Articolo di Roberta Moretti, tratto da Antarès.


Vi sono mondi che prendono for­ma nello spazio mentale, si tra­sformano in immagini, idee, simboli, pensieri, storie e parole, per poi inserirsi all’interno della realtà esterna nella forma di un oggetto concreto. Nel nostro caso, un libro. Il libro viene poi letto, si diffonde insieme alle idee conte­nute, che divengono parte di una cultura, del pensiero di un’epoca. A differenza di quel compilatore di grossi libri descritto da Jorge Luis Borges nella prefazione a Finzioni(1), il cui faticoso delirio dispiega in cinquecento pagine un concetto la cui perfetta esposizione richiederebbe cinque minuti, lo scrittore argentino ha preferito scrivere «articoli brevi» su «libri immagi­nari». Tra questi troviamo il racconto su cui concentreremo la nostra attenzione, seguendo le tracce di un’enciclopedia che parla di un mondo immaginario, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius.

Insieme alle riflessioni critiche, tente­remo una sintesi del racconto: operazio­ne per niente semplice ma necessaria per avvicinarci a un testo che appare come un vero e proprio rompicapo. È l’incursione in un mondo in cui le regole del tempo e dello spazio sono modificate, costrin­gendo il lettore a scardinare i ferrei binari della consapevolezza ordinaria. La co­struzione narrativa si lega a teorie filoso­fico-scientifiche – ma anche matematiche e geometriche – connesse a dimensioni diverse dalla nostra, intuite dal narrato­re mediante un processo conoscitivo che presuppone studio e riflessione medita­tiva. Una volta appresa, la conoscenza necessita d’un linguaggio in grado di tra­smetterla. Come altri prima di lui, Borges affronta la sfida mediante il linguaggio narrativo, il cui strumento principe è d’al­tronde la facoltà immaginativa.

Gli indizi culturali presenti in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius offrono precise co­ordinate di riferimento: segnaliamo in primis Charles Howard Hinton (1853- 1907) e Johann Valentin Andreae (1586- 1654), i filosofi nominalisti e idealisti, tra cui George Berkeley (1685-1753) e il platonico Henry More (1614-1687). Nel racconto appare anche Arthur Scho­penhauer (1788-1860), con il primo volume dei Parerga und Paralipomena, e nella conclusione troviamo un accen­no all’Urn Burial di Thomas Browne (1605-1682). Pur non citato, trapela il Tertium Organon di Peter D. Ouspensky (1878-1947).

Il racconto si apre a vari livelli di lettura e comprensione, a seconda di quanto il lettore sia disposto a investire in un per­corso di conoscenza che, per usare una nota analogia, conduce aldilà dello spec­chio, in una sorta di mondo alla rovescia. Il risvolto è perlopiù epistemologico: una dimensione illusoria, immaginaria, si sovrappone lentamente alla realtà, alte­randola. È l’invenzione di un pianeta da parte dei membri d’una società segreta, con l’intento di modificare completa­mente la concezione del mondo, il modo di percepire la realtà.

1. Benvenuti a Tlön, Uqbar, Orbis Tertius(2)

Il racconto inizia introducendo un pa­ese misterioso denominato Uqbar, la cui scoperta è collegata a due oggetti sim­bolici, entrambi riferiti alla replicabilità insostanziale della realtà: uno specchio e un’enciclopedia. Grazie al primo, Adolfo Bioy Casares si rammenta di una frase at­tribuita a un eresiarca di Uqbar (forse un paese dell’Iraq o dell’Asia Minore) nella Anglo-American Cyclopaedia (New York, 1917), secondo cui «gli specchi e la copula sono abominevoli, in quanto moltiplica­no il numero degli uomini». Pur dispo­nendo di un esemplare dell’enciclopedia, Borges non trova la voce Uqbar citata dall’amico e dubita della sua attendibili­tà, finché non gli viene portato il libro con l’articolo: una ristampa del volume XLVI della Anglo-American Cyclopaedia. Ne ri­mane sorpreso perché questo Paese non è presente né negli atlanti di Justus Perthes (1749-1816), né negli indici cartografici del geografo tedesco Carl Ritter (1779- 1859). La citazione esatta è la seguente: «Per uno di questi gnostici l’universo visibile è illusione, o – più precisamente – sofisma; gli specchi e la paternità sono abominevoli perché lo moltiplicano e di­vulgano». Una frase che da sola racchiude la filosofia di centinaia di pagine.

Il narratore comincia a leggere con at­tenzione l’articolo su Uqbar, dove tra le varie cose se ne precisano nebulosamente le frontiere, costituite da fiumi, crateri e montagne. Vi è una sezione dedicata alla storia e una a Lingua e Letteratura, che è di carattere fantastico. Le sue epopee e leggende rimandano a due regioni im­maginarie: Tlön e Mlejnas(3). L’articolo riporta in bibliografia quattro libri che il narratore non riesce a rintracciare, tra cui un’opera del 1641 di Johann Valentin An­dreae, di cui rammenta che, «al principio del secolo XVII, descrisse la comunità im­maginaria della Rosacroce; comunità che altri, poi, fondò realmente sull’esempio di ciò che colui aveva immaginato».

La prova più importante dell’esistenza di Uqbar si presenta però dopo la morte per aneurisma di un conoscente di fami­glia, l’ingegnere matematico Herbert Ashe. Come tanti inglesi, Ashe aveva «patito d’irrealtà» e tra le sue occupa­zioni vi era quella di tradurre le tavole duodecimali in sessagesimali. Dopo la sua morte, Borges trova un pacchetto a lui diretto proveniente dal Brasile, con­tenente un «libro in ottavo grande», scritto in inglese, di 1001 pagine. Non appena comincia a sfogliarlo, realizza che si tratta del volume XI della Prima Enci­clopedia di Tlön. Non vi è data né luogo di pubblicazione.

Ciò che Borges ha tra le mani è «la sto­ria totale di un pianeta sconosciuto», con le sue guerre e mitologie, le sue lingue e la sua algebra, la sua metafisica e così via. Ma vi trova anche le prove dell’esistenza degli altri volumi.

Segue la descrizione del pianeta e dei suoi abitanti, per i quali il mondo non è un concorso di oggetti nello spazio ma una serie eterogenea di atti indipendenti. Nell’emisfero australe non esistono so­stantivi ma verbi impersonali con valore avverbiale, mentre in quello boreale il «sostantivo si forma per accumulazione di aggettivi». I suoi abitanti «concepi­scono l’universo come una serie di pro­cessi mentali, che non si svolgono nello spazio, ma successivamente nel tempo». Inoltre, «la geometria di Tlön compren­de due discipline abbastanza distinte: la visuale e la tattile. La seconda corrispon­de alla nostra, ed è subordinata alla pri­ma. La base della geometria visiva è la su­perficie, non il punto. Questa geometria ignora le parallele e dichiara che l’uomo che si sposta modifica le forme che lo cir­condano. Base di quell’aritmetica è la no­zione di numero indefinito. Accentuano l’importanza dei concetti di maggiore e minore, che i nostri matematici simbo­leggiano con > e <. Affermano che l’ope­razione del contare modifica le quantità e le trasforma da indefinite a definite. Il fatto che vari individui, i quali calcolino una stessa quantità, giungano a risultati uguali, è per gli psicologi un esempio di associazione di idee o di buon esercizio della memoria».

In questo passaggio, in particolare dove si parla delle discipline visuale e tattile, si cela un richiamo al capitolo IX del Ter­tium Organum, dove Ouspensky sotto­linea il ruolo del tatto e della vista nella percezione del mondo. Egli richiama l’esempio di un non vedente dalla nasci­ta che ottiene la vista dopo un intervento chirurgico: guardando per la prima volta figure solide come cubi, sfere o piramidi, percepisce quadrati, cerchi piatti e trian­goli – figure piane, insomma. In altri termini, con la sola facoltà della vista la persona che vede certi oggetti ex novo non è in grado di comprendere la differenza tra una figura solida e una piana. Tutta­via, con il tatto è possibile sentire la pro­fondità appartenente alla figura solida e operare quella fondamentale distinzio­ne geometrica che permette di acquisire il concetto di prospettiva(4). Con questo esempio, Ouspensky punta l’attenzio­ne sulle concettualità acquisite e il loro condizionamento nel nostro modo di percepire la realtà circostante. Se ciò che vediamo direttamente sono le superfici, sappiamo però che oltre esistono figure solide, quindi correggiamo mentalmente ciò che vediamo. Ciò significa, scrive il filosofo russo, che «all’atto della ricetti­vità ai nostri occhi il mondo è deformato. E noi sappiamo che è deformato». E con­tinua: «Se fossimo privati della facoltà di correggere quel che l’occhio vede avrem­mo una diversa visione del mondo». Questa capacità di apportare correzioni, data dal possesso del concetto, avviene insomma mediante un processo logico(5).

Che la geometria e l’aritmetica borge­siane siano «meno fantastiche di quanto appaiono a prima vista» è opinione anche del matematico Piergiorgio Odifreddi, il quale, riferendosi proprio al passaggio sopra citato, intravede nella geometria di Tlön un’affinità con quella riemanniana, che «fornisce modelli di geometria non euclidea in cui falliscono l’assioma delle parallele, o il movimento rigido delle fi­gure», mentre nell’aritmetica individua un richiamo alle «strutture bourbakiste, alcune delle quali basate sulla relazione d’ordine, e tutte astratte e non diretta­mente numeriche»(6).

Anche la matematica, a prima vista, ap­pare un po’ bizzarra, tanto che potrebbe essere lecito chiedersi se – e fino a che punto – la dimensione dell’immaginario influenzi l’emergere, anche inconsapevo­le, di certe rivelazioni scientifiche.

2. Uqbar e il re di Persia

Tra i nomi rinvenuti nell’articolo su Uqbar, particolarmente interessante è quello di Esmerdi il Mago. Il narratore non dice molto, se non che è «citato solo per confronto». Tuttavia, volendo anda­re più a fondo, dobbiamo fare un salto nel VI secolo a. C., dove si narra che Esmerdi o Smerdi (nome persiano Bardija) fu un re di Persia (morto nel 521 a. C.), figlio più giovane di Ciro II e fratello di Cambise II. Poco prima di morire, il padre lo no­minò governatore delle province orientali dell’Impero, ma il fratello Cambise, pri­ma di partire per l’Egitto, ordinò di ucci­derlo. La morte di Esmerdi fu tenuta na­scosta, permettendo così a un usurpatore della casta dei magi di nome Gaumata di proclamarsi re col suo nome. Raggiunto dalla notizia, Cambise si mise in marcia verso la Persia, ma morì in circostanze mi­steriose. Il regno del falso Esmerdi durò sette mesi e fu talmente infame che in Persia la «morte del mago» venne cele­brata ogni anno, con una festa cui nessun mago poteva partecipare. L’impostore venne smascherato da Dario I, il quale sposò l’unica figlia di Esmerdi per legitti­mare la propria ascesa al trono.

Dal punto di vista storico, non possia­mo sapere se l’impostore Gaumata sia realmente esistito o sia stato inventato da Dario per legittimare l’usurpazione del trono di Persia. Tuttavia, da questa frazione di storia trapela come la dimen­sione fantastica e illusoria possa avere un margine di sovrapposizione sulla re­altà storica, rendendola in un certo qual modo manipolabile (generalmente da chi detiene il potere). Ma Borges si spinge in un territorio meno esplorato, che mette in conto un monismo o idealismo totale: una prospettiva che, secondo il narrato­re, invaliderebbe del tutto la scienza. In questa peculiare dimensione, Esmerdi trova il proprio confronto ideale con Il re di Persia del matematico “ragionatore” Charles Howard Hinton, contenuto nei Racconti scientifici, opera curata e intro­dotta dallo stesso Borges.

Tlön Uqbar è descritta con i caratteri di un monismo totale, dove la realtà per­cepita non è condizionata dagli eventi precedenti, «ogni stato mentale è irre­ducibile», in quanto il solo nominarlo comporta una falsificazione: «In Tlön il soggetto della conoscenza è unico ed eterno». Similmente, il misterioso so­vrano rappresentato ne Il re di Persia pos­siede una conoscenza totale della realtà, essendone il creatore; anche qui trovia­mo la descrizione di un mondo immagi­nario, con le sue peculiari caratteristiche e regole mai definitive. Hinton propone una realtà che si configura in funzione «del modo di percepire della mente», ponendo l’azione mentale al centro della formazione dell’idea di realtà(7). In riferi­mento alla teoria degli oggetti esistenti nella nostra mente, Tlön Uqbar richia­ma inoltre lo psicologo austriaco Alexius Meinong (1853-1920).

Torniamo a Borges-Casares alle pre­se con la Prima Enciclopedia di Tlön. Si pone un quesito fondamentale: chi furo­no gli inventori del pianeta illusorio?

Scartata l’idea di un unico «infinito Lei­bniz operante nelle tenebre», il narratore vi vede piuttosto un vasto piano, messo in opera da «una società segreta di astrono­mi, biologi, ingegneri, metafisici, poeti, chimici, moralisti, pittori, geometri…», dove il contributo di ciascuno è, nel risul­tato d’insieme, infinitesimale. In Tlön «secoli e secoli di idealismo non mancano di influire sulla realtà». Vediamo come.

3. La trasformazione del mondo in Tlön

D’un tratto, dalle regioni più antiche emerge un fenomeno particolare riguar­dante la duplicazione di oggetti – poiché, in un cosmo dominato dall’idealismo, pensare a una cosa significa in qualche modo crearla. Ad esempio, «due perso­ne cercano una matita; la prima la trova, e non dice nulla; la seconda trova una se­conda matita, non meno reale ma meno attagliata alla sua aspettativa». Si crea così un duplicato, un oggetto secondario che prende il nome di Hronir. Se un tem­po tali oggetti erano ritenuti «creature della dimenticanza e distrazione», da cento anni la loro produzione è divenuta metodica. Tale attività ha permesso di «interrogare e modificare il passato, di­venuto non meno plastico e docile dell’av­venire». Si dice inoltre che, così come le cose pensate si duplicano, quando la gente le dimentica tendono a cancellarsi.

A questa prima parte del racconto, datata 1940, segue un Poscritto del 1947, dove si narra il ritrovamento – avvenuto nel 1941, all’interno di un libro di Hinton (sempre appartenente ad Ashe) – di una lettera ma­noscritta che chiarisce interamente il mi­stero di Tlön. È un riferimento esplicito all’autore dei Racconti scientifici.

Veniamo a sapere che la storia ha inizio al principio del XVII secolo, quando una società segreta, cui appartengono anche Dalgarno e Berkeley, si costituisce per in­ventare un paese in cui figurano gli studi ermetici, la filantropia e la cabala. Consa­pevoli che una generazione non bastereb­be, decidono che «ciascuno dei maestri» che formano la società scelga «un disce­polo per la continuazione dell’opera». Tale confraternita riappare dopo due se­coli, nel 1824, a Memphis (Tennessee), dove un ascetico milionario di nome Ezra Buckley, ritenendo il progetto troppo mo­desto, propone l’invenzione di un intero pianeta. L’impresa è enorme e deve rima­nere segreta. È quindi tale Buckley (che muore avvelenato nel 1828) a suggerire la metodica realizzazione dell’enciclo­pedia di un pianeta illusorio. Potremmo rilevare come la motivazione sia degna di un filantropo onnipotente, intenziona­to a dimostrare a un Dio inesistente che anche «gli uomini mortali sono capaci di concepire un mondo».

Si narra che nel 1914 la società conti trecento collaboratori, ed è la stessa che in segreto rilascia l’ultimo dei quaranta volumi della prima Encyclopedia. Tale opera è la base di un’altra, ancor più mi­nuziosa, redatta non più in inglese ma in una delle lingue di Tlön. Questa enorme revisione prende provvisoriamente il nome di Orbis Tertius.

La questione della duplicazione degli oggetti torna in campo a fine racconto, quando tra il vasellame di una principes­sa appare misteriosamente una bussola, le cui lettere del quadrante sono in uno degli alfabeti di Tlön: «Fu la prima in­trusione del mondo fantastico nel mondo reale». La seconda avviene in un bazar brasiliano, quando viene trovato un cono di metallo lucente dal diametro di un dado e dal peso intollerabile. Il metallo non pare essere di questo mondo e l’og­getto rappresenterebbe l’immagine della divinità in certe religioni di Tlön.

Infine, nel 1944 un reporter scopre in una biblioteca di Memphis i quaran­ta volumi della prima Encyclopedia di Tlön: non si sa se la scoperta sia casuale o voluta, ma ne comincia a parlare la stam­pa internazionale. Escono così saggi, manuali, riassunti, ristampe e via dicen­do. Alcuni passi del volume XI appaiono modificati, per rendere questo mondo illusorio non troppo incompatibile con quello reale. Da quando «quest’Opus Majus del genere Umano» comincia a inondare la terra, Borges si accorge che «quasi immediatamente, la realtà ha ceduto in più punti», una sparsa dina­stia di solitari sta modificando la faccia del mondo, e con una certa indifferenza, realizza che nell’arco di un centinaio di anni il mondo diventerà Tlön.

4. L’influenza di Charles Howard Hinton e l’ipotesi della quarta dimensione

In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius la mag­gior parte dei nomi è reale; tuttavia, in una prospettiva cognitiva, possiamo osservare che quando i personaggi stori­ci entrano nella dimensione narrativa i confini che convenzionalmente interpo­niamo tra realtà e finzione si annullano. Il tutto si mescola in uno sconfinato spa­zio mentale in cui il narratore combina creativamente i suoi oggetti di pensiero, configurando una nuova realtà, seppure immaginaria. Le figure storiche abitano l’unica dimensione che è loro propria, quella mentale.

Nel capitolo Equipaggiamento per la quarta dimensione de I viaggi dell’ani­ma(8), lo storico delle idee Ioan P. Culianu (1950-1991) rileva che nessuno meglio di Borges «afferrò il profondo significato della quarta dimensione» e riconosce in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius «una quarta dimensione irreale che si sostituisce len­tamente alla Terra». È interessante no­tare che nel 1934 Borges aveva scritto un articolo proprio sulla quarta dimensione(9) in cui commentava Four Dimensional Vistas (A. A. Knopf, 1916) del teosofo e architetto Claude Fayette Bragdon (1866-1946), inventore di un’estetica dell’iperspazio. Nella premessa Bragdon prospettava la possibilità di emancipare la mente dalla tirannia delle mere ap­parenze, riferendosi anche agli sviluppi emergenti della teoria della relatività di Einstein, che costringeva a una revisio­ne della fisica classica e dei concetti dello spazio-tempo.

Culianu è stato tra i pochi nel XX se­colo ad aver sollevato la questione dell’in­terdipendenza tra mondo interno e mon­do esterno, due dimensioni i cui confini non appaiono così ben definiti, tanto che non è possibile asserire dove finisca l’uno e cominci l’altro. «Ne dobbiamo allora dedurre» scrisse, sollevando un quesito abissale, «che entrambi condividono lo stesso spazio?»(10)

Tra i pensatori richiamati in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius ricordiamo il già citato Charles H. Hinton, le cui idee pare abbiano dirottato certi scenari fu­turi. Nell’introduzione ai suoi Racconti Scientifici Borges evidenzia che il titolo stesso prefigura «in maniera inequivoca la marea, a quanto pare inesauribile, delle opere di fantascienza che hanno invaso il nostro secolo»(11). Hinton era un ma­tematico britannico (per un periodo, ha insegnato all’Università di Princeton, negli USA) di cui abbiamo poche infor­mazioni biografiche: Borges ritiene non sia «meno misterioso delle sue opere» e cita il fugace riferimento al suo nome nel Tertium Organum di Ouspensky e nella Geometry of Four Dimensions di Henry Parker Manning, vedendo inoltre chia­ri riferimenti a lui nel primo capitolo di The Time Machine (1895) di Wells. Bor­ges richiama il tema della geometria che apprendiamo a scuola, facendo presente come questa parta da concetti astratti come puntolinea superficie bidimensio­nale, che non hanno nessuna corrispon­denza con la realtà in quanto sfuggono alla nostra conoscenza sensoriale. Come indica lo scrittore argentino, l’unico concetto reale in geometria è il volume, poiché «non c’è cosa nell’universo che manchi di profondità»; se vista al mi­croscopio, perfino la particella più infi­nitesimale ha tre dimensioni(12). Hinton è andato oltre con il concetto di ipervo­lume, benché anticipato dai Platonici di Cambridge, in particolare Henry More, il quale, intorno al 1671, pare aver coniato l’espressione quarta dimensio. Dobbiamo invece a Hinton l’invenzione del termine tesseratto (o ipercubo). Di fatto, questi stu­diosi hanno dirottato un flusso di pensie­ro nelle future elaborazioni sugli universi a più dimensioni.

Nel ripercorrere la storia delle idee sulla quarta dimensione, Culianu(13) richiama, tra gli autori più significativi, Borges, L. Carroll, E. Abbott e Hinton. In merito a quest’ultimo fa presente come il suo primo articolo sulla quarta dimensione esca nel 1880 – cui seguono i citati Rac­conti scientifici (1884-1886), A New Era of Thought (1888) e The Fourth Dimension (1904, riedita nel 1912 e nel 1921). Pur non essendo un occultista, è curioso che sia i Racconti sia The Fourth Dimension siano stati riediti nella collana The Occult dell’Arno Press di New York. D’accordo con Borges, Culianu ritiene che il ruolo di Hinton nella formulazione della teoria della quarta dimensione sia fondamenta­le, benché poco riconosciuto. Secondo lo studioso romeno, Hinton sarebbe stato il precursore della cosmologia di Einstein e avrebbe previsto la fisica dei nostri anni Ottanta, interpretando l’elettricità come una forza della quarta dimensione, nell’i­dea sbalorditiva che dimensioni dello spazio più elevate siano avvolte da minu­scole particelle(14).

Per qualche strana ragione, Hinton è rimasto in un angolo della storia: non solo non ha conosciuto un minimo di fama ma, come osserva Borges, «ha quasi ottenuto le tenebre»(15). Si può ipotizzare fosse una sorta di asceta della quarta di­mensione, visto l’allenamento assiduo nel visualizzarla e nel capire come da una prospettiva 4D se ne potesse percepire una 3D, coadiuvato da piccoli poliedri di legno. A New Era of Thought fu messo in circolazione corredato di ottantun cubi colorati che avrebbero dovuto aiutare a pensare quadrimensionalmente. Sembra che lo stesso Borges (nato nel 1889) ci gio­casse da bambino a casa di suo zio; Culia­nu suppone che anche il giovane Einstein (del 1879) si fosse imbattuto nell’opera di questo misterioso studioso, il cui difetto principale pare di essere stato avanti di un secolo rispetto ai suoi tempi(16).

5. Conclusioni

A un attento esame Tlön, Uqbar, Or­bis Tertius svolge una funzione simile a un’opera filosofica, la cui lettura richiede riflessione analitica, uso d’immaginazio­ne e logica – quasi come Hinton alle prese con i suoi cubi. Azioni che oggi più che mai, nell’epoca dell’informazione veloce, richiedono di essere allenate, stimolate come un muscolo che aspiri a mantenere la propria elasticità.

La facoltà immaginativa ha un ruolo fondamentale e la sua attivazione richiede un certo impegno, a differenza dall’im­maginazione passiva cui i mass media ci abituano, con immagini pre-elaborate e stili di vita destinati a orientare specifici interessi e inclinazioni sociali, come ad esempio il consumismo.

Di fatto viviamo in un’epoca in cui è sempre più difficile orientarsi nell’enor­me massa d’informazione circolante, e non sappiamo più se i dati trasmessi sia­no realtà o finzione. Chissà se è proprio questo il pianeta immaginario che ci sta inglobando, pieno di oggetti che dalla fantasia si riversano centuplicati nella realtà come beni di consumo di massa, spesso inutili come il cono di metallo dal peso insostenibile proveniente da Tlön. D’altronde, anche gli oggetti nascono in una dimensione concettuale, la stessa che interponiamo alla realtà, condizionando­la, deformandola e quindi conformando­la ai dettami di una mente che, come uno specchio, riflette i propri contenuti illuso­ri nello spazio da lei creato.

Non sappiamo quale sarà la configura­zione del nostro pianeta fra un centinaio di anni, ma sicuramente siamo in molti a scommettere che non sarà simile a quella attuale.

Note

  1. Jorge Luis Borges, Finzioni, tr. di Fran­co Lucentini, Einaudi, Torino 1955. La rac­colta di racconti, scritti tra il 1935 e il 1944, uscì nel 1944.
  2. Cfr. ivi, pp. 7-27. Tutte le citazioni di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius sono tratte dalla già citata edizione di Finzioni.
  3. Mlejnas è nominata solo una volta. Una breve ricerca sul web svela un curioso espe­rimento su questo Paese immaginario por­tato avanti da Wiki. Sempre in rete è in cor­so un progetto su Die Zweite Enzyklopädie von Tlön (La seconda enciclopedia di Tlön).
  4. Cfr. Petr Demianovic Ouspensky, Tertium Organum, Astrolabio, Roma 1983, pp. 97-98, n. 1.
  5. Ivi, pp. 96-99.
  6. Piergiorgio Odifreddi, Un matematico legge Borges, aprile 1997 (saggio reperibile online sul sito Asia – Associazione Spazio Interiore Ambiente).
  7. Charles Howard Hinton, Raccon­ti scientifici, a cura di Jorge Luis Borges, Franco Maria Ricci, Parma-Milano 1978, pp. 120-127.
  8. Ioan Petru Culianu, I viaggi dell’ani­ma, Mondadori, Milano 1991, pp. 16-17.
  9. Jorge Luis Borges, La cuarta dimensión, in «Revista Multicolor», n. 40, 5 dicembre 1934, ora in Borges en Revista Multicolor, Atlántida, Buenos Aires 1995, pp. 29-32. Cfr. anche l’interessante saggio di Rodol­fo Mata Borges y la aventura de la cuarta dimension (reperibile online).
  10. Ioan Petru Culianu, op. cit., p. 7.
  11. Charles Howard Hinton, op. cit., p. 13.
  12. Ivi, p. 11.
  13. Ioan Petru Culianu, op. cit., pp. 15-34.
  14. Ivi, p. 24.
  15. Charles Howard Hinton, op. cit., p. 11.
  16. Ioan Petru Culianu, op. cit., p. 224, n. 6.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

Rispondi