oltre cento anni di età! Lo si trova nelle poesie e nei canti russi quando si descrive l’eleganza delle sue forme, il lungo e sottile tronco, la bianca e lucente corteccia che scintilla alla luce della luna. Soprattutto però lo smierd aveva un rapporto speciale con quell’albero. Gli comunicava ogni giorno, attraverso l’aspetto della sua chioma e delle sue foglie, come stava andando il tempo! Era come un calendario delle stagioni poiché la Betulla ha degli abiti che muta non appena sente cambiare temperatura, pressione dell’aria e umidità. Comincia a dominare il colore dorato? Ormai l’inverno è vicino! Appare il verde? E’ arrivata la primavera! Per di più se il verde appare prima del solito lo smierd se ne rallegra perché vuol dire che l’estate sarà più calda…

Riportiamo un vecchissimo indovinello russo sulla betulla che dice: C’è un albero che conosce quattro arti. La prima illuminare il mondo, la seconda far tacere il grido (klikuscestvo v. più oltre su questa strana malattia medievale), la terza guarire i malati e la quarta mantenere la pulizia del corpo! E davvero la Betulla esaudisce tutte queste necessità.

Richard Fletcher, La conversione dell'Europa. Dal paganesimo al cristianesimo. 371-1386 d.C.Col suo succo (la linfa chiamata berezòviza, che si può tirar via in gran quantità dalle betulle destinate ad essere abbattute durante il podseke cioè del taglia-e-brucia), con gli infusi dalle sue foglie, con i suoi rami (venivi/??????) usati per battere il corpo nudo nella banja per ravvivare la circolazione sanguigna e mantenere la pelle giovane. Con la primavera sale lungo il tronco il succo nuovo, il più prezioso dei suoi prodotti, che sgorga lentamente al taglio leggero sulla corteccia e si può raccoglierlo (senza uccidere l’albero!) per berlo fresco o allungato con acqua e persino leggermente fermentato. Ha un sapore fra il dolce e il salato, ma è molto diuretico e perciò aiuta alla pulizia interna del sangue provocando l’urinare frequente. Sulle biforcazioni dei rametti giovani poi si formano delle verruche (borodòvki/?o???????) gonfie di resina (djògot/?????) che è una miscela di vari olii essenziali di color giallo e si usa come unguento medicinale, ad esempio (ma ancor oggi!) per guarire gli erpeti facciali! Usato sulla pelle delle donne, la ringiovanisce e tutti sanno che le ragazze, quando si devono preparare per la festa, in segreto vanno nel bosco dove ci sono betulle e si spalmano con questo balsamo (oppure col succo, detto pasok/?????) per acquistare un bel colore rubizzo sulle guance. A maggio quando appaiono i suoi fiori è il tempo invece di raccogliere le foglie per gli infusi. I rami di betulla si usano da bruciare nella pec’ka quando si cuoce qual cosa di speciale e i rametti più fini per far luce (la cosiddetta lucìna usata dalle tessitrici per illuminare il lavoro serale d’inverno!) per l’effetto del sopradetto djògot che brucia bene, lentamente e non fa fumo. E che dire della corteccia? Ottima come supporto per scrivere, la scorza di betulla (berjòsta) è rimasta importantissima nella storia russa per essere stata usata come carta da lettere fra il XI e il XIII sec. specialmente nella zona della coltissima Novgorod-la-grande.


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Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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