Racconto di Ugo Ciaccio, tratto da Antarès.


«Il corpo di Cristo.»

«Amen.»

Padre Carmelo accettò l’ostia, storcendo la bocca. Stava seduto su uno scranno di legno intagliato grossolanamente, lo schienale gli arrivava alla testa, i braccioli gli stringevano i fianchi e in più punti spuntavano le teste di chiodi arrugginiti. Un rivolo di sangue sbucava dalla veste da camera, bagnando il pavimento.

Di fronte a lui vi era Sebastiano, il giovane parroco venuto a dare conforto al vecchio moribondo, e pronto a prenderne il posto.

«Devo confessarti una cosa» fece il vecchio biascicando, l’ostia gli si era attaccata tra il palato e le gengive sdentate.

«Confessarsi ora, dopo la comunione?»

«Quel che ho da dirti neanche Dio può perdonarlo.»

Il giovane lo guardò con fastidio: il passaggio di testimone andava per le lunghe e non aveva voglia di perdere tempo ad ascoltare i peccati di un prevosto di campagna. Si era fatto prete non tanto per vocazione, quanto piuttosto per isolarsi, e ora che aveva avuto la sua destinazione, la più asociale che un prete potesse desiderare, non avrebbe ascoltato le lagne di nessuno; quindi che il vecchio si sbrigasse ad andare al Creatore, quel Creatore sull’esistenza del quale non si era mai fatto troppe domande.

«Sotto al letto c’è una valigia, prendila» disse padre Carmelo, tentando con ostinazione d’ingoiare l’ostia.

Sebastiano sbuffò; poi pensò che, accontentandolo, avrebbe potuto tagliare corto e si chinò, trovandosi faccia a faccia con un pitale. Dietro al vaso, dal quale esalavano i miasmi che appestavano la stanza, c’era un bauletto di cuoio, che il giovane porse a padre Carmelo; il vecchio lo aprì e frugò tra le cianfrusaglie, fino a trovare una chiave alla quale era legato un crocifisso d’argento.

«Questa chiave dà accesso al luogo più importante della parrocchia.»

«La chiesa?»

«No, in chiesa non vado da tempo, non ci sono fedeli in questo paese.»

, pensò l’aspirante eremita, è esattamente quel che voglio, nient’altro che restare qui, solo, per tutta la vita. Le sue riflessioni erano prive d’ironia, voleva davvero rimanere solo per sempre.

«Allora?» chiese sbrigativo. «Dove porta?»

«Conduce al luogo più spaventoso che un essere umano possa immaginare.»

Il giovane, che, rassegnato, si era accomodato sulla sedia di fronte a padre Carmelo, si tirò su con la schiena, dimostrando un certo interesse verso l’affermazione. Intanto, padre Carmelo aveva estratto dal baule la foto di una donna: sembrava un’attrice degli anni Venti, ma, quando Sebastiano fece per guardare, lui la capovolse.

Dal bauletto vennero fuori diversi cimeli, tra cui un cilindro fonografico di tipo Edison e dei fogli per il disegno tecnico sui quali erano riprodotti pezzi meccanici, sezioni di ruote dentate, bulloni, circuiti elettrici e sgorbi di ogni forma; il tutto commentato con una grafia incomprensibile.

Il moribondo tossì, perché il primo pezzo d’ostia s’era staccato dal palato e gli si era infilato in gola.

«Sono arrivato qui nel 1986» disse. «All’epoca la gente del paese passava più tempo in chiesa che a casa; c’erano anche studenti e, tra questi, due giovani laureati, fratello e sorella, che avevano appena perso la madre.»

Don Sebastiano cominciava a spazientirsi, si muoveva sulla sedia, sbuffava e guardava l’ora.

«Ascoltami, per favore» supplicò il vecchio. «Raccontare questa storia è l’unica cosa che chiedo prima di morire; anche se non mi libererà dal peso del peccato.»

«L’ascolto, padre» lo rassicurò, prendendogli la mano; era convinto si trattasse di una storia di sesso illecito, incestuoso o chissà cosa, fatti che non scandalizzavano più nessuno, soprattutto all’interno della comunità clericale.

«Quei due ragazzi erano convinti di aver trovato il modo di evocare l’immagine dei defunti presenti nei nostri ricordi» sussurrò.

Sebastiano rise, ma l’altro gli strinse la mano così forte che sembrava essere resuscitato.

In quel momento entrò la perpetua, una donna sulla cinquantina, per svuotare il pitale e somministrare una medicina al moribondo.

«Via!» urlò il vecchio, che sembrava effettivamente non aver più bisogno di niente se non di parlare. La donna si precipitò fuori, non prima di aver gettato un’occhiata preoccupata all’anziano prete.

«Non ho capito, padre» riprese il giovane, più per calmarlo che perché realmente interessato.

«I due ragazzi si erano appena laureati: lei in ingegneria elettronica e lui in medicina.»

«Sì, d’accordo, ma questi due facevano sedute spiritiche? Lo sa che sono proibite dalla Chiesa?»

«Lasciami parlare; i ragazzi erano due positivisti, non credevano nell’esistenza dei fantasmi ma nella capacità della mente d’intervenire sulla realtà e sulla materia.»

«Che cosa intende dire?»

«Secondo loro, gli esseri umani sarebbero stati in grado di canalizzare le proprie esperienze ed evocarle in forma di spettri: ovvero ombre risultanti dalla proiezione della conoscenza. Ognuno di noi immagazzina informazioni sugli eventi cui ha partecipato, e queste rimangono per sempre nella psiche, a un livello molto profondo: la nostra percezione mnemonica è più estesa di quanto s’immagini. Ma la cosa straordinaria è che quei due studenti avevano inventato una macchina in grado di estrarre queste informazioni sino a dar loro forma, proiettando nella realtà una sorta di mnemo-fantasma.» Così dicendo, indicò le carte.

Padre Sebastiano gliele tolse di mano e le fissò, senza capire niente di ciò che c’era scritto né conscio del perché stesse ascoltando quel pazzo.

Entrò il medico, pestando i piedi con forza: «Fuori, per favore» disse, determinato a dare al malato la medicina poco prima rifiutata. La perpetua accompagnò il giovane prete fuori dalla camera. «In cucina c’è la cena» gli disse «e la sua stanza è pronta. Continuerete a parlare domani.»

Don Sebastiano aveva ventisei anni ma ne dimostrava più di trenta, forse a causa dei pochi capelli o del viso rugoso, caratteristiche dovute alla carenza vitaminica, unita a una trascuratezza e odio per la vita – inclusa la propria.

Era arrivato nel pomeriggio e nelle sue intenzioni si sarebbe dovuto limitare a un saluto di convenienza a padre Carmelo, che gli avrebbe passato il testimone di quella parrocchia isolata.

Il suo alloggio era collocato nello stesso casale, accanto al quale c’era la chiesa. Il giovane entrò nella sua stanza e solo allora si accorse di avere ancora i fogli stretti in mano.

L’arredamento della camera si risolveva in un letto singolo addossato al muro umido, una scrivania solcata da spaccature e fori e alcuni mobili di campagna: comò, specchio e lavandino. Mancava una sedia, che il prete sostituì con una cassa vuota che accostò allo scrittoio. Sparpagliò i fogli, osservandoli per qualche secondo: ce n’era uno piegato in quattro. Fece spazio e lo aprì: era il progetto complessivo dell’opera, dettagliata su fogli più piccoli. Vi era rappresentato uno scenario complesso, composto da pezzi meccanici ed elettronici, ma anche da esseri umani seduti in cerchio e uniti alla struttura da tubi di varia sezione che, tramite cateteri, finivano in vena o nello stomaco, nel naso e nell’uretra. Dove era più difficile interpretare la figura, Sebastiano ricorreva ai fogli singoli per i dettagli. Anche la grafia gli si chiariva un po’ per volta.

Addentrandosi nello studio, riuscì a capire come l’intenzione degl’inventori fosse di costruire un apparecchio in grado di proiettare nella realtà la conoscenza di chi vi era collegato, fungendo da sorgente luminosa: proprio come se si trattasse di una luce, avrebbe mostrato, per differenza, le ombre dell’inconscio in forma di spettri.

Un colpo alla porta lo fece saltare sulla cassa.

«Avanti.»

La porta si aprì e la perpetua disse: «Sono venuta ad avvertirla che alle nove spegniamo il generatore della corrente».

«Alle nove di sera? Ma io sto lavorando.»

«Ci sono delle candele nell’armadio al piano di sotto.»

Fece appena in tempo a ringraziare che la porta si richiuse.

Intorno alla struttura meccanico-umana disegnata sul foglio grande era visibile un fumo denso che l’avvolgeva, prodotto dall’intrico di tubature su cui era scritto «ottone» e che si apriva a tuba verso i quattro angoli superiori della stanza nella quale era idealmente sistemato. E proprio in uno di questi angoli, tra le volute di vapore, si scorgeva una sagoma.

La luce andò via e il prete rimase immobile: aveva dimenticato di prendere le candele e avrebbe dovuto percorrere le scale al buio ma, poiché non voleva scendere a tentoni, col rischio di svegliare tutti, recuperò il pigiama dalla valigia, si spogliò e si mise a letto.

Difficile prendere sonno continuando a pensare a quel che aveva ascoltato poco prima, ma soprattutto ragionando su quei progetti. Era giovane, ma non ingenuo, e non si sarebbe lasciato prendere in giro da un vecchio pretaccio e dalla sua perpetua. Si alzò, in un moto di stizza; ciò che lo innervosiva era proprio l’idea che stessero cercando di spaventarlo o, comunque, d’inquietarlo, rendendo inospitale la sua futura sistemazione.

Fece cadere le lenzuola sul pavimento, infilò le pantofole e si avventurò per il corridoio del primo piano, fino alle scale.

Si orientò tastando le pareti, con l’aiuto della poca luce che proveniva dalla luna. Aprì l’armadio: non c’erano candele. Ancora più nervoso, si diresse verso la stanza del curato, sicuro che alle nove di sera neanche lui si fosse già addormentato.

Don Carmelo era ancora seduto e guardava davanti a sé, verso un mozzicone di candela molto luminoso.

«Ancora sveglio?» chiese Sebastiano con ironia. Entrò.

«Non dormo mai.»

«Soffre d’insonnia?»

«Soffro perché i sensi di colpa mi tolgono il respiro, perché il buio mi terrorizza e i dolori reumatici sono tanto vili da aggredirmi maggiormente quando sono disteso.»

«Ho dato un’occhiata a quelle carte.»

«Ha fatto bene, è quel che volevo».

«Mi spiega cosa successe quando i due studenti le mostrarono il progetto?»

«Me ne parlarono solo dopo che ebbi affittato loro la cantina della parrocchia, che trasformarono in un laboratorio. Una notte mi portarono a vedere la macchina che avevano costruito, una mostruosità contro natura: lo Spectrum

Sebastiano si sedette sul letto e non poté fare a meno di guardare il sangue che usciva da sotto la veste da camera.

Nello stesso momento, il vecchio sollevò la palandrana. I piedi del parroco erano inchiodati alla pedana di legno del trono!

Sebastiano si sbilanciò all’indietro, terrorizzato.

«Questo è il mio posto, questo è il mio modo di espiare.» Si scoprì il petto: era nudo e avvolto in un cilicio fissato allo schienale, che, a ogni movimento, gli martoriava le carni.

«E il medico le permette di farsi questo…»

«Senza di lui non sopravvivrei: fa in modo che il sangue coli, ma non fino a esaurirsi; che le ferite s’infettino, ma non fino alla setticemia; che la sofferenza sia costante e mai letale.» Così dicendo, storse il viso per il dolore e poi, come se questo gli desse piacere, sorrise con una serenità invidiabile.

«Ora la libero, padre.» Fece per slacciare il cilicio: «Cos’ha fatto per desiderare tanto dolore?».

Proprio in quel momento, la porta si aprì ed entrò la perpetua: «Ci ha aiutati, ci ha solo aiutati».

Poi arrivò anche il medico.

«Siete voi gli studenti!» esclamò Sebastiano. «Quelli che hanno disegnato la macchina.»

La donna coprì il corpo di don Carmelo: «Siamo noi».

«Avete davvero cercato di evocare degli spettri?»

«Non è così» fece l’uomo. «Se ci dà tempo, le spiegheremo come andarono le cose.»

«Cosa volete spiegarmi?»

«Cercavamo di evocare solo quello che c’è dentro ognuno di noi: si trattava di tirare fuori i ricordi dell’uomo e visualizzarli, niente di più.»

«E com’è andata?»

Don Carmelo prese la parola: «È andata che, invece, hanno materializzato dei morti, e con il mio consenso».

«La notte del primo esperimento» proseguì il medico «chiedemmo a don Carmelo di assisterci, perché in due non avremmo potuto avviare la macchina.»

Sebastiano si alzò di scatto: «Basta! Non voglio saperne nulla! Adesso preparo la mia roba e domattina me ne vado».

«Padre» lo supplicò don Carmelo. «Lasci che per la prima volta dopo tanti anni possa parlarne.»

Ma Sebastiano non restò ad ascoltare oltre, prese una candela e salì nella sua camera a preparare le valigie. Non poteva credere che, dopo tutto il seminario che s’era sorbito, desiderando andare via dalle miserie umane, si trovasse ancora a dover affrontare tutto ciò!

Lo raggiunse la donna: «Don Carmelo vuole confessarsi, e lei non può rifiutare l’ultima confessione a un moribondo».

Era vero, non poteva rifiutare, ma avrebbe voluto farlo; scese la scala come fosse un calvario, con la consapevolezza che presto avrebbe portato il peso di una croce che non gli apparteneva.

«Assolvimi» fu la prima cosa che il vecchio gli disse quando si ritrovarono l’uno di fronte all’altro.

«Per cosa, se ancora non è iniziata la confessione?»

«Assolvimi subito – dopo, non ne avrai il coraggio.»

Sebastiano era tranquillo, quei tre non avevano ancora capito che a lui tutte quelle fesserie facevano davvero poco effetto. Quando sarebbe giunta la sua ora, non avrebbe fatto tante storie, se ne sarebbe andato all’altro mondo senza tirarla per le lunghe. Decise quindi di punirlo: «Non le darò l’assoluzione, si confessi e poi vedremo».

Il prete guardò i due, che lo rassicurarono: poteva procedere.

«Era la notte del primo aprile del 1986 quando scesi nel laboratorio. Lo Spectrum era un macchinario complicato, del quale avevo capito solo che, per funzionare, doveva essere collegato a degli esseri umani.»

«Sì» intervenne il medico «ma niente di spaventoso, come potrebbe sembrare: si trattava di infilare in vena dei tubi, in modo da estendere la circolazione sanguigna, un po’ come si fa per la dialisi. Poi, grazie a un semplice elaboratore…».

«Uno ZX-80» intervenne la perpetua, a quell’epoca appena laureatasi. «Era uno dei primi elaboratori casalinghi appena usciti sul mercato. Ci eravamo accorti che il campo elettromagnetico generato da questo apparecchio influenzava la separazione elettroforetica dei neurotrasmettitori umani che codificano gl’impulsi celebrali; si trattava di un’informazione più complessa della sola misurazione dell’attività elettrica del cervello: avevamo a disposizione uno strumento di decodifica dell’inconscio estremamente preciso e innovativo.»

«Ma vi state confessando anche voi? Finora, non mi era mai capitato di assistere a un’espiazione di massa. E, poi, che significa tutto questo?»

«Significa» riprese don Carmelo «che loro due mi avevano convinto che fosse possibile estrarre l’essenza dei pensieri umani, ma non di un pensiero qualsiasi: grazie alla selezione dei trasmettitori cerebrali, avrebbero potuto riprodurre l’immagine e l’intelletto del defunto conservati nel ricordo di ognuno di noi». Il prete chiese un sorso d’acqua a Sebastiano, il quale temporeggiò, finché non fu la donna a servirlo.

«Loro due» li guardò ancora, prima di andare avanti «loro due erano attaccati all’elettrocromatografo, mentre io avevo il compito di aprire le valvole di un condotto sotto pressione, affinché il vapore nero prodotto da una caldaia, collegata anch’essa allo ZX-80, si accumulasse nella stanza, per poi richiuderlo subito dopo l’apparizione.»

«Il fumo doveva essere un condensato dell’inconscio umano, un distillato degli umori cerebrali» aggiunse il medico.

«O, almeno, così credevamo» disse la donna «perché quel che ne venne fuori fu tutt’altro.»

Il parroco tossì e, sobbalzando sulla sediaccia, i chiodi allargarono le ferite ai piedi; ne uscì sangue fresco.

«Allora, da un angolo buio del laboratorio strisciò fuori la figura di una donna, nuda e insanguinata; non capiva dove si trovasse, era atterrita, dolorante e, più d’ogni altra cosa, era chiaro che avesse perduto la dimensione dell’esistenza.» Proseguì nel racconto. «Capimmo subito cos’avevamo fatto: quello non era il frutto dei nostri pensieri, ma un’anima evocata e riportata sulla Terra.»

«Sembrava uscita da un utero impietoso che l’avesse rigettata, sputandola sul pavimento della cantina. Il suo sangue si mischiò alla polvere.» Mentre raccontava, la perpetua piangeva, e anche il dottore sembrava essere ripiombato nell’incubo di vent’anni prima: «Non si può immaginare la pena di quell’essere, solo e sperduto».

«Ma chi era?»

«Era talmente malridotta che solo dopo un po’ avemmo la sicurezza che si trattava proprio di nostra madre.» Don Carmelo prese la foto che qualche ora prima Sebastiano aveva visto nel baule.

Intervenne la donna, piangendo: «Era lei che volevamo vedere ancora una volta».

«Per lei avevamo costruito lo Spectrum» aggiunse il medico «la sua foto ci sarebbe servita a concentrarci e avviare la proiezione del ricordo.»

«Ma non fu un ricordo quel che vedemmo. Si trattava di una vera evocazione, anzi qualcosa di più.» La donna fece una pausa. «Non solo avevamo riportato indietro nostra madre dal mondo dei morti, ma l’avevamo materializzata. Non era un fantasma incorporeo!»

«Resuscitata è la parola giusta» concluse il medico, abbassando la testa.

«Dovevamo rimandarla indietro, subito» disse il parroco. «Guardarla era uno strazio per i nostri cuori, che ne comprendevano l’orrore.»

Sebastiano, che in un primo momento era rimasto scosso dalla storia, riconquistò un po’ del suo sacrosanto scetticismo: «Non bastava staccare la spina dello Spectrum?».

«Se l’avessimo fatto» rispose lei «sarebbe rimasta intrappolata nel nostro mondo; quindi, abbiamo dovuto liberarla in un altro modo.» E indicò un fucile da caccia poggiato alla parete.

Il parroco prese la parola: «L’ho fatto io; loro non potevano muoversi».

«È stato un atto pietoso e comprensibile.»

«Se avesse visto come si contorceva sotto i miei colpi e come, nello stesso tempo, li desiderasse, non direbbe “pietoso”…»

«Beh, comunque si è pentito, quindi io l’assolvo; anzi, vi assolvo tutti e tre, perché sono certo del vostro ravvedimento» e fece il segno della croce per aria. «Posso andarmene, ora?»

«Fermo!» fece il vecchio, mentre i due gli sbarravano la porta. «Non è questo che dovevo confessarle, non è questo il peccato. Si segga.»

Stavolta Sebastiano rimase in piedi senza replicare, il tono dell’uomo era spaventoso e aveva preso in contropiede il suo scetticismo.

«Nel momento stesso in cui quel corpo si disfaceva, sotto i colpi di fucile, io invocai il perdono di Dio e ordinai loro di pentirsi davanti alla santa croce che avevo al collo.» Mostrò la croce d’argento, ora appesa alla chiave del laboratorio. «E loro fissarono il volto santo di Gesù su quella croce…» Si mise a piangere.

Al solo ricordo di quel che accadde, le gambe della donna cedettero. Anche il fratello era atterrito ma, ciò nonostante, la soccorse quando già era a terra.

Don Carmelo continuò: «Per lo spavento, dimenticai di richiudere le valvole del condotto a vapore; loro si stavano concentrando sull’immagine sacra». Fece una pausa: «Così, nello stesso angolo, si materializzò il corpo di Cristo. Arrancava disarticolato, balbettava come un demente, era più indifeso di un qualunque essere umano, più dolce d’un bambino e triste come un ricordo lontano. Cosa avevamo fatto!?».

Sebastiano si guardò intorno, sconcertato. «Lasciatemi andare, vi prego.»

«Assolvimi!» urlò il vecchio.

«Assolvici» fecero coro gli altri due. «Assolvici!»

Per quanto non credesse al racconto e non desse un reale valore al perdono dei peccati, Sebastiano non se la sentì di dare l’assoluzione: «Non potete aver resuscitato Cristo, egli è già resuscitato e asceso al cielo come puro spirito».

«Sbagli, ragazzo: il più diffuso errore tra i credenti è che la resurrezione sia qualcosa di luminoso e immateriale; non è così. Se provassimo a eliminare dal Nuovo Testamento il concetto di resurrezione corporea, sostituendolo con quello di ascesa spirituale, crollerebbero tutti gli argomenti che sostengono la nostra religione. San Paolo dice: “Se lo spirito di Colui che resuscitò Gesù dalla morte abita in voi, Colui che resuscitò dalla morte Cristo Gesù darà la vita anche ai vostri corpi mortali, in forza dello Spirito che abita in voi”. San Paolo descrive una nuova vita per il corpo mortale, non una nuova vita lontana da esso.»

«Sarà una fisicità trasformata, non tale da splendere ma con nuove proprietà e, soprattutto, incorruttibile dal peccato, perché animata non più da uno spirito umano…»

«…bensì da quello di Dio» concluse Sebastiano, esterrefatto.

«È Dio stesso che abbiamo imprigionato sulla Terra.» Calò il silenzio.

Poi, don Carmelo aprì la mano per dargli la chiave della cantina: «Liberalo!».

Il medico passò il fucile al giovane, indicandogli la strada. La donna lo condusse in fondo a una scalinata, fino alla porta del laboratorio. Tutto era identico al progetto cartaceo dello Spectrum, ma dentro c’era Lui, era ancora lì: da vent’anni Cristo strisciava e soffriva, domandandosi il perché di tanta malvagità.

Il medico porse l’arma a Sebastiano. «Nessuno di noi tre ha mai avuto il coraggio di farlo, salvaci» disse; e uscirono in fretta.

Come sotto ipnosi, il giovane accettò l’incarico, puntò il fucile e fece fuoco; la scarica di pallettoni portò via la guancia di Gesù e gli colpì una spalla, ma la ferita non era mortale.

Alla vista di tale orrore Sebastiano tornò in sé, lasciò cadere l’arma, uscì, chiuse la porta e ci si appoggiò, lasciandosi scivolare fino a terra.

Quel che sentì poco dopo gli avrebbe cambiato la vita per sempre: uno sparo. Si era tolto la vita.

Quando tornò al piano superiore, don Carmelo era morto; degli altri due non c’era traccia – non se ne seppe più niente.

L’orrore sconvolse Sebastiano al punto che questi abbandonò l’abito talare e si sposò; ci mise molto tempo per ricominciare ad amare la vita o, almeno, ad accettarla come il dono divino che non sentiva di meritare. L’unica vera paura che lo accompagnò fin dentro alla bara fu quella della resurrezione.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, conferenziere, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. Collabora con varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus, Letterelettriche e scrive su alcune riviste di narrativa dell'immaginario tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi dedicati alla fantasia eroica.

2 comments

Rispondi