Articolo di Alberto Lombardo, tratto dal sito Centro Studi La Runa.


Il termine deriva all’italiano dal latino orbus, parola di origine antichissima che risale alla forma indoeuropea *orbho-, che si ricollega a due tipi di significato: un primo a “privo”, il secondo a “erede, servo, lavoratore”; questi ultimi significati sono evidentemente un’estensione del primo.

Troviamo dunque in area celtica l’irlandese orbe (erede) e la forma ricostruita *orbhyo; in area germanica “erede” è arbi sia in antico alto tedesco sia in gotico, mentre il termine “lavoro” è in queste due lingue, rispettivamente, ar(a)beit arbaiths (tedesco moderno Arbeit). Abbiamo poi le testimonianze dell’antico slavo robu (“schiavo”), del greco orpho (bótai) e orph(anós), dell’armeno (orb, “orfano” e arbaneak, “servitore”) e infine del sanscrito (arbha-, “piccolo ragazzo”).

In ogni caso, parlando della figura dell’orbo fra gli Indoeuropei è necessario ricordare gli importanti studi di Georges Dumézil sulla figura simbolica della coppia composta da un orbo e un monco nelle mitologie e nelle saghe antichissime. Lo studioso francese ha dimostrato in modo assai convincente come nelle diverse mitologie indoeuropee sia frequentemente presente questa coppia (per esempio nella leggenda romana di Orazio Coclite e Muzio Scevola, nella mitologia nordica sotto la forma della coppia divina di Odino e Tyr). Questo tipo di menomazioni corrisponderebbe a quelle “tipiche” delle prime due funzioni sovrane (rispettivamente, quella magico-giuridica e quella guerriera) e, forse, a due forme di morte, o anche di sacrificio rituale, a esse collegate.

Georges Dumézil, La saga di Hadingus. Dal mito al romanzoSpesso nei miti la figura del cieco e quella dell’orbo di un solo occhio sono confuse, o il monocolo perde la vista dell’unico occhio (come nei casi di Balor, di Polifemo…). Al tempo stesso, la cecità o l’orbità sono ricollegate quasi come “premi” a personaggi dotati di straordinari poteri: nel caso di Odino e di Omero si ricollegano all’ispirazione poetica, raggiunta tramite la perdita della vista o di parte di essa. Questa perdita si accompagna però a una vista più acuta (la vista con l’occhio interno, o al limite con il “terzo occhio”) che permette appunto l’ispirazione e la composizione poetica.

Altre figure di ciechi hanno singolari proprietà: il dio cieco indiano Bhaga comanda il futuro, e ottenne tale potere proprio grazie alla sua menomazione; anche l’indovino tebano Tiresia è cieco. Regulus, di cui ci narra Plinio il vecchio, era un legislatore che per pronunziare le sue sentenze di carattere “magico” usava dipingersi un ampio cerchio intorno a un occhio; esistono poi figure di mitici ciechi o orbi nella tradizione celtica, come per esempio nel seconda battaglia di Moytura, ove il dio Lug danza davanti alle armate nemiche tenendo un occhio chiuso per assicurare la vittoria a Balor, altro emblematico monocolo.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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