Crociera

Mi chiamavo Aloysius Butor e nacqui nel villaggio piccardo di Le Quesnoy, nel 149., da famiglia oscura ma non vile. […]

Con la dura fatica e il buon cibo – lo zio non mi misurava né l’una né l’altra – crebbi muscolosissimo. Ero di media statura, avevo ampie spalle e la testa piccola e perfettamente rotonda.

A furia di batter lame e piastre, e di ascoltare i discorsi degli avventori, venni a desiderare di passar la vita a usarle, le armi, piuttosto che a fabbricarle”. (1)

Pochi lettori saranno in grado di riconoscere nello stile apparentemente spontaneo e “facile” di questa narrazione la voce inconfondibile di Beppe Fenoglio. Conosciuto soprattutto per i suoi romanzi ambientati durante la lotta partigiana, Fenoglio ha scritto anche molto altro: novelle di stampo verista, il romanzo neorealista La paga del Sabato, addirittura una raccolta di epigrammi. La prova più lampante della capacità di adattare il proprio stile a differenti temi e materie sono però i racconti fantastici raccolti in Una crociera agli antipodi, breve antologia uscita per i tipi di Einaudi nel 2003 a cura di Luca Bufano.

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(Dovendo parlare di Fenoglio, si dà spesso per scontato che tutti conoscano alcune informazioni essenziali su questo scrittore. Non sempre è così.

Piemontese, nato nel 1922, partecipò alla Resistenza militando dapprima in una formazione comunista, poi in una “azzurra” ispirata a Giustizia e Libertà, movimento antifascista che non riuscì nel dopoguerra a proseguire con successo la propria storia politica, stritolato tra i due grandi schieramenti del P.C.I. e della D.C. Dopo un iniziale periodo di difficoltà a reinserirsi nella società civile, Fenoglio fu assunto nel 1947 presso un’azienda vinicola di Alba come impiegato, lavoro che mantenne per tutta la vita. Appassionato di letteratura e cultura anglosassone fin dai tempi del Liceo, durante gli anni del regime aveva immaginato la Gran Bretagna come il simbolo di un altro mondo possibile, opposto a quello squallido e ridicolo in cui il fascismo costringeva a vivere gli italiani. Questo particolare non è privo di conseguenze stilistiche: anche nel dopoguerra non riuscì a scrivere se non in inglese, solo dopo traduceva in italiano le sue pagine. La morte lo colse a a quarantun anni, nel 1963, ma aveva già prodotto alcuni dei romanzi più coinvolgenti e meno retorici della letteratura italiana: Il partigiano Johnny, Primavera di bellezza, Una questione privata, L’imboscata).

La raccolta Una crociera agli antipodi comprende quattro racconti recuperati dalle cartelle del Fondo Fenoglio di Alba.

Nel pregevole saggio introduttivo Luca Bufano analizza il rapporto di Fenoglio con l’opera di Edgar Allan Poe e riesce a trovare una linea alla Poe che passa attraverso la produzione maggiore dello scrittore piemontese. Se la metafora del Maelstrom appare nel Partigiano Johnny, e Ligeia è citata in un passo de Una questione privata, lo stile di Poe sembra esercitare la sua massima influenza in questi quattro racconti di genere fantastico. Tre dei quali, seguendo il modello indicato dal capostipite dell’horror e del giallo, sono in prima persona.

Quella che dà il titolo alla raccolta è una storia marinaresca ambientata nel ‘700. L’equipaggio di una nave inglese è costretto ad affrontare una burrasca tremenda in pieno Oceano. Il narratore giovane e inesperto di fronte allo scatenarsi della natura perde tutto il coraggio e viene salvato da un vecchio marinaio; in seguito scopriamo che ha mentito sulla sua vera identità, e forse non meritava di essere salvato.

Il letterato Franz Laszlo Melas (incompiuto) racconta dei rocamboleschi tentativi del protagonista di accedere alla grande festa annuale dei principi Lazarsky, dove potrà finalmente coronare i suoi sogni di gloria. La festa è già iniziata e Franz si affretta per raggiungerla, ma viene ostacolato da tutti i personaggi che incontra: un sarto ebreo che si perde in descrizioni senza fine, alcune ragazze che lo corteggiano, soldati che gli sbarrano il passo, un traghettatore tradito nell’amore che si sente vicino alla morte. Le maggiori fonti di ispirazione di questo racconto sono il Poe dei racconti grotteschi, inoltre, almeno secondo chi scrive, è evidente l’influenza di Kafka.

La veridica storia della Grande Armada (incompiuto) racconta di come il Re di Spagna Filippo II scelse per guidare la flotta inviata contro la Gran Bretagna non l’ammiraglio più capace, ma il più religioso. Questa strategia, sul cui bizzarro impianto teorico tornerò in seguito, produrrà una disfatta clamorosa.

Parliamo ora del racconto che apre il presente saggio, il più interessante per chi vuole approfondire la conoscenza delle opere di fantasia prodotte nel nostro paese: la Storia di Aloysius Butor.

Questa, in breve, la trama: rimasto orfano, Aloysius viene allevato da uno zio armaiolo che lo impiega nella sua bottega. Obbedendo a un irrazionale desiderio di avventura un giorno il giovane scappa e si arruola come mercenario presso la libera compagnia del capitano Arnaut.

lanzichenecchi

Viene affidato a Kaspar, un vecchio venturiere boemo “con diciassette cicatrici” che lo addestra nell’arte della spada e della picca. In seguito una ferita da spingarda porta il vecchio mentore sul letto di morte. Prima di lasciare per sempre il suo allievo Kaspar trova il tempo di profetizzargli un’ottimo futuro: come mercenario il lavoro non gli mancherà, perché l’Europa sta per essere insanguinata dalle guerre di religione tra protestanti e seguaci del Papa, che dureranno più di trent’anni. Dato l’ultimo saluto al vecchio, Aloysius si arruola con le armate del Duca di Stettino; qui cominciano per lui i guai. Tra le truppe si aggirano infatti più di cinquecento monaci dell’Inquisizione, che combattono come ossessi e passano il resto del tempo a spiare i soldati e controllare che il loro comportamento non si discosti dall’ortodossia cattolica; instaurando, di fatto, un regime di terrore. Nella sua condizione di angosciata solitudine, Aloysius immagina di parlare con il morto Kaspar e di sfogarsi con lui:

Kaspar – solevo dirgli – questi monaci non mi piacciono. Non mi piacciono, ma li temo. Non temevo così il capitano Ernzer, che sia punito anche all’inferno. Ma li temo, e oggi stesso, lo dico con vergogna, come uno di loro mi passò accanto, io finsi di star recitando le orazioni, per voglia che quello mi approvasse e sorridesse. Infatti così fece e io arrossii come brace. Questi frati – che se non vado errato non si vedevano più tra i soldati dai tempi favolosi delle Crociate – hanno tutto cambiato nel nostro mestiere. Per loro l’odio val meglio della perizia, e tu sai che non può esservi snaturamento e insulto più grave per il nostro mestiere.” (2)

Questa scena fantastica, come ha brillantemente notato Luca Bufano (3), è la trasposizione di un tema più volte affrontato da Fenoglio nella sua produzione maggiore e realista.

Johnny, il protagonista del famoso romanzo, ha incontrato nell’Italia sconvolta dalla guerra civile qualcosa di molto simile a quei monaci dell’Inquisizione. Nel suo primo periodo di lotta partigiana, quello passato tra i “rossi”, ha avuto a che fare col commissario Nemega, che cercava di indottrinare i combattenti e convertirli all’ideologia comunista, distogliendo tempo ed energie da quello che sarebbe dovuto essere essere la loro attività principale, ossia la lotta contro il fascismo. Tutto ciò per Johnny era assurdo: i partigiani dovevano condividere il valore dell’antifascismo; ogni altra questione politica era da rimandarsi a dopo, a quando l’Italia sarebbe stata liberata.

In un altro racconto, intitolato Il padrone paga male (poi utilizzato come decimo capitolo dell’ottimo romanzo L’imboscata), il protagonista incontra un alter ego di Nemega che lo mette alla prova con una serie di dilemmi morali che gli fanno venire “il sudore in fronte a venti gradi sotto zero” (4) e “un cranio doppio di quello di Mussolini” (5). Sarebbe disposto, gli chiede, ad uccidere degli innocenti pur di affrettare la vittoria degli Alleati? Sacrificherebbe le vite dei suoi genitori pur di uccidere dei fascisti? Lascerebbe che la sorella adescasse un tedesco e ci andasse a letto, per prenderlo di sorpresa e ucciderlo? Gli chiede, insomma, se per la causa antifascista è disposto a sacrificare la propria umanità. Mentre per il commissario tutte queste azioni sono giuste e necessarie, secondo il partigiano che subisce l’interrogatorio, come per Johnny (e per Fenoglio) una lotta che si combatte con questi mezzi avrebbe già perso in partenza. La libertà la si deve prima di tutto trovare dentro se stessi; non è sottomettendosi acriticamente a un’ideologia, amputandosi, castrandosi per adattarsi ad essa, annullandosi in essa, che si può vincere.

partigiane

Un messaggio che negli anni ’50 e ’60 era senz’altro originale e coraggioso. Durante il periodo della guerra fredda le donne e gli uomini di tutto il mondo venivano attratti da due campi magnetici opposti e inconciliabili, ognuno portatore di un preciso sistema di valori: America e Urss. Il capitalismo degli U.S.A. e il comunismo di Stalin erano ideologie interessate a fare continuamente nuovi adepti, molto meno a permettere loro di crescere come esseri umani completi. Solo alcuni, secondo la metafora di Eugenio Montale, hanno trovato la forza di rivendicare la propria libertà di coscienza e l’autonomia dai chierici rossi (del PCI) e da quelli neri (cioè i cattolici della DC). Per molti la fedeltà a una delle due ortodossie ha contato più di quella dovuta a se stessi, con poca differenza da quanto avveniva sotto il totalitarismo nazista e quello fascista. Si può aderire a un movimento o a un partito per bisogno di appartenenza, o perché si amano i valori che rappresenta e si odiano i contrari, ma è davvero giusto smettere di porsi delle domande? Giusto dare ragione a priori a quelli della propria parte, sostenerli anche quando sappiamo che non ce l’hanno, o se li vediamo commettere delle ingiustizie? Lascio le risposte al lettore, che stabilirà i dovuti collegamenti con l’imbarbarimento dell’attuale scena politica italiana, e chiudo con un’osservazione più pertinente allo sword&sorcery.

Nel dramma della propria vicenda biografica (non dimentichiamolo: Beppe Fenoglio a ventidue anni ha rischiato la vita per combattere l’esercito nazista, il più spietato e tecnologicamente avanzato dell’epoca) lo scrittore ha trovato un nocciolo di significato che ha voluto consegnare alle sue pagine “realiste” (oggi si direbbe “mainstream”), ma che ha messo in primo piano anche nei racconti fantastici. Perché tutto questo? Un’ipotesi potrebbe essere la seguente: gli era impossibile fare altrimenti.

Questione privata

Scrivere è una cosa seria. Comporta una certa responsabilità nei confronti del lettore. Si portano via minuti della sua vita, occorre dargli in cambio qualcosa. Un’esperienza il più possibile vera, e profonda.

Se parliamo di sword&sorcery, è ovvio che guerrieri stregati, mostri giganti e stregoni zombie non sono reali. (Il discorso non cambia se parliamo della letteratura cosiddetta mainstream. Madame Bovary è reale? Renzo Tramaglino lo è?). Un metodo di lavoro potrebbe essere quello di trattarli comunque, il più possibile, come tali. Di farli confrontare con problemi e temi che davvero ci interessano e ci coinvolgono.

Pensiamo ai racconti di Howard, ai romanzi di Moorcock. Pensiamo agli eroi di Tolkien, alle fantasie macabre di Clark Ashton Smith. Basta un minimo di sensibilità per ammettere che alla base di questi capolavori del fantasy non c’è un semplice capriccio dell’autore; la loro origine va ricercata nelle ossessioni che riguardano da vicino la personalità, i caratteri, a volte (ma non sempre) la vicenda biografica degli autori (6). Al contrario, per ogni fantasy che lasciamo sullo scaffale dopo le prime pagine, quante volte ci sembra che l’autore sia il prima a non credere in quello che racconta?

Scriviamo o leggiamo un racconto ambientato in un mondo di fantasia: questo acquisisce per noi spessore e sostanza se tocca gli argomenti che ci interessano davvero. Se parla di ciò che crediamo di avere capito sul grande mistero che ci circonda. Delle cose che ci fanno arrabbiare davvero, o ci emozionano. Di quelle che ci tengono svegli la notte.

Più che una legge generale (difficile stabilirne, in letteratura) è una questione su cui spero che gli aspiranti scrittori di sword&sorcery italiano vorranno meditare. Tutto ciò potrà fare solo bene alla salute dei barbari, dei mostri e degli stregoni che popoleranno i loro racconti. E di conseguenza, probabilmente, anche all’umore di chi li leggerà.

Andrea Berneschi

Note:

  1. Beppe Fenoglio, Storia di Aloysius Butor, in Una crociera agli antipodi e altri racconti fantastici, Einaudi, Torino, 2003, p. 15

  2. Ivi, p. 21

  3. L. Bufano, Nota ai testi, in B. Fenoglio, op. cit., p. 73

  4. B. Fenoglio, L’imboscata, Einaudi, 1992, p. 87

  5. Ivi, p. 88

  6. Interpretare un testo letterario è sempre un’operazione complessa; come tutti sanno, uno degli errori più gravi che un critico può fare è quello di attribuire automaticamente all’autore i pensieri, l’ideologia o le passioni dei suoi personaggi.


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Scritto da Andrea Berneschi

Andrea Berneschi è nato ad Arezzo nel 1977. Fa parte della Redazione della webzine Filmhorror.com, è membro della Horror Writers Association. Ulteriori informazioni e l'elenco completo delle opere pubblicate si trovano sul blog: https://andreaberneschi.wordpress.com/

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