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A meno di una settimana dall’uscita de Il Morso del Serpente di Corrado Lo Verde, nella rubrica I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di pubblicare Il Signore del Silenzio di Luca Mazza, racconto sword and bible di circa 15.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Sinossi

In un mondo regredito ad agonia, sotto astri che gocciolano strage, si aggirano come suggestioni d’ Inferno, calamità e abomini.

Ombre pellegrine i  sottovissuti,  schiacciati tra guerre brutali e una pandemia innaturale, battono le polveri e i climi selvaggi sulla rotta di scibili proibiti e strenue sopravvivenze.

Un esploratore calato dal deserto di silenzi che un tempo era il Nord, un Màgel del vecchio Precetto, sembra custodire il fardello e il mistero di una missione ancestrale.

E’ una messia, un crociato, o un altro strumento dell’apocalisse?

“Taluni culti eretici, come l’Innominandum dei Prolem di Golconda, sostengono che il giorno della Parusia è vicino, e quando il sole di sangue fagociterà l’esausto sole moribondo le stelle saranno pronte a rivelare agli adepti la sorte cosmica delle stirpi …”


Autore

22886076_10213727346805305_8002897930262485216_nNato a Bologna il 1980, diplomato al classico e laureato in Scienze Motorie.

Appassionato di sword&sorcery, giochi di ruolo, rievocazioni storiche e cultura fisica.

Autore nell’antologia Zappa&Spada edita da Acheron Books, due racconti all’attivo nelle ultime edizioni 2017 di Letteratura Horror, membro della ciurma letteraria di Crypt Marauders Chronicles ideata da Alessandro Forlani e Lorenzo Davia.

Collaboratore di HFI e Caponata Meccanica.

Co-creatore del movimento Ignoranza Eroica e organizzatore del Primo Torneo Schiaffantasi di Menare (www.ignoranzaeroica.it)


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Il Signore del Silenzio

di Luca Mazza

Se l’Inferno non avesse già un nome i sottovissuti lo chiamerebbero Silenzio.

Là non esiste il giorno o la notte, le stagioni si coalizzano nel guasto di una terra che inganna l’occhio ed erode il senno.

Il sole è una palpebra cieca, astratta, nel cielo che fiammeggia come una mischia di serafini.

Alle sponde dell’orizzonte Oort, il satellite cupreo sorto dopo i Fragori, sanguina sulle banchise cadaveriche.

Una gamma di venti spettrali setaccia le solitudini sconfinate, recando da quel che fu il Nord un brivido osseo di gelo.

Tenebre precipiti sul Rift, una voragine spalancata come la gola fessa di un titano, gravida di orrori.

Le alternative cardinali assumono i tormenti butterati di una taiga vulcanica.

Se la morte incombe alle spalle, il cammino dinnanzi non è più benevolo.

Le calotte stondate di un borgo sadyano, deserto da centurie, si profilano tra il grigio e l’incolore come lapidari miraggi.

Un caftano antracite scivolava silenzioso tra le mannaie d’oscurità, protruse dalle rocce.

Calava tra le fredde ginestre da vette che il colore e il calore ripudiano da ere insondabili.

Un incedere agile fasciato in bende stinte, che trapelavano un volto così polveroso da renderne enigmatica l’etnia. La barba cinerea si intrecciava in crespi, oltre le iridi asciutte allignava il peso di silenzi e ricerche inenarrabili.

Una sacca gli danzava sulla schiena, unico avere in un luogo ove l’auspicio del domani è già un bene inestimabile.

Malgrado la bruschezza selvaggia del crocevia, la sua non era l’unica forma umana.

Un altro pellegrino sbocciava nella sassaia, pallido come un fungo, un’anima vagante al di là degli effimeri porti della Civiltà.

Tra i calzari d’accatto un pastorale lunato.

La manica di carabattole lo qualificava come wandeo, contrabbandiere di reliquie.

Dopo i Fragori lo sparuto gregge dei sottovissuti si era ramificato in due stirpi, Raminghi e Stabili.

Quest’ultimi ricrearono sulle croste agoniche del mondo il simulacro di una società barbarica.

Enclavi in perenne conflitto per le misere risorse rimaste, che consistevano in pratica nelle polpe e nella forza lavoro delle tribù assoggettate.

Altri spiriti invece presero ad errare sulle superfici rimodellate dalla rivalsa della Natura, scalando le folli catene cresciute nei palpiti dell’Apocalisse, solcando burrascosi bracci equorei laddove Prima biancheggiava la terraferma, perseguendo l’avventura, la sapienza, il profitto, la caduca gloria.

«Viva la morte!» proferì l’uomo sul masso.

L’altro intese l’idioma in corso tra il Rift e N’kai delle Torri Mozze, ed in risposta al saluto ramingo sussurrò un sommesso «Viva…».

Il canone greve della sua voce non sprigionava alcuna passione, saldo come metallo, affilato come la barda che in esso viene battuta.

Studiò impassibile le rughe saturnine del trafficante, benché nell’ infernale altipiano da cui era disceso si fosse imbattuto in spettacoli ben più minacciosi di quel totem ingrigito.

Cose in grado di succhiare le ossa in schiocchi

«Vieni davvero da lassù?» lo interrogò il wandeo.

Il viandante annuì, gli occhi catramosi del suo interlocutore inzaccherarono perplessi la manica orba che gli penzolava in luogo dell’arto sinistro.

«E com’è?»

«Inospitale»

Tra i rari doni del Silenzio c’era che affinava l’essenzialità.

«Se mai esiste un modo per fuggire Yag-Soht o il Morbo è il più balzano che abbia sentito!» scherzò il cercatore, rimestando tra le cianfrusaglie.

Catturò una fiaschetta verderame dentro cui sciaguattava uno spirito, e la offrì allo sconosciuto.

«Acquamarcia» sputò «Talmente schifosa da far passare la sete per almeno tre clessidre!»

«I miei Dogmi non lo consentono» rifiutò l’altro.

«Ah! Non mi dire…» Sui tratti sgualciti del wandeo serpeggiò un interesse morboso «Un Màgel del vecchio Precetto! Certo, questo spiega tutto»

Il trafficante additò la sacca dell’astante.

«Chissà quali tesori ti hanno spinto a sconfinare in quelle terre maledette…»

Il fuoco artico nelle orbite del Màgel fu una risposta sufficiente.

«Perdonami… deformazione professionale!» si scusò il ficcanaso, scartando la robaccia «Questa mondezza è la sola ragione che mi fa battere gli Avamposti, nell’illusione di trovare qualcosa di serio da barattare. Ma da quando quel diavolo di Legione ha mosso guerra a Yag-Soht gli Stabili non fanno che lasciare le Oasi e riempire gli Avamposti di profughi»

Scosse il cappuccio impolverato.

«Poveri cristi, stretti come pidocchi tra due unghie infette!

Da una parte le classi di Sterminio Xicarp, più virulente di una piaga, dall’altra i purgatori Zeloti che appiccano il rogo ancor prima di presentarsi…

Si mormora che perfino i figli di Nys, quei cannibali degenerati, stiano sbattendo le dentiere fuori dal Rift dopo i rovesci di Yag- Soth, e che accalappino gli incauti, come rospi in uno stagno di mosche!»

«Miserabili senzadogma» dichiarò il Màgel «La viltà è un’infamia assai peggiore della guerra o della pestilenza»

«Bah… forse è da molto che non metti tacco nel Continente, e non hai assistito alle efferatezze di Legione.

Io c’ero alla disinfestazione di Byake: passati gli Zeloti eri costretto a guadare tra quello che avanzava dei cadaveri.»

«E per quanto riguarda il Morbo?»

«Gli ultimi sviluppi sono proprio agghiaccianti, e ad un Ramingo che ha consumato più suole che respiri devi credere!» Il wandeo abbrunì «Se ben ricordi un tempo i contaminati esplodevano, biodegradavano, insomma non so se mi spiego!

Ora…

Beh si trasformano, mutano in qualcosa di mai visto prima. E quando avviene non c’è taglio o botta che possa fermarli. Sembra che si rimodellino, che gli organi cambino sede così che è impossibile capire quali siano cuore o cervella!

Giusto il fuoco purifica, ma bisogna essere lesti o l’infezione è immediata»

Il wandeo abbrividì.

«Alcuni affermano che sia il decorso finale della malattia, e che gli Xicarp siano vicini all’estinzione.

Ma altri temono che questa abominazione sia il capitolo conclusivo della magia di Yag-Shot, l’arma meravigliosa per ribaltare gli esiti della sua guerra al mondo vivente.

Una nuova classe di mostri, chissà, l’ultima

Il Màgel guardò oltre le farneticazioni del rivendugliolo, dove i lampi delle aurore equinoziali zigrinavano l’orizzonte di riverberi prismatici.

L’esperienza gli suggeriva che restavano poche clessidre prima che un Turbine coperchiasse la taiga martoriata, rendendo improbo il cammino.

E ogni lega percorsa era preziosa quanto una sistole del suo cuore inquieto.

«Si approssima un Turbine» confermò il wandeo decifrandogli il cipiglio.

Si issò dai calcari con il lamento di un vecchio sciacallo.

«Decrepite ossa…» piagnucolò «Stavo per mettermi in marcia prima di scorgerti sui menhir, e ritardare mezza clessidra è stato un colpo basso ai miei lombi!»

Un vizzo sorriso gli addolcì la sofferenza.

«Ma la pazienza non è mai vana. La vicinanza di un Màgel temprato dal Silenzio in questa terra ostile è un bene più caro di qualsiasi baratto!

Sempre che i Dogmi consentano di accostare il tuo passo a quello di un profano.»

«Dopo aver respirato un sudario di buio, un po’ di compagnia non può essermi sgradita»

Lo sguardo del wandeo si colorò di frenesia, e uno scatto nell’orientare il bastone sui detriti tradì un’impensabile apprensione.

«Dunque, seguimi.» chiocciò «Conosco bene gli Avamposti, e spesso ho trovato riparo in un asilo scavato dai Raminghi che vennero prima!»

L’onda del suolo, tartassato dalle telluriche, s’arcuava in squame cornee sotto i raggi sanguigni di Oort.

Le Cronache attribuivano a quell’astro e ai suoi influssi nefasti la precessione dell’antico mondo, poiché è quasi certo che la sua comparsa coincise con l’ibernamento boreale e l’inabissamento di gran parte delle superfici.

Taluni culti eretici, come l’Innominandum dei Prolem di Golconda, sostengono che il giorno della Parusia è vicino. Quando il sole di sangue fagociterà l’esausta stella moribonda, gli astri saranno pronti a rivelare agli adepti la sorte cosmica delle stirpi.

Qualcosa latrò tra gli aculei delle acacie pietrificate, qualcosa di più grosso degli scorpioni mannari che friniscono nelle sabbie, in attesa di avvelenare le loro prede e spolparsele sotterra.

«Di qua, ci siamo quasi» annunciò il tono trafelato dell’inesorabile camminatore.

Il Màgel notò che il sentiero si stringeva in un piccolo orrido di macigni di quarzo, valicati i quali una radura spoglia si perdeva ai sensi.

Rallentò.

«Sembra la cornice ideale per un’imboscata.» disse.

Il wandeo ridacchiò, una nota nervosa nella gola arida.

«Escluso! Siamo distanti dal fronte, e le bande di profughi e disertori non osano avvicinarsi così tanto al Silenzio… e siamo anche lontani dai negrieri di Nys!

Perciò scelgo sempre questa via, nelle mie tratte»

I dolmen evocati dai Fragori si curvavano sui loro turbanti, a guisa di fauci preistoriche cariate dai ghibli.

Un’eco modulò nel canyon una risata lugubre, che si perse nel deserto di pietre.

«La tua sicurezza è fioca» parlò il Màgel, mummificando i suoi passi «Doveva essere questo il punto, giusto?»

La faccia cordiale del trafficante si indurì.

Non vi si leggeva smarrimento, ma una sorpresa e una rabbia crescenti.

Entrambe le figure indietreggiarono di una falcata, ora studiandosi con nuovo interesse.

L’aroma della sfida crepitava nell’ozono del temporale.

«Li ho ammazzati. Tutti.» confessò il Màgel impassibile «Vi avevo avvistati aggirando il Crepaccio Nero, conosco anch’io questi climi.

Ero tra le ombre e ho udito i vostri piani meschini. Purtroppo il silenzio è una virtù rara tra voi ronin.

Appena il più debole del branco è uscito di tana per fare da esca, l’ombra si è fatta ferro e ha spento l’avidità dei tuoi complici.

Uno dopo l’altro»

Lo sguardo del ronin sfrecciò dappertutto, come a implorare un segno che smentisse la verità. In risposta ottenne i borborigmi del Turbine in avanzata.

«Potevi ingegnarti meglio nel selezionare la tua mercanzia» ironizzò il Màgel, sebbene nei suoi occhi insonni non trovasse nulla di comico «Un wandeo dabbene non traffica fiasche e latte sciupate, e quel libro poi! Quaggiù non troverai mai nessuno capace di leggerlo, non te l’hanno detto? O forse non sai nemmeno cosa sia.»

Il tagliagole si spogliò della maschera, e un sogghigno gli targò la mascella belluina.

«Sembri davvero astuto, monco, ma su una cosa hai torto» sibilò «Non sono il più debole del branco»

La cesta di pinzillacchere rovinò a terra con un fracasso amplificato dal silenzio che ammantava i duellanti.

Il ronin dismise il portamento gobbo e sofferto, torreggiò come una mangusta imbizzarrita. Gli occhi erano incensi di furia.

La verga mulinò tra le nocche spedite e all’apice balenò un bisturi diabolicamente affilato.

«Dovevi colpirmi a tradimento come hai fatto con la mia masnada.  Ora devi affrontare la vendetta di Gurga, porco d’un Màgel!»

Gurga si tese come una molla, aspettando che il nemico brandisse l’arma con il braccio sano.

Invece il Màgel inscenò un surreale passo di danza aerea, accompagnato da un verso acuto che guastò la sua concentrazione. Un’aura urticante si sprigionò nell’aria, accecandolo.

Gurga percepì un rapido morso sotto il collo, e le ginocchia gli cedettero di schianto.

L’asta gli piovve inerte dalle dita, come il corno di un buofante in muta.

«La viltà non ammette penitenza» fu l’ultimo dogma che la sua mente udì, prima di franare nell’oblio.

Il Màgel avvertì il sottile benessere propagarsi negli alvei più remoti dello spirito, lieto di aver alleggerito un mondo già tanto guasto da un altro grave di duoli e abiezioni.

L’orgoglio, il più umano dei sentimenti, gli ricordò che per mietere quel loglio non aveva nemmeno sfilato la barda dei suoi padri, ancora brinata delle morti degli altri senzadogma.

Il pensiero successivo fu meno rinfrancante.

Se una banda di ronin si era spinta così lontano dalle consuete rotte, la situazione nel Continente durante la sua ricerca si era davvero compromessa.

Quali oscuri pericoli a cui il Silenzio non lo aveva fortificato covavano aldilà del deserto rosso come carne dilaniata?

Il Màgel sfrattò dalla sacca un’altra dose di polvere ambab, che apriva le guardie ancor meglio di una stoccata, e ne infarcì il risvolto della manica arrotolata sull’arto fantasma.

La memoria della sua amputazione, che lo torturava nei gelidi dormiveglia, lo esortò a procedere per l’impervia china che si era scelto.

Quando un Màgel intraprende una missione, i suoi Dogmi gli impongono di anteporre a essa la vita medesima.

Non toccò nulla dell’assortimento di Gurga, come aveva lasciato marcire ai venti le salme dei ronin del crepaccio.

Nessun Ramingo si sarebbe perso un facile bottino, ma un Màgel non è un errante alla stregua degli altri.

Un Màgel è ancora un Uomo.

«Viva la morte» salutò, prima di confondersi tra i sospiri dell’eterno crepuscolo.

Il Turbine stava arrivando.


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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