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Presentazione

Primo appuntamento annuale con I racconti di Satampra Zeirosrubrica nella quale pubblichiamo i migliori racconti di fantasia eroica italiana.

In questa circostanza siamo lieti di ospitare Corrado Lo Verde, giovane scrittore che ci presenta Il Morso del Serpente, storia sword and sorcery di circa 19.000 battute, la cui revisione è stata affidata ad Andrea Berneschi.

Buona lettura.


Sinossi

Alef è un guerriero maledetto da un orribile incantesimo, deciso a spezzarlo nell’unico modo che conosce, uccidere il mago che gliel’ha lanciato….


Autore

Sono Corrado Lo Verde nato a Palermo il 15 luglio del 1978. Fin da ragazzino sono sempre stato un grande appassionato di libri e fumetti. Il genere fantasy è fra i miei generi preferiti in assoluto. Adoro in particolare  J.R.R. Tolkien, R.E. Howard, ma soprattutto Tanith Lee. Sono un esordiente e questo è il primo racconto che invio ad una casa editrice. Spero davvero che vi piaccia.


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Il morso del serpente

di Corrado Lo Verde

 

Il Sole picchiava sulla valle, l’aria era secca e il vento era rovente. Un uomo camminava sulla terra arida.

Indossava un pesante mantello grigio che gli copriva anche il viso; era logoro e sporco, così come i suoi stivali. Piuttosto alto e di corporatura possente, zoppicava leggermente, ed era visibilmente stanco. Dalle pieghe del mantello traspariva un oggetto al fianco sinistro, probabilmente una spada.

Si fermò un attimo e bevve un goccio d’acqua da una fiaschetta. Finalmente il suo viaggio stava per concludersi. All’orizzonte sorgeva un villaggio, e se la mappa che possedeva non era sbagliata era finalmente arrivato nel posto giusto. Non gli restava molto tempo, ormai. Richiuse la fiaschetta e riprese a camminare; il passo era più veloce.

Entrò nel villaggio; ad attenderlo non c’era la confusione e il movimento che di solito contraddistingue un luogo abitato, ma un paesaggio di morte.

Le case erano ridotte ormai a dei ruderi di legno, alcune erano crollate, altre mostravano i chiari segni di un incendio. Alla sua sinistra, per terra, c’era la carcassa di quello che una volta era stato un cavallo. Doveva essere morto da tempo; erano rimaste solo le ossa e qualche pezzo di carne. Si avvicinò ad un pozzo per allontanarsene subito, respinto dalla puzza. L’acqua doveva essere putrida e il fetore era insopportabile. Ovunque regnava il silenzio; neanche il suono degli insetti.

Proseguì, deciso ad esplorare il posto. Notò uno strano cumulo vicino ad una baracca. La puzza non lasciava dubbi, ammassati insieme c’erano brandelli di corpi umani, alcuni ormai del tutto decomposti, altri che mostravano segni di morsi d’animale. Continuò a camminare. Fu così che scorse una figura che si trascinava verso di lui. Era un povero vecchio, dagli abiti logori e dal corpo emaciato, ma era ancora vivo.

L’uomo si avvicinò a lui, lo prese per un braccio in modo brusco e lo trascinò di peso dentro una baracca, all’ombra. Poi gli porse la fiaschetta con l’acqua.

Il vecchio, anche se stremato, bevve avidamente; quando fu soddisfatto iniziò a parlare:

<<… gli dei ti benedicano, amico mio… mi hai salvato, anche se vivrò ancora per poco… io, noi tutti, siamo spacciati…>>

<<Dove ci troviamo?>> disse lo straniero, con aria poco interessata alle disgrazie dell’anziano.

<<E’ il villaggio di Gan, amico mio, o meglio lo era…>>

<<Cos’è successo?>>

<<E’ stato lui… quel maiale, quello stregone maledetto…>>

<<Come si chiama lo stregone, vecchio?>>

<<Nahash!>>

Lo straniero sorrise. Era davvero arrivato nel posto giusto, finalmente il viaggio era finito. Lentamente abbassò il cappuccio, ma ciò che mostrò non era bello da vedere.

Un tempo quel viso avrebbe fatto innamorare più di una donna, ma ora… un’enorme macchia violacea risaliva dal collo fino a coprire buona parte del lato sinistro della faccia. Molti capelli erano caduti, l’orecchio sembrava una piccola massa in putrefazione sul punto di staccarsi e l’occhio era iniettato di rosso.

Il vecchio sembrò incuriosito:

<<Posso chiederti di scoprire il petto, ragazzo?>>

L’uomo lo fece. Si tolse il mantello e la casacca; il petto era ampio e muscoloso, pieno di cicatrici. Probabilmente era un soldato, ma non fu quello ad attirare l’attenzione del vecchio; il braccio sinistro non c’era più e sul moncherino rimasto la macchia era decisamente più scura e nerastra. La spalla e la parte sinistra del petto erano violacei come il volto.

<<Questo è il “morso del serpente”, a quanto pare lo stregone ha maledetto anche te…>>

<<Sembri conoscere molto bene questa magia!>>

<<L’ho visto in azione molte volte; è uno degli incantesimi preferiti di Nahash. Il corpo marcirà e andrà in pezzi, finché non morirai…. Il braccio l’hai fatto amputare tu?>>

<<No, è caduto da solo in questi giorni di viaggio, un po’ alla volta…>>

<<Mi dispiace ragazzo, questo è un incantesimo che non lascia speranze. La vittima soffre parecchio per il terribile dolore, nonché per il terrore di vedere il proprio corpo disfarsi. E’ davvero un brutto modo di morire.>>

<<Sembri ben informato, ma ti sbagli quando dici che non ci sono speranze…>>

<<Conosci forse un modo per annullare questo incantesimo?>> il vecchio parve sorpreso

<<Basterà uccidere il mago che lo ha lanciato, come vuole la regola.>>

<<Ne parli come se fosse la cosa più facile del mondo, ma ho visto molti provarci, partire e non tornare più. Tu cos’hai di diverso?>>

<<L’ho già ferito una volta, non è immortale!>>

Il vecchio parve incuriosito:

<<Soddisfa il desiderio di un povero moribondo: perché non mi dici chi sei e cosa cerchi da quel maledetto stregone?>>

<<Come vuoi… mi chiamo Alef e sono un soldato del regno dell’ovest. Ero un sottoufficiale della guardia personale del re. Nahash si era finto un nobiluomo di un paese confinante usando i suoi incantesimi illusori. Voleva maledire il re con l’incantesimo del “morso”, ma riuscii a fermarlo e a ferirlo; lui allora colpì me per vendetta e poi sparì…>>

<<Ti ha colpito sul braccio, vero?>>

<<Esatto, vecchio.  Per giorni ho cercato informazioni su di lui, mentre il male mi mangiava le carni. Non fu affatto facile ottenere qualche informazione utile. Pagai e minacciai molta gente, ma alla fine i miei sforzi furono ripagati. Un giorno incontrai un mercante che mi mise sulla pista giusta. Mi disse di proseguire verso est, mi vendette una mappa per il villaggio di Gan e mi fece un nome, “la torre a spirale”.>>

<<Dunque sei qui per salvarti la vita?>>

<<Ti sbagli, sono qui per la vendetta! E ti assicuro: non esiste magia più forte del mio desiderio di fare fuori quel demone. Gli taglierò la testa e il suo corpo lo farò a brandelli, così come ha ridotto il mio.>>

<< … capisco… comunque conosco il luogo che cerchi, è la residenza del mago…>>

<< Davvero?! E sai dirmi dove si trova?>>

<<Devi proseguire sempre a est; non dista molto da qui.>>

<<Se è davvero così vicina come dici, allora come mai non si vede?! Da quel che mi è stato detto si tratta di una torre altissima.>>

Il vecchio sorrise:

<<E da quando i serpenti si ergono in cielo?! Ai serpenti piace scavare, giovane Alef.>>

<<Una torre sotterranea, dunque. Ingegnoso, così è più difficile avvistarla…>>

Mentre Alef ponderava il da farsi, il vecchio si agitò ed iniziò ad avere convulsioni, come posseduto da un demone; poi si girò verso il terreno e vomitò sangue.

<<… ecco… sta per arrivare… ghwgh… blurg… è arrivato il momento di lasciarti… non sei il solo che è stato colpito da un incantesimo…>>

<<Ha maledetto anche te?>>

<<Non me, l’acqua… l’ha avvelenata… egli è il mago serpente, e i suoi incantesimi sono basati sul veleno e sulla morte… Nahash ha trasformato in veleno l’acqua nei pozzi, chi non è morto per avere bevuto, lo ha fatto per disidratazione o suicidandosi.>>

Alef lo guardò con uno sguardo pensieroso, forse di pietà.

<<Come ti chiami, vecchio?>>

<<Xeres, mi chiamo così… era il nome di mio nonno… fammi una promessa guerriero, un affondo sulle sue carni, dedicalo a me.>>

<<Ti prometto Xeres, che il colpo che lo ucciderà, porterà il tuo nome!>>

<<Ti chiedo un ultimo favore, amico mio…>>

<<Parla!>>

<<I dolori stanno aumentando, e tra un po’ saranno insostenibili. Non voglio dargli la soddisfazione di morire per mano sua, usa su di me la spada, ti prego…>>

Il volto di Xeres era un misto fra sofferenza e paura. Alef estrasse la spada in silenzio, si chinò verso il povero derelitto e poggiò la punta sul petto. Quante volte, pensò, aveva compiuto quel gesto in battaglia. Quanti compagni uccisi come atto di misericordia. Anche per quest’uomo Nahash avrebbe pagato.

<<Ti ringrazio, Xeres! Che tu possa raggiungere i tuoi dei e i tuoi familiari e vivere in pace nell’aldilà.>>

<<Addio, Alef. Uccidi quell’essere strisciante e vivi sereno la tua vita.>> e così dicendo chiuse gli occhi.

Il colpo fu secco e deciso. La carne e le ossa si aprirono al passaggio della lama. Alef, silenzioso e triste, estrasse la lama insanguinata e la rinfoderò dopo averla pulita. Non c’era tempo per la compassione, ora. Aveva un mortale nemico da abbattere e non voleva farlo aspettare. Dopo avrebbe dato una sepoltura adeguata a quel poveraccio.

Abbandonò il luogo che un tempo doveva essere stato un vivace villaggio, proseguì verso est. Doveva fare presto; l’incantesimo non l’avrebbe lasciato vivere ancora a lungo.

Continuando a camminare giunse all’inizio di un ampio piazzale circolare, fatto di pietra. Era una struttura antica e ormai erosa dal tempo. Al centro c’era uno strano oggetto rettangolare. Si avvicinò e vide che era una porta di ferro. Che sortilegio era questo? Non aveva cardini o una struttura che la sorreggesse; era solo una porta, dritta davanti a lui. Alef guardingo si avvicinò e l’aprì. Dall’altro lato, una scala scendeva. Aveva sentito parlare di queste soglie magiche, anche se era la prima che vedeva. Non aveva più alcun dubbio: il mago era qui. Possibile che fosse così semplice? Che lo stesse aspettando?! Tutto puzzava di trappola!

Non c’era tempo per i ripensamenti; sarebbe entrato e avrebbe ucciso il mago, gustandosi ogni suo urlo di dolore.

Esattamente come pensava. All’interno la torre era piuttosto ampia. Sinistre torce dalla fiamma verdastra erano appese alle pareti. La scala era a spirale, stretta e senza un corrimano dove tenersi. Il silenzio era assoluto ed inquietante. Qualcosa non quadrava: possibile che non ci fosse nessuno?

I movimenti di Alef erano circospetti, gli occhi e le orecchie pronte ad ogni minimo segnale di pericolo. Proseguì così per molti passi, scendendo sempre più, finché all’improvviso:

STUDD….

Un colpo fortissimo venne dall’alto: era una trappola, ora ne era sicuro. Qualcuno aveva chiuso la porta d’ingresso. Alef sentì la rabbia crescere, ma cercò di trattenersi. Era necessario mantenere il controllo. Continuò la discesa.

La scala sembrava non terminare mai. Quanto tempo fosse passato da quando era entrato, non sapeva dirlo. I passi riecheggiavano nel più assoluto silenzio. L’orecchio sinistro faceva male, probabilmente di lì a poco l’avrebbe perso.

Finalmente giunse alla fine. Un’altra porta di ferro gli sbarrava la strada; la aprì ed entrò.

La stanza che lo accolse era di pianta circolare; anche qui delle torce erano appese alle pareti dando al tutto un’aria sinistra. Al centro era collocata una fontana, era in pietra ed ancora attiva. Da un serpente avvolto nelle spire venivano fuori sette teste, e da ognuna di esse un fiotto d’acqua che ricadeva nella vasca circolare.

Alef si addentrò ancora di più ed iniziò a guardarsi intorno, sfoderando la spada.

<<Ti dò il benvenuto in casa mia, guerriero…>>

Alef sobbalzò, girandosi di spalle repentinamente.

Davanti a lui, a circa una quindicina di passi, un’inquietante figura ammantata di nero lo guardava con due mostruosi occhi gialli. Non era alto né possente, ma sotto il mantello c’era uno strano movimento, come qualcosa di strisciante.

<<Sei tu Nahash, quel porco e subdolo vigliacco?>> inveì Alef.

<<Mi hai trovato, decadente guerriero… ah ah ah….>> la voce non sembrava umana.

<<Ti darò una sola possibilità di sopravvivere stregone, liberami da questa maledizione e uscirai vivo da qui.>>

<<Non sarei in grado di farlo neanche se volessi… e non voglio! Il tuo è un incantesimo che non si può sciogliere. Se vuoi liberartene hai una sola soluzione…>>

<<Con piacere…>> disse Alef fra i denti.

Il guerriero si lanciò fulmineo verso il suo avversario, ma anche il suo nemico lo fece. Mai Alef si sarebbe aspettato una tale rapidità. Quell’essere era velocissimo; scagliò qualcosa dalle mani, qualcosa che solo grazie alla sua spada e ai suoi allenati riflessi riuscì a respingere.

Diede comunque un calcio ben piazzato al mago mettendo distanza fra loro, così lo vide meglio.

Il mantello si era aperto e mostrava un corpo grosso e tarchiato vestito con abiti logori ma di buona fattura. Il viso era coperto da una maschera di cuoio che ne copriva la parte superiore. Non fu quello però ad allarmare lo spadaccino. Le mani erano mostruosamente lunghe, questo perché al posto delle dita c’erano dei serpenti. Erano loro poc’anzi che cercavano di colpirlo.

Il mago tornò ad attaccare. Le serpi erano veloci e sembravano avere un corpo elastico, capace di allungarsi e restringersi. Per quanto Alef fosse abile, colpire con un fendente simili creature non era affatto facile. Riusciva a ferirle, ma non a reciderle; inoltre la vista dall’occhio sinistro iniziava ad abbandonarlo.

Seguirono altri scontri simili a questo. Il mostro aveva obbligato Alef a restare sulla difensiva. Il mago era furbo sapeva che il tempo era dalla sua, considerate le condizioni di salute del guerriero, presto non avrebbe avuto più fiato per combattere. Alef doveva interrompere questa situazione di stallo e non c’era che una sola soluzione….

Il guerriero caricò e lanciò un affondo verso il corpo dello stregone; subito i serpenti si scagliarono su di lui, mordendolo in varie parti del corpo. Dieci fitte di dolore colpirono lo spadaccino, ma il colpo andò a segno, anche se si piantò sul petto del mago solo per qualche centimetro.

Il mostro rise:

<<Ah ah ah ah… le forze ti stanno abbandonando, idiota… ti sei difeso molto bene per essere un povero relitto umano, lo ammetto, ma adesso che il mio veleno scorre nel tuo sangue il tuo tempo si è ulteriormente ridotto. Questo veleno paralizzerà i tuoi movimenti a breve.>>

<<Allora meglio non perdere tempo…>> ghignò Alef.

Il guerriero, monco e ormai sfinito, diede fondo a tutta l’energia rimasta. Si avvicinò di più allo stregone e con la bocca, azzannò il collo dell’avversario, iniziò a tirarlo a sé. Il mago restò paralizzato dalla sorpresa e non ebbe il tempo di difendersi, mentre la lama della spada gli trafiggeva il petto, squarciandogli il cuore. Nella colluttazione, i due caddero a terra.

Alef era stremato. Le forze lo stavano abbandonando. Facendosi forza sull’unico braccio rimasto, riuscì a rotolare e a sdraiarsi vicino al cadavere dell’avversario. Non era ancora soddisfatto, si risollevò e gli estrasse la spada dal petto. Poi, con un unico colpo, ne recise di netto la testa. Il suo lavoro era finito, pensava.

Lasciò cadere la spada e si accasciò per terra esausto. Chiuse gli occhi ansimante. Aveva prevalso, quel dannato demone non esisteva più. La maledizione che l’aveva perseguitato era sciolta, finalmente. Certo, niente gli avrebbe restituito il braccio e l’orecchio, e l’occhio probabilmente non sarebbe mai più tornato come prima, per non parlare del volto sfigurato. Ma sarebbe sopravvissuto.

Mentre era perso nei suoi pensieri, senti un suono, una … risata:

<<Ih ih ih ih ih ih ah ah ah ah ah ah ah .…>>

Alef si rialzò di soprassalto. Da dove veniva quel suono così sinistro?

Fu allora che la testa mozzata del mostro si girò nella sua direzione:

<<Sorpreso? Non hai ancora visto niente: avvicinati e guardami meglio. Non aver paura, dai, non ti faccio niente.>> Un ghigno terribile e deforme rimase stampato sul viso.

Frastornato, Alef si alzò in piedi, deciso a risolvere quel nuovo mistero. Come poteva essere ancora vivo il mago? Guardingo si avvicinò alla testa mozzata e piano piano tolse la logora maschera rimasta a coprirla. Possibile? Che fosse tutto uno stupido scherzo?

La testa del mago era identica a quella del mercante che gli aveva indicato la strada. Era in evidente stato di decomposizione; doveva essere morto da giorni. Si girò allora verso il corpo del cadavere ed iniziò ad esaminarlo. Anch’esso stava marcendo; guardando meglio le mani mostruose si accorse che i serpenti erano stati cuciti al posto delle dita.

Un pezzo di carne putrescente cadde da dove prima si trovava il suo orecchio….

La testa ricominciò a parlare:

<<Pensavi davvero che mi sarei fatto raggiungere ed uccidere da un imbecille come te?! Ti ho giocato, schifoso ammasso di putredine. Il tempo per te è scaduto. Muori, sapendo che per te e per il tuo re non esiste speranza. Hai solo ritardato l’inevitabile.>>

Detto ciò, la testa iniziò a sfrigolare, si sciolse come se fosse bagnata da un acido.

Subito dopo ci fu un terribile rumore, e tutto intorno iniziò a tremare. La torre stava crollando, le pietre cascavano e le antiche strutture ricadevano su se stesse.

Alef urlò… un urlo terribile, pieno di rabbia e di rancore, che nessuno poté sentire…

La terra tremò fra quelle rovine che un tempo erano state il villaggio di Gan. L’arcaico luogo di culto di un’antica civiltà era crollato su se stesso.

Un uomo, un vecchio, volse il suo sguardo verso est, sorridendo.

L’incantesimo venne sciolto e il vecchio e cencioso Xeres sparì, lasciando il posto ad un uomo alto e spigoloso, dall’atteggiamento orgoglioso. Le eleganti vesti verde e oro contrastavano con la rovina circostante. La pelle era bianca come quella di un cadavere, la barba e i capelli verde scuri come le profondità dell’oceano e ben pettinati. Due occhi gialli con pupille nere e affilate come lame. Nahash il mago serpente, lo chiamavano, ma nei secoli vissuti aveva sperimentato tantissimi nomi e identità diverse, talmente tante da non rammentarle tutte.

Ma per il suo popolo egli sarebbe stato il nuovo salvatore.

Per secoli la famiglia reale del regno dell’ovest aveva dato la caccia alla sua specie; proprio quando era così vicino dall’eliminare il suo acerrimo nemico quello stupido soldato si era messo in mezzo, rovinando un piano che progettava da tantissimo tempo. Doveva ricevere una punizione esemplare per questo.

Ma prima di finirlo, voleva conoscerlo, godere della sua decadenza ed assaporare la sua vendetta. In fondo era stato buono, aveva rispettato il suo coraggio e gli aveva dato una degna sepoltura, risparmiandogli le infinite sofferenze che il suo sortilegio gli avrebbe procurato.

Corrompere un avido mercante dalla parlantina sciolta per adescarlo era stato un gioco da ragazzi. In seguito avrebbe premiato il suo prezioso “alleato” rendendolo una sua marionetta. Era ciò che meritava quel viscido umano.

Ora non era più tempo di giocare; il re dell’ovest era senza la sua guardia del corpo e presto avrebbe ricevuto una sua visita.

Il serpente avrebbe morso presto un’altra vittima.


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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