Ho conosciuto Mordred per la prima volta all’età di circa nove anni attraverso la lettura del Re d’Inverno di Bernard Cornwell, primo volume della saga di Excalibur; comprai il libro affascinato dall’idea della Tavola Rotonda e dalle gesta eroiche dei suoi Cavalieri.

Rimasi deluso da quella lettura, allora.

Anni più tardi conclusi il libro o, per meglio dire, lo divorai. Mi si era schiusa la porta di un mondo affascinante di cui volevo sapere di più: passai da una lettura all’altra del ciclo arturiano, al punto da dover ritagliare nella mia libreria personale uno scaffale dedicato all’argomento.

E lui era sempre lì.

Mordred, Medraut. Il Cavaliere del Corvo, il Figlio del Mattino, il Traditore, l’Usurpatore. La letteratura ci fornisce le più svariate versioni, al punto da demolire ogni certezza sul personaggio. Alcuni lo vogliono figlio incestuoso dello stesso Artù con la sorella Morgana, per altri è il figlio di Morgause (anche lei sorella di Artù) con Re Lot delle Isole Orkney. Nonostante l’identità poliedrica, il nucleo del personaggio rimane pressoché identico in tutte le storie. Schivo, silenzioso, sembra attendere fra le righe della storia, all’ombra di nomi abbaglianti come Galvano e Lancillotto per poi raccogliere attorno a sé il finale inesorabile della storia. Mordred tradisce la Tavola Rotonda, si fa capo dei Ribelli e perde la vita per mano di Artù nello scontro finale con le forze del Re.

Mordred rappresenta l’anti-Artù, è un personaggio riscoperto dalla letteratura più recente a dispetto della tradizione. Lui è il figlio che il Re non riesce ad accettare, colui nato da un incesto che mal si accorda con l’armatura luccicante del Re e dei suoi nobili Cavalieri. La carica introspettiva del personaggio travolge, al punto da far apparire posticcio ciò che nasce eroico. In Mordred ritroviamo l’archetipo del conflitto padre figlio.

Andiamo oltre, leggiamo i personaggi come fossero maschere carnevalesche. Mordred porta in sé qualcosa di Morgana, del suo mondo mistico-religioso diametralmente opposto alla forza fisica del guerriero. Consideriamo il contesto: lo sfondo più accreditato della leggenda è la Britannia del V-VI sec d.C, una terra di nessuno abbandonata dai Romani e guardata con avidità dalle popolazioni germaniche. La cultura primeva, quella britannica che abbiamo appreso leggendo il De Bello Gallico di Cesare, sopravvive ma è solo un’eco distante. È un’epoca incerta, di cambiamento, che pone nelle mani di Artù, nella sua spada magica, ogni possibilità di sopravvivenza. È significativo che, nella versione tradizionale delle storie della Tavola Rotonda, Artù finisce per essere spettatore delle imprese dei suoi Cavalieri, garante di ciò che la Tavola Rotonda significa. E su questa lunghezza d’onda ritroviamo il significato più epico dello scontro fra Artù e Mordred.

L’ordine contro il caos.

Un braccio di ferro antico, che ci riporta alla Titanomachia, la guerra di Zeus contro il padre Cronos. È un’analogia un po’ ardita ma perfettamente funzionale a dar voce a quanto mi ronza in testa se penso ai libri che ho letto. Nella mitologia classica Zeus vince i Titani, stabilisce l’ordine, il mondo come gli uomini lo conosco. Le vicende arturiane, invece, ci suggeriscono uno scenario in sfacelo, ormai al tramonto. Mordred – il promotore del conflitto fatale, il Traditore del sogno della Cavalleria – muore, Artù viene trasportato in fin di vita all’isol a magica di Avalon da cui, un giorno forse tornerà. Ma in tanto le orde germaniche hanno inghiottito la Britannia, inizia l’età anglo-sassone e il primo poema della tradizione inglese che passerà alla storia è il Beowulf, di stampo norreno.

Scorro un dito sulla copertina dei libri, incerto sulla migliore lettura da consigliare sull’argomento e mi accorgo che non riesco proprio a scegliere. Sono troppe, tutte diverse: ci sono i volumi fiabeschi de I Romanzi della Tavola Rotonda di Boulenger, basati sui racconti originali francesi del XI sec; l’impostazione storica de Le Cronache di Camelot di Jack Whyte e la saga di Excalibur di Bernard Cornwell; le antologie di racconti edite da Mike Ashley e il romanzo Mordred di Springer Nancy.

Giuseppe Cerniglia

«Nostra madre non ha mai avuto questa scelta.» Gawain mi guardò con espressione molto seria. «Ha fatto le sue scelte molto tempo fa, e adesso ne paga le conseguenze. Lasciala al suo regno di noia e follia. Non ti fa bene restare qui, adesso che sei diventato uomo. Rivede troppo Artù, in te.»

Il Flauto Infernale, Ian Mc Dowell (1991).

Crediti immagine: https://cameronterry8.wordpress.com/2014/04/22/excalibur/


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