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Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Laura Silvestri,  che ci propone Luna nera, racconto fantasy di circa 25.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Luna nera 

di Laura Silvestri

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Camminavano piano in mezzo alla campagna, alla luce d’una torcia che bruciava fioca nell’aria gelida e immota.

Fra loro si chiamavano Nonna e Ragazzo, anche se non condividevano più legami di parentela di quanti ne corrano tra un’anguilla di mare e un falco pellegrino. Ciononostante, era arduo incrociare l’uno senza l’altro: nei bassifondi della Città Vecchia, la fame e la guerra creavano strani compagni.

Nonna arrancava appoggiata al suo bastone: aveva la pelle come cuoio duro, macchiato e consunto, su cui spiccavano due occhi d’un ceruleo acquoso. I capelli radi e bianchi cadevano lungo le gote spigolose, fino al mento appuntito e al collo torto.

Ragazzo non aveva mai saputo da quanto tempo fosse al mondo, né se ne curava.  Divideva la sua vita tra prima e dopo l’incontro con Nonna. Prima di lei, non aveva avuto neppure quel semplice nome. Cresciuto nei vicoli, non era che uno dei tanti monelli che, in piccole bande, tiravano sassi e tagliavano borse, sperando di finire per qualche giorno nelle prigioni della Città Alta, dove si mangiava meglio che per strada.

Era stato grazie a Nero, il suo gattaccio, che il bambino aveva conosciuto Nonna. Quando il cane del beccaio gliel’aveva aperto in due come una lepre da sviscerare, Ragazzo aveva recuperato a suon di calci la carcassa, già mezza divorata, e s’era messo a fissarla, accovacciato all’angolo della via. La vecchia, che passava aggrappata al suo bastone, s’era ingobbita a guardarlo. «Era amico tuo?», aveva gracchiato. Ragazzo aveva annuito, tirando forte su col naso. «Lo rivuoi?», lei aveva sussurrato allora con un filo di voce. Gli occhi del bambino s’erano fatti sconfinati.

Adesso, Nonna, Ragazzo e Nero camminavano per la via a sud. Quella che portava al cimitero.

Non era mai troppo trafficata neppure in pieno giorno, figurarsi in momenti come quello, quando il cielo era come pece. La luna nuova era uno spettro che s’agitava fra le stelle.

Ragazzo apriva la strada reggendo alta la torcia. Il gatto zampettava dietro di lui, un fagotto di bende maleodoranti che suppuravano di umori. Spuntava dalle stoffe solo il muso appuntito, non più nero ma cinereo e macilento.

La vecchia li seguiva, più lenta dell’animale zoppo e incerto. Le vesti scolorite e sfilacciate frusciavano a ogni passo.

L’aria notturna pareva intrisa d’un pallore tetro, un aroma insalubre che invitava la gente a starsene a casa. Ragazzo rabbrividì nella mantella lurida. «Nonna, ti par questa la notte buona per far cicorie al cimitero, che non si vede a un palmo?», chiese con un filo di voce.

La donna scosse il capo. «Non andiamo a coglier erbe». E pure ce ne sarebbe stato bisogno, che la dispensa della misera stamberga era quasi vuota. «Ho una cosa da fare, una supplica. E una vecchia come me deve chiedere con la luna nera, che ascolta e aiuta chi cammina poco avanti alla Morte.» Si fermò a riflettere un momento. Poi aggiunse: «Tienilo a mente: se devi pregare, fallo con la luna che cresce. È quella buona per i giovanetti.»

Ragazzo cercava di ricordare tutto quello che Nonna gli insegnava, trucchi buoni per campare: a far decotti e infusi nella pentolaccia, spennare polli e cacciare rospi. E pure un poco a leggere, ma a scrivere no, perché Ragazzo era duro a intendere e non gli riusciva di tenere come si deve la penna d’oca. Nonna lo faceva pure ramazzare, perché doveva imparare ad aver cura della roba che, un giorno, sarebbe stata sua.

Alla sera era sempre stanco, e gli restava poco tempo per giocare con Nero. Non che la bestia si trastullasse volentieri: da quando era tornato, il gatto non faceva che starsene al sole. Non cacciava più topi né tordi, però, se Ragazzo s’allontanava, gli andava dietro come un’ombra. «Ora che è stato dall’altra parte», Nonna gli aveva spiegato, «sarà fedele per sempre. O, per lo meno, finché un carro non lo tira sotto una volta per tutte.» Per farglielo riavere, Nonna aveva letto dal libro nero, quello al quale Ragazzo non si poteva avvicinare.

Anche quella sera, prima di uscire, la vecchia era rimasta a lungo china su quel suo tomo. S’intristiva ogni volta che lo faceva. Forse è davvero una strega come dicono, Ragazzo pensava a volte, ma non gli importava. Chiunque fosse, s’era presa cura di lui per anni. Non s’era mai tirata indietro, anche se col tempo era divenuta debole e sottile, poco più d’un mucchio d’ossa tenute insieme dalla volontà.

Ora ch’erano arrivati al cimitero, poi, gli sembrava quasi prossima a svanire, curva sul bastone e coperta dal cencioso manto grigio. Pareva che la Morte le stesse accovacciata sulla gobba, alitandole fra i capelli di stoppa.

Nonna gli si affiancò, quasi a voler dissipare quei suoi tetri pensieri, si appoggiò al suo braccio e gli indicò la via fra i sentieri costeggiati da alberi pizzuti.

Passarono i campi di terra ancora smossa dove s’ammucchiavano e seppellivano i caduti senza nome; poi vennero i prati della gente comune, con le croci di legno e a volte un fiore rinsecchito a decorare le tombe spoglie. Ragazzo guardava senza vedere, abituato com’era a frequentare quei luoghi alla ricerca d’erbe buone per impiastri e cataplasmi. Passeggiavano senza premura: la notte era lunga e nessuno li avrebbe disturbati.

Iniziarono a far capolino le lapidi dei comandanti che s’erano distinti per valore, i vessilli e le mostre incise sulla pietra nera e lucida.

E poi le sepolture dei nobili, i mausolei d’alabastro sovrastati da stemmi e arabeschi, e nomi infiniti incisi sulle pareti cesellate. Nonna sghignazzava ogni volta che li vedeva. «Non importa quanto ricca è la tomba» gli aveva detto una volta. «Gli Spiriti trovano comunque il modo per pigliarsi l’anima del morto e, se vogliono, per tormentarla.»

Era raro che si spingessero più lontani di così. Di solito, all’apparire dei piccoli templi dove riposavano i Sacerdoti, la vecchia sputava per terra e imprecava, e faceva per tornare indietro. Ragazzo sapeva perché: lei temeva e odiava l’Ordine. I tabarri azzurri dei prelati potevano esser splendidi, le fibbie col simbolo della Luna e del Sole una meraviglia di ricchezza. Ma, anche se lei non aveva mai spiegato, Ragazzo intuiva che quegli uomini dovevano averle fatto del male, molto tempo prima.

Arrivarono in fondo alla Passeggiata del Cimitero che l’alba s’avvicinava. Oltre le ultime colline si ergevano costruzioni antiche di cui il giovanetto aveva soltanto sentito mormorare: mausolei di genti trapassate da secoli, che credevano ad altri dei, crudeli e sordi a ogni supplica. Monticelli distorti di pietre secche, tumuli di sassi ricoperti da erbe aride e annerite si stagliavano contro un cielo impenetrabile. Pareva che anche le stelle si fossero spente, al loro cospetto.

Ragazzo trattenne il respiro, mentre Nonna lasciava il suo braccio e s’avvicinava a una costruzione dal tetto appuntito, mezzo sepolto nella terra. L’entrata della costruzione era una rientranza nel terrapieno, fermata da una gigantesca pietra arrotondata. Su di questa rimaneva la vaga incisione d’un simbolo corroso dal tempo e dal vento. Un confondersi di spire attorcigliate: Ragazzo non riusciva a distinguere altro.

«Siamo arrivati.» La voce di Nonna suonò debole, attraversata da un tremito.

«Chiedi allora, Nonna. Fa la tua preghiera alla Luna, che già non mi sento più i piedi dal freddo.»

«Non alla Luna, Ragazzo. La debbo fare a te, la mia richiesta.»

«A me? E dovevamo venire fin qui?». Gli occhi del giovane si spalancarono. «Dì, avanti. Sai già che t’obbedirò.»

La vecchia accennò un debole, raro sorriso. «Non è cosa da prendere a cuor leggero, questa. Non sei costretto a dir di sì, m’intendi?». Il ragazzo annuì, dubbioso, e lei continuò. «Non hai da sentirti in debito, ma se prometterai quel ch’io ti chiedo ora, su queste pietre, il mio spirito riposerà in pace quando non sarò più.»

Ragazzo ricacciò in gola un respiro strozzato. E annuì forte, per tre volte.

***

Dalla notte del giuramento, Nonna era invecchiata tanto. A Ragazzo pareva che il sollievo le avesse permesso di arrendersi, nella battaglia che dava ogni giorno alla morte.

Negli ultimi mesi, l’aveva sentita vaneggiare con gli occhi spalancati e fissi. Spesso, quando si coricava nel giaciglio accanto al braciere che lui teneva sempre vivo, sussurrava fra sé: «Ho un bravo figlio, io. Oh, che caro figliolo.» Ragazzo si commoveva, a pensare che la donna, pur nell’infermità, lo avesse tanto a cuore, e si prodigava come poteva per farla star bene.

Nero era ancora con loro: ogni tanto perdeva qualche pezzo, ma a suo tempo Nonna gli aveva spiegato che, finché la testa restava attaccata al collo, non li avrebbe lasciati. Ragazzo aveva imparato a ricucirlo con l’ago d’osso e il budello, tanto il gattaccio non si lamentava.

Durante l’ultima luna, Nonna se ne stava quasi sempre rannicchiata in un angolo. «Te la ricordi, la parola?», gli domandava quando incrociava il suo sguardo, gli occhi sempre più rossi e infossati nelle orbite. Ragazzo annuiva. Rammentava ogni cosa, del giuramento: lo straniero sarebbe venuto con l’eclisse, e i Sacerdoti avrebbe cercato di fargli del male. Ragazzo avrebbe dovuto proteggerlo, a qualsiasi costo, ed evitargli ferite mortali. Anche se l’altro gli sarebbe apparso forte, con la sua grande ascia, avrebbe dovuto aiutarlo in ogni modo possibile. E quando avessero trionfato insieme, lui gli avrebbe fatto una domanda in una lingua antica, la lingua del libro proibito, e Ragazzo avrebbe risposto con una sola parola. Non era difficile. Mancavano ancora sette anni: lui sarebbe stato uomo, per quel giorno. Mentre Nonna, vecchia com’era, sarebbe stata con gli Spiriti.

La donna raggiunse i suoi antenati una notte di fine inverno: passò le ore subito prima della sua dipartita a mormorare cose senza senso, gli occhi acquosi e ciechi fissi su un punto. Quando le mani contorte si fecero gelide, lui le sedette accanto, con Nero appallottolato ai piedi del letto che emanava lo stesso odore di fossa. «Bravo il mio ragazzo», la vecchia sussurrò,  un bisbiglio debole ma infine comprensibile. «Presto sarà tutto a posto.»

Con le poche forze che le restavano, gli posò le dita nodose sulla guancia, la prima, vera carezza che gli avesse mai fatto. «Mi perdonerai per quello che ho fatto, Andras?».

Le sue ultime parole rimasero senza risposta.

Ragazzo non seppe mai chi fosse Andras, ma gli parve un nome ammantato di dolore e pianto e non gli piacque. Gli lasciò addosso una vaga amarezza, e un brivido lungo la schiena. Di certo, non era il suo nome.

Così, quando anni dopo fu grande abbastanza per andare a bottega, come Nonna gli aveva chiesto di fare, il giovane lasciò che il mastro ferraiolo prendesse a chiamarlo Urso, dato che col tempo s’era fatto grosso e saldo, scuro di chioma e di cipiglio.

***

Il tempo venne e Ragazzo, o Urso, com’era oramai noto nella Città Vecchia, si preparò con cura. Lena, la garzoncella che aveva preso a girargli attorno, fermandosi alla bottega ogni volta che andava a lavar panni al fiume, l’aveva pregato di non fare azzardi. «L’ha detto il Sacerdote Massimo alla funzione», aveva sussurrato trattenendogli il braccio con inattesa familiarità. «All’ora della congiunzione, la protezione del dio Sole sul mondo si fa debole, e chiunque può esser preda di demoni e spiriti. Sta in casa, che non è  tempo per bighellonare.» Lei gli aveva sorriso speranzosa, senza sapere come mai lui non avesse accettato l’invito a passare assieme il giorno nero, in cui tutti erano dispensati dal lavorare. Le gote le si erano accese facendola apparire quasi bella, ma a Ragazzo non era importato: una promessa era una promessa, ed era cosa risaputa che le ragazze fossero paurose e credulone.

Si recò al cimitero la sera prima, e si nascose all’imboccatura del tumulo, come la nonna gli aveva chiesto durante il suo giuramento di ormai quasi un decennio prima. Mentre mangiava un pezzo di pane nero che aveva portato con sé, ripeté la parola nella mente: una volta, cento, mille, come una sinistra litania che lo fece scivolare, poco a poco, nel sonno. Si abbandonò con la testa contro la pietra. Sognò Nonna, con la sua espressione severa e gli occhi cerulei, mentre Nero, che non aveva voluto saperne di rimanere nella stamberga, vegliava sul suo riposo soffiando a ogni creatura della notte.

Al mattino, fu svegliato dal trambusto d’un gruppo di soldati che iniziavano ad accamparsi poco distante dalla tomba. Aprì gli occhi a fatica, mezzo accecato da quel sole pieno e arrogante, e s’accorse che no, non erano guerrieri quelli che lucidavano scudi e affilavano spade: il simbolo del Sole e della Luna, avvicinati in una mezza eclissi, era ricamato in oro e argento sui loro mantelli, riluceva sulle fibbie e sulle corazze. Ragazzo rimase immobile, acquattato nel suo nascondiglio, e Nero con lui. Non sapeva contare oltre le due decine, che non gli sarebbero bastate le dita di mani e piedi, ma il numero d’uomini non arrivava alla dozzina: la guerra imperversava ancora su due diversi fronti, e il Sacerdote Massimo di sicuro non aveva potuto assottigliare le schiere d’un più vasto manipolo. Al pensiero, Ragazzo sorrise compiaciuto: Nonna sarebbe stata felice di quello sviluppo.

I chierici parlavano poco fra loro e, quando lo facevano, era con sussurri brevi e sferzanti. Il nome che ripetevano era uno solo: Alakhai. Ragazzo non aveva idea di chi fosse davvero o perché lo temessero tanto, ma di sicuro doveva trattarsi dello straniero.

Quando non mancava più di un’ora all’eclisse, i sacerdoti più giovani iniziarono a impallidire, e quello anziano, con la tiara d’oro sul capo, li rimbrottò aspro. «Se Egli verrà, saremo pronti ad affrontarlo», tuonò, «e se non avrà coraggio di mostrarsi, sapremo d’aver vinto».

Ragazzo non capiva cosa il vecchio intendesse: con quei suoi occhi neri spiritati, forse non ci stava tutto con la testa. Lui si limitò a stringere nel pugno il manico del suo martello da fabbro, e attese.

L’eclissi apparve nel momento che Nonna aveva predetto: quando l’astro diurno non era ancora a un quarto della sua corsa nel cielo. L’ombra che iniziò a eroderne uno spicchio era densa e nera. Il giovane spalancò lo sguardo: non ricordava d’aver mai veduto nulla del genere. Il cono d’oscurità crebbe, salendo come la marea a divorare pezzi di sole. I prelati intonarono una preghiera. Era la prima volta che Ragazzo n’udiva una e gli parve un’assurdità: chi mai avrebbe potuto temere tanta bellezza? Il sole non lottava, s’inabissava e cedeva spazio all’ombra, e il cielo scuriva poco a poco, fino a che, a regnare sulla landa cinerea del cimitero, non restò che un anello sottile e fiammeggiante.

Il grido portentoso che risuonò, un istante dopo, zittì ogni litania.

Quasi che le ombre si fossero addensate in solida materia, un uomo apparve dove prima nulla esisteva, di fronte alla pietra del tumulo. Dava le spalle a Ragazzo, ed era alto quasi sette piedi. Avvolto in un mantello di pelliccia che ondeggiava appena nel vento notturno, la sua risata riecheggiava possente come il tuono. Lo Straniero: non poteva che essere lui, giunto per affrontare i Sacerdoti. Il giovane, ancora nascosto dietro l’ansa di pietra che copriva l’ingresso del tumulo, lo sentì ridere con fragore e levare alta una massiccia ascia da guerra. «Ecco il mio drappello d’onore», gridava, e la terra tremava al suo parlare. «Siete giunti ad accogliermi, vermi!»

Non appena il primo spicchio di sole riapparve nel cielo, i chierici serrarono gli scudi e partirono alla carica. Ragazzo udì un frastuono d’acciaio come pensava se ne potessero ascoltare solo nella fucina: lo straniero calciò uno degli assalitori con tale vigore dal farlo volare indietro di dieci passi, saltò posando il piede sullo scudo d’un altro e piantò l’ascia nel cranio d’un terzo. Con un grido di trionfo, la divelse dal cervello del morituro e decapitò un nuovo nemico con un colpo netto. La testa della vittima rotolò in terra, smarrendo il copricapo, e quello la calpestò.

Ragazzo sentì il sangue ghiacciarsi nelle vene, mentre non riusciva a muovere un passo. Quando uno dei giovani sacerdoti riuscì ad affondare la spada nel braccio destro dell’essere, egli non parve curarsene. Non perse la presa sull’arma, non imprecò per il dolore. Pareva insensibile a qualsiasi ferita e, sebbene sanguinasse già del rosso denso degli uomini, il giovane comprese che non c’era nulla di umano in lui. Lo vide uccidere colui che l’aveva colpito gettandolo in terra con uno spintone e crivellandolo di pedate sul volto, mentre l’ascia di nuovo volteggiava e trovava la via per il fianco d’un altro nemico. Le parole di Nonna gli riecheggiarono nella mente. Non lasciare che lo colpiscano. Fa di tutto perché non riceva ferite mortali. Ma mortali per chi? Poteva forse lo straniero morire?

Quando uno dei prelati aggirò la mischia portandosi alle spalle di Alakhai, non troppo lontano dal nascondiglio di Ragazzo, quest’ultimo prese la sua decisione. Non gli importava chi Egli fosse, se uno dei furiosi guerrieri del nord o un demone in carne ed ossa: se il sacerdote lo avesse pugnalato alle spalle nel modo giusto, avrebbe ricevuto una ferita letale. E lui aveva promesso, al cospetto delle pietre antiche e della luna nera.

Alzò il martello e colpì il cultista alla nuca.

Da quel momento in poi, fu solo un turbinare d’acciaio, sangue e grida. E odore di macello, ferro e cenere. Non ebbe bisogno di fare molto altro: lo straniero non si sorprese d’aver un nuovo alleato. Sentendosi le spalle coperte, proseguì la sua carneficina in un trionfo di sghignazzi. A Ragazzo non restò che difendere se stesso: tirò due colpi di martello alle gambe d’uno che lo minacciava, e Alakhai lo finì con la sua ascia, rossa del sangue delle sue vittime, più letale e affilata a ogni anima che mandava all’altro mondo. Possibile che provenissero sussurri da quell’arma indemoniata, o la mente lo stava abbandonando? Non ebbe tempo di curarsene: fracassò uno scudo a colpi di martello, e mirò poi al petto scoperto dell’avversario.

Soltanto al termine della carneficina si rese conto d’aver ucciso due uomini e d’averne ferito un terzo. Ma era l’intero stuolo di sacerdoti a giacere immobile ai loro piedi.

Il sole era tornato quello di sempre. Ragazzo vide gli occhi rosseggianti come braci dello straniero sorvolare annoiati le carni scomposte e sanguinanti che abbeveravano l’erba secca, e posarsi compiaciuti su di lui.

Alakhai appariva come poco più d’un fanciullo, ora che lo vedeva bene in volto: non più vecchio di lui, aveva biondi capelli simili a stoppa che s’arruffavano sul capo. Lo fissava, snudando i denti in un riso di trionfo: erano rossi anche quelli, vermigli di sangue nemico. «Lehamsul tar aumhclevaracasri?» tuonò infine, alzando l’ascia con un solo, possente braccio, e porgendogliela senza esitazioni.

Era giunto il momento, dunque. Ragazzo sentiva ogni fibra del corpo bruciare dal desiderio di voltarsi e correre via, ma aveva visto quell’essere combattere, e sapeva che non sarebbe andato lontano prima di far la fine dei sacerdoti. Nonna non gli aveva mai fatto immaginare una tale… ferocia, in colui che avrebbe dovuto aiutare.

Quando Alakhai fece un passo avanti, il giovane si accorse d’essersi orinato addosso. Non c’era altro che potesse fare. Si ripeté che Nonna non lo avrebbe mai messo in pericolo: non aveva altra speranza che quella, dopotutto.

Sospirò, preso fiato e schiuse le labbra. «Acasri», mormorò, afferrando l’ascia.

E subito il cielo si fece scarlatto, ed esplose dietro i suoi occhi.

***

Il ragazzo dai capelli biondi si guardò attorno, incredulo. L’altro, davanti a lui, si contorceva, si divincolava e tremava come se un veleno gli corresse per le vene. Indossava un mantello logoro, aveva corti capelli neri e il fisico massiccio d’un orso. Solo dopo lunghi, interminabili istanti, la figura parve acquietarsi e gli rivolse la parola. «E così, la vecchia ha mantenuto quanto promesso», esordì con un sorriso ferino. «Buon per te, Andras. Un po’ mi spiace, d’averti lasciato: siamo stati così bene, assieme. Ah, quante n’abbiam combinate!»

Il giovane ripeté incerto il proprio nome, rabbrividendo. «Andras?» Non ricordava nulla di sé. Forse qualche vaga, nebulosa memoria di quand’era stato fanciullo. «Mia madre?», sussurrò, assaporando quella parola come fosse la prima volta che la pronunciava. Improvviso, il ricordo di occhi grandi e azzurri emerse e spazzò via quella caligine tenebrosa dalla mente. «Dov’è mia madre?»

«Sotto tre metri di terra, ragazzo. È morta un decennio fa, la vecchia.»

Non era possibile. Ora che la ricordava, vedeva una donna nel pieno della gioventù. Forte, sana, con lunghi capelli biondi. «Stai mentendo, demone.»

«Oh no, è solo che sei un po’ confuso dal tempo trascorso assieme. E, dopotutto, lei non ti ha mai raccontato come andarono le cose. Non so se all’epoca fosse più idiota o più disperata, ad accettare un patto senza chiedere cosa volessi in cambio.» L’essere – Alakhai, Andras comprese in qualche maniera – rise fra sé e sé, aggiustandosi il ciuffo di capelli neri. «Era poco più che una ragazzina quando mi supplicò di liberarla dalle prigioni dall’Ordine. Voleva vendetta e libertà per le torture che le avevano inflitto, e io gliela diedi. Ammazzai ogni singolo sacerdote», brandì la sua ascia a mo’ di spiegazione «e le aprii la cella con uno schiocco di dita.»

«E cosa pretendesti poi, da lei?»

Le labbra di Ragazzo, ombrate di barba scura, si schiusero in un sorriso. «Questi vostri corpi son fragili: guarda come sanguini. Finite per rovinarvi presto. Volli il corpo del figlio che ancora non sapeva d’avere in grembo, frutto degli stupri dei Sacerdoti. Naturalmente, quando fosse stato forte abbastanza per ospitarmi. Sto parlando di te, idiota. Te, che dovresti ringraziarmi per averti strappato alle cure soffocanti di quella strega.»

Andras sentiva, per istinto, che Alakhai stava dicendo la verità. I ricordi prendevano posto poco a poco nella memoria: rammentava la vita fuori dalla Città Vecchia, la casupola addossata al ponte, sua madre che gli faceva raccogliere legna e bacche per l’inverno. E poi, più nulla. Non doveva aver avuto più di quindici anni quando l’essere s’era impadronito di lui, prendendogli ogni cosa. Si portò lo sguardo alle mani insanguinate. Vide braccia ancora forti, lisce. Non doveva essere invecchiato di molto, da allora. «Quanto sei stato… con me?»

«Quasi cinquant’anni. Poi, vent’anni fa, tua madre mi convinse che m’avrebbe trovato un altro corpo, uno più sano e forte di te. Le diedi appuntamento all’eclissi successiva, quand’io sarei stato al massimo del fulgore e ne avrei avuto maggior bisogno. M’aspettavo che fosse morta e sepolta per questo giorno. Lo è, in effetti, ma s’è dimostrata più scaltra di quanto non credessi.» L’essere si stirò nelle ampie spalle. «Non poteva darmi accesso al nuovo corpo giurando col sangue, stavolta, perché non si trattava più della sua progenie. Doveva far in modo che il nuovo ospite accettasse il patto. Di sua volontà. Non ho idea di come sia riuscita a fregare questo grosso bue, ma mi piace. È robusto e, anche se ora grida e si dispera, si adatterà meglio di te.»

Andras rimase immobile, mentre il demone gli voltava le spalle, quasi non avesse più alcun interesse in quei dialoghi. Scorse un fagotto di stracci sgattaiolare da un’ansa nella costruzione alle loro spalle. Forse un gatto, macilento e oltremodo vecchio. Alakhai ghignò di nuovo, mentre l’animale avvolto in bende si apprestava a seguirlo, titubante.

«Ah, streghe! Non fanno che appestare il mondo con la loro immondizia!» esclamò divertito e, senza indugio, alzò lo stivale e lo calò con forza sul capo della bestiola. Il rumore di ossa rotte risuonò nell’aria immobile, e dalla piccola testa uscirono materia grigia e vermi. Andras dovette trattenere un conato di vomito e, nel portare il braccio alla bocca, si rese conto del dolore che provava. Aveva molte ferite in corpo a cui badare, se desiderava sopravvivere. Si sfilò la corda che gli teneva i calzoni e la strinse meglio che poteva attorno al bicipite, come sua madre gli aveva insegnato… decenni prima.

Alakhai rideva parlando a se stesso, intanto che si allontanava nel sole pieno. «Ma cos’hai da piagnucolare, eh? Ti manca la tua ragazza?» , lo sentì biascicare. «Adesso l’andiamo a trovare. Vedrai che bella sorpresa le faremo!»

Il giovane si guardò intorno un’ultima volta, in mezzo al trionfo della morte, fra i cadaveri dei sacerdoti che tingevano di rosso la vallata. Chissà chi era quel tipo dai capelli neri, la nuova marionetta di Alakhai, si domandò. Ma subito dopo scosse il capo biondo: in verità, non gl’importava.

Piuttosto, doveva trovare la tomba di sua madre, e ringraziarla.

Dopotutto, per lui, la vita ricominciava.

FINE


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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