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Per la rubrica “I racconti di Satampra Zeiros”, abbiamo il piacere di ospitare nuovamente Alessandro Forlani che ci propone Non tutte le avventure, racconto fantasy di circa 10.000 battute.

Buona lettura.


Autore 

ALESSANDRO-FORLANIAlessandro Forlani insegna sceneggiatura all’Accademia di Belle Arti di Macerata e Scuola Comics Pescara. Premio Urania 2011 con il romanzo “I senza tempo”, vincitore e finalista di altri premi di narrativa di genere (Circo Massimo 2011, Kipple 2012, Robot e Stella Doppia 2013) pubblica racconti e romanzi fantasy, dell’orrore e di fantascienza (“Tristano”; “Qui si va a vapore o si muore”; “All’Inferno, Savoia!”) e partecipa a diverse antologie (“Orco Nero”; “Cerchio Capovolto”; “Ucronie Impure”; “Deinos”; “Kataris”; “Idropunk”; “L’Ennesimo Libro di Fantascienza”; “50 Sfumature di Sci-fi”). Vincitore del Premio Stella Doppia Urania/Fantascienza.com 2013.


Non tutte le avventure

di Alessandro Forlani

Lodovica raccattò le cartapecore e pergamene, inseguì e raggiunse il vecchio che si affannava a quei sei patiboli.

«Dovreste essere più prudente», lo trattenne e gli ammiccò: gli cacciò quegli incunaboli in uno zaino scucito e floscio, che però, a frugarci dentro, le sembrò pieno di cose. Tolse la mano – appena in tempo a che la sacca non la azzannasse – stupefatta e un po’ schifata dalla cerniera di fauci vive; prese l’uomo sottobraccio per parlargli ad un orecchio, finse i modi e le premure di un’amorevole nipotina.

Sopportò lo struscio laido delle sue vesti di pelle umana, che si animarono a palparle cosce e sedere e seno ed i fianchi stretti.

«Siete folle, spudorato.»

«Non ti conosco», insistette il vecchio.

«Lo sanno tutti, Alexander Pathemet, che avete un patto con déi oscuri: non mi sembra intelligente farsi trovare qui in piazza, ad Handelbab, all’annuale auto da fé contro gli adepti di Sottoterra.»

Lei lo tirò lontano dalle cataste di legna e torba già affollate dai curiosi con fiaschi e pinte ed arrosticini, sedie e sgabelli e stuoini e panche per non perdersi lo spettacolo. I carnefici e i sergenti della guardia cittadina disponevano transenne ed ammucchiavano fascine, si assicuravano soffiasse il vento da bollettino dei tempestarii: ché se la vittima bruciava in fretta o il troppo fumo la nascondeva; sveniva subito, moriva presto e deludeva le aspettative…

«Beh», si grattò un boia: «il nostro pubblico va via scontento.»

Sul lungoviale che dai patiboli correva al pantheon e il palazzo di giustizia i preti e giudici dei Culti Leciti procedevano solenni. Trascinavano sei cristi incatenati e flagellati, con i grembiule e i cappelli a cono dei morituri di fuoco e pece. La folla isterica li tempestava di rifiuti ed escrementi, li ingiuriava, malediva, li accusava di carestie, delle podagre e la jella ai dadi e gli adulteri e le febbri ed herpes, dei mal di denti, le bancarotte e melancòlie di spose frigide.

«Io… dovrei salvarli: sono stregoni del mio stesso ordine!»

Lodovica gli mostrò quei nerboruti scerifforcisti che pattugliavano strade e piazze e accompagnavano la processione: le ferrate, spaventose verghe magiche di frassino e il cinturone con gli aspersori e con le ampolle di acquasanta. Il cappello a tesa larga e rattoppato di santini.

«Qualunque demone abbiate in serbo, contro quei birri non prevarrà. Loro», indicò i maghi: li legavano già ai pali… «sono stati sfortunati. Voi, magister Pathemet, per buona sorte incontraste me.»

«È da vedersi. Che cosa chiedi?»

«Innanzi tutto che il necrofasmide che vi veste se la smetta di toccarmi: déi, che schifo!»; scacciò un peduncolo di carne viva che le frugava nelle mutande. Lui pispigliò una sillaba ch’era un’eco di sepolcro, e quei tentacoli attorcigliati, orripilanti del suo mantello, si riafflosciarono in frappe pallide sul suo corpo rinsecchito.

«Potreste starvene rintanato in laboratorio fino a che la folla e i preti saranno sazi di esecuzioni, ma… lo sapete quanto me: vi siete spinto un po’ troppo oltre. Riti ed incantesimi esecrabili ai vostri pari: nei bordelli si fa di peggio, e la necropoli può nascondervi. Ma c’è in giro un cacciatore, dicono, e a costui non sfuggirete.»

«Siete solo una novizia», il vecchio mago la disprezzò: ma la sua perfida sicumera fu incrinata di paura, «come sapete codeste cose?»

Lei cavò di tasca quella pagina strappata: brevi note militaresche, notarili e inquisitorie sul viavai degli stranieri ai bastioni di sud-est:

… lo foristiero dimanda ai militi per più fiate se in cittade havvi dimora un empiomante de li dimonii …

 

«Essere una scrivano della guardia cittadina, della curia e il tribunale per gli acta arcana può avere i suoi vantaggi. So di voi, dei vostri illeciti e dei crimini esoterici. Ieri sera è entrato in Handelbab un cavaliere sinistro e biondo, un brillante alla narice e una spada portentosa: quell’uomo vuole voi. Non ci sono, qui in città, molti apostati degli inferi.»

«Devo andarmene, sembrerebbe», si arrese lo stregone; «quanto costa il tuo silenzio, maledetta ragazzina? Sei sbrodolata di un qualche giovane che vuoi che incanti fra le tue cosce?!»

«La vostra scienza.»

«Sarebbe a dire?»

«Che ce ne andremo stanotte stessa. Conosco i militi di guarnigione, sono un po’ la loro cocca: pochi astragali, un sorriso e ci apriranno il Cancello Morto. Voi mi introdurrete ai segreti del Continente.»

«Agli orrori, vorrai dire! Ma lo sai com’è, là fuori?!»

«Io so leggere, so scrivere: ma voglio apprendere la magia.»

«Pratico un’arte la più schifosa.»

«La più potente, la più profonda.»

«Studia gli astri, se vuoi proprio…»

«No: sarò una demonologa.»

Capì che il vecchio veniva a prenderla da quel fetore che portò il vento.

Non bussò alle sue finestre l’odore acidulo di spazzatura: gatti e ratti si azzittirono, si acquattarono ai bidoni, l’olezzo orribile dei malefici strisciò nel vicolo e grattò porte. Da dietro un angolo echeggiò il clo-clop del mulo aftatico dello stregone: si fermò ad ogni portone, lo schiarì con la lanterna, trovò i tre segni tracciati in gesso che stabilirono per riconoscersi. E bussò altrettante volte col bordone di sambuco.

Lodovica prese in spalla lo zaino floscio di poche cose: l’occorrente alla scrittura, formaggio e pane, prosciutto e vesti, pochi astragali, un unguento e una daga cinquedea. Non la usava granché bene, ma avrebbe presto imparato l’Arte: e il ferro e i muscoli sono inutili, se si conosce la magia nera.

Sulla soglia del tugurio – freddo, spoglio e miserabile – restò un istante ad assicurarsi di non avere nessun rimpianto; se in quel buio non ci fosse un lumicino di ricordi… Non trovò nulla per cui voltarsi, trattenersi e ripensarci.

«Hai rimorsi? Vuoi tradirci?», ringhiò il mago ansioso e burbero, «Sali in sella adesso, muoviti: ché il campanile batté le dodici. Quei soldati che conosci non…»

«… sono alle porte la intera notte», lei lo assicurò. Montò il suo ciuco, gli passò avanti, trotterellarono le strade strette, le rampe i portici le esedre e il fango di un quartiere di affamati. L’ombra tetra, l’aura nera, l’empia aureola di Pathemet scacciò impaurite le prostitute cani randagi e borseggiatori: non osavano guardarlo, si rannicchiavano ai muri sordidi.

«È un incantesimo? lo imparerò?»

«È il sentimento che ispiro al prossimo: attorno ai maghi c’è solo tenebra. Sarai sola, ragazzina.»

«… è da un pezzo che lo sono…»

«Sarai sola con te stessa: forse è l’incubo peggiore.»

Proseguirono alle mura fin le porte di sud-est. Lodovica chiese al mago di fermarsi a qualche passo, smontò dal ciuco, si scoprì il capo e tenne il lume ben in vista. Salutò una sentinella che intirizziva nella garitta, un altro milite, da un ballatoio, le fece un cenno di bentrovata.

Ma il sergente storse il grugno, del suo macabro compare:

«Te ne vai con quello lì

Gli mise in mano un sacchetto pieno:

«È più di un anno della tua paga: il mago è ricco, ti sarà grato. Voi, però, non ci avete visto uscire. Questa notte non ci sono streghe e eretici da bruciare.»

«Hai appena quindici anni: vuoi buttarti via così?»

«A far da serva a voialtri e i preti morirei senza emozioni. Io voglio tutto, lo voglio subito, e voglio vivere un’avventura.»

«Non ti ha corrotta: l’hai scelto tu.»

«Pensate sempre che una fanciulla sia bomboniera di virtù innate: e anche questo, non vi accorgete, è un pensiero un po’ schifoso.»

Il sergente intascò i soldi, fece un cenno ai miliziani. Lodovica chiamò il mago, ché potevano passare. Vide un soldato che segnalava dal barbacane e pensò che la avvertisse che le aprivano le porte.

Lei e il vecchio, in sella ai muli, attraversarono i cancelli interni. La grande grata si abbassò lenta, cigolò alle loro spalle. Ma il battente, innanzi a loro, restò chiuso e inchiavardato.

«Ehi, ragazzi!», disse ansiosa Lodovica: le sentinelle non le risposero, ma incoccarono le frecce. Strinsero l’aste dell’alabarde con volti tesi ed ostili e grigi.

Né il cigolio di ingranaggi e cardini il cordame o le catene.

Prigionieri del quadrato fra le torri di vedetta.

«Non mi sconfinfera», Pathemet si innervosì.

Da un androne delle scale che salivano ai torrioni li agguatarono un prelato e una squadra di sceriffi. Mulo e ciuco stramazzarono sotto salve di quadrella, Lodovica e il negromante rovesciarono  storditi. Si rialzarono, spalla a spalla, circondati dai nemici; lui levò una mano in una vampa di fuoco oscuro: ma due birri, più veloci, gliela aspersero di acquasanta. Crollò a terra bestemmiando con il braccio che bruciava, le vesti umane e la carne e l’osso che sfrigolarono di sante ustioni. Lo assalirono, legarono, lo soffocarono con un mantile. Le salmodiarono un esorcismo. Lei terrorizzata, si prostrò a piangere la risparmiassero. I verbi sacri non la ustionarono.

«È una puttana, non è una strega», concesse il Prete: le sferrò un pugno; le calciò il ventre, la pestò a terra a sanguinare e sputare denti.

«Io… volevo solo…»

«Sei colpevole egualmente.»

La ammanettarono. La trascinarono. Sentì il vecchio nella sua testa. Lei cercò lo sguardo dello stregone sconfitto ed arso, che impedito di parlare dal panno sacro ficcato in bocca, stretto ai ferri mani e piedi, le trasmise il suo pensiero con un ultimo incantesimo.

«Voi mocciosi supponenti che pretendete una vita eroica! No, cretina: io te lo dissi, finisce male. Me ne vado, e resti qui: nella merda che hai voluto.»

Quel vecchio corpo crollò spezzato sotto le corde degli Sceriffi, schiantò al suolo con un croc e uno strappo disgustoso. E un ectoplasma di umori orrendi, luce nera e di caligine squarciò il petto di Pathemet e fluttuò sopra le torri. Ghignò maligno dei verrettoni e gli scongiuri che gli gridarono.

«È il più mostruoso degli incantesimi!», gridò il Prete trasecolato, «va a impossessarsi di un altro corpo!»

Gli sceriffi si lanciarono a un impossibile inseguimento.

Lei, però, restava lì con la corda al collo. E il sergente e i suoi soldati già ammucchiavano fascine.


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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