Articolo di Gabriele C. Zweilawyer, tratto dal sito Zhistorica.


Il Panabas è un’arma da taglio originaria delle Filippine. La foggia esotica la rende particolarmente attraente per l’osservatore europeo, ma si tratta acrnche di un oggetto funzionale alle cose di guerra e davvero micidiale.

Scrivendo gli articoli sulla Spada Denti di Squalo e sul Macuahuitl ero convinto che avrebbero avuto molto meno successo di quelli sulla Spada Vichinga e sulla Spatha. Mi sono dovuto ricredere. Entrambi sono rimasti sotto quello sulla Zweihander (forse perché è l’arma bianca più adorabile di sempre), ma hanno avuto una pioggia di visite. Visto che ho sempre nutrito una certa passione per le armi bianche esotiche, la cosa mi ha reso felice. Oplologi e semplice amatori della bellezza metallica (e non) sanno perfettamente che l’Oriente e l’Estremo Oriente è una miniera da cui attingere a piene mani. Per non annoiarvi con il  kriss o il kukrì, lame che hanno avuto un discreto successo di divulgativo grazie alla finzione filmica e letteraria, ho deciso di scribacchiare qualcosa sul Panabas.

Per una buona raccolta di immagini e reference bibliografiche, mi permetto di consigliarvi l’ottimo (sebbene arcaica) pagina del Macao Museum of Art che, oltre al Panabas, tratta in modo molto ampio la maggior parte delle armi bianche asiatiche.

Sulla sinistra le due fogge principali del Panabas (le meno diffuse erano le ulltime); a destra, un’altra lama filippina, il Barong

Le Filippine e l’Isola di Mindanao

Grazie alla loro collocazione, fra la Malesia e l’Asia Continentale, le Filippine hanno sempre subito l’influsso di diverse culture. Tralasciando la storia più risalente, bisogna necessariamente menzionare un evento che porta all’insediamento di una nuova religione e di nuove usanze: l’arrivo dei mercanti arabi.

L’Islam infatti inizia a penetrare nelle isole meridionali delle Filippine attorno al XIII secolo grazie alle relazioni commerciali con le popolazioni a occidente dell’arcipelago. Già dalla costruzione della prima moschea, ad opera del mercante Makhdum Karim (1380), l’Islam pianta le radici nella ne sud dell’arcipelago, dove rimane a tutt’oggi la religione più seguita. Non a caso, a partire dal 1989 esiste la ARMM, la Regione Autonoma del Mindanao Musulmano. Merita una menzione anche il fatto che Ferdinando Magellano viene ucciso dagli indigeni filippini, presso Mactan, nel 1521 (prima di terminare la sua circumnavigazione del globo). Non a caso, ho inserito il fotogramma di un bel programma di History Channel in cui si mostrano i danni provocati dall’arma su un morione del XVI secolo.

Ma non bisogna però pensare che le popolazioni indigene fossero arretrate, per lo meno dal punto di vista metallurgico, come quelle precolombiane o del Pacifico. I Filippini possono infatti contare, ancor prima dell’arrivo dell’Islam, su eccellenti artigiani, che forse operano in centri specializzati come in Europa, e sono capaci di forgiare delle ottime lame in acciaio.

Il Panabas

Viene quasi sempre identificata come un’arma moresca (Mori del Mindanao per l’appunto), ma anche le influenze delle tipiche fogge estremo-orientali sono facilmente riconoscibili. Ad esempio, il tipo meno diffuso di Panabas assomiglia ad un grosso kukrì. Robert Cato, nel suo libro Moro Swords (1996) scrive:

Il Panabas è strettamente legato ai Mori Maranao e Maguindanao di Mindanao

L’etimologia della parola è spiegata su wikipedia (ancora una volta saltarla a piè pari si è rivelata una pessima scelta):

The sword’s name is a shortening of the word “pang-tabas“, which means chopping tool. As such, its etymological origins are the root word tabas (“to chop off”) and the prefix pang(“used for”).

Come molte altre armi, nacque per uso domestico, e doveva essere particolarmente efficace per farsi strada nella giungla e, perchè no, difendersi dalla fauna estremamente ostile del luogo. Dobbiamo immaginarlo come un machete esotico, adattato ben presto all’uso bellico. In fondo, ciò che riesce a tagliare il legno se la cava piuttosto bene anche con la carne e le ossa. Gli esempi in questo senso sono parecchi, ma il più lampante è rappresentato dall’ascia, nata per fini completamente estranei alla pratica guerresca e finita ad affettare soldati e civili per una ventina di secoli.

Tre diversi Panabas. Il secondo ha una bellissimo intarsio nella parte superiore della lama

Tornando al metallo filippino, bisogna specificare che il Panabas è un’arma ingombrante. Le dimensioni medie si aggirano attorno ai 70-80 cm e può essere impugnato con una o due mani. Gli esemplari più grossi superano i 90 cm e possono sfiorare anche i 120 cm complessivi, con un peso totale di quasi 4 kg. Anche prendendo ad esempio un Panabas di 65-70 cm – dimensioni non eccessive,  quindi, se paragonate a quelle delle lame europee – bisogna sempre rapportarlo alla stazza media di un maschio adulto delle filippine.  Non c’è alcun dubbio che si tratti di un’arma devastante.

Possiamo comunque ipotizzare che gli esemplari più pesanti, inadatti al combattimento, fossero quelli usati per le esecuzioni o portati durante le cerimonie come simbolo di potere.

Un esemplare di tipo A di grosse dimensioni: 81.9 cm di lunghezza, sezione a diamante spessa 2.2 cm alla base e una larghezza della punta di 12.1 cm

Le protezioni corporee dei guerrieri musulmani delle filippine sono scarse, quindi è facile immaginare quale tipo di danni potesse infliggere un’arma così pesante. Di certo sia la versione a una mano che quella bimane possono amputare di netto l’arto di un uomo o decapitarlo, come ci testimonia la presenza del Panabas in mano ai boia locali forse anche prima del XVII secolo.

Il Panabas non ha una forma standard, o meglio, c’è un disegno più seguito, ma non mancano le varianti. Il Panabas con la lama piegata verso l’interno, in modo simile alla lama del kukrì, è il meno diffusa. L’ho chiamato -perdonatemi la banalità della nomenclatura- tipo B per distinguerlo da quello con maggiore diffusione, il tipo A, che ha la lama con il debole oversize e un’impugnatura leggermente ricurva. A prescindere dalla forma, solo in pochissimi casi i Panabas sono dotati di un doppio taglio.

In realtà, non sono riuscito a raccogliere delle informazioni precise sul Panabas di tipo B, che in un video su youtube e in alcune illustrazioni recenti viene impugnato come una kukrì. Sul tipo A invece non ci sono dubbi.

Panabas di tipo B (“a kukrì”) di 86 cm. Belli gli anelli di bronzo stretti all’altezza del codolo

La foggia principale di Panabas, il tipo A con la punta “tronca” o “a mannaia”, è fatta per menare pesanti colpi di taglio, mentre la funzione di stocco rimane del tutto preclusa dal suo stesso design. Un paio di figure più sopra, si può notare come la potenza del colpo sia massimizzata dalla larghezza della punta, che poteva superare i 12 cm (circa il quadruplo di quella di una spada europea), e dallo spessore della lama, di oltre 2 cm al forte.

L’incredibile spessore dei tre Panabas mostrati in precedenza

L’impugnatura è in legno duro, spesso rinforzata da anelli di metallo che la stringevano al codolo e permettevano una presa più salda. A occhio sembra molto comoda, specie quella leggermente ricurva del Panabas di tipo A, ma dovrei maneggiarne uno per dare un’opinione più precisa.

Essendo costituiti da due lamine di legno, sono sopravvissuti pochissimi foderi di Panabas. Inoltre, sembra che i guerrieri buttassero via il fodero prima della battaglia. A volte invece non lo portavano, limitandosi ad avvolgere il Panabas in un vestito/straccio nero e a legarselo dietro la schiena:

Quando non in uso, il panabas viene avvolto in un drappo nero, poichè proprio il nero è il colore sacro dei Maguindanaos. In questo modo il portatore onora anche la Pietra Nera della Kaaba.

Il panabas trova un utilizzo bellico anche nella Ribellione dei Mori (1899-1913) delle Filippine e nel corso della Seconda Guerra Mondiale, anche in virtù della sua capacità di aprire varchi nella giungla.

In Tools of War: History of Weapons in Medieval Times, Syed Ramsey scrive:

Si dice che guerrieri Mori armati di panabas seguissero le prime linee durante gli attacchi agli Americani, per fare a pezzi i sopravvissuti.

Una testimonianza diretta dell’efficacia delle armi filippine nel corpo a corpo proviene da uno scritto del 1904 del Capitano C.C. Smith, Medaglia d’Onore per l’eroismo dimostrato nelle guerre indiane e avvezzo al combattimento ravvicinato: “Nel corpo a corpo i nostri soldati non hanno speranza con i Moro. Se non centrano il bersaglio al primo colpo, hanno raramente il tempo di ricaricare“.

Nel caso di specie, Smith probabilmente parla delle armi filippine più diffuse, il barong e il kampilan, ma rende bene l’idea di cosa volesse dire, per i giovani soldati americani, affrontare guerrieri ben addestrati (e armati) per la guerra close-quarter.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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