Articolo di Lodovico Ellena, tratto dal sito Centro Studi La Runa.


All’incirca all’inizio del primo millennio avanti Cristo i Celti fecero la loro comparsa tra il Mare del Nord, il Reno, le Alpi ed il Danubio. Il periodo della loro massima diffusione fu tra il VI ed il IV secolo avanti Cristo, in cui attraverso la Francia raggiunsero Spagna e Portogallo indi le isole britanniche e l’Irlanda, mentre in Italia occuparono la Valle del Po, la Puglia e la Sicilia giungendo infine in Grecia, dove nel 279 a.C. saccheggiarono Delfi: da lì giunsero a toccare l’Asia Minore.

Il termine Celti aveva per gli antichi differenti significati; per i Romani questi erano i Galli, per i Greci erano i popoli dell’Anatolia, questo in quanto i Celti nella loro espansione diedero vita a gruppi etnici assai differenti tra loro. Una delle prime particolarità che li riguardava fu l’utilizzo a fini puramente pratici della scrittura, lo affermò tra gli altri anche Giulio Cesare nel De bello gallico, in quanto questa veniva utilizzata prevalentemente per dediche alle divinità, iscrizioni funerarie o per indicare limiti e confini. Tutta la loro conoscenza veniva tramandata oralmente dai druidi spesso in forma poetica, soprattutto in quanto era ritenuto fondamentale abituare i giovani aspiranti druidi all’allenamento mnemonico ed in secondo luogo per non divulgare il sapere presso il popolino: ma di ciò si dirà più avanti.

Mario Dalle Carbonare, I CeltiLo storico e geografo greco Strabone ricordò l’uso che suscitava orrore tra greci e romani del taglio delle teste del nemico vinto in battaglia, così come quello del sacrificio umano ad opera degli stessi druidi: scopo di quest’ultimo quello di placare gli dèi. Cesare aggiunse che in alcune etnie era invece uso bruciare vivi i colpevoli di delitti in “grandi gabbie di vimini a forma umana” (1).

Le divinità celtiche vennero, come sempre accadeva, identificate con le divinità del pantheon romano; gli studi in merito hanno comunque portato a concludere che non si è certi sia possibile affermare l’esistenza di un vero e proprio pantheon celtico valido per tutte le etnie, anche e soprattutto perché l’identificazione data dai Romani non sempre fu coerente, tanto che generò tra gli studiosi non poche incertezze. E’ quindi possibile affermare con un buon margine di sicurezza che la ricostruzione di un vero e proprio pantheon celtico è quanto meno problematica. Figura centrale anche in questo campo quella del druido; una definizione approssimativa può tradurre la parola druido con sacerdozio; anche se altre interpretazioni lo traducono invece con molto esperto o esperto della quercia, resta certo invece che tale casta fosse una vera e propria élite intellettuale che praticava la conoscenza.

P.-M. Duval, I CeltiLa formazione culturale dei druidi poteva durare fino a vent’anni ed era appunto fondata sull’apprendimento mnemonico per due ordini di ragioni: in primo luogo per abituare il neofita a non contare troppo sugli scritti e quindi impigrirsi, in secondo luogo al fine di evitare che il popolo venisse a conoscenza del sapere e della conoscenza “esoterica” druidica. Ancora Cesare fece sapere che il centro più importante di irradiazione culturale celtica fu la Britannia. Sembra altresì certo che anche la metempsicosi entrasse tra le competenze dei druidi, che peraltro mantenevano con i capi un rapporto di non concorrenza, anche se spesso in realtà ne ispiravano le azioni: la loro autorevolezza consentiva inoltre ai druidi di parlare prima degli stessi capi, e fu proprio dettaglio questo che preoccupò a tal punto i Romani da imporre durante il processo di romanizzazione della Gallia l’abiura della “religione druidica” per quei Galli che avessero voluto diventare cittadini romani.

Altre figure di rilievo nella società celtica erano i bardi ed i vati; secondo alcuni studiosi il bardo altro non sarebbe stato che il druido durante la celebrazione di imprese eroiche, così come il vate sarebbe ancora stato il druido nel momento della interpretazione della volontà divina. E’ però idea di altri studiosi che le tre caste rappresentassero invece tre differenti gradi gerarchici di tre ben distinte e rispettive classi sociali. L’ipotesi di un’origine indoeuropea della cultura celtica viene invece oggi ampiamente accetta dal mondo accademico, tanto che “è anche possibile intravedere un retaggio culturale della cultura indoeuropea nel timore dei Celti che il cielo crollasse loro sulla testa” (2), timore fondato dall’idea che questo fosse di pesante pietra e che il medesimo potesse un giorno crollare pesantemente sull’umanità.

Venceslas Kruta, I Celti in ItaliaQuel che oggi appare invece certo è il fatto che gli accademici da qualche tempo sono anche concordi nel parlare del fatto che “in quasi tutti gli autori greci e latini è fortissimo il pregiudizio [in quanto] essi pongono in rilievo tutto ciò che vi appariva barbarico e incivile” (3), fatto da non poco se si considera che l’idea generica e comunque negativa dei “barbari” assimilata per secoli a scuola ha formato generazioni di studenti con tale convinzione. Fu comunque anche e soprattutto la cristianizzazione a disperdere l’antico patrimonio culturale trasmesso oralmente dai druidi ma, ad esempio in Irlanda, i prìncipi convertiti non rinunciarono all’idea di essere discendenti di un dio, come da idea tradizionale.

A proposito di dei Lucano ricorda alcuni dei costumi religiosi sacrificali dei Galli; Teutates (identificato con il romano Mercurio) veniva placato mediante la coercizione di un uomo la cui testa veniva immersa in una tinozza piena d’acqua, mentre Esus (Marte) lo si placava appendendo un uomo ad un albero e facendolo morire dissanguato, infine Taranis veniva soddisfatto bruciando uomini vivi in un bacino di legno. Non si scordi ad ogni modo che, per quanto aberranti siano potuti sembrare tali costumi agli occhi dei Romani, proprio questi ultimi andavano in delirio assistendo ai cruenti scontri di gladiatori o a massacri “in diretta” di cristiani da parte di animali selvaggi e feroci, e che ciò accadde ancora molti secoli dopo.

Venceslas Kruta, La grande storia dei celti. La nascita, l'affermazione e la decadenza“L’opinione pubblica vedeva nei Celti l’espressione di tutto ciò che [era] negativo, crudele, barbarico, incivile e, quindi, anche sciocco, irrazionale, bestiale, e spesso sostanziava tali giudizi con riferimento a specifici usi valutati, però, in maniera del tutto astratta ed avulsi dal loro contesto culturale o, addirittura, interpretati in maniera arbitraria e scorretta” (4). Non a caso ancora Strabone descrisse come i Celti usassero conservare le teste dei nemici vinti in battaglia unte d’olio per mantenerle integre, e sottolineò il fatto che non le avrebbero cedute a chicchessia nemmeno a peso d’oro. Ma ciò derivava dalla credenza che il cervello fosse la sede dell’anima e che quindi – almeno oggi si ipotizza ciò – la conservazione della testa fosse un modo per impedire la rinascita tramite metempsicosi.

E’ interessante rilevare che l’idea di rinascita da un corpo all’altro non era strettamente vincolata agli uomini, bensì ciò era ritenuto possibile anche da uomo ad animale o ad oggetto inanimato; altresì và aggiunto che l’uso di mozzare teste era retaggio di una credenza assai più antica.

Elena Percivaldi, I Celti. Una civiltà europeaCicerone ricordò invece sempre in forma denigratoria, come descritto anche da Cesare, il sacrificio umano in cui ladri o assassini, ma in mancanza anche gente comune, venivano arsi vivi in enormi figure umane intrecciate di vimini: peraltro “questo uso che tanto offendeva la coscienza degli autori greci e romani, non [era] in realtà affatto ignoto nemmeno alla loro civiltà” (5). Infatti il governo di Roma nei momenti di maggiore difficoltà aveva più volte praticato questo rito spesso senza renderlo pubblico, sacrificio peraltro in uso tanto in India quanto nella cultura iranica, come presso i Germani ed i Balti o nelle cultura pre-colombiane e anche nel civilissimo mondo greco. Si pensi che proprio nella periferia di questo era in uso una singolare forma di sacrificio (il pharmakòs) che prevedeva tra l’altro sferzate di rami di fico sul membro per almeno sette volte dopo che il malcapitato era stato disseccato dalla fame. E ancora in Ionia “un infelice, ridotto all’estremo della miseria e della disperazione, veniva arruolato dalla città per essere sacrificato, con disumane torture, come capro espiatorio di tutte le colpe dei cittadini, dopo aver goduto per un anno di cibo abbondante e di vari piaceri”.(6) Il sacrificio umano era quindi ampiamente praticato sotto varie culture e oggi l’idea degli accademici è che spesso venisse censurato, ovvero si parlasse solo di alcuni di quelli in uso tra i Celti e non di altri, forse proprio perché ricordavano troppo costumi analoghi di romani e greci.

La religione celtica era comunque indubbiamente volta ad ottenere il successo in questa vita e su questa terra; si richiedevano buona salute, mandrie abbondanti, lunga vita, figli obbedienti e riti e sacrifici erano praticati per ottenere dagli dei questi favori. Della morte le testimonianze galliche lasciano invece intuire un’immagine disperata. Precisando comunque che sulla cultura celtica il mondo accademico tende a sostenere che non esistono fonti del tutto soddisfacenti, và aggiunto che le notizie inerenti sono spesso frammentarie e a volte assai controverse, come quella con cui concludiamo.

Alwin Rees - Brinley Rees, L'eredità celticaUn ecclesiastico inglese del XIII secolo, Giraldo di Cambrai, compì un viaggio nell’Ulster in Irlanda e descrisse un episodio legato al rito di un’investitura regale a cui aveva personalmente assistito: per molto tempo il racconto fu ritenuto fantastico (e da alcuni accademici lo è tuttora), ma uno studioso tedesco, F.R. Schroder, scoprì che nel mondo indiano un’analoga cerimonia aveva luogo in tempi antichissimi. Questo il racconto: “Vi sono cose che […] il pudore suggerirebbe di tacere. […] C’è, dunque, nella zona più settentrionale dell’isola, cioè a Kenelcunnil, una tribù che suole intronizzare il suo re con una cerimonia barbara e abominevole. Radunatasi in un posto tutta la gente del luogo, si fa venire una giumenta candida. E allora colui che verrà elevato non certo a re bensì ad animale, non certo a sovrano bensì a criminale, bestialmente innanzi a tutti si accosta all’animale e con imprudenza pari all’impudenza manifesta la sua natura bestiale. Subito dopo la giumenta viene uccisa e bollita a pezzi, e in quella stessa acqua gli viene preparato il bagno. Quivi egli mangia di quella carne, circondato dal popolo, che ne mangia anch’esso. Del brodo, in cui fa il bagno, egli ne beve non una coppa o con la mano, ma solo succhiando con la bocca tutto intorno. Compiuta questa cerimonia secondo la tradizione (ma non secondo vera giustizia), il suo potere di sovrano diviene definitivo” (7). Il racconto suscitò molto sconcerto, ma fu in seguito la conoscenza della letteratura irlandese che potette parzialmente spiegare il rito: il concetto reiterante era infatti che poteva diventare re soltanto chi si fosse unito fisicamente ad una bella fanciulla recante il nome di un’antica dea pagana o chiamata proprio Irlanda, in questo caso materialmente rappresentata da una cavalla.

Note

1) Filoramo-Massenzio-Raveri-Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Ed Laterza, pag. 85, Bari 1998.
2) Filoramo-Massenzio-Raveri-Scarpi, op. cit. pag. 94.
3) Enrico Campanile, Le religioni antiche (a cura di G. Filoramo), ed. Laterza, pag. 606, Bari 1994.
4) Enrico Campanile, op. cit., pag 613.
5) Enrico Campanile, op. cit., pag. 617.
6) E. Campanile, op. cit., pag. 619.
7) E. Campanile, op. cit., pag . 627.

Tratto, per gentile concessione, dal sito dell’Autore http://www.storia900.altervista.org.

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Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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