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Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, siamo lieti di ospitare per la prima volta Jack Sensolini, autore de Il ballo degli infami, il quale ci propone Il ciarlatano, un racconto grimdark fantasy di circa 15.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Autore

18013204_254621788278890_3402265679330541568_nGiacomo Sensolini (Cattolica, 1988) si è laureato in filosofia a Urbino con una tesi sull’evoluzionismo in psicologia. Vive a Riccione e lavora come designer freelance. Gli artisti che lo hanno influenzato maggiormente sono J.L. Borges, Alan Moore e Joe Abercrombie. Il ballo degli Infami è il suo romanzo d’esordio.

 


IL CIARLATANO

di Jack Sensolini

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1.

 

Aveva rubato per tutta la vita. Decise di rubare anche il passaggio che l’avrebbe condotta dall’uomo che, a detta di quella canaglia di suo padre, la vita gliel’avrebbe cambiata per sempre. Non che si fidasse di suo padre, questo mai. Ma andava anche detto che non aveva specificato se gliel’avesse cambiata in meglio oppure in peggio.

«Allora, sali o no?» La spronò l’armigero seduto affianco al cocchiere.

La ragazza ringraziò e salì sulla diligenza.

La accolsero due uomini. Uno giovane, l’altro meno. Entrambi ben vestiti, incipriati e imparruccati.

Lo sguardo di lei cadde sui gioielli. Deformazione professionale. Magari, se si fosse giocata bene le sue carte, avrebbe potuto anche cavarci qualcosa, oltre al passaggio. Si pentì quasi subito di averlo pensato. Con la stessa velocità, si ripentì di essersene pentita. Le vecchie abitudini erano dure a morire.

Il giovane ruppe gli indugi. «Cosa ci fa una bella ragazza come te sulla strada per Caldamattanza?»

«Non essere scortese, Norberto. Saranno affari suoi» lo bacchettò il vecchio.

«Mi ci ha mandato mio padre, devo incontrare un uomo.»

«Un uomo fortunato» commentò il giovane chiamato Norberto.

Lei finse imbarazzo. Sapeva che i giovanotti ricchi avevano un debole per le ragazzine ingenue. Era consapevole della sua bellezza, e soprattutto, sapeva come sfruttarla per trarne vantaggio. Anche se, in tutta franchezza, non era avvezza ai complimenti. Perlomeno non a quelli che non prevedevano denaro. Per denaro aveva venduto amici, fratelli, sua madre, persino se stessa. In questo era sempre stata tale e quale a suo padre. Ma un passato da ladra e prostituta non le avrebbero impedito di cambiare. E poi quel Norberto non era così male. Se non si fosse conciato come il figlio viziato di un conte, avrebbe anche potuto bagnarsi.

«Mettiti comoda, non ci vorrà molto» la rassicurò l’altro.

Non fece in tempo a ringraziarlo che si ritrovò la mano del vecchio sotto al vestito.

«Che fate?»

L’uomo le rispose con un sorriso viscido. «Niente per cui valga la pena scandalizzarsi, ragazzina. Sono sicuro che ci sei abituata.»

«Toglimi le mani di dosso» strillò. D’istinto cercò lo sguardo di Norberto.

Il giovane si voltò dall’altra parte. «Non ti smentisci mai, babbo.»

«Che ci vuoi fare, mi capita sempre così quando raccatto una puttana.»

I momenti successivi furono confusi. La ragazza ricordò la cipria e la pelle del vecchio sotto alle unghie, le risa sguaiate di Norberto, l’affanno del suo aggressore che le assestò un pugno in bocca, un altro nelle reni. Senza fiato, aprì lo sportello e tentò di gettarsi dalla carrozza, ma l’uomo l’afferrò per i capelli. Lei affondò i denti nel suo collo grinzoso, sentì il sangue colargli in gola assieme al trucco, poi la carne che si staccava. L’uomo gridò e la colpì di nuovo, lei incassò bene e puntò dritta alle palle. Strinse più forte che poté. Il vecchio lanciò un grido disperato, mentre il figlio se la ghignava della grossa.

«Ti sta facendo a pezzi, babbo.»

«Zitto e dammi una mano, idiota di un Landini.»

La ragazza gli si aggrappò al braccio, aprì lo sportello con un calcio e si buttò giù, portandolo con sé.

La caduta fu più morbida del previsto, l’osso del collo del suo aggressore attutì la maggior parte dell’impatto. Le ruote della diligenza finirono il lavoro: la testa del vecchio fu decapitata di netto.

«Babbo! Babbo!» Ululò Norberto, in preda a una crisi di nervi. «Fermate il carro» sbraitò ai suoi «fermate il carro e inseguite quella zoccola!»

La ragazza si rimise in piedi e se la diede a gambe, senza voltarsi indietro. Si rese conto solo dopo di stringere qualcosa nella mano sinistra: un anello. Deformazione professionale. Le vecchie abitudini erano dure a morire. Se lo incastrò tra i denti per saggiarne la fattura. Oro vero, con inciso uno stemma impreziosito di veri rubini.

Lo strinse nel pugno e non lo lasciò più.

La sua sagoma sbilenca si perse tra gli alberi.

Vagò nella foresta per giorni. Le ossa doloranti per l’aggressione e la caduta. Non si preoccupò troppo per aver ucciso il vecchio. In cuor suo sapeva di aver compiuto crimini peggiori. Quel viscido bastardo se l’era meritato. L’anello era il giusto pegno per l’oltraggio subito. Tutto sommato dormì piuttosto bene, non aveva mai patito il freddo e le giornate non furono così rigide come si aspettava. In compenso, mangiò poco e male, bevve acqua sporca e guasta. Tenne duro, e nel mezzogiorno assolato di un giorno qualunque di fine inverno, raggiunse la contea di Caldamattanza.

Non proprio con i migliori auspici.

2.

La ragazza si mescolò tra la folla.

«Quest’uomo è un ciarlatano, non dategli retta» pontificò l’evirato.

Mormorii a destra e a sinistra.

Il prete proseguì il suo sermone. «Non è un mago, tantomeno un indovino. Un falso profeta, ecco cos’è. La piaga della stregoneria è stata debellata dai messi della Rota secoli fa. Solo al Sommo Reggente è concesso il privilegio di scrutare parte del Grande Sogno dell’Eterno-dio-dormiente.»

Una popolana si fece avanti. «A me aveva detto che le galline me le avrebbe mangiate una volpe. E così è stato.»

Un altro si fece coraggio e parlò. «A me ha detto che la scrofa moriva di parto, e così è stato.»

«Questa è semplice fortuna» replicò il prete di riflesso. «Iattura, nel peggiore dei casi. Ascoltatemi, dobbiamo cacciare il ciarlatano da Caldamattanza prima che faccia estate. Ha portato con sé morte e sventura. Attira solo guai. Il conte Landini è stato assassinato nella sua diligenza solo qualche giorno fa. Il colpevole non è stato ancora trovato. Se è un vero indovino, perché non ci indica l’assassino?»

Il conte Landini? Bestemmiò la ragazza tra sé e sé, maledicendo la cattiva sorte.

«Lasciamo che parli.»

«Sì, sentiamo cos’ha da dire.»

Il ciarlatano si fece largo tra la gente. Era vestito con abiti malconci. Poco più che stracci rattoppati. Barba e capelli trascurati, calzari troppo grandi per i suoi piedi.

Tutti attesero che parlasse, in silenzio.

Era un uomo normale, con una voce normale. «Non ho nulla da dire, a parte il fatto che la prossima estate non ci sarà nessun saccheggio da parte dei re barbari. Chiedo solo di essere lasciato in pace.»

Il doselita fremeva. «Dunque neghi di essere un mago?»

«Non lo nego.»

«Mostra la tua arte. Qui e ora, davanti a tutti.»

«Purché sia l’ultima volta.»

Il prete si sfregò le mani. Indicò tra la folla. «Tu.»

La ragazza ebbe un sussulto. Il giovanni stava indicando lei?

«Sì, sì. Proprio tu, straniera. Ti ho notato, prima, quando sei arrivata. Nessuno ti conosce, a Caldamattanza, e vedo che tra le mani custodisci gelosamente qualcosa. Ti prego, vieni qui e lascia che il nostro mago ne indovini il contenuto esatto.»

Per quanto volesse, non poteva declinare l’invito, avrebbe destato troppi sospetti.

Il prete la posizionò davanti a tutti. «Tieni pure le mani tese davanti a te, e mostra i palmi solo dopo la previsione del nostro indovino… Ah, quasi dimenticavo, come ti chiami?»

Bella domanda, si disse. Se doveva ricominciare una nuova vita, doveva farlo con un nuovo nome. Ma la sua nuova vita sarebbe durata poco, se mezza contea di Caldamattanza l’avesse scoperta con l’anello del conte assassinato di fresco. Doveva inventarsi qualcosa, e doveva farlo in fretta. «Fiammetta» disse senza pensarci.

«Bene» annuì il prete «e cosa vede il nostro indovino nel futuro di Fiammetta?»

Il ciarlatano attese che tutti facessero silenzio, poi, quasi senza sforzo, sussurro: «fuoco.»

Dopo qualche secondo d’imbarazzo, esplose una risata, che contagiò il resto dei presenti. Prete compreso.

«Buona questa, ciarlatano. E ora dimmi, cosa nasconde nella mano sinistra la nostra bella straniera?»

Ancora silenzio. Tensione. Trepidante attesa.

Il ciarlatano chiuse gli occhi e agitò le braccia, tracciando strani simboli nell’aria. Bisbigliò parole blasfeme, apparentemente prive di significato. Sgranò gli occhi e tuonò: «niente!»

Sguardi perplessi. Bocche spalancate.

Fiammetta aprì i palmi: vuoti.

Ululati di stupore.

Il prete era incredulo. Quasi quanto lei. Le si avvicinò per controllarle le mani. La tastò ovunque. Nonostante tutti i suoi sforzi, la ricerca non portò risultati. Dovette rassegnarsi.

«Avete avuto la vostra dimostrazione» concluse il ciarlatano. «Ora, se non vi spiace, avrei degli affari da sbrigare.»

Fiametta lo vide allungare il passo e liquefarsi tra le case. Proprio come un vero mago.

Decise di seguirlo. Dopotutto, quell’uomo le aveva appena salvato la vita.

E, cosa più importante, se aveva fatto sparire l’anello, doveva anche conoscere un modo per farlo riapparire.

Deformazione professionale. Le vecchie abitudini erano dure a morire.

3.

 

«Ehi tu, fermati!»

Non ricevette risposta

Vide il mago infilarsi nella bottega di un sarto. Fiammetta si fermò per osservarne la vetrina. Vi erano esposti solo indumenti femminili. Entrò.

«L’abito è pronto, sir Baldassarre» comunicò la sarta. «Le misure sono quelle che mi ha indicato.»

«Molto bene» annuì il mago, che pagò il dovuto.

«Baldassarre, allora è questo il tuo nome» esordì Fiammetta.

«Uno dei tanti, sì. Ora, se non hai di meglio da fare, perché non ti provi questo?»

«Il vestito?»

«Cos’altro dovresti provarti? Tuo padre mi aveva detto che eri sveglia, ragazzina.» Gli passò l’abito, quasi tirandoglielo addosso. «Vedi di non farmi ricredere.»

«Mio padre?… Ma quindi tu sei…»

«Non puoi girare per Caldamattanza vestita a quel modo, non dopo quello che hai combinato lungo la strada. Qualcuno potrebbe riconoscerti. Ah, quasi dimenticavo, prendi questa lista» gliela infilò in una manica del vestito «prima di raggiungere la mia lussuosa dimora, luogo in cui alloggerai per i prossimi anni, passa a comprare queste cose, mi servono. Metti tutto sul mio conto, ci penserò io a saldare.»

«Materiali per le tue magie?»

«La ricetta per la peperonata» e detto questo, Baldassarre si congedò.

Fiammetta, nel dubbio, gettò via i vecchi stracci e s’infilò nell’abito nuovo. Non era granché, un po’ troppo femminile per i suoi gusti, ma comunque meglio di niente.

Inutile a dirsi, le calzava a pennello.

4.

 

Fiammetta visse i mesi successivi nella casa di Baldassarre. Svolse per lui i lavori più umili, obbedì pazientemente a ogni sua richiesta, con la promessa che, quando l’avesse ritenuta pronta, il mago le avrebbe insegnato i segreti della sua arte. Trattenne come pegno l’anello del conte assassinato, e giurò di custodirlo gelosamente, assieme all’identità del suo assassino. Qualora Fiammetta avesse deciso di lasciare la sua casa, Baldassarre promise di restituirglielo. Ma giurò che per nessuna ragione avrebbe tradito il suo segreto.

Sempre più persone frequentavano la casa del mago, portando con sé richieste sempre più bizzarre. Per quanto possibile, Baldassarre li accontentava, ma era molto parsimonioso nel dispensare la sua arte, che a detta sua esigeva un prezzo molto alto. Uguale e contrario, ripeteva di tanto in tanto. Per questo, la diceria che fosse un ciarlatano si diffuse sempre di più, e con sempre più convinzione.

Quando la ragazza si avvicinava per chiedere spiegazioni o insegnamenti, il mago le rispondeva con frasi ambigue e perculamenti. La metteva in guardia sul fatto che prima o poi, lui l’avrebbe messa davanti a una prova, e se lei l’avesse superata, finalmente le avrebbe aperto le porte della conoscenza.

Presto arrivò l’estate, e come predetto, non ci furono saccheggi. Nessun orda barbarica scese dalla Terra dei Molti, quell’anno.

Fu di nuovo inverno, più e più volte, e Fiammetta non aveva ancora appreso nulla dell’arte del maestro. Stanca di aspettare inutilmente, infastidita dalle risposte ambigue e dai comportamenti burberi di Baldassarre, pretese che l’anello del conte le fosse restituito e lasciò per sempre la casa del mago, che denigrò pubblicamente, additandolo come ciarlatano.

Poco dopo sedusse un uomo, gentile, onesto, e soprattutto ricco. Molto ricco. Non lo amò mai. Si sposò, non ebbe figli. Non ne ebbe a pentirsene. La sua vita, per diversi anni, fu mediamente felice, sicuramente spensierata.

Baldassarre, al contrario, cadde in rovina.

Un giorno, in compagnia del marito, Fiammetta venne fermata da un mendicante, che allungò una mano verso di lei, in cerca di misericordia. La donna riconobbe immediatamente il vecchio maestro, ma scansò il suo braccio con disprezzo e passò oltre, fingendo di non conoscerlo.

Ma si sa, le vecchie abitudini sono dure a morire. Nella magione di un amico del marito, durante un banchetto, Fiammetta fu sorpresa a rubare dei preziosi, e nelle sue stanze fu ritrovato l’anello del conte, assassinato sulla strada per Caldamattanza molti anni prima. Durante il processo, Norberto dei Landini, divenuto conte egli stesso, riconobbe in lei l’assassina del padre.

Come pena per i crimini di Fiammetta, venne scelto il rogo.

5.

 

Baldassarre si tenne a distanza dalla folla radunata per l’esecuzione. Nessuno fece caso a lui, dopotutto era solo un mendicante curioso. Un vecchio ciarlatano.

Fiammetta era legata a un palo di legno. Sotto di lei, la pira. Norberto dei Landini reggeva in mano una torcia. A fianco a lui, l’evirato annuiva severo.

«La contea di Caldamattanza ha accolto questa donna come una figlia. Ricordo bene quando arrivò. Mio padre, in uno dei suoi ultimi atti di bontà, l’aveva invitata nella sua carrozza, offrendole un comodo passaggio. Lei lo ha ripagato togliendogli la vita, depredando il suo cadavere. Si è mischiata con la nostra gente, ha continuato a mentirci e a derubarci, ridendo di ognuno di noi. Oggi, finalmente, verrà ripagata per tutte le sue malefatte.»

Calmate le grida dei presenti, il doselita si prese la scena. «Quali sono le tue ultime parole?»

Tutti tacquero.

«Ti chiedo perdono, Baldassarre. Non avrei mai dovuto abbandonarti.»

«Tutto qui?» Domandò Norberto.

Fiammetta annuì, tra le lacrime.

«In virtù dei poteri concessimi da BraterCarlo dei Carte re di Abadonia, io, Norberto dei Landini conte di Caldamattanza, ti condanno alla morte sul rogo.»

«Ricongiungiti al calore del padre» recitò il doselita.

Nell’eccitazione collettiva, il conte gettò la torcia sulla pira, che tardò a divampare. Le fiamme, invece di aumentare, parvero placarsi.

Il conte si fece accendere un’altra torcia. Niente. Ne seguirono altre.

Nello stupore generale, la pira non ardeva.

Qualcuno, alle sue spalle, sentì un grido. Si voltarono tutti.

Il mendicante stava bruciando vivo.

«È Baldassarre» gridò il prete «il ciarlatano.» Ma subito se ne pentì.

Corde sciolte e una pira intonsa.

Fiammetta era scomparsa nel nulla.

Aveva superato la prova. Era finalmente pronta per apprendere gli arcani segreti dell’arte di suo padre.


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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