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Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Aurelio Dumàr, il quale ci propone La notte infinitaracconto fantasy di circa 14.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Autore

Da sempre appassionato di Fantasy ed in continuo viaggio verso l’approfondimento della mia Spiritualità, si dedica da qualche anno alla scrittura.
Scrive racconti di mondi fantastici e antichi, con l’intenzione di ricreare quelle atmosfere magiche e quei personaggi emblematici propri dei racconti epici o del folklore ancestrale, adattandoli all’espressività contemporanea. Ciò che conta, nel suo Fantasy, è andare oltre il grigiume di un mondo fin troppo solido, alla ricerca di quegli arcani che sanno ancora affascinarci, incantarci, stregarci.
Scrive anche di Spiritualità, l’altra sua passione, alla ricerca di un sapore dolce ma non frivolo, né mai amaro: la spiritualità che, invece di rasserenarti e donarti libertà, ti rende più ansioso, preoccupato o frustrato, non è vera Spiritualità.


La Notte Infinita

di Aurelio Dumàr

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Quale insopportabile agonia, l’esilio immeritato!

Sovente ripenso alla Notte Infinita: per tre interi giorni il sole non sorse, e fulmini e lampi squarciarono senza posa la livida, iraconda volta celeste.

Scapparono gli uomini vigliacchi, a rintanarsi nei loro ridicoli nidi, come se pareti di fragile pietra e porte di legno avessero potuto proteggerli dalla furia di Colui che guardava dal cielo.

In molti ci accorgemmo di essere osservati, non tutti. In molti avvertimmo quella presenza che ci sovrastava, ci spiava, scrutava meticolosamente la nostra terra e, per ironia, coloro che non se ne accorsero furono i primi a cedere al terrore. Si prese a parlare di fine del mondo, e molti si convinsero che l’ora del tremendo verdetto fosse giunta. Molti, non tutti. Non io.

Il sole sparì all’orizzonte, insinuando i suoi ultimi raggi fra nuvole tinte di un innaturale rosso torbido, foriero di sventura. Sparì il sole, come è consueto che sia, e venne la prima notte; essa soffiò con foga la terra degli uomini, gonfiò le nubi, ne saturò i cieli. Latrati di bestie domestiche s’udirono nelle contrade, poi i lupi dal bosco ululare un inno al furore. E vennero i lampi, e infinite folgori martoriarono cielo e terra, e tuoni assordanti rimbombarono in ogni dove, e nel cuore tremebondo degli uomini.

Il giorno seguente non vi fu traccia di luce diurna, e la tempesta proseguì imperterrita, sempre più impetuosa, al punto che lampi e saette divennero le sole, fugaci interruzioni della peciosa, persistente oscurità e rivelavano bestie selvatiche venute alle porte degli uomini a far opera di sciacallaggio, a concedere morte compassionevole ai forti – o sfortunati – animali da cortile che non erano ancora spirati di crepacuore. E ancora, agli occhi impauriti che spiavano dalle finestre, lampi e saette mostrarono belve irsute e ringhianti, dal pelo rizzato sulle schiene curve e contratte, fugaci e sparuti stormi di volatili squittenti, dalle ali membranose, ed altri e peggiori orrori ancora sconosciuti agli occhi dei paesani, e che sarebbe stato meglio non avessero mai intravvisto.

Neanche l’alba del secondo giorno si mostrò. Urla folli e risate isteriche si aggiunsero ad arricchire la macabra sinfonia di ruggiti animaleschi ed ululati ancestrali, perché i latrati dei nostri animali erano finiti e c’era bisogno di rimpiazzarli per riempire il silenzio di musica delirante, ché il silenzio sarebbe stata una musica ben peggiore, che la nostra mente non avrebbe retto.

Il terzo giorno la tempesta si placò, e gli uomini si raggrupparono ed uscirono dai loro rifugi. Si munirono di armi e torce, scacciarono le fiere dalle strade e ripresero possesso del villaggio. Lamenti dissennati piangevano decine di defunti e dispersi, si gridava all’apocalisse.

Una manciata di pochi individui dai nervi saldi guidò quelli di noi che non erano ancora impazziti fra rovine di case sconquassate dal cataclisma, alla ricerca di superstiti, ma trovammo soltanto orrore e distruzione: cadaveri sepolti dalle macerie delle proprie dimore, dilaniati dagli animali selvatici, e non sapevamo dire chi fosse morto per incidenti, chi per un cuore non abbastanza robusto, e chi fosse stato sbranato vivo.

L’oscurità era assoluta; essa ci avvolgeva, timidamente diradata dai fuochi delle nostre molte torce, la cui luce non riusciva comunque a spingersi oltre una manciata miserabile di passi intorno a noi.

L’agghiacciante, selvaggio ignoto ci circondava, ed ogni passo era un azzardo. Ma dovevamo proseguire nelle ricerche, per l’infantile speranza di trovare un sopravvissuto, per il bisogno di accumulare un po’ di cibo ed acqua in vista dei misteriosi giorni a venire, o forse soltanto per non cedere ai pensieri nefasti che – credo – ciascuno di noi aveva quanto meno valutato di assecondare.

Ci staccammo dal gruppo per seguire un rauco sospiro, tre di noi, qualche infinito metro lontano dai più, dall’effimera, flebile, sciocca sicurezza che una manciata di nostri simili sembrava infonderci. Aggirammo il muro di pietra parzialmente crollato, superammo il breve vicolo fra le due case e il rantolare ci parve vicino. Mettendo alla prova il nostro stesso coraggio, muovemmo due passi ancora, per girare l’angolo che dava sul limitare del bosco, e il bagliore delle nostre fiaccole rivelò il vago fremito di una macchia di cespugli. Ci guardammo l’un l’altro incerti, ma concludemmo che non potevamo ignorare la possibilità di aver trovato un superstite, magari bisognoso di cure.

Un passo ancora verso i sinistri arbusti quando, d’improvviso, un immenso lupo dal pelo nero, come mai nessuno ne aveva visti prima, si scagliò fuori dalla vegetazione. La sua mole era imponente, ma ci concesse un singolo istante per osservarlo impietriti, poi ci fu addosso, scaraventando due di noi per terra; il terzo lo azzannò e se lo trascinò via in un lampo, lasciando una copiosa scia di sangue che ci concesse ben poche speranze sulla sorte del nostro compagno.

Lanciammo l’allarme, e il chiarore di molte torce si avvicinò prontamente. Dieci dei nostri ci raggiunsero. Stavamo spiegando l’accaduto quando lo udimmo; non tutti, ma innegabilmente c’era, e chi non lo udiva con l’orecchio ne avvertiva la malvagità in forma di angoscia e tremore del suolo che subito contagiava il corpo: un verso primordiale, come un ruggito minaccioso che aveva un che di animalesco e un che di umano, e che ricordava le leggende sulla crudele voce dell’ultimo drago, il cui teschio troneggiava solitario sulla cima del Colle di Cenere. Tutti noi avevamo visto le sue ossa, ma soltanto i più anziani del paese ricordavano la sua voce e il terrore che seminò da vivo.

Immediatamente ogni uomo tacque e tutti lasciammo vagare i nostri sguardi smarriti. Un vento, meno aggressivo di quello dei giorni precedenti ma pur sempre deciso, si levò dal suolo, sospingendo polvere e foglie verso un punto distante del cielo, in direzione d’una collina a due chilometri dal villaggio. Nel contempo, un cupo boato distante, e i lampi si riaccesero sulla vetta della collina, rivelando una misteriosa danza di nubi, che si muovevano veloci intorno ad un punto apparentemente vuoto, seguendo velocemente un ipnotico percorso a spirale.

L’arcana voce riprese a salmodiare le sue parole di ruggiti animali, mentre i tuoni, sempre più frequenti, le facevano da ritmico sottofondo, lieve e sordo, come volessero mostrarle un timoroso rispetto.

«È risorto Morte di Fuoco» osò mormorare qualcuno.

«Tacete, idioti!» li zittì il capo villaggio. Anche lui sentiva un che di verbale in quei versi, ed era assorto, come me e pochi altri, nel cercare di identificarne un possibile significato, nonostante i piagnucolii dei paesani.

Un fulmine improvviso si abbatté sul villaggio, innalzando una nube di polvere e terriccio. I paesani ripresero a gemere e urlare; molti si sparpagliarono rapidamente per far ritorno alle proprie case, mentre una seconda saetta scendeva su di un albero e lo squarciava, lasciandolo poi crollare in mezzo ad una strada. Altri tre fulmini calarono sul bosco ai piedi della collina, ed appiccarono incendi ed illuminarono branchi di fiere che già se ne stavano allontanando, fuggendo verso la vallata settentrionale.

Pochi di noi erano ormai rimasti in strada, troppo sconvolti per reagire, troppo scoraggiati per immaginarci al sicuro in un qualsiasi luogo, senza alcun posto dove andare per sfuggire al cataclisma. Ad ogni tuono crollava la nostra mente, trascinando con sé, via da noi, ogni singola emozione e lasciandoci, infine, lucidamente nudi di fronte all’impensabile.

Mi ritrovai sulla cima della collina, svegliandomi da un sonno ipnotico indotto dal cupo mugugnare dell’arcana voce, e mi sorpresi a fissare gli occhi – da quanto tempo non saprei dirlo – sulle profondità sconfinate del nero buco nel cielo, attorno al quale le nuvole continuavano a vorticare. Era quella la fonte dell’empio ruggito. Qualcuno, o qualcosa, stava parlando dall’infinito baratro, le sue parole ripetitive sembravano aver attraversato innumerevoli mondi prima di giungere a noi, inalterata la loro possanza.

Mi accorsi di essere circondato da una trentina di compaesani, tutti con lo sguardo alto, magneticamente mesmerizzati dalla ridondante litania; anch’io, allora, restituii la mia attenzione ad essa. Chissà da quanto tempo ormai quel verso mi risuonava nelle orecchie: era divenuto così familiare, quasi paradossalmente confortante, nella sua ferocia. Potevo oramai distinguerne le sfumature e, per quanto non sia possibile riprodurre un rumore che non si poteva dire né umano né disumano, avrei potuto tentare d’imitarlo con versi che graffiano la gola fino a squarciarla e urla che straziano la mente. Ogni singolo suono sembrava prodotto da decine di voci unisone ma dissonanti, e l’orripilante lamento cominciava con un verso ruggente, come un ringhiare di tuoni: Rrrroth. Subito, seguiva un urlo simile al gracchiare di uccelli notturni, o alle grida di dieci donne dal cuore spezzato: Alagàrr. Poi un ruggito di leoni, meno straziante del primo, come una nota di passaggio: Untr. Seguivano due fischi acuti e penetranti, il primo come un’imprecazione furente, il secondo come il sibilare assordante di lame che sfregano: Griinuar e Shaaiil’ess.

Rrrroth’Alagàrr Untr’Griinuar Shaaiil’ess…

Continuava con qualcosa che assomigliava ad un urlo d’accusa di voci maschili, graffiate e selvagge, ma sarebbe inutile proseguire oltre; i versi seguitavano per un certo frangente e poi riprendevano da capo. Solo una cosa v’è da aggiungere: un suono ricorrente, si ripeteva più volte nell’arcana poesia di terrore: Ùrthgalarr, ed io ero certo che si trattasse di un nome. Mossi qualche passo in avanti, per trovarmi esattamente sotto il fulcro del vortice di nubi. Rapito dalla litania, potevo quasi intenderne il significato, oramai. Non era soltanto un ruggente messaggio di odio, in esso v’era qualcosa di più: la promessa di una rivoluzione, una velata profezia sul destino delle nostre anime. Assorto com’ero, non mi resi conto che, inconsciamente, le mie labbra rispondevano alla Voce, sussurrando flebilmente: «Urthgalarr.»

La litania s’interruppe, e così il vento; rallentò il turbinio delle nuvole fino a cessare, ed esse incorniciarono, immote, l’oscuro canale dal quale ci aveva parlato l’Essere. Seguii un infinito momento sospeso, durante il quale un intuitivo terrore s’impadronì di me. Gli uomini ipnotizzati ripresero coscienza e si guardarono l’un l’altro, come risvegliati dal sonnambulismo, incapaci di ricordare gli eventi che li avevano riuniti sulla terrificante collina, quand’ecco, col fragore di cento tempeste ed il bagliore di mille fulmini, i cieli sconquassarono la collina attorno a noi.

Nessun uomo fu ferito, ma tutti si abbandonarono ad urla di panico; qualcuno si rannicchiò al suolo schermandosi il viso e le orecchie con le braccia, qualcuno piangeva guardandosi intorno sconvolto. Io ero rimasto in piedi, le mani a proteggere gli occhi dal fulgore improvviso e, quando i fulmini cessarono, tornai timorosamente con lo sguardo verso il varco. Allora, una singola saetta, indubbiamente guidata da una volontà senziente, calò sul mio corpo, e tutto si oscurò.

Ripresi coscienza lentamente, immemore dell’accaduto. Vidi sagome sfocate di uomini attorno a me. D’improvviso, un ronzio nelle mie orecchie cessò, ed udii urla di gente che si allontanava, ma cinque individui restavano a vegliare il mio corpo. Quando le loro figure ripresero nitidezza, mi accorsi dei loro sguardi severi ed incerti. Riconobbi Cleio, il capo villaggio, il quale si chinò, portando la mano all’elsa di un pugnale. «Che vuoi fare?» lo interruppe un altro dei presenti.

«I cieli l’hanno percosso e la tempesta è cessata. Nemmeno quel mormorio blasfemo si ode più: sia io dannato se questo non è un segno» dichiarò Cleio.

«Se gli Dei lo avessero voluto morto, adesso sarebbe tale» ragionò un terzo uomo.

«Questi Dei di cui parli non sono misericordiosi. Anche se mi sbaglio, gradiranno la nostra offerta di sangue» insistette il primo, senza togliermi il suo sguardo crudele di dosso. Attese ancora un momento, per dare agli altri il tempo di ribattere, ma nessuno lo fece. Così, l’uomo estrasse la lama ed avvicinò la mano tremante al mio collo.

Avrei voluto urlare, implorare pietà, scappare lontano, ma non ero padrone del mio corpo.

Sentii la gelida lama sulla mia pelle, ma un tuono lontano distrasse la mano già incerta del mio assassino, ed egli guardò in alto.

Il vento riprese, violento e improvviso, il nero vortice vomitava di nuovo il cantico infernale, più veloce, più collerico, più assordante.

«I Demoni lo difendono!» gridò uno dei cinque, e corse via.

I quattro restanti si allontanarono di qualche passo, ed io sentii finalmente le forze tornare. Mi alzai debolmente in ginocchio, e quelli mi guardarono colmi di timore e disprezzo.

«Tu sia maledetto!» mi urlò contro Cleio. «Questa notte infinita è colpa tua!»

Tentai di rispondere, ma la mia gola era un arido deserto, e non riuscii a fare altro che emettere dei versi strozzati.

«Parla come la Voce blasfema!» mi accusò uno dei quattro.

Il mio mancato assassino mi puntò contro la sua arma, ancora sfoderata: «Va via, lontano dalle nostre case. Se dovessi rivederti intorno al villaggio…» lasciò questa frase sospesa, sputò per terra, rinfoderò l’arma e si affrettò ad abbandonare la vetta, seguito dagli altri.

Provai a levarmi in piedi, ma dolore e spasmi martoriavano il mio intero corpo. Un intenso bruciore tormentava il mio viso, come fossi stato scuoiato vivo.

Solo, ripudiato, mi arresi al suolo, la musica dei cieli inquieti a sedurmi verso un nero oblio, e ancora quel nome, come un mantra, risuonava cantilenante nella mia mente: Urthgalarr. E mentre l’incoscienza mi lambiva, visioni confuse e malamente intrecciate mi mostrarono un vacuo nulla, troppo profondo per essere retto dal senno umano, dal quale sembrò generarsi un caotico ammasso nebbioso dai colori malsani, le cui esalazioni danzavano estendendosi in ogni dove, come spire di un demone bramoso di afferrare qualsiasi cosa esista, trascinarla a sé, e divorarla. Al centro della nebbia, un’unica luce verde dal nucleo nero, pareva l’occhio di un rettile letale in agguato…

FINE


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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