Recensione di Andrea Berneschi, già apparsa in Filmhorror.com

 

MARI_1

 

Recanati, periferia dello Stato Pontificio. L’anno è il 1813, quello che precede il Congresso di Vienna. Il giovane conte Orazio Leopardi tiene un diario nel quale registra gli avvenimenti che giorno dopo giorno avvengono nel palazzo nobiliare in cui vive con la famiglia: le sfuriate della mamma, i dibattiti eruditi incoraggiati dal padre Monaldo, i giochi con Paolina e l’altro fratello, Tardegardo Giacomo, capace di portare col suo anticonformismo un guizzo di intelligenza e di ironia nelle stanze del paterno ostello.

 

Orazio nota che il fratello, già avviato verso una promettente carriera letteraria, inizia a comportarsi in modo sempre più strano. Passa la maggior parte delle sue giornate tra i volumi della biblioteca paterna, impegnato a scrivere un Saggio sugli errori popolari degli antichi, ma a volte appare invaso da una forte inquietudine, persino da un’agitazione psicomotoria che lo obbliga a sgranchirsi le membra in affannati esercizi ginnici; questo si verifica soprattutto durante le fasi di luna piena. Nella campagna marchigiana, nel frattempo, viene avvistato un lupo di grandi dimensioni che fa strage di pecore ed esseri umani, tra i quali il promesso sposo di una certa Teresa Fattorini, che passerà alla storia della letteratura col nome di Silvia.

 

LEOPARDI
Se pensiamo alla quantità di scritti che il poeta recanatese ha dedicato alla luna (oltre ad alcuni brani del Saggio sopra citato, ricordiamo almeno Cantico notturno di un pastore errante dell’AsiaAlla lunaDialogo della terra e della luna), ai paesaggi notturni descritti nelle sue opere, alle riflessioni sugli animali (felici, perché non conoscono la noia e la morte) o sulle popolazioni primitive (felici perché vivono a stretto contatto con la natura) e persino a certe sue frasi misteriose (“Immortalità selvaggia” compare negli Esercizi di memoria, poi ripresa da Volponi come citazione introduttiva de Il pianeta irritabile), non sembrerà poi molto strano vederlo nei panni in un lupo mannaro. Che si tratti del più “lunare” tra i poeti italiani non ci sono dubbi, persino l’Edizione Einaudi dei Canti ha in copertina una luna piena.

 

licantropia

Io venìa pien d’angoscia a rimirarti (1990) è uno dei migliori romanzi fantastici italiani degli ultimi decenni; non solo per la geniale idea che sta alla sua base, ma soprattutto per il modo in cui viene sviluppata. Michele Mari evita ogni caduta nel weird facile e fine a se stesso o nella parodia, mette invece al centro della sua opera il mistero, lavorando per sottrazioni e allusioni. Il testo è infestato da un’idea, che meno viene esplicitata dall’autore più risulta percepibile, non diversamente da quanto avviene in L’incubo di Hill House della Jackson.

È veramente un licantropo, Giacomo, o lo agita solo la smania di fuggire dall’ambiente bigotto e repressivo in cui è nato? Può davvero trasformare il suo corpo in quello di un lupo sanguinario o è venuto a contatto, affacciandosi all’abisso della propria interiorità, con una parte della sua mente primitiva e selvaggia, col suo personale Mr. Hyde?

 

creepin

 

La figura dell’uomo lupo è spesso comparsa nel cinema e nella letteratura con risultati qualitativamente inferiori a quelli di altri esseri sovrannaturali (vampiri, streghe, zombie, fantasmi); leggendo questo libro viene da pensare che il problema sia soprattutto di prospettiva, e che nuove potenzialità siano pronte ad attivarsi per gli autori dotati di coraggio. Chi l’ha detto, per esempio, che il licantropo sia di per sé meno aristocratico del vampiro, e vada rappresentato puntando sullo splatter e sull’efferatezza? Il racconto del lupo mannaro di Landolfi (non a caso sembra essere una delle figure di riferimento di Mari), per esempio, è un capolavoro licantropico di stile ed eleganza.

 

Io venìa pien d’angoscia a rimirarti ci restituisce un Leopardi vivo e tridimensionale, lontano dal bignami che a volte ne fa la scuola (la prima edizione precede di trent’anni il film Il giovane favoloso); tra gli altri pregi dobbiamo accennare alla ricca bibliografia interna di avvistamenti licantropici (da Omero, a Virgilio, a Petronio, ai manuali degli inquisitori, etc.); infine c’è la lingua, mimesi perfetta dell’italiano ottocentesco ma pienamente comprensibile a chi abbia un minimo di dimestichezza coi libri.

Ma forse il miglior complimento che si può fare all’autore è che, se lo stesso Leopardi potesse leggere questo romanzo, probabilmente si riconoscerebbe in pieno nel suo personaggio. E si divertirebbe tantissimo.

 

 

Andrea Berneschi

Scritto da Andrea Berneschi

Andrea Berneschi è nato ad Arezzo nel 1977. Fa parte della Redazione della webzine Filmhorror.com, è membro della Horror Writers Association. Ulteriori informazioni e l'elenco completo delle opere pubblicate si trovano sul blog: https://andreaberneschi.wordpress.com/

2 comments

Rispondi