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Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Filippo Scaramuzzi, il quale ci propone Il tempio di Arnakkracconto di fantasia eroica, di circa 64.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Autore

Filippo Scaramuzzi (Foggia, 1983)

– nel 2011 si laurea in lettere moderne con tesi in Storia del Cinema su John Carpenter-

– nel 2013 realizza il videoclip MAVIS (visionabile su Youtube) per il gruppo “Preti Pedofili”.

– Appassionato di letteratura Fantasy (Sword & Sorcery e Might & Magic) e attratto dal fumetto surreale di Eric Powell e Mike Mignola, nell’agosto del 2017 pubblica in formato e-book la sua prima antologia “Le avventure di Skreet Flaming, locusta detective (Pagine Facebook promozionale Loop City Gazette). Con “Il Tempio di Arnak” presenta il personaggio di Khrejan di Zarnath, atto d’amore ai personaggi di Robert E. Howard, calandolo in un contesto che omaggia tanto le ambientazioni di Conan il Barbaro, quanto gli incubi di H.P. Lovecraft. Spera di poterne realizzare un ciclo.


Sinossi

Era seduto in una stanza scarsamente illuminata. La donna lo osservava. La penombra metteva in risalto le linee del suo corpo nudo, imperlato di sudore. Si avvicinò a lui con passi sinuosi. Dei fili erano legati a polsi e caviglie. Si sedette lentamente su di lui, divaricando le gambe e cingendolo con le braccia. Gli accarezzò i capelli. Poi cominciò a parlare, sussurrando lentamente.

«Non rimanere qui, Khrejan. Non troverai che dolore, qui». Gli occhi di lei erano neri come l’abisso, privi di cornea.

«Sazierà la sua fame con le tue carni, e i suoi appetiti con le mie.»

L’abbraccio si fece morsa, quando lei affondò gli artigli nella carne. L’uomo notò che i fili legati a braccia e gambe erano tela di ragno e anche i movimenti del volto erano vincolati dalla stessa sostanza. Alla sommità dei fili si trovavano gli aculei del burattinaio.

«Arriva. Il Re Morto si risveglia. Sarò la sua sposa. La più bella di tutte. Non disperarti per me. Guardami, Khrejan, non sono forse la sposa più bella che tu abbia mai visto?»

Il volto di lei si increspò in una smorfia scomposta, la donna smise di esistere. Un tuono risuonò in lontananza, sommesso, singhiozzante. Non un tuono, ma una risata dall’abisso.

«Arysthea! Arysthea!»


Il tempio di Arnakk

di Filippo Scaramuzzi

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I

una risata dall’abisso

 

Era seduto in una stanza scarsamente illuminata. La donna lo osservava. La penombra metteva in risalto le linee del suo corpo nudo, imperlato di sudore. Si avvicinò a lui con passi sinuosi. Dei fili erano legati a polsi e caviglie. Si sedette lentamente sopra all’uomo, divaricando le gambe e cingendolo con le braccia. Gli accarezzò i capelli. Poi cominciò a parlare, sussurrando lentamente.

«Non rimanere qui, Khrejan. Non troverai che dolore, qui». Gli occhi di lei erano neri come l’abisso, privi di cornea.

«Sazierà la sua fame con le tue carni, e i suoi appetiti con le mie.»

L’abbraccio si fece morsa, quando lei affondò gli artigli nella carne. L’individuo notò che i fili legati a braccia e gambe erano tela di ragno e anche i movimenti del volto erano vincolati dalla stessa sostanza. Alla sommità dei fili si trovavano gli aculei del burattinaio.

«Arriva. Il Re Morto si risveglia. Sarò la sua sposa. La più bella di tutte. Non disperarti per me. Guardami, Khrejan, non sono forse la moglie più bella che tu abbia mai visto?»

Il volto di lei si increspò in una smorfia scomposta, la donna smise di esistere. Un tuono risuonò in lontananza, sommesso, singhiozzante. Non un boato, ma una risata dall’abisso.

«Arysthea! Arysthea!»

Khrejan si risvegliò con ancora il nome della ragazza sulle labbra. Si scrollò di dosso il torpore e realizzò di trovarsi al chiuso, seduto al tavolo di una taverna. Con lo sguardo perso nel vuoto, si scrollò il sonno di dosso e cercò di riportare alla mente le immagini di quel sogno che lo tormentava da giorni e che lo aveva condotto ad Akkrah. Quando vi era giunto, la notte era già calata furtiva, portando via il caos da quella antica città di mercanti. Nata come semplice snodo commerciale, data la sua posizione pressoché equidistante dalle principali oasi della regione, nel corso delle generazioni Akkrah si era sviluppata in tanti cerchi concentrici uniti tra loro, tanto da farle assumere un aspetto esagonale. Fulcro di ognuno di essi erano i mercati, con le loro strutture complesse che li rendevano veri e propri quartieri nei quartieri. Attorno a quella zona si trovavano le abitazioni, distribuite confusamente, senza un ordine urbanistico preciso. Da quasi duecento anni ormai, anche quella sera si spegneva nel frastuono dei mercati delle piazze-quartiere e iniziava quello delle numerose taverne.

Nella Tana di Den, osteria a est della città, mercenari in cerca di gloria e improbabili avventurieri raccontavano, tra un sorso di birra e una bestemmia, le loro bislacche gesta eroiche, circondati da graziose intrattenitrici che con il loro entusiasmo incitavano quegli sprovveduti a proseguire i loro racconti e a ubriacarsi, per l’ilarità generale. Solo Khrejan, in mezzo a tanta confusione, era perso nelle più profonde oscurità della sua mente. Era un giovane di media statura, dal fisico asciutto e delineato, il cui viso severo era solcato da una barba incolta. Dal modo in cui era vestito si sarebbe detto che fosse pronto per andare in guerra. Le intrattenitrici, infatti, continuavano a fissare la sua giubba verde scuro, che metteva in risalto il suo petto possente. Erano incantate dal luccichio della cotta di maglia a scaglie pentagonali, che rivestiva le mezze maniche della casacca. Una bisaccia a più tasche correva lungo il busto da una spalla al fianco opposto. Gli armigeri e il resto degli avventori non avevano potuto fare a meno di notare, quando era entrato nella taverna, l’enorme spada che si portava dietro e che posò con un tonfo sordo sul bordo del tavolo quando si sedette.

Il ragazzo pareva non curarsi di ciò che accadeva all’interno del locale, poiché la sua attenzione era rivolta all’esterno, verso la collina che svettava appena fuori città. Dalla finestra vicino al suo tavolo la vedeva benissimo e la luna limpida di quella notte d’estate metteva in risalto la sua forma; alla sua sommità si ergevano orgogliose le rovine di un’antica struttura, un tempio forse, le cui presunte ricchezze erano, almeno in principio, il motivo per cui il giovane si era messo in viaggio.

Poi venne l’incubo, che lo accompagnò per tutto il tragitto fino ad Akkrah.

La donna del sogno somigliava troppo a una ragazza che aveva conosciuto anni prima e che sapeva trovarsi ad Akkrah con la famiglia. Non voleva ammetterlo a se stesso, ma il desiderio di oro aveva ceduto man mano il posto al bisogno di sincerarsi se la visione e la ragazza del mondo reale, Arysthea, fossero collegati.

La voce rotta e sgraziata di uno dei mercenari lo riportò alla realtà della taverna.

«Prendete ad esempio questo pivello!» disse uno dei soldati, ubriaco perso, indicando il giovane con il chiaro intento di provocarlo, oltre che ostentare spavalderia con i presenti. «È ben piazzato, certo! Ma non è poi così alto e con quella spada enorme che si porta dietro, mi piacerebbe proprio vedere quanto tempo riesce a tenerla sollevata prima di essere rovesciato dal suo stesso peso!»

A queste parole seguirono le risate degli amici del militare, ormai ubriachi fino al midollo, che cominciarono a guardare Khrejan con fare canzonatorio. Prima che la sua attenzione si spostasse sul ragazzo, il mercenario già da una buona mezz’ora stava tenendo un discorso articolato sui segreti della scherma, di cui lui si proclamava vero esperto, e alle sue affermazioni accompagnava esempi pratici o aneddoti presi dalla sua esperienza di combattente consumato. Khrejan, che veniva dalla selvatica Zarnath, una terra lontana e dai costumi molto diversi da quelli delle città del sud, non badò molto alle parole dell’uomo.

Le cose però cambiarono velocemente.

«Cosa c’è bimbo, non capisci la nostra lingua? Oppure sei sordo? Eh?» Chiese il soldato ubriaco, toccandosi l’orecchio e avvicinandosi di più allo straniero.

«Ah, ora ho capito! Questo ragazzo è sordo! Ecco perché ci guarda con quella sua faccia da selvaggio senza rispondere; il poverino è sordo!»

Gli altri continuavano a ridere, ormai era chiaro cosa cercassero quegli avventori.

Khrejan distolse del tutto i suoi pensieri dalla collina, e fissò i suoi neri occhi in quelli del mercenario. Quello sguardo aveva un che di ipnotico.

«Oh no, ti ho sentito, ti ho sentito. Hai bevuto abbastanza, torna dai tuoi compagni e lasciami in pace».

Il guerriero per un attimo esitò, poi incalzò: «Ti sei arrabbiato, eh? Allora ci vorrebbe qualcuno che dia una bella lezione all’ubriacone, non trovi? Vorresti essere tu, selvaggio?»

Fece appena in tempo a terminare la frase, che il selvaggio, alzatosi di scatto, scaricò un manrovescio sul volto dell’uomo, scaraventandolo sul tavolo dei suoi amici. Questi in un attimo furono addosso al ragazzo. I primi due vennero liquidati con un diretto al volto e un calcio nell’inguine. Il terzo fu atterrato da un montante al fegato. L’ultimo mercenario non si mosse. Il suo sguardo passava incredulo dal ragazzo che lo fissava con aria di sfida ai suoi compagni accasciati al suolo. Un solo uomo, un ragazzo, era riuscito a sconfiggere quattro soldati professionisti. Quando capì che quello smidollato non avrebbe mosso un dito, il giovane finalmente abbassò la guardia. Poi gli consigliò di occuparsi dei suoi amici e di lasciarlo in pace e il militare scoprì che non aveva voglia di farselo ripetere.

Il barbaro ritornò al suo posto, fece per prendere la sua roba e fu allora che si accorse per la prima volta della figura nell’ombra, alcuni tavoli dietro il suo, che lo osservava; sembrava che nessuno si fosse accorto di lui, o forse tutti fecero finta di non accorgersene. Il ragazzo fissò l’uomo per alcuni secondi, notando la lunga pipa in legno intagliato che stava fumando. Poi lasciò la taverna.

 

 

 

 

II

Ragni e Sicari

Un vento caldo investì Khrejan all’uscita dell’osteria. Il giovane si incamminò con passo spedito per i vicoli di Akkrah. A metà tragitto si arrestò di colpo; qualcosa o qualcuno lo stava seguendo, ne era certo. I suoi sensi non lo tradivano mai. Decise di assecondare il misterioso inseguitore e attendere che facesse la prima mossa. Riprese il cammino.

Nella taverna, l’uomo nascosto nell’ombra, si avvicinò ai mercenari ancora storditi.

«Ascoltatemi, mucchio di letame», disse con calma, «raccogliete le vostre ossa rotte e seguite quel ragazzo. Potrebbe esserci utile. Forse potrebbe tornare utile a Lui…»

L’individuo si chiamava Molken e il suo nome era legge in quella città; nessuna delle cariche pubbliche di Akkrah faceva nulla senza aver prima ascoltato con timore reverenziale ciò che aveva da dire il Legislatore.

«Seguitelo, scoprite dove va. Poi, quando sarà il momento, tornate a riferire. Sparite!»

Roghan, insieme con Bregha e Vogh, si mise sulle tracce di Khrejan. Dopo alcuni minuti di cammino Bregha, stordito per metà dall’alcool e per metà dalle botte del giovane, si fermò e imbucò il primo vicolo che vide.

«Devo pisciare», commentò caustico, e sparì nell’ombra del vicolo.

«Fa’ presto, dannazione!», grugnì Roghan, il capo. «Non voglio perdere altro tempo in quest’affare.»

Nel vicolo, Bregha si liberava dai suoi bisogni. Osservava ebete il muro che aveva di fronte. Alzò lo sguardo e vide qualcosa scendere verso di lui con rapidità. All’inizio non riuscì a distinguere la figura che si muoveva nell’ombra, ma presto riconobbe la sagoma di un ragno. Nero e tozzo, roteava lentamente su se stesso nella discesa, muovendo come le dita di una mano avvizzita le sue zampe lunghe e sottili, in un disgustoso contrasto con il corpo gonfio e corto. Si arrestò all’altezza del volto di Bregha. Il mercenario fissò inebetito l’aracnide nell’ombra.

          Silenzio.

Fu rotto dal ragno. Ancora appeso all’ingiù alla sua fune cominciò a tremare e a mutare forma. Si lasciò cadere al suolo. Con un tonfo secco si raggomitolò su se stesso e cambiò ancora. Si gonfiò, crebbe. Doveva aver raggiunto le dimensioni di un ratto, pensò Bregha. Poi sparì nell’ombra del vicolo. Il mercenario continuò a guardare per qualche istante nella direzione dove era sgusciato via l’animale, ma non c’era più.

          Fece per uscire dal vicolo, ma un’ombra dall’aspetto umano si parò dinanzi a lui; fissò Bregha con i suoi occhi vitrei e lucenti.

          Bregha non emise un suono. Mai più.

***

Non troverai che dolore, qui…

…non sono forse la sposa più bella che tu abbia mai visto…

…dolore…il Re Morto…

***

 

Khrejan stava per far visita a Peleg, un vecchio mercante che aveva contratto un debito con lui, poco più di due anni prima. Durante uno dei suoi viaggi, Khrejan aveva aiutato l’anziano lungo il sentiero che porta ad Akkrha, proteggendo lui e la sua famiglia dai briganti delle montagne circostanti. Alla fine del tragitto, giunti sani e salvi ad Akkrah, non senza essersi scontrati con i briganti, Peleg promise a Khrejan eterna riconoscenza. Ora il giovane si recava dal mercante perché aveva bisogno di attrezzi che lo avrebbero aiutato a penetrare nelle rovine del tempio sulla collina e perché doveva placare i suoi timori. Peleg, infatti, era il padre di Arysthea.

Giunse all’abitazione del vecchio, che era anche la sede della sua attività. La porta d’ingresso era spalancata, e ciò, dato che era notte fonda, fu sufficiente a metterlo in guardia. Accelerò il passo, poi udì un’esplosione di vetri. Un’ombra piccola e scattante si dileguò nei vicoli. Khrejan corse fino all’ingresso; ciò che vide una volta entrato non gli piacque affatto. Gli scaffali alle spalle del bancone erano staccati dalle pareti e rovesciati sul pavimento, la merce di Peleg completamente distrutta. Sangue. C’era troppo sangue. Dappertutto nella stanza. Il giovane si guardò attorno. Poco prima che lui arrivasse c’era stato uno scontro violento; sei uomini si erano opposti alla furia scatenatasi lì dentro. Avevano fallito. Questo era quello che dicevano i resti dei loro corpi sparsi sul pavimento. Poi lo sguardo di Khrejan si spostò verso il lato più lontano del bancone, notando un corpo inerte per metà accasciato al suolo. Era Peleg. Khrejan si chinò su di lui, gli prese il capo tra le mani.

          «Arysthea!», sospirò l’anziano, e i suoi occhi si spensero. Era un uomo buono Peleg, pensò Khrejan.

I sopravvissuti all’attacco riassettarono la stanza; il corpo del defunto fu ricomposto. Khrejan aiutò come meglio poté, non era avvezzo agli usi cittadini, ma alle praterie e alle montagne, e le mura domestiche gli stavano strette. Posò il corpo di Peleg sul tavolo più grande che era al centro della stanza, quindi si rivolse ad un giovane alto e ben piazzato. «Chi…?», chiese Khrejan.

«Nyash!», rispose Zyth, nipote di Peleg.

«Cosa sono?»

«Sono demoni! Piccoli demoni schifosi, ecco cosa!», disse con voce isterica Ishmel, amico della vittima, trovatosi lì quella sera per sbaglio e vivo per miracolo, o perché troppo vecchio per rappresentare una minaccia per quei piccoli demoni, come li chiamava lui, che erano stati capaci di massacrare sei uomini adulti.

«Non sono demoni», replicò Zyth. «Sono… sicari, dei fanatici. Addestrati a uccidere. Sono furtivi come l’ombra e agili come una saetta.»

«In quanti erano?»

«Tre.»

«Solo tre! E sono stati capaci di questo massacro! Forse il vecchio ha ragione a dire che sono demoni.»

«Non lo sono ti dico! Sono uomini.»

«Come fai a dirlo?» chiese Khrejan.

«Non è la prima volta che ne affronto uno.»

«Per questo sei ancora vivo», concluse il barbaro. «Sai come affrontarli.»

Zyth scosse il capo. «So come non farmi uccidere.»

Il barbaro fece un ghigno. «Sei il piccolo Zyth, vero?» Il ragazzo annuì.

«Sei cresciuto.»

«Anche tu.»

«Il vecchio Peleg ha pronunciato il nome di tua sorella, prima di morire.»

«Erano qui per lei», rispose Zyth.

Non può essere, non di nuovo! Dopo tutti questi anni. Sta succedendo ancora!

Khrejan si sentì stringere da una morsa gelida.

«L’ho…sognata», disse con un fil di voce Khrejan. Zyth lo fissò dubbioso.

«Per tutto il viaggio, non ho fatto altro che sognarla.» Il zarnathiano percepì il disagio di Zyth a quella sua affermazione. Zyth riprese il discorso.

«Sono state rapite altre ragazze nelle scorse settimane. I corpi di alcune di loro sono stati trovati poco fuori la città. Nei pressi del colle. Delle altre non si sa niente.»

«Il colle del tempio», commentò Khrejan.

Non troverai che dolore…

«Dov’è tuo fratello Daar?» chiese.

«Tre notti fa è sparito. Hanno rapito anche la sua ragazza. Non riusciva a darsi pace. È sempre stato convinto che da quelle parti si trovi il nascondiglio di quei sicari.»

«Perché lo avete lasciato andare da solo?» ringhiò Khrejan. «Perché finora non avete fatto nulla? Se avete ritrovato i corpi di quelle donne ai piedi del colle, forse in cima c’è davvero il nascondiglio di quegli assassini. Forse usano le rovine del tempio come campo. Cosa c’è, non ci sono abbastanza uomini in questa città?»

«Molken», squittì ancora una volta Ishmel. Khrejan notò che gli altri fecero finta di non udire quel nome. Ishmel spiegò che per decreto di Molken, nessuno poteva lasciare i confini della città durante le ore notturne. Tantomeno alcun civile era autorizzato a imboccare la strada che portava fuori dal centro urbano, in direzione del colle, poiché era costantemente sorvegliata dagli uomini del legislatore. Evidentemente Daar, essendo una di quelle guardie, doveva essere riuscito ad allontanarsi con una scusa. Se l’altura era il covo dei sicari, la legge di Akkrah avrebbe provveduto a fare piazza pulita. «Questa è la versione ufficiale di Molken», concluse Ishmel.

«Sono venuto qui per dell’equipaggiamento», interruppe bruscamente Khrejan, rivolgendosi a Zyth. «Le leggi di questa città sono vostre, non mie. A ogni modo, ero giunto qui in cerca di bottino, e si dice che tra le rovine del tempio ve ne sia ancora. Ho intenzione di andare a scoprire se è vero.»

«Ma perché, sciocco?!» squittì Ishmel.

«Perché non ho niente di meglio da fare, vecchio. E le guardie di questo vostro legislatore possono anche provare a fermarmi», disse con voce dura il zarnathiano. Ishmel si fece piccolo piccolo e non parlò più.

«Allora, Zyth, mi darai quello che mi serve? Posso pagarti.»

Fu allora che nella stanza entrò una donna anziana, minuta.

«Madre!» esclamò Zyth. «Madre ti prego…»

La donna superò il figlio e si avvicinò a Khrejan. Lo guardò con sguardo severo, carico di dolore e rancore. Il giovane esitò, avvinto da quegli occhi azzurri carichi di consapevolezza. La donna aveva tra le mani un oggetto, una medaglietta d’argento il cui ciondolo raffigurava il Lupo di Knowth, il sacro canide a otto zampe protettore dei popoli del nord, dal quale Khrejan proveniva. Aveva già visto quel distintivo, nel sogno.

«Ha intrecciato questi fili sottili d’argento uno dopo l’altro. L’aveva fatta per te. Diceva che quando saresti tornato te l’avrebbe donata, per ringraziarti di averci difeso quando venimmo qui. Era tanto sicura che saresti tornato, un giorno.»

Nel dire ciò, la donna sorrise con innocenza, il volto solcato dalle lacrime. Khrejan rivide nel suo sguardo quello di tante altre donne di Zarnath, durante la guerra dei tre Kand, nella quale in molti caddero.

Cercò di non dare peso alle parole di Blyth, ma la sua interlocutrice lo afferrò per un braccio e gli strinse nel pugno la medaglietta. Khrejan la osservò mentre si allontanava, poi si rivolse a Zyth, lo sguardo ancora fisso su Blyth.

«Se parto ora, fra un’ora sarò in cima al colle.»

Zyth annuì. Stava per proporgli di unirsi a lui, quando Khrejan, intuendo i suoi pensieri, lo fulminò con un secco «non provare a seguirmi.» Il ragazzo non cercò in alcun modo di replicare. Khrejan uscì, la sacca in spalla.

Roghan e Vogh, credendo che Bregha se la fosse data a gambe, avevano deciso di seguire senza di lui il zarnathiano, lasciando a Molken la decisione sulla sorte del loro compagno. Appostati nel vicolo di fronte all’ingresso dell’emporio del vecchio Peleg, i due osservarono Khrejan mentre usciva in strada.

          «Così sta andando alle rovine del vecchio tempio», sibilò Vogh.

          «Meglio così», rispose Roghan. «Sta rendendo il nostro compito più facile. Torniamo dal capo, forza.»

          In quel momento il vento cambiò. I due uomini videro un nugolo di ragni scendere freneticamente lungo le pareti del vicolo. Qualcosa scivolò innanzi a loro sbarrandogli la strada. Pareva umano, eppure nell’aspetto mostrava una certa familiarità con quegli aracnidi. Emise un suono simile a carta strappata. Roghan e Vogh osservarono immobili mentre quella cosa li ghermiva.

 

III

Assassini nell’oscurità

Per le strade di Akkrah l’aria era irrespirabile. Il caldo era soffocante.

          Khrejan si aggirava nei vicoli, costeggiando la strada principale. Poteva scorgere in lontananza le guardie di Molken e già si preparava a sguainare la spada quando ebbe di nuovo la sensazione di essere pedinato, come quando si stava recando da Peleg. Si arrestò di colpo, questa volta consapevole che qualunque cosa lo stesse seguendo era sempre più vicina e non si sarebbe limitata ad osservarlo. Se erano i piccoletti che avevano ucciso Peleg, aveva un motivo in più per affrontarli.

          Silenzio.

Il guerriero sentiva solo il proprio respiro. Il suo inseguitore era dietro di lui, ma in posizione elevata, Khrejan lo capì dai lievi passi sul tetto dell’edificio alle sue spalle sulla destra. Portò lentamente la mano al pugnale. Capì che ormai era questione di attimi. Il suo respiro si fece più leggero, quasi lo tratteneva. Poi, quando ormai si sentiva pronto a ricevere il nemico sulla destra, udì rumori di passi anche a sinistra e sui tetti degli edifici di fronte.

          Il giovane cercò di scorgere le figure cui appartenevano quei passi senza riuscirci. Fece appena in tempo a notare due ombre piccole e scattanti balzare dai tetti e venirgli incontro con furia, seguite da altre due dietro di lui. Tutto si svolse in modo rapido e confuso.

          I sicari erano incappucciati. Quelli alle sue spalle gli sarebbero stati addosso prima di quelli che aveva di fronte. Khrejan si girò di scatto verso destra scagliando il pugnale. Colpì uno di loro ancora a mezz’aria, alla spalla; l’urto violento con la lama lo rovesciò al suolo. Il ragazzo estrasse la spada e si voltò verso sinistra, accogliendo l’altro piccoletto in nero con un calcio nello stomaco. Non fece in tempo a prepararsi all’arrivo degli altri due. Il primo lo colpì al volto, l’altro lo ferì al petto con la sua lama; il taglio era profondo. Khrejan sentì un calore insopportabile divampare nel corpo. Veleno! pensò. Se mi fermo, questi folletti mi staccheranno la testa; se mi muovo, il veleno mi ucciderà più in fretta. In ogni caso sono fottuto…

          Il ragazzo vacillò, piantò la spada nel terreno e si sostenne. I quattro in nero lo avevano circondato ed erano pronti ad attaccare di nuovo. La vista di Khrejan era annebbiata. Sfilò via l’arma dal terreno, preparandosi a farsi massacrare. Finse di cadere in ginocchio e subito gli furono addosso. Raccolse un pugno di terra e lo scagliò contro il volto di uno dei due che aveva di fronte, accecandolo, mentre rovesciando indietro la lama centrò in pieno il sicario che aveva ferito col pugnale. I due illesi esitarono, ma fu solo un istante. Il nostro fece scivolare al suolo il corpo dell’assassino rimasto attaccato alla lama. Sentiva il veleno bruciargli nelle vene. Avanzò barcollando, abbattendo senza neanche vedere l’avversario che aveva accecato poco prima. Poi però si fermò di colpo, incredulo; era allo stremo. Uno dei due aggressori in nero gli saltò addosso e lo atterrò. Estrasse due pugnali e li incrociò con forza sulla gola del ragazzo. Il folletto in nero fissò Khrejan per un tempo che al giovane sembrò infinito. I suoi occhi erano blu e profondi, lucenti e, pensò il zarnathiano, bellissimi. L’oscurità lo avvolse, e svenne.

 

 

IV

Una schiava e il suo destino

Il clangore di una serratura aperta scosse una giovane donna dal suo torpore, ricordandole in quale orrido posto fosse finita, una cella angusta e unta dal sudiciume. Il caldo e l’umidità erano soffocanti. Avvertì l’incedere di passi pesanti avvicinarsi nella sua direzione. Rannicchiata in un angolo della cella, la fanciulla era ancora preda del torpore che, a causa dell’aria opprimente, le faceva costantemente perdere i sensi. Quello che vide e sentì dopo le parve come un sogno confuso.

          Un’ombra si fermò davanti alle sbarre della cella. Ella capì che la stava osservando; anche se non li vedeva, sentiva i suoi occhi su di sé. Seguì un breve silenzio, che rese ancor più opprimente l’aria irrespirabile; poi la voce cupa e rugginosa della figura colse impreparata la ragazza, che sobbalzò.

          «Spero tu capisca quanto fortunata sei, ragazza.»

          La giovane osservava inebetita la figura nera ondeggiare attraverso le sbarre.

          «Lui ti ha scelta per l’Avvento. Sarai lo strumento del Suo ritorno. Gioisci per questo. Il tuo destino è stato scritto col sangue e il tormento di secoli nel tuo nome. Vali molto per Lui. È appena giunto in città, lo sento. A quest’ora starà già sfamandosi. Presto capirai… molto presto. Dormi ora.»

          Appena l’ombra disse questo, la ragazza si sentì pervasa nuovamente da quel torpore che aveva imparato a conoscere bene negli ultimi giorni. La figura scomparve e la donna sprofondò in un sonno innaturale. Sognò di lune lontane e città cadute; e tra i vicoli di queste, ombre striscianti osavano soltanto sussurrare le loro invocazioni ai loro antichi numi; antri profondi, ancestrali, che avevano ospitato la vita. Dal profondo di quegli antri, una voce più vecchia del tempo bisbigliava il suo nome con malsana impazienza e la attirava a sé con cupide promesse pronunciate in una lingua estinta da eoni, ma che lei riusciva a comprendere. Questo sognò e vide. E altro ancora: una corona giaceva sul suo capo, e il fato della razza umana nel suo grembo; e tra le nebbie di quell’incubo comprese il destino che era inciso nel suo nome. Fantasticò ancora. Il suo nome era Arysthea.

***

Arysthea… Il Re Morto… Non rimanere qui, Khrejan.

Khrejan…

 

***

Un fuoco di bivacco ardeva. Il profumo degli alberi era intenso; la vista tornò lentamente. Rumore di pietra e metallo: qualcuno stava affilando una lama. Khrejan rinvenne; la sua mente cominciò a pensare. Non sentiva ancora le gambe e la paura di scoprirsi indifeso lo risvegliò del tutto. Portò la mano al pugnale, ma non lo trovò.

          «È nella tua bisaccia», disse una voce rauca. «Non sarebbe stato bello se ti fossi punto nel sonno con quello spillo.»

          Il ragazzo si voltò in direzione della voce: un uomo dalla corporatura tozza lo stava osservando con un ghigno ilare, fumando una lunga pipa.

          «Bentornato ragazzo», disse quello, continuando a guardare fisso il giovane. Khrejan tentò di alzarsi col busto, ma il dolore lancinante gli tolse il fiato.

          «Sta’ calmo, non avere fretta. Le ferite sono profonde.»

          «Chi…»

          «D’hrig, mi chiamo D’hrig. Non c’è di che per averti salvato la vita, è stato un piacere.»

          «Sei…» D’hrig attese che Khrejan finisse la frase. «…un nano.»

          «Un nano, dove?! Dove?!» domandò con finta preoccupazione D’hrig.

          «Dove ci troviamo?»

          «Siamo poco distanti dalla città, nel bosco ai piedi delle rovine del tempio. Lasciavo Akkrah e stavo venendo qui, quando ho sentito il baccano che stavi facendo. Quelli ti avevano già conciato a dovere, quando ti ho raggiunto. Ho sistemato quello che ti aveva atterrato e che stava per farti la pelle.»

          Khrejan fece di nuovo per alzarsi, ma ancora una volta il dolore lo piegò in due.

          «Sta’ giù, ho detto! Ci ho messo ore per rattopparti a dovere. Non ho affatto voglia di ripetere tutto da capo.»

          Khrejan si tastò le ferite. Dalle bende proveniva un profumo resinoso e mentolato.

          «Come hai fatto a superare le guardie?» chiese il nostro.

          «Eh eh, segreto. Domattina potrai muoverti più agevolmente, adesso dormi», chiosò D’hrig.

          «Non ho tempo di dormire. Devo andare al tempio adesso», sentenziò Khrejan, alzandosi a fatica dal giaciglio.

          Il nano osservò con stupore Khrejan, che imprecando e sudando riuscì a rimettersi in piedi. Gli occhi del ragazzo incontrarono quelli di D’hrig. I due si guardarono a lungo, o almeno così sembrò al vecchio. Il dolore per le ferite faceva digrignare i denti al zarnathiano, tanto che D’hrig, alla luce del falò, ebbe l’impressione di avere di fronte una belva feroce.

          Khrejan osservò attentamente l’abbigliamento del nano e la bisaccia che aveva al suo fianco. Guardò di nuovo D’hrig dritto negli occhi, poi ruppe il silenzio.

          «Quei folletti… sono loro che chiamano…»

          «Nyash», grugnì D’hrig. «E non sono folletti, ma ragazzi, bambini. Quando sono arrivato in questa fogna che chiamano città, ho notato subito l’assenza quasi totale di marmocchi. Solo qualcuno, qua e là, e dall’aspetto gracile. Allora ho capito di essere finalmente arrivato nel posto che cercavo. Tutti gli altri marmocchi…» D’hrig fece una pausa, tirò un’ampia boccata di fumo dalla pipa e riprese. «Tutti gli altri sono stati corrotti da quel cane bastardo che si nasconde là dentro.» Indicò in direzione del tempio. Khrejan rimase in silenzio. Poi riprese.

          «In questa città, nonostante i mercati, che servono solo ad allargare il ventre dei signori eunuchi e di quelli che sanno vendersi a loro, c’è sempre stata la miseria. I ragazzi sono costretti fin da piccoli a darsi da fare per non morire di fame e ben presto diventano dei ladruncoli. Alcuni di loro, raggiunta l’età giusta, si accodano a qualche carovana diretta a ovest e non fanno più ritorno. Altri, invece, si arruolano e vanno a morire in qualche stramaledetta guerra a est. Ma tutto questo è cambiato con l’arrivo di Molken e dei suoi uomini.

          «Il suo arrivo coincise con le voci secondo cui presso il tempio qualcosa aveva ripreso a muoversi. I ladruncoli finiti nelle grinfie degli scagnozzi di Molken sparivano nel nulla. Semplicemente, non se ne sentiva più parlare.»

          «E nessuno che chiedesse di loro, nemmeno i parenti?» domandò Khrejan.

          Il nano scosse il capo. «Il terrore!»

          Khrejan osservò, quasi ipnotizzato, il ghigno sardonico disegnarsi tra i rivoli di fumo sul volto del suo interlocutore, illuminato dal fuoco di bivacco. A Khrejan parve di essere tornato bambino, quando si accampava nel bosco con gli altri ragazzi del suo villaggio in compagnia del vecchio G’hrym, per sentirgli raccontare le sue storie di fantasmi.

          «Il terrore corre veloce lungo la schiena della povera gente di Akkrah, quando Molken si aggira nelle sue strade.»

          Col tempo, aggiunse il vecchio, si scoprì che era lo stesso Molken a mettere sulle strade quei ragazzi, che poi venivano arrestati e fatti sparire. La vita di ladruncoli era una prova preliminare prima dell’addestramento.

          «Addestramento?»

          «Per trasformarli in perfetti assassini. Silenziosi, obbedienti, letali.»

          «Nyash.»

          «Esatto, ragazzo. L’esercito privato del cane bastardo rintanato nel tempio. Il servo del Diacono

          Il zarnathiano si fece pensieroso. «A cosa gli serve un esercito?» domandò infine.

          «Lo stava proteggendo mentre era impegnato a richiamare il Diacono. E, ora che quel demone è tornato, gli servirà per proteggersi durante il rito del risveglio del suo dio.»

          «Uno stregone. Un demone. E un dio.»

          Khrejan era perplesso. A lui non interessavano le storie di fantasmi. I suoi pensieri erano rivolti unicamente ad Arysthea e, ovviamente, all’oro. Eppure in qualche modo il racconto dell’anziano lo aveva distratto dal suo proposito. D’hrig pareva perso nei meandri dei suoi pensieri. Ogni sbuffo di pipa era un ricordo che si perdeva ramingo per poi tornare mesto nella sua mente.

          «Non sei un predone», sentenziò Khrejan.

          «Uh uh…» dissentì placido D’hrig.

          «Perché mi hai salvato?»

          «Perché no…?»

          Il nano sapeva molto di più, Khrejan ne era convinto. E non si trovava lì per caso quando i nyash lo avevano abbattuto.

          «Sai molto sul conto di questo stregone e di questo diacono, come tu lo chiami.»

          «Ti dirò solo questo, ragazzo. Quel topo di fogna è la causa della sciagura che ha colpito la mia gente, i Nark’hun. Il mio popolo è perduto per sempre. Il Diacono è la somma di tutte le piaghe che si sono mai abbattute su questo mondo e ciò che può risvegliare è il Male definitivo. La Morte totale.»

          I due si guardarono a lungo, senza dire nulla. Solo ora Khrejan scorgeva nello sguardo del nano un fuoco che lo bruciava da dentro. Quell’essere era mosso dall’odio puro verso lo stregone e il desiderio di vendetta guidava le sue azioni. Il barbaro osservò il cielo buio, senza stelle. Avrebbe ricordato quella notte per lunghi anni a venire.

          Senza aggiungere altro, bisaccia in spalla, i due si misero in viaggio verso le rovine del tempio.

 

 

V

Il pasto del diacono

 

Dopo che ebbe finito di pasteggiare con le carni di Roghan e Vohg, la prima voce che la creatura udì dacché era tornato alla vita fu quella di Molken.

          «Il maestro attende.»

          L’essere, che stava mandando giù gli ultimi bocconi, alzò di scatto lo sguardo vitreo verso Molken. L’uomo, pur essendo abituato a rivolgersi a chiunque con tono di comando, nel guardare quel mostro esitò. Per la prima volta in vita sua sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Mantenendo una innaturale compostezza, represse i suoi istinti e si allontanò da quell’abominio chiudendo la porta dietro di sé. Risalì lungo la scala a chiocciola che conduceva alla cella del Diacono. In cima ad attenderlo c’era il negromante, che gli ordinò perentorio di recarsi nelle segrete a prendere la ragazza. Molken annuì malvolentieri. Non aveva mai preso ordini da nessuno fino a quel momento. Lui era la legge nella sua città, ma lì al tempio cessava di essere Molken il legislatore, per il luogotenente, il servo di uno stregone e dell’orrido avatar che aveva risvegliato. Questo perché: «La tua ascesa al trono di Hyrkai inizia da qui, legislatore», gli rammentò placidamente lo stregone, calcando a mo’ di scherno la parola legislatore. «L’avvento è giunto, e tu godrai dei benefici dell’essere re. Ma dovrai tenere sempre a mente questo: sarai sempre debitore di un sovrano più grande di te, e lo servirai finché vivi. Non scordarlo mai, legislatore.»

          «Sì, mio djimn.» Molken fissava imperturbabile l’entità, quando invece avrebbe solo voluto spezzargli il collo e darlo in pasto ai suoi mastini, gli huruk di Shlaypurr. Il negromante replicò al suo sguardo con sarcasmo. «I tuoi orchi sono molto lontani, legislatore. Dovranno saziarsi delle mie carni un altro giorno. Ora va’», aggiunse con tono severo, «e fa’ preparare la ragazza. Il diacono è pronto e inoltre abbiamo ospiti. Quello straniero di cui mi parlavi è qui.» Concluse mellifluo: «Dovresti occuparti anche di lui». Molken serrò la mascella e non replicò, ma lasciò a passo svelto la stanza.

Il Diacono, dopo un lungo oblio, era tornato alla vita. Egli era solo un frammento del dio che serviva e di cui ora era divenuto avatar. Il suo corpo era stato disperso nel nulla secoli addietro. La sua essenza, ridotta a pulviscolo e disseminata nelle più piccole e infime forme di vita, aveva impiegato decenni a ritrovare se stessa e ricomporsi. Aveva vissuto nelle creature che strisciano nella terra. Aveva guardato con i loro occhi, pensato con le loro menti, agito con le loro membra. Cibatasi del loro vile cibo. Ora, finalmente, impadronitasi di esseri semplici ma a lei familiari quali sono i ragni, grazie ai quali aveva attraversato le terre aride del Kysh fino a giungere ad Hyrkai, il florido regno dove Akkrah era situata, era riuscita poco alla volta a ricostruire un nuovo corpo. Purtroppo questo corpo, fatto con le carcasse dei suoi cari aracnidi, era troppo debole per durare a lungo, e ben presto il Diacono avrebbe dovuto costruirne un altro, o procurarsi un corpo ospite. Ora, però, il tempo era giunto perché il Diacono agevolasse l’avvento del suo dio in questo mondo.

          La cella di Arysthea si aprì con uno schianto e Molken e due nyash entrarono. La ragazza, vestita di stracci che le coprivano a stento i seni e i fianchi, fu strattonata lungo un corridoio angusto. Dei fievoli raggi di luce, provenienti da alcune fessure ai lati dei muri, ferirono i suoi poveri occhi ormai abituati all’oscurità. Un’enorme porta di bronzo si aprì pesantemente e la donna si ritrovò in un ampio salone circolare, illuminato da grandi torce fissate su alte aste di ferro battuto. La pavimentazione irregolare, frastagliata, era stata realizzata con un materiale che irradiava strani riflessi verdi, come giada. Il punto di intersezione tra pavimento e pareti cedeva il posto a un dirupo che cingeva tutta la circonferenza della stanza, tranne che per pochi metri ai lati del punto di ingresso. La camera, dall’ampio soffitto, doveva essere stata ricavata nella roccia, poiché in alcuni punti le pareti mostravano ancora la nuda pietra. Mentre in altri, invece, vi erano incisi in bassorilievo strane figure di creature impossibili che suggerivano nelle forme l’immonda ibridazione di esseri umani con creature aracnoidi. In diverse zone quelle incisioni sembravano riprodurre gli avvenimenti che raccontavano la storia dell’ascesa e del declino di quell’orrida genia. Anche i bassorilievi emanavano uno strano bagliore verde. Arysthea notò sulla destra del salone una struttura di pietra, simile ad un altare, e una figura ammantata di nero vicino ad esso. I nyash che la stavano trascinando la condussero proprio al cospetto di quella forma. Con un ultimo strattone la ragazza si ritrovò a terra. Molken si avvicinò ad Arysthea e le strappò di dosso gli stracci, mettendo a nudo il suo corpo tonico e morbido, imperlato di sudore.

          «Rendi omaggio al tuo signore, ragazza. Il Suo sonno di secoli è stato disturbato solo per te.» La voce del negromante riecheggiò in tutto il salone, ma di lui non vi era traccia.

          Il Diacono, celato nel suo sudario, fissò a lungo la giovane, prona sul pavimento. Anche se non riusciva a vedere il volto della creatura, Arysthea avvertiva il suo sguardo concupiscente su di sé. Alle sue spalle sentì il rumore di passi strisciati. Il salone si stava lentamente riempiendo. Il silenzio cresceva, e adesso la donna ebbe la sensazione che qualcosa più lesto dei passi nella camera stesse scendendo dal soffitto, lungo le ripide pareti. Schiocchi e stridori accompagnavano l’orrida discesa. Vide dei bagliori cremisi, e delle ombre muoversi sempre più rapide. Alcune si diressero verso la porta dalla quale lei era stata fatta entrare. Poi i suoi occhi si posarono nuovamente sulla figura nel sudario nero. Il Diacono se lo lasciò cadere di dosso, rivelandole la sua vera natura. La mente vacillò e si spezzò, e Arysthea conobbe l’orrore incarnato nel suo urlo scomposto, che riecheggiò lungo tutti i sotterranei del tempio.

 

 

 

 

VI

Lungo i corridoi, in compagnia dei morti

 

Mentre il fato di Arysthea stava per compiersi, Khrejan e D’hrig raggiungevano il tempio. Avevano impiegato quasi un’ora a scalare la collina che portava alle rovine. Forse perché essa era ripida e il suo terreno era irto di radici esposte e folti cespugli. Eppure, durante la salita, entrambi avevano avuto l’impressione che ci fosse una qualche magia all’opera in quel luogo, come se qualcosa appesantisse i loro passi.

          Quando furono in cima, notarono che l’altura soffriva di un ampio e profondo avvallamento, a nordovest del quale, dal punto in cui si trovavano loro, giacevano le vere macerie del tempio. Ciò che si poteva osservare giù, dalla città, era quello che rimaneva di una struttura secondaria, staccata da quella principale. Allungando lo sguardo tutto attorno, notarono altre costruzioni simili, alcune diroccate, altre in parte ancora intatte. Erano torrette d’osservazione, disposte a semicerchio lungo il bordo della collina, che ora capirono trattarsi di un vecchio cratere, smussato dal tempo e invaso dalla vegetazione.

          «Per il sacro culo di Frejgg», si lasciò scappare D’hrig, paralizzato di fronte alla visione dell’edificio sacro che, sebbene in gran parte diroccato, conservava ancora un’aura solenne e minacciosa. Khrejan avvertì di trovarsi di fronte a qualcosa che non poteva essere stato costruito dalle semplici mani di un uomo, poiché la struttura, nelle proporzioni, non rispondeva a tutti i canoni architettonici antropici. Istintivamente, Khrejan avvertì qualcosa di sbagliato negli angoli di quella figura, qualcosa che gli dava l’impressione che il tempio vibrasse e ondeggiasse al cospetto dei raggi lunari che inondavano la valle craterica. Quella fluttuazione gli provocò nausea e distolse lo sguardo. Poi D’hrig richiamò la sua attenzione: «Sei sentinelle», disse, indicando l’ingresso principale della costruzione, dall’architrave obliquo. Due nyash erano fermi davanti a essa. Gli altri si muovevano ripetendo ciclicamente lo stesso percorso. D’hrig stava per aggiungere qualcos’altro, quando Khrejan con un gesto lo zittì e gli fece cenno di guardare alla loro sinistra. Altri due sicari, sbucati dal nulla, si stavano dirigendo verso di loro.

          «Pattugliano il perimetro», sibilò Khrejan.

          «Non ci hanno notati»,  D’hrig.

          «Lo faranno presto», tagliò corto il zarnathiano. «Dobbiamo eliminarli, ora. Dovrai distrarli», concluse.          D’hrig fece un ghigno tirato. «Al nano il compito di fare l’esca, eh? Vado a destra», disse, e cominciò a strisciare tra i cespugli in direzione dei nyash. Khrejan strisciò verso sinistra. Le sentinelle si fermarono un istante guardandosi attorno. Per Khrejan e D’hrig fu il segnale implicito di attacco.  I due sicari ebbero solo il tempo di intravedere due sagome stagliarsi contro la luce lunare. Il vento soffiava leggero muovendo l’erba che arrivava alle ginocchia. Un lampo schioccò in lontananza. Con un balzo felino Khrejan fu sul suo bersaglio, mentre D’hrig, dal lato opposto, con un lesto gioco di gambe ingannò il suo. Dopo fu un groviglio di lame roteanti e pugni volanti e ben presto lo scontro si divise in due combattimenti separati. D’hrig, sbilanciando il suo avversario, scivolò in mezzo alle sue gambe e lo avrebbe smembrato in due tronconi, se non fosse stato per la rapidità dell’altro, che con un balzo all’indietro roteò su se stesso e contrattaccò. Il nano era ancora a terra, ma riuscì a parare il colpo con il piatto dell’ascia bipenne. La fece roteare, strappando dalle mani del nyash la spada a lama curva. Il sicario emise un sibilo piccato, poi saettò in direzione della sua arma, ma D’hrig lo atterrò con uno sgambetto. Il nyash non si arrese e assestò al nano un calcio in pieno viso che gli rovesciò il capo e per poco non gli spezzò il collo.

          Khrejan stava tempestando il suo avversario con affondi e stoccate, senza però ottenere alcun risultato, poiché l’assassino era veloce oltre ogni immaginazione. Sembrava posseduto dal demone del vento, parava, schivava, contrattaccava e balzava in ogni direzione. Alla fine, con un calcio in volata, il nyash colpì Khrejan su una delle ferite che aveva sul petto e che si stava riaprendo, facendolo franare al suolo. Il sicario incappucciato gli si avvicinò per finirlo.

          D’hrig si rialzò e gettò l’ascia nell’erba, era troppo pesante per quello scontro così rapido. Attese che il suo uomo si avvicinasse. Il nyash, ondeggiando, si fiondò sul nano. All’ultimo secondo D’hrig schivò il colpo, ritrovandosi alle spalle del sicario in nero che afferrò per il collo ancora a mezz’aria. Il nano strinse, sempre più forte. Un rumore come di rami spezzati mise fine allo scontro.

          Krhejan era ancora a terra quando il nyash fu sopra di lui. Questi affondò la lama, che però non andò a segno e finì nel terreno. Il folletto del vento osservò con stupore un rivolo di sangue corrergli dal petto lungo le braccia fino alla spada. Una lama, lunga quanto un avambraccio, gli aveva spaccato il cuore in due. L’ultima cosa che vide furono gli occhi di Khrejan furente, il resto del volto immerso nell’ombra, mentre affondava il pugnale retrattile del suo guanto sinistro.

          «Muoviamoci, ne arrivano altri!» esclamò D’hrig. Il barbaro scattò in direzione dei nuovi arrivati. Il secondo scontro si consumò molto più velocemente del primo. Nonostante la rapidità e la superiorità numerica, i nyash non poterono nulla contro la furia cieca che si era impossessata dei due compagni. Senza perdere altro tempo si diressero all’ingresso, cominciando la loro personale discesa agli inferi.

          Scesero lungo un interminabile corridoio scarsamente illuminato, perché esso era in pendenza e aveva più lati di un corridoio normale. Khrejan ne contò sette, ma ebbe come l’impressione che il numero variasse man mano che sprofondavano. Di nuovo, quella sensazione di stordimento e nausea gli strinse le viscere. Guardò in direzione del nano, stranamente silenzioso. Benché sembrasse calmo, D’hrig era una maschera di sudore. Era preda del terrore che evocava quel luogo malato, Khrejan lo percepiva. Non si trattava del suo istinto di uomo di Zarnath, però, era qualcosa di più profondo, che schioccò come una frusta nella sua mente, mettendo a nudo quella del compagno. Per un attimo gli parve di vedere delle immagini di devastazione, saloni dorati dati alle fiamme, corone spezzate e un popolo disperso, e sullo sfondo un’ombra immensa, crescente, affamata, sulla quale era focalizzata tutta l’energia mentale di D’hrig. Khrejan non sapeva spiegarsi la natura di queste connessioni, come era solito definirle. Cercò di non pensarci e proseguì nella discesa. I due si ritrovarono in un’anticamera circolare. Di fronte a loro, tre porte chiuse.

          Istintivamente, Khrejan si avvicinò a quella centrale. D’hrig prese dalla sua bisaccia un grimaldello e cominciò a sferragliare con la serratura della porta a sinistra.

          «Non farlo!» Esclamò Khrejan con un fil di voce, accompagnando l’esclamazione con un gesto della mano. Il nano si paralizzò e fissò per un attimo il compagno, cogliendone la tensione.

          «Non avremo che brutte sorprese da quella parte.»

          «E tu come fai a…»

          «D’hrig, fidati. Non lo so come faccio a saperlo. Lo avverto, semplicemente.»

          «Un percettivo, questa è bella», mugugnò D’hrig accostandosi alla porta a destra. Notò delle incisioni sull’architrave.

          «Magia…» sbottò, «incisa in lingua oscura. Possiamo dimenticarci di aprirla.»

          «La serratura di questa sembra cedere.» Khrejan era rimasto a fissare la porta centrale. Qualcosa gli diceva di scostarsi da essa. Al contempo ne era attirato e si era accanito col pugnale sulla serratura. «È arrugginita, ma si sta aprendo.»

          Alla fine, con uno scatto secco, la serratura cedette e la porta si aprì. Sul vuoto assoluto. Con un risucchio Khrejan venne tirato all’interno, ma ebbe la prontezza di piantare il pugnale sul bordo della parete. Sospeso a mezz’aria, vide ciò che c’era alle sue spalle. Una nube, nera come la notte, che si contorceva in volute creando un gorgo senza fine. Due occhi, ribollenti come lava fusa, si aprirono e fissarono l’ospite indesiderato. La caligine spalancò le grosse fauci, aumentando la velocità del vortice. L’essere famelico aveva attirato prima la sua mente, ora voleva attrarlo fisicamente. Khrejan lanciò una bestemmia nella sua lingua e serrò la presa attorno al pugnale. La forza della spirale lo attirava sempre più a sé, così come prima lo aveva spinto ad aprire la porta. D’hrig infilzò una delle sue lame sul bordo delle mura e urlò al ragazzo di afferrarla. Il barbaro, ringhiò, lottando contro la forza di attrazione del gorgo, afferrò il coltello del nano e cominciò a issarsi. Un rombo sommesso provenne dalla nube senziente, che sembrò non gradire il tentativo di fuga della sua riluttante preda. D’hrig afferrò entrambe le braccia del compagno, piantò un piede contro lo stipite e cominciò a tirare con tutta la forza che aveva. Dopo un po’, Khrejan riuscì a riemergere da quell’abisso. I due compagni si ritrovarono spalle al muro, appiattiti dalla forza di attrazione del mulinello, che ormai si era estesa anche alla camera delle tre porte.

          «La porta a sinistra!» urlò Khrejan, per farsi sentire da D’hrig.

          «È dal lato opposto!» grugnì il nano. Tra loro e la porta chiusa, infatti, si trovava quella spalancata sull’abisso. Tentare di raggiungerla semplicemente attraversando la stanza avrebbe significato essere di nuovo risucchiati dal gorgo vivente.

          «La parete! Dobbiamo scalare la parete!»

          Senza aggiungere altro, Khrejan conficcò un pugnale nel muro, poi l’altro e cominciò ad arrampicarsi, seguito da D’hrig. Con uno sforzo immane lottarono contro il vortice e superarono l’ostacolo. Arrivati alla porta ancora chiusa, Khrejan riuscì ad aprirla dopo un attimo di esitazione; la sensazione di pericolo tornò a pervaderlo. I due si gettarono all’interno e richiusero l’uscio con uno schianto. D’hrig puntellò la serratura con una delle sue lame da lancio. Una scalinata li portò ad un livello più basso. Il buio li inghiottì.

          Khrejan fece luce con una fiala che conteneva del liquido bianco. D’hrig si fermò a guardare.

          «Un dono delle naiadi di Mariendor», spiegò Khrejan.

          «Oh, le fatine del bosco», ironizzò il nano.

          Un’altra stanza, questa volta esagonale, o così sembrava. Di fronte a loro un corridoio. La temperatura era molto alta, l’aria quasi irrespirabile. In lontananza si udivano rintocchi metallici. Mentre procedevano, D’hrig si sentì in diritto di esprimere a modo suo il disappunto verso le infelici scelte del barbaro. «Non andiamo a sinistra, D’hrig… Apriamo la porta di mezzo, D’hrig.» Khrejan gli lanciò un’occhiataccia. «La porta a sinistra ci porterà solo guai, D’hrig. Fidati del mio sesto senso sovrannaturale.»

          «D’accordo, dannazione!» sibilò Khrejan, «ho sbagliato. Ma adesso piantala!» Il nano, fiero di aver fatto saltare i nervi al ragazzo, fece un ghigno. Khrejan lo incalzò. «Non siamo al sicuro nemmeno qui. Perciò chiudi quella boccaccia e pensa…» Un gemito, lungo, rauco, rugginoso, lo interruppe. Rimasero in ascolto. Seguì un altro gemito, questa volta più lungo e profondo, che gelò il sangue ad entrambi. Fece seguito un rumore di passi strascicati. Metallo strideva sulla pietra. Una voce tuonò nel nulla.

          «Ragazzo, ti sei disturbato a scendere fin nel ventre della Tenebra. Non mi deludi affatto. Mostra al mio padrone di essere degno del suo interesse verso di te».

          Il negromante parlò. Dall’oscurità del corridoio emersero delle figure che nulla più avevano di umano. Trascinando stancamente i loro corpi, la carne in decomposizione, gli occhi vitrei e acquosi, sembravano non accorgersi affatto della loro presenza. Khrejan inorridì quando tra loro riconobbe Daar, figlio maggiore del vecchio Peleg, che era stato tanto stupido da gettarsi nelle braccia della morte pur di salvare la sua amata.

          «Ti presento la bassa manovalanza del cane bastardo», ringhiò D’hrig. Ricevette in risposta il rantolo di una di quelle creature.

          Khrejan incrociò il suo sguardo con l’essere che un tempo era stato Daar. Per un attimo sembrò che la creatura avesse riconosciuto il suo vecchio amico, poi sbuffò un ringhio di disprezzo. Quel verso scosse i morti viventi dal sonno maledetto nel quale vagavano, tramutando i loro volti inespressivi in maschere di puro odio. Da stanche e barcollanti che erano fino a un attimo prima, le loro membra presero a muoversi con rapidità e frenesia e le loro fauci si gettarono in cerca di carne fresca. Gli attrezzi da lavoro che serravano negli artigli si abbatterono con forza su Khrejan e D’hrig, che respinsero a fatica la prima carica, rallentati più dallo stupore di quella visione, che dalla velocità degli abomini. Ogni attacco era intervallato da brevi pause, nelle quali i morti viventi sembravano bloccarsi, come se avessero esaurito lo slancio iniziale. Ma era solo un attimo, poi le creature tornavano a muoversi con più ferocia di prima.

          Sbavando e mugghiando si strinsero attorno a Khrejan e D’hrig. Le loro urla si mischiarono ai gemiti dei demoni. Sudore, sangue e membra mozzate riempirono l’aria, in un vortice di bestialità. Le lame dei due compagni non erano guidate dalla determinazione, ma dal terrore. Si lottava per la sopravvivenza, pura e semplice. I colpi calavano come magli su quegli ammassi marcescenti, ma più ne abbattevano, più dal corridoio ne giungevano altri, vomitati fuori come liquame da una sentina. I corpi andavano a raccogliersi lungo il pavimento dell’atrio e l’orda avanzava implacabile. D’hrig schioccava come una frusta una cordicella alla cui estremità erano legate rozzamente tre sfere dalla forma irregolare. Queste, battendo fra di loro emettevano un bagliore accecante che immobilizzava per alcuni attimi gli abomini, dando il tempo al nano di rifiatare e calare la sua ascia. Khrejan diede le spalle al corridoio per respingere l’assalto di un morto vivente, quando una fitta al collo lo paralizzò. La spada gli scivolò dalla mano, le gambe cedettero e si accasciò al suolo. Vide D’hrig, gli occhi furenti, roteare l’ascia mentre veniva sommerso dall’ultima ondata di quelle creature infernali. Poi la vista si offuscò e Khrejan fu avvolto dall’oscurità.

          La voce di Molken riecheggiò dall’altro capo del corridoio. Ordinò ad alcune di quelle creature di recuperare il zarnathiano, mentre non diede disposizione alcuna per il nano.

          Rimasto solo, nel corridoio, in compagnia dei cadaveri, D’hrig affrontò il suo destino.

VII

Avvento

 

Aprì gli occhi. Di fronte una donna. Il suo corpo increspato in una smorfia di dolore. Si dissolse come una statua di sale.

          Un fruscio lontano, ovattato, continuo. Secrezioni viscose stillavano da invisibili pareti. L’impressione di essere sott’acqua, la stessa sensazione di impotenza di fronte agli spazi oceanici. Qualcosa dal basso avvinghiò e tirò, chiamando a sé con blandizie.

          Respinto il panico iniziale si rese conto che, nonostante la percezione di essere in apnea, riusciva a respirare, poiché non era sott’acqua. Tuttavia continuava a sentire la stretta alla gola dell’annegamento.

          Era avviluppato nel nulla.

          Un sibilo. Una corda scagliata da angoli invisibili. Un’altra fune e un’altra ancora, da tutte le direzioni del nero più assoluto. Emanavano un bagliore malato e un lezzo resinoso. Si rese conto di essere legato braccia, vita e gambe da quegli stessi cavi vischiosi. Poi di fronte a sé, qualcosa si mosse. Ne percepì la sagoma ciclopica, dalla forma familiare e al tempo stesso impossibile. Nel suo incedere affannoso, pulsava e vibrava, come una enorme sacca di pus luminescente, emettendo uno sgraziato rantolo rugginoso. Si arrestò. Spalancò le fauci e un fiotto di bava colò nel vuoto sottostante. Otto sfere scarlatte si accesero come fiaccole, illuminando debolmente con il loro bagliore fumante la sagoma dell’essere, di cui non si poteva scorgere la fine. Con lenti scatti simmetrici e un rumore di legno spezzato, si levarono gli innumerevoli arti acuminati, che si conficcarono man mano nelle fenditure delle pareti inesistenti.

          Il dio e l’uomo si fissarono a lungo. Poi il nume rantolò nella sua oscura parlata direttamente nella mante dell’uomo.

         

“Ish-kry r’oh Ye-Kh’rejuahn, do’ne kr’aah vo’ Zar-nath-uh. Salutiamo te, nobile Khrejan, figlio della selvaggia Zarnath.”

 

Negli occhi scarlatti dell’essere immortale, vide gli spazi siderali dai quali, ere addietro, era giunto quell’abominio, portando con sé i suoi deformi fratelli.

          «Attendevo da eoni la tua venuta, e su altri piani dell’esistenza, io attendo ancora. Ho viaggiato a lungo per essere qui anche se il mio viaggio non è ancora iniziato.»

          Khrejan vide se stesso come guscio di Arnakk, il dio-ragno. Vide Arysthea e il seme del nume che si agitava nel suo ventre. Vide la prole che ne sarebbe scaturita riversarsi sul mondo per farsi adorare da folle di dementi sottomesse al nuovo sovrano. Questa schiatta di creature immonde avrebbe costruito nuove città sulle ceneri fumanti delle vecchie e avrebbe banchettato con gli ultimi nati della morente razza umana. E in questa scena di caos, in lontananza, sulla terrazza della torre più alta, un trono abominevole, e sullo scranno vi era assisa una figura ammantata d’ombra, una figura che gli era fin troppo familiare, poiché su quell’altare vide se stesso. Lottò a lungo con quelle visioni, ingaggiando con l’aracnide imperituro un aspro duello mentale, ma poi il buio lo avvolse nuovamente.

          Quando tornò in sé, Khrejan guardava il mondo con occhi non suoi. Sentì di non essere più padrone del suo corpo, ma di esservi intrappolato dentro, in compagnia di qualcosa che doveva favorire l’ingresso di Arnakk.

          Era nella sala del sacrificio, legato mani e piedi ad una lastra di pietra. Si guardò attorno e vide la masnada di accoliti riunitisi per il ritorno del loro dio.

          Da un lato vide il negromante, che salmodiava nella stessa oscura lingua di Arnakk, con al suo fianco il diacono, dall’altro una donna, anch’ella legata ad una lastra, la bionda chioma scomposta e le esili vesti lacere. Dal suo grembo squarciato fuoriuscivano tanti piccoli ragni dagli occhi scarlatti che, riversandosi lungo tutta la sala, si scagliavano voraci sugli accoliti, entrando nei loro corpi e prendendone il posto. Notò, inginocchiato al centro dell’atrio, di fronte all’altare, la figura di Molken, pietrificato in una smorfia di orrore e dolore. Le sue sterili aspirazioni di dominio su una città di ladri e mercanti erano andate in fumo una volta che lo stregone aveva deciso che i suoi servigi non erano più utili e che il suo ruolo di legislatore era arrivato al termine.

          I seguaci, ridotti a un triste ibrido tra ragni ed esseri umani, lanciavano le loro oscene invocazioni alla creatura che ora stava calandosi dall’alto del soffitto di roccia. Arnakk, il dio aracnide era tornato. Calandosi lungo la sua tela, vorticò su se stesso verso Khrejan che, cercando di rimanere lucido, si preparò ad affrontare l’abominio.  Sullo sfondo la sagoma informe del diacono si agitava in modo scomposto, cibandosi a sua volta, come i suoi fedeli ragni, di alcuni malcapitati accoliti. La mente di Khrejan riuscì a fatica ad affrontare la scena di caos e oscenità che gli si parò innanzi. L’orda di accoliti urlava con forza crescente Ya! Ya! Arnakk kah no-r’eh! Ya! Ya! Arnakk nokah go’neh! Ave! Ave! Arnakk, signore risorto! Ave! Ave! Arnakk padrone del tutto!

          L’immortale aracnide era a pochi passi da Khrejan e la cosa che premeva nel suo petto prese a fremere con maggior veemenza. Il diacono gli si avvicinò, ruppe i ceppi che lo avvinghiavano e lo sollevò di forza in aria, scagliandolo verso il nume. Poi la vista si annebbiò di nuovo, le urla degli accoliti mutati divennero uno sciabordio lontano e il mondo si fece ancora una volta buio.

         

«Guardami», tuonò Arnakk. «Non avere paura di ciò che sei sempre stato e che stai per divenire. Io sono il tuo prossimo gradino evolutivo.»

          «Tu sei solo una sacca di pus che cammina», tagliò corto Khrejan. In lontananza, di tanto in tanto, dei bagliori cremisi mettevano in risalto una intricata teoria di ragnatele, che il dio usava per muoversi nella sua dimensione impossibile.

          Khrejan capì di non essere più legato e che ora poteva muoversi liberamente, anche se non aveva nessun punto di riferimento, non avendo quel luogo pareti o pavimentazione. Era come se si muovesse restando fermo.

          «Berrò la tua linfa dal tuo inutile guscio. Mi farò di nuovo carne, e tornerò Re. Renderò a voi umani il pregio della mia benevola guida.»

          Arnakk sollevò Khrejan con i suoi artigli anteriori, portandolo a pochi passi dal suo volto. Il ragazzo finalmente scoprì, aggrappandosi istintivamente a una delle setole dell’artiglio, che il dio non era etereo, ma fatto di materia.

          «Vi insegnerò a ringraziarmi per avervi concesso il capriccio dell’esistenza. Vi mostrerò da quali mondi sono giunto. Comprenderete quale ruolo marginale ed essenziale al contempo voi rivestite nell’equilibrio del Tutto.

          «Se per te siamo solo pascolo, perché ti affanni tanto a conquistarci?»

«Perché voi avete un dono che altre razze non hanno mai avuto. Il potere di dimenticare. Qui Noi ponemmo la Prima Pietra, tempo fa… i miei fratelli sono rimasti, in attesa. Quando dal lemure vi evolveste in ciò che siete ora, vi insegnammo a parlare e a leggere le stelle, perché un giorno poteste trovarci e inchinarvi al nostro cospetto come era giusto che fosse. Tutto ciò che dovevate fare, e che ci aspettavamo da voi, era che vi ricordaste sempre di Noi. Ma poi, un giorno, ci avete dimenticati. Ci avete relegati nello spazio del mito e per sopravvivere ci siamo rifugiati nelle intercapedini tra le dimensioni, continuando a sussurrare alle vostre orecchie i nostri insegnamenti. Ma solo alcuni di voi erano in grado di ascoltarci. Il resto di voi era troppo occupato a…

          «Avete la grottesca capacità di cancellare tutto ciò che disturba il torpore nel quale ammorbate la vostra mente. Dimenticate luoghi, persone, insegnamenti, conquiste ottenute a caro prezzo. La vostra intera storia di specie dominante, o presunta tale, si basa su questo assunto: dimenticare sempre, imparare mai. Dimenticate il vostro passato, vivendo in un eterno presente. Come le vostre pecore. Ho scelto te perché sei degno. Ti elevi sopra gli altri, come un giovane semidio, ma hai ancora tanto da imparare. Sarò io ad insegnarti. Una scintilla di me è già dentro di te. Il mio avatar si farà uomo con le tue carni. La donna per cui sei giunto da me, tornerà in vita, sarà la nostra regina e mia madre.

          «Se è di materia e presente che vivete, allora l’unico modo per ricordarvi la Nostra presenza tra voi è quello di farci carne. Immanente. Solida. Tangibile.»

          «Imperfetta!», Khrejan lanciò uno sguardo beffardo al dio, che ricambiò incuriosito.

          «La carne può sanguinare e se puoi sanguinare…», disse il giovane, spezzando la setola alla quale ancora si aggrappava dalla zampa del dio. La scagliò contro le sue fauci e il dio, infastidito da quel gesto irrispettoso, allentò la presa e lasciò cadere Khrejan nel vuoto.

 

          Ripiombò con un tonfo sordo nella sala del sacrificio. Tra le mani aveva ancora la spazzola che aveva strappato alnume. Era lunga come una daga. Non ebbe il tempo di rialzarsi che fu sollevato di forza dal diacono e scaraventato all’altro capo del salone. Vide il negromante, ancora intento nella sua salmodia. Cercò di raggiungerlo, ma questi gli sbarrò il cammino. Dall’ultima volta che l’aveva visto, prima di ripiombare nella dimensione di Arnakk, aveva nuovamente mutato aspetto ed era divenuto più grande.

          Con un balzo laterale Khrejan schivò un fiotto di tela che il diacono gli sputò contro, fece di nuovo per raggiungere il negromante, ma fu prontamente bloccato dal diacono, che questa volta gli avvinghiò la caviglia con la sua tela. Khrejan capì che il negromante, con la sua magia, era la fonte di stabilità del diacono, il quale stava cambiando forma in continuazione e sembrava facesse fatica a contenere tale processo. Il dio ragno continuava a scendere dall’alto e diventava sempre più consistente

          Il diacono trasse finalmente Khrejan tra le mani, ma quando lo ebbe sollevato al di sopra della sua testa, fu trafitto alla gola dalla setola che il zarnathiano aveva usato per ferire Arnakk. Il diacono vacillò e il negromante gorgogliò un urlo di dolore e la sua gola si aprì di netto. Khrejan ne approfittò per recuperare una spada delle guardie che erano state travolte dalla furia oscena degli accoliti aracnide e si scagliò contro il negromante che fu abbattuto mentre ancora cercava di gorgogliare qualche maledizione. Il diacono, perso il suo appiglio con questo mondo, si indebolì e cominciò a perdere consistenza. Cambiò, ancora e ancora, fino a rimpicciolire e tornare a essere un semplice, tozzo ragno, che finì travolto e schiacciato dalla frenesia degli accolti. Il dio-ragno sospeso a mezz’aria si paralizzò, tendendo un artiglio in direzione di Khrejan e fissandolo con sguardo quasi ammirato, poi si dissolse in un istante, colando al suolo come rugiada. Gli accoliti ragno si gettarono nel baratro in preda alla disperazione e tutto finì, in un attimo, così come era iniziato. Quando realizzò che era tutto finito, Khrejan fu pervaso da un senso di insensatezza e smarrimento.

          «Pensavi che sarebbe finito tutto con un gran botto, vero ragazzo?». La voce era quella del nano. Khrejan si girò verso l’entrata e lo vide, ricoperto di sangue e carne.

          «Ma non sempre c’è un senso. A volte non c’è affatto». Si avvicinò al ragazzo e lo aiutò ad alzarsi. I due compagni si guardarono attorno e osservarono la scena di sangue che li circondava. Poi D’hrig si diresse verso il negromante.

          «So che puoi ancora sentirmi, fetido», sibilò D’hrig. Gli occhi del negromante, già opachi e persi nel vuoto, si girarono lentamente verso di lui.

          «Non sei morto finché hai quel coso al dito, ma possiamo porvi rimedio». D’hrigg prese la mano destra dello stregone e gliela avvicinò al viso. All’indice c’era un anello. Gli occhi dello stregone si illuminarono debolmente di rabbia.

          «Questo lo prendo io», disse D’hrig indicando l’anello. «A pagamento del debito che hai con la mia gente». D’hrig sfilò l’anello dalla mano dello stregone i cui occhi si spensero per sempre.

          Khrejan era chino sul corpo di Arysthea. Lo ricompose e lo sollevò, stringendolo a sé.

          «Andiamocene, nano. Torniamo casa».

          Notarono una intercapedine nella parete opposta a quella di ingresso. Entrarono. Un altro maledetto corridoio, pensarono. Lo imboccarono. Per tutto il tragitto, Khrejan portò Arysthea tra le braccia. Non versò lacrime per lei, ma non per questo non pianse. Nelle rovine del tempio non c’era più nessuno. Tutti erano spariti come i fantasmi di un incubo alle prime luci dell’alba e quando il sole cominciò a spuntare Khrejan e D’hrig uscirono dalle rovine del tempio.

          Giunsero alle pendici del monte. Non dissero nulla. Erano stati riottosi protagonisti dell’ennesima pantomima del Male.

          «Hai ottenuto quello che volevi, immagino» domandò Khrejan.

          «Un anello di bronzo non ripaga uno sterminio, ma sì, credo di poter dire che ho avuto quello che volevo», rispose il nano.

          «Dove andrai?»

          «A nord-est, ai Monti di Kar’hak’Dzynn. Riunirò il mio popolo, o almeno ciò che ne resta. Tu, ragazzo, tu cosa farai?». Khrejan posò lo sguardo sul corpo di Arysthea.

          «Ho una madre delusa a cui chiedere perdono. Poi me ne andrò a est, credo. Sempre se riuscirò a liberarmi dagli occhi di quel ragno».

          «Un barbaro percettivo. Ancora non riesco a crederci. Be’, non ti invidio affatto, ragazzo».

          «Neanch’io mi invidio affatto».

I due si dissero addio con lo sguardo, poi ognuno prese la propria strada. Il sole era alto, le rovine del tempio erano svanite, in lontananza iniziavano a sollevarsi le prime voci dei mercati di Akkra. Tutto riprese a essere come era sempre stato, come un urlo nel silenzio che al silenzio ritorna.

FINE


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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