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Presentazione

Per la rubrica I racconti di Satampra Zeirosabbiamo il piacere di presentare Giuseppe Cerniglia, autore siciliano che ci propone Stirpe di drago, un racconto fantasy che si ispira al ciclo arturiano, di circa 18.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Autore

IMG_1879Giuseppe Cerniglia, classe 1989, è originario di Caccamo (Palermo) ma vive a Siracusa dove svolge la sua professione di Ingegnere Chimico. Ama le penne stilografiche, la musica heavy-metal e le storie epiche. Nel 2013 inizia il suo percorso di scrittura, con la creazione di un’Europa dell’Età Imperiale romana che mischia elementi storici e fantastici.
Fra i racconti che hanno ricevuto un riconoscimento, consiglia il trittico di racconti a tema arturiano: Stirpe di Drago in “Un Penny dall’Inferno” (Edizioni Sensoinverso, 2017); Obolo alle Ombre in “Halloween all’Italiana” (Letteraturahorror.it, 2014) e “Schegge di Halloween all’Italiana 2016” (Letteraturahorror.it, 2016); Il Cacciatore della Lama d’Ombra in “Esecranda 2016 – edizione ebook estesa” (EseScifi, 2016

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Stirpe di drago

di Giuseppe Cerniglia

Uther era invecchiato: la ricchezza gli aveva reso il ventre flaccido, ma aveva ancora le braccia di un orso e quando salutò lo fece alla maniera romana, afferrandomi l’avambraccio in una stretta dolorosa.

«Myrddin, stupida volpe» mi disse. «Cosa ti porta qui?»

Non tentò nemmeno di fingere quanto gli fosse sgradita la mia presenza. Ignorai la domanda e mentre rispondevo con disinvoltura, rammentai la necessità della missione che ero venuto a compiere: «Gli Dei possano donare pace e prosperità al Pendragon.»

«Accetto la prosperità, ma si tengano pure la pace.» Con una mano sulla spalla e un sorriso feroce sul volto, Uther mi trascinò per i corridoi del palazzo. «La pace rammollisce gli uomini.»

Una coppia di uccelli tubava fra le travi, al disotto di una porzione scoperta del tetto. Da qualche parte nelle stanze che ci circondavano, una donna gemette. Svoltammo un angolo, costeggiando una delle pareti perimetrali. Da una finestra scorsi una turma di cavalieri che manovrava nel cortile interno. Caer Mos era considerata una fortezza imprendibile per qualsiasi nemico del Pendragon. Eppure, perfino Uther si era piegato alla tradizione, quando il nemico si era presentato alle porte come un druido scortato da due dozzine di guerrieri irlandesi.

In fondo al corridoio due soldati presidiavano una porta a doppio battente sovrastata da uno scudo fasciato di cuoio con l’insegna di Uther, un drago con le ali spiegate. Al nostro passaggio, i soldati aprirono la porta introducendoci nella sala del trono di Uther che, per l’occasione, era stata allestita per un banchetto.

I guerrieri avevano già preso posto ai lunghi tavoli, in una rigida separazione fra britanni e irlandesi. Secondo la tradizione, nessuno eccetto Uther poteva detenere armi in quella sala. Naturalmente, avevo dato ordine di violare la prescrizione: ognuno dei miei uomini nascondeva una daga fra le pieghe delle vesti e sapevo che anche gli uomini di Uther erano armati.

Passammo in un corridoio centrale fra i tavoli in fondo al quale ardeva un enorme braciere di bronzo decorato a sbalzo con scene di caccia. I soldati britannici smisero per un attimo di stuzzicare le serve, salutando con toni baldanzosi l’arrivo del Pendragon. Uther non vi badò. La vibrazione di un muscolo sul viso tradì la concentrazione con cui meditava di sbarazzarsi di me.

Il nostro tavolo si trovava su una predella rialzata dall’altra parte del braciere; sedemmo uno accanto all’altro, dominando dall’alto l’intera camera. Uther gettò la cintura con la propria spada sul tavolo, poi ordinò l’inizio della cena svogliatamente.

«Allora, Myrddin» disse, tracannando di tanto in tanto lunghi sorsi d’idromele da un corno d’osso orlato d’argento. «Mostrami uno dei tuoi trucchi.»

«I druidi non conoscono trucchi, Uther, ma soltanto la volontà degli Dei.» Mentii: il più delle volte anche il semplice sforzo di prevedere la prossima pioggia era frustrato dall’insuccesso; allora ricorrevamo a semplici espedienti che facevano gran presa sui più superstiziosi. Era uno dei segreti della sapienza druidica.

Eppure, quando si manifestavano, i doni druidici tendevano a essere platealmente spettacolari. Lo stesso Uther aveva avuto modo di saggiare le mie capacità, ma finse di non ricordarsene e mi parlò allo stesso modo di un saltimbanco: «Ci speravo. I miei ragazzi amano questo tipo di intrattenimenti.» Socchiuse gli occhi, fissandomi a lungo. Nel suo sguardo scorsi la volontà di dominarmi. Era un guerriero sfrontato, tanto sul campo di battaglia quanto fuori.

«Mi dispiace» ammisi, osservando una coppia di servitori che ci profusero abbondanti porzioni di una zuppa di farro, lenticchie e tocchi di manzo. «Avresti dovuto chiamare un bardo.»

Uther proruppe in una risata simile a un raglio: «I bardi costano.» Si interruppe bruscamente, tirò su col naso, asciugandosi la barba irsuta con il dorso della mano. «L’inverno è alle porte e i nobili del regno sono irrequieti.»

Stavolta fui io a farmi una risata. «Non mi pare tu abbia grossi problemi di ricchezze.» Studiai le decorazioni dorate di un bicchiere di vetro opacizzato. Era un raro gingillo di fattura romana, sopravvissuto alla distruzione degli anni. Uther doveva aver razziato qualche villa abbandonata in cui aveva dormito all’addiaccio con i propri guerrieri. Gli lanciai un’occhiata saccente. «E poi, un bardo a corte ti darebbe un’ottima reputazione.»

Uther si rabbuiò e per un po’ rimase silenzioso a intingere nella zuppa brani di una focaccia, finché all’improvviso ruggì: «Bada ai tuoi Dei, druido. Io la mia reputazione la difendo con questa.» Batté la grossa mano sulla spada. Capii di aver messo il piede in fallo dalle occhiate inespressive che mi lanciava con insistenza. Tenergli testa era servito soltanto a scaldarlo: mi diedi dello stupido e cambiai strategia. Non avevo tutta la notte.

Una serva dal viso sottile servì un vassoio d’agnello, decorato con arance ed erbe aromatiche.

«Come stanno i tuoi figli, Uther?» chiesi, con una virata improvvisa che doveva portarmi dritto al punto della questione. Uther se ne accorse; per un attimo smise di masticare e aggrottò le sopracciglia, guardandomi di sottecchi.

«Morgaine è ancora una puledrina acerba.» Riprese a mangiare, più lentamente, tornando a bere dal suo corno. Intuii che stava prendendo tempo: aveva bisogno di pensare. «Devo ancora decidere a chi andrà in sposa.»

Morgaine era la figlia che Ygraine aveva avuto da Gorlois, un burbero signore dell’est, prima che Uther desiderasse di averla in moglie: aveva cercato di prenderla con la forza, ma non c’era riuscito. E allora si era rivolto a me. Ne sarei rimasto fuori, naturalmente, se alcuni presagi non mi avessero mostrato che da Uther e Ygarine sarebbe nato un guerriero attorno cui si sarebbero avvolte le sorti della Britannia.

Quel bambino doveva nascere.

E io avevo avuto il compito di assicurarmi il giusto svolgimento degli eventi. Così, avevamo suggellammo un patto: io avrei mutato l’aspetto di Uther per una notte, se lui mi avesse restituito il bambino nato da Ygraine. Allora accettò con leggerezza le condizioni, ma adesso si mostrava restio a onorare la promessa.

«Avrai tempo per decidere di Morgaine» dissi, controllando l’inflessione nervosa della voce. I guerrieri britannici s’ingollavano di vino, schiamazzando come allegri compari. I miei uomini intonavano antiche ballate irlandesi battendo i pugni sul tavolo e fischiando, ma i loro calici non erano stati vuotati e di tanto in tanto qualcuno bisbigliava all’orecchio di un altro. Alcuni servi scivolarono dall’ombra delle porte laterali portando altra legna per il braciere.

«E Arthwr, invece?» insistetti.

Stavo prendendo un’altra fetta d’agnello, ma Uther mi precedette strappandomi letteralmente il cibo dalle dita. Aveva protratto quella farsa fino al limite, e smaniava per passare all’azione. Solo il fatto che fossi un druido lo tratteneva dal saltarmi alla gola. Mi augurai che se ne ricordasse ancora per un po’.

Uther digrignò i denti, allontanò bruscamente da sé il piatto e incrociò le braccia sul petto.

«Ha il mio sangue. Mi appartiene.»

Frustrato, capii che non avrei cavato nulla; era come parlare a un toro. Testardo, inquieto e pericoloso. Mi tirai in piedi invocando sul Pendragon tutta la mia autorità: «avevamo un patto, Uther» lo ammonì, puntandogli contro un dito. «Gli Dei ne sono testimoni.»

Il fuoco del braciere scoppiettava, accendendo una luce dorata sugli arazzi alle pareti. Anche Uther scattò in piedi, sovrastandomi con la sua mole imponente. Mi ringhiò contro, schiaffeggiandomi mentre mi afferrava per il collo. In un attimo mi sbalzò oltre il tavolo, giù lungo i gradini fino alla base del braciere. Con la coda dell’occhio, lo vidi mentre si fiondava su di me con la spada levata. Tentai invano di rialzarmi, riuscendo solo a puntellarmi malamente sulle mani e le ginocchia. La stanza turbinava in un gioco di ombre proiettate dalla fiamma frenetica del braciere. Sentii le urla dei servitori, simili a squittii, poi quelle dei guerrieri irlandesi che accorsero chiudendosi in cerchio attorno a me. Giunsero anche gli uomini di Uther, dai volti avvinazzati.

La battaglia era iniziata.

Un irlandese parò un poderoso fendente di Uther, ma la daga andò in pezzi e il secondo colpo gli fu letale. I britanni sciamavano attorno agli irlandesi stretti fianco a fianco. Due dei miei uomini s’avventarono sul Pendragon, nonostante le urla con cui cercai di trattenerli: insieme afferrarono Uther per le braccia, costringendolo a indietreggiare. Ma il Sovrano se li scrollò di dosso con furia animalesca. Uno dei due riuscì a tenersi in piedi, ma l’altro mi venne addosso e insieme urtammo il braciere che si riversò sul pavimento. Qualcuno mi tirò su. Osservai i britanni gettati a capofitto in una mischia confusa. Lottavano rumorosamente, ma con gesti lenti e goffi. Il loro numero diminuiva rapidamente, nonostante la superiorità numerica. Un irlandese fu steso sul tavolo su cui fino a poco prima stava cenando. Gli fu tagliata la gola. Un altro mi chinò la testa, guidandomi fuori dalla calca, poi fischiò la ritirata al resto dei compagni. Qualcuno si trattenne ancora a sfidare il Pendragon, finendo con aumentare il numero di cadaveri che insanguinava i piedi di Uther. Intanto le fiamme correvano sulle tovaglie di tela grezza, sulle sedie di legno finendo col lambire il tetto di paglia. Una muraglia di fuoco impediva a Uther di inseguirci.

Mi precipitai fuori dalla sala del trono, alla testa della dozzina di guerrieri irlandesi superstiti. Mi ero preparato a lungo per il confronto con Uther, ma lo scontro aperto con il Pendragon aveva mandato in fumo ogni mio progetto, così scoprii di dover improvvisare il resto del piano. Sentivo il cuore che mi batteva nelle orecchie. Potevamo continuare a correre, incuranti dei soldati che incrociavamo, fino a guadagnare l’uscita. Sì, potevamo fuggire. Ma poi, come avrei potuto portar via Artwhr? No, non potevo lasciare Caer Mos senza il bambino. D’altronde, per riuscire nell’impresa mi era necessario il supporto dei guerrieri irlandesi. Sentii sulle spalle la responsabilità per quei ragazzi che avevano sposato la mia causa: il loro destino era legato al mio, il mio a quello dell’intera Britannia e l’intera Britannia dipendeva dalle sorti di un bambino.

Mi fermai senza fiato, avvilito perché gli Dei rimanevano muti spettatori della vicenda. Dove poteva essere il bambino? Certamente nelle stanze della Regina.

«Dobbiamo trovare Ygraine» dissi.

«Dobbiamo fuggire, signore» mi fu risposto. Suoni di corno annunciarono lo stato d’emergenza, mentre urla concitate echeggiavano per i corridoi. «Tra poco questo posto traboccherà di nemici pronti a metterci nel sacco.» Servi dai visi pallidi scansavano il nostro passaggio cercando rifugio, mentre alcuni soldati di Uther giunsero alla spicciolata davanti a noi, costringendoci a deviare.

«Da questa parte» dissi, scostando delle pesanti tende di lana.

Imboccammo una rampa di scale che ci condusse al Granian, il solario a uso esclusivo delle donne. La nostra irruzione scatenò nelle medesime un’ondata di panico: le più giovani si agitarono con grida simili allo starnazzare delle anatre, le più vecchie si ritirarono negli angoli, guardandoci indignate. Gli irlandesi, con le armi spianate e i visi accaldati, presidiarono le scale per cui eravamo arrivati; qualcuno sbirciò oltre la balconata che dava sul piano inferiore, informandoci che gli uomini di Uther si stavano organizzando rapidamente.

Avevamo poco tempo, ma era sufficiente per terminare la mia ricerca.

Accompagnato da una coppia di guerrieri, varcai la soglia dell’anticamera degli appartamenti di Ygraine. Al mio cenno, le due guardie si disposero ai lati della porta, mentre io mi addentrai nelle camere della Regina. Giunsi in una stanza, rude come qualsiasi altra a Caer Mos, in cui la penombra era rischiarata soltanto dalla luce della luna che filtrava da un lucernario. Al centro della stanza, su di un letto di pellicce, sedeva una bambina dai capelli corvini scompigliati guardandomi con occhi vacui. Stringeva fra le braccia un fagotto. Un fagotto che si agitava e piangeva. Arthwr. Mi apprestai con cautela.

«Morgaine» sussurrai.

Nella sua blusa sbottonata, la bambina non ebbe alcuna reazione. Continuava a tremare. Nell’avvicinarmi mi accorsi che non le stavano battendo i denti, ma che parlava sottovoce: nella Lingua Antica. Il piccolo Arthur continuava a piangere. Un brivido mi scrollò la spina dorsale. Con l’indice sollevai il mento della bambina, scrutandone il viso alla luce della luna. Era sudata e aveva gli occhi dilatati.

«Per le lunghe dita di Lugh» dissi, riconoscendo un quei segnali la mano degli Dei.

Sfilai con delicatezza Arthur dalle braccia di Morgaine e la strinsi a me. D’improvviso, lei si riebbe: invocò il nome della madre poi iniziò a piangere. Le baciai la fronte sudata, chiedendomi se anche lei, come il fratello, avesse un ruolo nel Grande Disegno. D’istinto decisi che non potevo lasciarla lì e la portai via stringendole la mano tremante.

Tornai indietro scoprendo che i miei uomini combattevano per il controllo delle scale. Imbottigliati alla base, i britanni premevano per risalire, ma gli irlandesi li tenevano in scacco.

«Via, via» urlai. «Fuori di qui, presto.»

Gli irlandesi, trattenuti dalla mia assenza, si lanciarono con un ruggito giù dalle gradinate. Il clangore delle spade crebbe, costringendo i britanni a difendersi. Un calcio spezzò la guardia di uno degli uomini di Uther che rotolò giù per le scale. Nella confusione di chi cercava di oltrepassarlo e inciampava trovando la morte sulle lame insanguinate degli irlandesi, ci aprimmo un varco. Nascondevo Arthur fra le pieghe del manto e trascinavo Morgaine costringendola al mio passo. Gli irlandesi mi fecero ala sui fianchi, spingendomi avanti, poi si richiusero trattenendo i britanni dal seguirci, infine ci vennero dietro guardandoci le spalle.

Il nostro manipolo avanzò in fretta, irrompendo nel cortile della fortezza. Un fumo oleoso, simile al respiro affannato di una bestia, si levava nel cielo dall’ala nord del palazzo. Appostati sulle torri di legno ai lati del cancello, una dozzina d’arcieri ci attendeva con gli archi tesi. Le corde schioccarono come fruste e alcuni uomini nelle avanguardie caddero con le gole trafitte dalle frecce. Ripiegammo in tutta fretta nella stalla che sorgeva su un lato del cortile. Nonostante gli irlandesi cercassero di coprire la ritirata improvvisando degli scudi, le frecce continuavano a sibilare e qualcuno stramazzò colpito fra le scapole. Ci fu uno scambio concitato di ordini, che non riuscii a seguire, impegnato com’ero a rassicurare Morgaine.

«Ci siamo quasi, bambina mia» le dissi con un sorriso affabile. Morgaine annuì, guardando con occhi sgranati gli irlandesi che trascinavano per le briglie i cavalli irrequieti. Mi fu portato uno stallone dal manto grigio.

«È il migliore che abbiamo trovato, signore» disse un irlandese con una ferita all’orecchio. Fui aiutato a montare direttamente sul dorso della bestia che scalpitava, strattonando furiosamente le redini.

«Un attimo» ansimai. «Ho bisogno di una sella, non so cavalcare a pelo.»

Il sangue scorreva sul viso del guerriero, arrossando la barba aperta in un sorriso sgradevole: «Ce la farete, signore. Gli Dei guideranno i vostri passi.» Braccia muscolose sollevarono Morgaine: la feci sedere davanti a me, mentre con un braccio cullavo Arthwr. Cercai di governare la bestia con lievi colpi di talloni, manovrando le redini in modo che si voltasse verso l’uscita.

«Dobbiamo dividerci, signore» fui informato. Il destriero grattò con gli zoccoli, scartò e guardò riluttante le porte della stalla che si aprivano sul cortile. «Noi fungeremo da diversivo per coloro che ci inseguiranno. Voi dovrete scappare fra i boschi.» Tutti gli irlandesi montarono su un cavallo, e molti tenevano anche le briglie di cavalli senza cavaliere. «Fate perdere le vostre tracce e portate in salvo il bambino.»

Mi sembrava un piano molto approssimato, ma ero sfinito e non ebbi modo di replicare. Morgaine si rannicchiò contro di me, mentre Arthwr piangeva e scalciava. Gli irlandesi incitarono i cavalli. Fu una partenza impetuosa: le prime line di cavalieri si lanciarono per il cortile, con gli altri destrieri che li seguivano a perdifiato. Udii i nitriti selvaggi delle bestie che mostravano il bianco degli occhi, i richiami degli irlandesi chini sui colli dei cavalli, e poi le urla dei britanni che spezzavano la formazione e lo schioccare ritmico degli archi. Mi piegai cercando di fare scudo col mio corpo ai bambini. La carica travolse i britanni e proseguì a folle velocità contro le porte sbarrate. Dal corpo di guardia si riversarono dozzine di guerrieri che tentarono di colpirci ai fianchi. Atterrito, scorsi i cavalieri rizzarsi sul dorso dei cavalli, tirando le redini con tutta la forza di cui erano capaci. I cavalli si impennarono, schiantando la porta. Mi precipitai all’esterno di Caer Mors con un misto di sollievo e preoccupazione: gli irlandesi manovravano con esperienza; adesso mi trovavo sul fianco della formazione che galoppava giù per la collina. Dietro di noi, i britanni superstiti si raggruppavano ma le loro figure urlanti si facevano via via sempre più distanti.

Eravamo in salvo.

La turma virò seguendo l’ansa del sentiero che proseguiva verso occidente mentre il mio destriero, eccitato dal tumulto degli eventi, proseguì la sua corsa inoltrandosi fra i campi di grano ondeggianti. Lasciai che corresse e abbandonai le redini, abbracciando con entrambe le braccia Morgaine e Arthwr. L’ultima cosa che udii alle mie spalle fu il saluto compito degli irlandesi.

Ero riuscito a sottrarre al Pendragon i suoi figli.

Il pensiero mi colpì, e subito realizzai l’inevitabile: avrebbe cercato di farmela pagare. Stranamente, non ebbi paura. Poteva avere me, mi dissi, ma non sarebbe riuscito a cambiare il corso degli eventi. Non più di quanto avrebbe potuto decidere su una tempesta. Il bambino sarebbe cresciuto, il suo nome avrebbe reso onore all’intera Britannia.

Così era scritto e così sarebbe stato.


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Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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