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Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare Fabio Andruccioli, autore esordiente e membro dell’Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery, il quale ci propone La valle dell’ombra, racconto di fantasia eroica, di circa 20.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


La valle dell’ombra 

di Fabio Andruccioli

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 “Dobbiamo scendere in quella valle, padre. Le orme del cinghiale vanno in quella direzione” gridò il cacciatore mentre rapido correva per raggiungere il crinale.

Alle sue spalle, un uomo cercava di tenere il passo, sbuffando.

“No, figlio mio, è meglio non scendere nella Valle dell’Ombra. Sediamoci qualche minuto, ho bisogno di rifiatare. Non sono più l’instancabile cacciatore di un tempo. Alla tua età avrei potuto salire fin quassù saltellando su una gamba sola”. Completò la frase con una leggera malinconia.

“Guarda, sai perché la chiamano Valle dell’Ombra? Il giorno non è ancora concluso ma la valle è al buio. Essa è stretta e le montagne la circondano completamente. Ci sono periodi dell’anno in cui non viene mai illuminata dalla luce del sole. Un tempo veniva chiamata Eolae, quando ancora gli elfi e le altre razze camminavano su questa terra”, iniziò a raccontare l’uomo.

“Ma chi vivrebbe mai in un luogo del genere?”

Ispezionò il volto del figlio, comprendendo di aver suscitato la sua curiosità.

“Ricorda, nelle tenebre è più facile nascondersi, soprattutto a sé stessi. Fuggitivi, assassini e disperati vivono nella Valle. Esiste un Re, da qualche parte, stregoni e maghi, per quello che ne so. Non sono mai sceso da questi pendii per verificarlo. Conoscevo dei mercanti che commerciavano con gli abitanti e mi hanno confermato che, nonostante le dicerie, ci sono anche persone per bene che hanno deciso di ricominciare una nuova vita dopo lutti e tragedie, trovando nuovamente la felicità tra le ombre.”

Il ragazzo cercò di mettere a fuoco il fondo della valle, ma non ci riuscii.

“Possiamo addentrarci solo per qualche metro? Il necessario per verificare se il cinghiale abbia proseguito o se sia tornato sul crinale.”

Il padre lo guardò severamente, come a sottolineare i suoi dubbi, poi cedette.

Si addentrarono nel bosco seguendo le tracce dell’animale. Ma la foresta era troppo fitta e la luce troppo scarsa. L’aria si fece tremendamente fredda. Il padre chiamò il giovane, che si era allontanato per seguire la pista. Seguì le impronte e lo raggiunse poche decine di metri più avanti, immobile.

“Che cosa hai fatto? Perché non rispondevi? Torniamo indietro, non mi piace questo bosco e, soprattutto, non mi piace questa valle.”

Vide il ragazzo girarsi, gli occhi spenti così diversi da quelli vispi e curiosi di suo figlio.

“Padre, non preoccuparti per me. Il buio di questa valle è come l’oscurità che permea il mio cuore. Sediamoci qui, attendiamo che la notte cali e facciamoci tramortire dal freddo pungente che la accompagna.”

Il freddo arrivò, alle spalle dell’anziano cacciatore che, ancora confuso dalle parole del figlio, si abbandonò alla disperazione.

La Sala del Consiglio era gremita quando il Governatore apparve sulla porta. Calò il silenzio al suo ingresso. Allen Doyle era famoso per essere un ottimo compagno di bevute ma un uomo di cui temere la collera. Anche lui, come tanti alla Cittadella di Valle dell’Ombra, aveva un passato oscuro. Si sedette sulla sua sedia intorno al tavolo e prese parola.

“Mi avete svegliato da un sogno bellissimo, ero in un luogo dove il sole riscaldava le mie vecchie ossa tutto il giorno e per tutte le stagioni e le donne erano bellissime e nelle taverne la birra era omaggio della casa. Vedo delle facce lunghe. Torrold, tu che non hai mai paura di niente, dimmi cosa sta succedendo”.

Un uomo alto e possente alzò lo sguardo verso il Governatore, poi si voltò verso due guardie armate.

“Non perdiamo tempo, fate entrare i due cacciatori”.

Un uomo di una certà età e un ragazzo furono condotti nella sala. Non avevano né ferite né segni sui loro corpi, solo un’apparente velo di tristezza.

“Quindi?” riprese il Governatore, “mi potete dare spiegazioni?”

“Se posso, vorrei parlare!”

Dal nulla, sotto gli occhi delle guardie agli ingressi della Sala, era apparsa una tetra e oscura figura incappucciata. La sua voce era tonante e la maggior parte dei presenti rabbrividì. Ma non Allen Doyle, che sapeva esattamente chi aveva di fronte.

“Certo, non posso certo impedire che il grande stregone Mosaelm ci illumini.”

In quel momento, l’uomo tolse il cappuccio rivelando una faccia rugosa definita da una barba grigia, corta come la portavano gli stregoni del suo ordine.

“Questi uomini sono vittime di un sortilegio. Essi hanno perso ogni felicità, gioia e passione. Guardateli, gusci riempiti solo di tristezza e disperazione. Qualcuno di voi ricorderà l’uomo più anziano, in particolare i mercanti qui rappresentati da diversi membri della gilda. Egli è Yosef, il cacciatore che vive a poca distanza dalla fine della valle. Dai vostri gesti di assenso capisco che ora lo riconoscete. Il ragazzo è suo figlio.”

“Ma cosa può averli ridotti in questo stato mago?” riprese Doyle. “Cosa dobbiamo fare per fare in modo che questa… epidemia… non dilaghi?”

“Ha centrato il punto, Governatore. Questi sono solo i primi ad essere stati ritrovati a vagare per i nostri boschi, ma la creatura che ha compiuto questo abominio è ancora libera, ne sento la presenza all’interno della valle. Esso non è umano ma è fatto di carne e ossa. Viene chiamato il Tormentatore, per ovvi motivi. Dovete inviare qualcuno ad ucciderlo, un guerriero che abbia già conosciuto la disperazione e che ne sia sopraffatto. Qualcuno che abbia imparato a convivere con l’angoscia.”

“E dove lo troviamo un uomo del genere? Probabilmente impiccato alla trave di un soffitto. Siamo nella Valle dell’Ombra, è vero. Qui ci sono persone che hanno subito ogni tipo di perdita o che scappano dal loro passato. Ma, le persone, sono qui per ricominciare e il mio ruolo come Governatore è di proteggerle. Ho deciso, invierò i miei tre guerrieri più dotati a cercarlo, se voi, stregone, avete altro da dire, parlate ora.”

“Qualcosa” riprese Mosaelm “penso di poter ancora dire”.

L’uomo alzava e abbassava ritmicamente la sua ascia, mentre i ciocchi di dura legna cadevano ritmicamente sul terreno. La lanterna illuminava la piccola porzione di giardino che circondava la sua baracca, la nebbia definiva il limite della sua guardia. Fino a che un’ombra non si presentò al suo cospetto.

“Rivelati, intruso. Non sarà la nebbia a nasconderti ai miei occhi. Affrontami se è quello che desideri. Altrimenti vattene dal mio terreno”, esclamò il possente taglialegna.

“Lyon Rus, nessun uomo oserebbe sfidarti, soprattutto quando in mano porti la tua vecchia ascia. Vedo che ti tieni in allenamento, nonostante tutto.”

Dalle ombre emerse la figura alta e incappucciata che Lyon Rus riconobbe immediatamente.

“Mosaelm. Perché ti presenti alla mia porta? Porti oscuri presagi con te, devo supporre.”

“Il futuro è come il bosco intorno alla tua casa, Lyon. Sai che è lì, ma la nebbia degli eventi lo nasconde alla vista. Una creatura si aggira nella Valle e ho bisogno del tuo aiuto per sconfiggerla.”

“Vedo nei tuoi occhi la paura, vecchio. Se un uomo così potente trema al pensiero di quello che si nasconde tra gli alberi e i villaggi, deve essere qualcosa di tremendo come la disperazione stessa. Perché sei venuto a cercare proprio me? Non puoi combattere da solo le tue battaglie?”

“Ho bisogno di te, Lyon, per quello che è successo a Samtia e al piccolo Chaia” disse indietreggiando l’anziano stregone.

Come un lampo squarcia la notte, come una lama incandescente, i ricordi tornarono a violentare la mente e l’anima di Lyon Rus. Ma fu solo un attimo, un istante di eterno e infinito dolore.

“Perché chiami in causa il mio passato, vecchio? Cerchi di evocare la rabbia nascosta nel mio stomaco con le tue parole, ma la mia ascia è riposta ed ora solo la legna è sua vittima” e, finendo la sua ultima frase, fece cadere di nuovo l’arma sulla legna, spezzando un grosso ciocco in due parti identiche.

“Non mi burlo di te, guerriero. Perché questo tu sei: un combattente. La creatura a cui stiamo dando la caccia è un Tormentatore. Vedo che non sai di cosa stiamo parlando. Questo demone si nutre di tutti i sentimenti positivi degli uomini, rendendoli delle vuote carcasse senz’anima…”

“Continui a burlarti di me, vecchio. Il mio cuore non ha più conosciuto felicità, da quando la malattia si è portata via mia moglie e mio figlio. Ai tuoi occhi sono una carcassa?”

“No, Lyon” riprese con tono paterno “conosco la tua sventura. Hai provato un grande, immenso dolore, che ti ha privato della gioia di vivere. Ma tu potevi sopportarlo, tu sei sopravvissuto. Ma la cicatrice che porti nella tua anima ti rende l’uomo perfetto per combattere il Tormentatore. Se non provi più gioia, divertimento, desiderio o amore, con che cosa potrà mai ferirti questo demone? Esso è fatto di carne e sangue e può essere sconfitto. Io partirò oggi alla ricerca di una spada magica che potrà permetterti di eliminare per sempre quella creatura. Ma solo tu puoi maneggiarla senza riamanerne influenzato”.

“Stregone non ho alcun motivo per aiutarti in questa battaglia. La mia vita è fatta di contemplazione e isolamento. Uccido solo per mangiare, vivo solo per rispetto di coloro a cui ho tolto la possibilità di continuare a respirare.”

“Guerriero, so che non hai desiderio di rivalsa, né vuoi essere un eroe. Queste sono emozioni che hai abbandonato. Ma sai quanto dolore e disperazione può provare l’uomo, ti chiedo solo di fare in modo che altri non diventino vittime del tuo stesso destino. Parlo alla tua mente, non all’oscurità della tua anima. Il Governatore ha formato una squadra di ricerca, se decidi di aiutarci, presentati al palazzo e cerca di proteggerli fino al mio ritorno. Se la tua risposta rimane negativa, non posso fare altro per convincerti”.

Lyon Rus fissò il ciocco davanti a sé e colpì di nuovo. Quando rialzò lo sguardo, lo stregone Mosaelm era sparito.

Quella notte non fu come le altre. Lyon Rus non riusciva ad addormentarsi. Osservò quieto fuori dalla sua finestra. Guardò il buio, un cielo senza stelle. Uscì al freddo, camminando lentamente in direzione del pozzo, la lanterna traballante nelle mani. Con un mestolo di legno bevve qualche sorso dal vecchio secco e si soffermò sul suo riflesso, sulla sua barba lunga e sui suoi occhi infossati. Un fantasma rispetto al grande guerriero che un tempo era stato. Un uomo morto da anni. Con un grido di rabbia e disperazione, prese la sua decisione.

La squadra di ricerca era composta da giovani soldati di leva e da alcuni mercenari che nascondevano i loro peccati nella Valle dell’Ombra. Il Governatore prese la parola.

“Uomini della Valle, abbiamo un compito gravoso sulle nostre teste. Un essere maledetto si aggira per i nostri boschi e abbiamo il dovere di fermarlo. Combatteremo fino all’ultimo uomo. Mosaelm tornerà presto con un’arma magica capace di distruggere il Tormentatore, ma noi siamo forti e fieri e non abbiamo bisogno dei suoi trucchetti da stregone. Tra di voi ci sono veterani e cacciatori, oltre a giovani di belle speranze. Facciamo vedere chi siamo, dimostriamo il nostro valore!”

“E tu, Allen Doyle, farai parte della spedizione o ti limiterai a nasconderti e ad ubriacarti come ogni giorno della tua miserabile vita?”

La piazza divenne ad un tratto silenziosa, dalla strada che portava fuori dal paese, apparve una figura maestosa. Un uomo alto più di due metri, con una grossa ascia legata alla schiena. L’armatura di cuoio, sopra la veste nera, lo rendeva un oscuro e minaccioso miraggio. La barba del giorno precedente era sparita mentre i lunghi capelli erano nascosti dall’elmo di duro metallo.

“Che io sia maledetto se non è Lyon Rus quello davanti a noi. Dovrei farti impiccare per la tua insolenza ma oggi sono di buon umore. Desideri partecipare alla spedizione con i miei uomini? Mosaelm ci contava ma io sapevo che ti eri rintanato nella tua casetta al limitare del bosco a piangerti addosso…”

“Fai silenzio Governatore”, pronunciò queste parole con una calma terrificante. “Sono qui solo perché conosco il dolore e la disperazione, cose che un opportunista e narcisista come te non può comprendere. Ti chiedo di fermare questa spedizione, rimandare questi ragazzi e questi uomini alle loro case. Attendi il ritorno di Mosaelm e lascia a me questa ricerca, sono l’unico che può portarla a compimento.”

La folla ora invadeva la piazza e rumoreggiava. Tutti attendevano la reazione del Governatore. Ma Doyle si limitò a ridere.

“Se desideri partecipare, aggregati ai mercenari, avrai la tua parte di paga come tutti gli altri. Tornate vittoriosi, tutti quanti. Il Consiglio ripone la sua fiducia in voi.”

Lyon Rus lo guardò allontanarsi, lo aveva provocato sperando di farlo desistere, che la sfida lo avrebbe portato a inviarlo da solo come ripicca per l’offesa subita, ma era troppo spaventato. Allen Doyle sapeva che la squadra di ricerca rischiava di non tornare ma, allo stesso tempo, non poteva accettare che Mosaelm si prendesse il merito della sconfitta del Tormentatore. Da sempre, il Governatore era convinto che lo stregone volesse prendere il suo posto come regnante di Valle d’Ombra. Doveva tentare anche se sapeva che era una missione suicida. E, per quanto frustrato dalle risposte di Lyon Rus, aveva deciso di ingoiare il rospo sperando, grazie al suo aiuto, di riuscire a prevalere sul demone.

La squadra di ricerca proseguì il cammino per tutto il giorno, fino a che l’oscurità divenne totale e anche il leggero riflesso luminoso del sole fuori dalla Valle sparì. Si fermarono e si accamparono, accendendo fuochi per riscaldarsi. Lyon Rus rimaneva in disparte, in silenzio. Durante tutta la giornata parlò solo con gli esploratori, cercando con la sua esperienza delle soluzioni utili. I mercenari lo rispettavano, i soldati lo temevano, ma nessuno si avvicinava a lui. Il guerriero era convinto che fosse un bene.

Stava osservando il cielo, come se la sua mente fosse distante dalle cicatrici del suo corpo, quando si accorse di un vento freddo che lo avvolgeva.

Si voltò verso l’accampamento, appena in tempo per vedere i fuochi che si spegnevano come candele. Si alzò con l’arma in pugno, mentre gli altri membri della spedizione si guardavano tra loro confusi.

Una figura apparve al centro del campo, era il Tormentatore. Ma non era solo.

Intorno a lui apparvero altri esseri, che nel buio sembrarono sei agli occhi di Lyon Rus. Davanti a lui, gli uomini lasciavano cadere le armi, piangendo e gridando. I Tormentatori stavano usando il loro potere.

Il Guerriero corse e colpì il nemico più vicino. Mosaelm aveva ragione, su di lui il potere dei demoni non aveva effetto. Ma rimase deluso quando scoprì che la sua ascia non riusciva a ferirli.

Intorno a lui era calato il silenzio, i suoi compagni erano caduti stremati. Vivi, certo, ma non nello spirito. Lyon Rus conosceva quella sensazione e provò pietà per loro.

Intanto i demoni, infuriati contro il guerriero ma soddisfatti del loro bottino, se ne andarono. I fuochi ripresero vigore, ma gli altri membri della spedizione erano perduti. I loro occhi fissavano il vuoto, incapaci di provare gioia per essere sopravvissuti all’attacco, senza alcun desiderio di tornare alle proprie case. Lyon Rus capì di aver fallito, di nuovo.

“Lyon Rus.”

Sentì chiamare il suo nome, mentre percorreva il solitario sentiero che dalla Cittadella lo avrebbe riportato alla sua casa.

“Riconosco la tua voce Mosaelm, arrivi tardi.”

“No, Lyon, non è troppo tardi.”

Come una leggera nebbia portata dal vento, lo Stregone apparve davanti al guerriero.

“Sono tutti in quello stato. Non è vita, ma non è neanche morte. Li hanno fatti salire su dei carri e li hanno riportati a casa. Qualcuno ha tentato il suicidio, Mosaelm, cuori che non hanno retto ad un’esistenza fatta solo di dolore e tristezza. Ora li tengono rinchiusi come criminali, per evitare che facciano del male a sé stessi e agli altri. Tutto perché io ho fallito, nonostante il fallimento sembri essere l’unica costante in questa mia troppo lunga vita.”

“No, guerriero. Se tu non fossi stato con loro, probabilmente sarebbero morti. I Tormentatori non si limitano a privare le persone dei loro sentimenti più limpidi, ma le torturano fino a togliere loro la vita. Non pensare a quei due cacciatori di cui ti hanno parlato: era una trappola architettata per portare dei valorosi uomini fuori dalle mura della Cittadella. Ci hanno portati a pensare che solamente un demone si aggirasse per i boschi, quando invece erano molti di più. La tua forza, la tua resistenza ai loro poteri, li ha confusi e spaventati. Non hai potuto ucciderli, ma li hai messi in fuga. Ora è arrivato il momento di completare quello che hai iniziato.”
E, su queste parole, estrasse una lunga spada dalla lama nera.

Mosaelm era stato chiaro. Lo aveva accompagnato fino all’ingresso della grotta. Le tracce lasciate dai Tormentatori erano chiare: quella doveva essere la loro tana.

“L’ultima volta” si disse mentre brandiva il pesante spadone a due mani. La luce della luna gli permise di addentrarsi fino a numerosi passi all’interno della cavità, poi decise di utilizzare la magia che lo Stregone gli aveva affidato. Lanciò in aria la polvere contenuta in un piccolo sacchetto di pelle e si accorse che essa risplendeva, rimanendo sospesa come se stesse galleggiando su un un corso d’acqua.

E così li vide, i sette Tormentatori. Ridevano di lui, lo sbeffeggiavano per farsi coraggio. Non potevano torturarlo con i soliti mezzi, ma potevano ucciderlo.

Lyon Rus chiuse gli occhi, concentrandosi sul suo dolore e sulla sua tristezza, traendo da essi la forza interiore che da tempo non poteva più ricevere da altri sentimenti come amore, gioia o rabbia. Come un manto invisibile, si sentì cullare dalla sua malinconia, allontanando il tormento e la disperazione dal suo cuore.

La spada si muoveva nelle sue mani con agilità. I primi tre Tormentatori caddero subito, colti di sorpresa. Gli altri gridando si lanciarono contro il guerriero. Lyon Rus sembrava danzare, mentre la lama nera penetrava i corpi dei demoni. Sangue scuro e maleodorante imbrattava le millenarie pareti della grotta, mentre uno ad uno essi perivano.

Quando uscì dalla grotta, ancora ricoperto dai liquami dei Tormentatori, si sentì per un attimo più quieto. Consegnò la spada a Mosaelm che non proferì parola. Lyon Rus si incamminò, solo, lungo la strada di casa.

La piazza era in festa, un’orchestrina suonava musiche da ballo. Ogni cittadino aveva portato candele e lanterne per illuminare la Cittadella.

Mosaelm passò tranquillo tra gli abitanti, camminando senza essere visto.

“Governatore, sono tornato.”

Allen Doyle non si era fatto mancare l’occasione. Era ubriaco e stava molestando alcune giovani fanciulle con frasi volgari e allusioni.

“Stregone, prenditi un boccale di birra. Sono tutti guariti, guarda là i nostri soldati, i mercenari che erano partiti per la missione. Sono tutti rinsaviti! Alla faccia tua, vecchio menagramo.”

Mosaelm lo osservò per un attimo e recitò una strana formula, in una lingua sconosciuta e antichissima. il Governatore rinsavì immediatamente, uscendo dal suo stato di ebbrezza.

“Ascoltami, Doyle. Lyon Rus ha sconfitto i Tormentatori usando la Spada Nera di Weistmainster. Non ci ha solo liberati dai demoni, ma ha anche restituito la felicità a chi l’aveva perduta. Per questo essi sono guariti.”

“Senti vecchio, pensi che mi importi seriamente come sono andate le cose? A questa piazza dirò che i nostri soldati hanno combattuto e hanno sconfitto i Tormentatori e che, dopo un piccolo periodo di malattia dovuta all’incontro traumatico con i demoni, sono finalmente guariti. E il merito sarà solo ed esclusivamente il mio. Vedi da qualche parte il tuo protetto? Lyon Rus è un fantasma. Egli è più morto di sua moglie e suo figlio. Siamo nella Valle dell’Ombra e lui ha deciso di sparire, di non esistere. Perché dovrei lasciare il merito a qualcuno che non ha neanche la capacità di goderselo? Ora sparisci, Mosaelm, prima che ordini alle guardie di…”

Non riuscì neanche a concludere la frase. Lo Stregone era sparito.

Al di là del bosco, la luce di una lanterna illuminava il giardino di una casa isolata. Un uomo, lentamente, tagliava dei grossi ciocchi di legna con la sua vecchia ascia. Solo dopo qualche minuto si ferma, il tempo necessario per dissetarsi al vicino pozzo. Ma qualcosa di strano, di nuovo, attira la sua attenzione quando, illuminato dalla luna, vede il suo riflesso specchiarsi nelle limpide e scure acque.


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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