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Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Riccardo Maggi, il quale ci propone I Vermi delle Sabbieracconto di fantasia eroica di circa 40.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


I Vermi delle Sabbie 

di Riccardo Maggi

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In un luogo dimenticato da ogni divinità, dove il freddo ulula e taglia come l’acciaio, giaceva sotto la vista di tre possenti guerrieri del nord un ladro, un tagliagole, un fuggiasco, un uomo del Sud, Dhabib.

Quel piccolo ometto aveva attraversato le acque più profonde e le più impervie montagne per rifugiarsi nelle terre del Nord, ma fu del tutto inutile. Quando si attenta alla vita dell’Imperatore di Mizar, la Città delle Sabbie, neanche il leggendario Dio dei ladri e degli assassini, Othna, può giungere in tuo soccorso.

Nessun guerriero del Nord però si era arrischiato a riscuotere la taglia che pendeva dal suo cranio, poiché per quanto lauta fosse la somma, la richiesta di attraversare il grande mare e il deserto rosso, portando il condannato vivo e vegeto davanti all’imperatore, che lo avrebbe ucciso personalmente non era la più allettante delle prospettive. Passò qualche giorno e infine qualcuno si fece avanti.

“Buone notizie assassino!” disse la guardia armata. “Presto tornerai tra le tue sudice e sabbiose terre del Sud grazie al più valoroso dei mercenari del Nord, Jotùn il Rosso, l’ultimo guerriero della leggendaria tribù Svàrthel!”

Il freddo invase la camera e una lunga barba rossa spiccò al di sopra della pelliccia d’orso che avvolgeva il mercenario, il cui corpo pieno di cicatrici e ferite ancora sanguinanti, riempiva senza difficoltà alcuna quelle fredde e polverose stanze. Il mercenario si avvicinò prima alla guardia, ricevendo i dettagli completi della sua nuova missione e poi si chinò sul povero Dhabib, facendogli una promessa che gli gelò il sangue: “Tu morirai a Mizar e io sarò lì quando la vita fuggirà dalle tue luride membra”

I

Il viaggio in mare si prospettò piuttosto semplice, grazie alle correnti favorevoli e alla piccola e agile imbarcazione che tagliava la superficie dell’acqua alla velocità del leggendario cervo del Nord “Nifl”. In soli otto giorni riuscirono ad attraversare quelle impervie acque che furono la disfatta per molti eroi e mercenari, dimora di mostri marini e tempeste divine. Ma nulla accadde.

Jotùn però sapeva che la vera sfida per un guerriero del Nord, temprato come lui dal ghiaccio e dal freddo più intenso, era il deserto rosso, sconfinato, bollente e ricco di oscure illusioni che avrebbero  traghettato anche il più astuto e cauto degli uomini tra le fredde braccia della morte. Al solo pensare di morire senza poter combattere, Jotùn si diede da fare con il timone e la vela cercando di scrollarsi di dosso quell’orribile sensazione, godendosi per l’ultima volta l’immagine riflessa della Luna su quelle acque oscure.

Arrivarono sani e salvi nella grande città di Wezen per mezzodì. Città di mercanti e di ladri, di corruzione e bellezze inimmaginabili. Ma poco importava al possente guerriero, che camminava tra i banconi stracolmi con le merci più colorate e lavorate che avesse mai visto, alla ricerca di un cammello ed informazioni riguardo a Mizar. Nel frattempo il condannato, a volto coperto per non farsi riconoscere, rimaneva ben legato alla nave attraccata al fiorente porto sommerso dal chiacchiericcio del mercato. Jotùn alla fine riuscì a trovare un uomo che in cambio di un cammello e razioni a sufficienza per il viaggio a Mizar volle la sua barca e soprattutto la sua pelliccia di orso bruno, merce pregiata per i mercanti del Sud. Riluttante il nordico accettò e rimasto solo con gli stivali e le corte brache, ben salde ad una pesante cintura in metallo, su cui svettava il simbolo della sua tribù, tornò al porto, sommerso dagli sguardi maliziosi di vecchie donne e belle fanciulle che mai avevano visto cotanta possanza nordica. Felice di aver rischiarato la giornata a così tante belle femmine, sin troppo trascurate dai mariti e dagli anziani per questioni più importanti quali la “politica”, il “commercio” o il popolare quanto sanguinolento spettacolo nell’Arena d’Avorio, Jotùn venne attirato da una sgorgante quanto innumerevole massa di persone intente ad urlare e lanciare marciume contro qualcosa.

Per la precisione contro qualcuno. Dhabib.

Facendosi strada tra la folla sguainò la lunga spada d’acciaio e cessò all’istante ogni schiamazzo e lancio, ruggendo come il più imponente dei leoni: “Chiunque si azzarderà ancora una volta a rovinare la mia merce se la vedrà con il sottoscritto. Intesi?!”

La gente tornò alle proprie faccende maledicendo il tagliagole che attentò alla vita dell’Imperatore e al barbaro che ostacolava la loro sete di vendetta.

“Benvenuto nel mio regno, nordico!” disse con un largo sorriso Dhabib.

“Non ti è permesso, parlare sporco tagliagole. Risparmia il fiato per la lunga camminata che ci aspetta” rispose Jotùn.

“Non ti preoccupare per me guerriero, grazie al bacio di quella grande e splendente pietra incandescente nel cielo, mi sono immediatamente rimesso e non appena metterò piede tra le sabbie del deserto riacquisterò il vigore che il tuo paese freddo e spoglio mi ha tolto in così poco tempo” replicò il tagliagole.

Il nordico esplose in una grassa risata nell’udire quell’affermazione che cozzava con forza alla vista di quell’esserino tutto pelle e ossa che si era accoccolato nella sua calda pelliccia per tutto il viaggio. Non fece altro che dormire e pregare la Luna. Costantemente. Mentre adesso solo grazie a qualche raggio di sole si sentiva di nuovo il re del mondo.

Preso il cammello e le giuste razioni di acqua e cibo per il viaggio, il guerriero e la sua preziosa “merce” si avventurarono subito verso il deserto consci di lasciarsi alle spalle l’unica sorgente di vita in quel mare di sabbia che stavano per affrontare.

Il barbaro seguì attentamente le istruzioni del mercante: “Per giungere a Mizar non potrai seguire le stelle, come in mare poiché di notte il deserto diventa la più feroce delle dimore in cui l’uomo abbia mai messo piede. Dovrai metterti sul suo cammino quando il Sole albeggia e la grande città si mostra all’intrepido viaggiatore solo per pochi istanti, per poi scomparire come la più bella delle illusioni. La città delle Sabbie è ben lontana e ci vorranno almeno 7 giorni di viaggio sul cammello a passo sostenuto per raggiungerla. Non sprecare il fiato parlando con i tuoi compagni e ricordati di bere ogni 3 ore riparandoti il più possibile dal Sole. ”

Il barbaro e il tagliagole partirono alle prime luci dell’alba seguendo l’ombra della città delle sabbie che in lontananza ammiccava ai due avventurieri come la più seducente e maliziosa delle donzelle.

Il Sole si presentava come sempre, raggiante e generoso. E se per il barbaro non fu che l’inizio di un lungo e difficoltoso cammino per il tagliagole dalla pelle olivastra il Sole era la più bella e calda delle ricchezze che la madre terra potesse avere.

Rinvigorito Dhabib iniziò a dare aria alla bocca: “Allora barbaro cosa pensi del mio paese? Ti piace questo mare di sabbia e la potenza di quella grande pietra incandescente nel cielo?”

Il barbaro nascosto sotto la tenda montata in sella al puzzolente camello lo ignorò.

“Devo essere sincero, quando sono arrivato nel tuo paese speravo di meravigliarmi di fronte alle più grandi bellezze che gli uomini del Nord serbavano al resto dei popoli. Ma non ho trovato altro che neve e ghiaccio oltre che una cattiva compagnia. Nessun essere vivente sembrava felice di vivere in quelle lande desolate martoriate dal vento gelido e tagliente come l’acciaio. Mi chiedo ma non sapete godervi la vita neanche un poco? Lassù al Nord non avete la civiltà? Città, belle donne, mercati ricchi e fiorenti, sorgenti e frutti gustosi, spettacoli di morte e d’amore, politica. Insomma la civiltà! Tu sai cos’è la civiltà barbaro?”

Jotùn rispose a tono: “La civiltà è un atto contro natura, un capriccio degli uomini che si credono superiori e per dimostrare tale grandezza hanno costantemente bisogno di creare inutili artefatti e distruggere l’operato della grande madre. Noi popoli del Nord non ci opponiamo al fluire incessante e caotico della vita. Viviamo, amiamo e combattiamo in mezzo alla natura e talvolta contro essa stessa che da madre amorevole si trasforma fulminea nel peggiore degli incubi. Il vento e il ghiaccio ci induriscono, è vero, ma al Nord non è permesso giocare o rilassarsi. Ogni attimo è combattuto. Ogni caccia è spinta dalla fame del corpo e non dalla fame di ricchezza. Ogni donna è pura e leale, ogni uomo coraggioso e giusto. Si vive qui e ora  non ci sono Dei o aldilà in cui potersi realizzare. Al Nord vi è rispetto per i vivi e non per i morti come nel vostro paese “civilizzato”. Sempre pronti a idolatrare e pregare coloro che non ci sono più, dimenticando e uccidendo a poco a poco color che lottano disperatamente nel vostro mondo sporco e corrotto. Quindi sì tagliagole, io conosco molto bene la civiltà di cui parli e per questo la evito come la peggiore delle malattie che abbia mai toccato un essere vivente.”

Al calar delle tenebre i nostri si distesero sotto una duna, cullati dal vento freddo e da un cielo pieno di stelle dove l’occhio vigile della Luna calava sui loro corpi freddi e stanchi. Dhabib dopo aver pregato per ore alla Luna si mise a dormire augurando sogni d’oro al suo compagno che lo ignorò dandogli le spalle. Il tagliagole così poggiò la testa sulla sabbia, perdendosi negli abissi della sua memoria, cullato da ricordi felici della sua giovinezza ormai lontana.

All’epoca era tutto così semplice e bello.

Ma come una grossa e pesante pietra infrange uno specchio d’acqua anche i suoi sogni e ricordi d’infanzia s’infransero. Quella grossa e pesante pietra era una voce antica, lontana, perduta nelle pieghe del tempo. Era ciò per cui aveva pregato instancabilmente ogni singola notte. Era l’orrore più grande che mente umana potesse immaginare.

“Chi osa infrangere il sonno eterno di Zadek della Città Nera?” domandò quella possente e oscura voce.

“Dhabib,sua oscurità! Un semplice mortale che chiede solo di poterla servire come il più umile degli schiavi” rispose il piccolo tagliagole.

“Tu menti mortale! Posso scorgere nei tuoi pensieri la paura per la morte che ti stringe ogni notte per aver fallito la tua missione a Mizar. Sono settimane che sento i tuoi piagnistei. Il tuo corpo ormai stanco e spoglio si trascina senza opporsi verso la propria fine” tuonò la voce “Cosa saresti disposto ad offrirmi di così importante per risvegliarmi dal sepolcro in cui riposo da millenni ormai?”

“Sua immensa oscurità, colui che mi porterà a morire è l’ultimo superstite della leggendaria tribù nordica Svàrthel, la rovina del vostro fiorente impero che sprofondò sotto le sabbie su cui oggi cammino” replicò Dhabib.

“Dimostralo, carogna e bada bene a non mentire a un Dio caduto!” tuonò l’oscuro signore.

“Questo barbaro è possente come pochi esseri umani, sua oscurità. Porta con sé una lunga spada del Nord  la cui elsa ha la forma di un lupo dei ghiacci mentre la sua lama riporta diverse incisioni  runiche, riproposte anche sulla sua pesante quanto spaziosa cinta in ferro battuto. Il simbolo della tribù Svàrthel è anche marchiato a fuoco sul suo collo, ben nascosto sotto i lunghi e folti capelli rosso sangue e sulle braccia” rispose timoroso il tagliagole.

Nonostante il buio annichilisse ogni percezione e pensiero, Dhabib sentiva che il suo ospite era piuttosto sconvolto nell’apprendere tale notizia. Ci volle un po’ prima che la voce riempisse di nuovo l’infinito spazio della sua mente: “Molto bene,ignobile mortale. In cambio della morte del tuo compagno ti concederò la vita eterna al mio fianco come umile servitore” rispose “Continua a invocarmi sotto i raggi di Luna e quando sarà il momento di agire ti informerò personalmente sul da farsi” concluse la voce oscura.

Dhabib si svegliò di soprassalto, col volto rigato di sudore e in petto cento tamburi tuonanti. Si guardò attorno e vide un verme delle sabbie, poco più grande di un pollice, scavarsi una via tra la sabbia. L’orecchio sinistro gli bruciava terribilmente mentre un rivolo di sangue gli sporcava la tunica. Per penetrare nella sua mente mortale quel piccolo esserino si era intrufolato dall’orecchio. Il tagliagole guardò la Luna ancora alta nel cielo e la ringrazio silenziosamente, poggiando per l’ultima volta gli occhi sul barbaro la cui vita adesso era appesa a un filo, sottile quanto la linea dell’orizzonte che separa il cielo dal deserto.

II

Il Sole era appena nato e accarezzava i corpi dei nostri viandanti. Il barbaro del Nord fu il primo ad alzarsi, seguito dal cammello ed infine dal tagliagole, quest’ultimo invogliato dai calci del suo nerboruto compagno. Il guerriero fissò attentamente l’ombra di Mizar apparire e scomparire in pochi istanti, dirigendo le sue forze verso quella roccaforte ancora molto lontana.

Nonostante rimanesse nascosto sotto la tenda, Jotùn sentiva la fatica e spossatezza tipica di chi il deserto lo ha solo sentito nominare, mentre il tagliagole li seguiva pimpante e sereno, fischiettando e saltellando. Il nordico però non riusciva a sopportare il Sole e quel pigro ladruncolo che si portava appresso per un’intera giornata nel deserto e non potendo prendersela con la stella che gli gravitava sulla testa, inveì contro il suo compagno: “La vuoi piantare con quella stupida cantilena?! Ancora una parola e ti taglio la lingua!”

“Che modi! Vorrei ricordarti che devo presentarmi all’Imperatore di Mizar senza neanche una ruga in viso quindi trattami bene o non riceverai alcuna ricompensa!” rispose Dhabib.

Questa non era affatto la risposta che Jotùn il Rosso si aspettava, così scese dalla sua pelosa e puzzolente cavalcatura e con uno sguardo pieno di odio si diresse verso il compagno e chiarì le sue intenzioni: “Prima di prenderti a pugni voglio specificarti alcune piccole regole che forse non hai compreso correttamente”. Un pugno dritto alla bocca dello stomaco piegò in due il piccolo tagliagole ansimante con la faccia sulla sabbia.

“Regola numero uno, non si parla, canta o prega senza il mio permesso”. Un calcio ben caricato gli travolse il viso come una carica di elefanti facendolo rivoltare pancia all’aria. “Regola numero due, la più importante di tutte, l’Imperatore ha semplicemente chiesto di averti vivo e non tutto intero. Quindi se dovessi ancora farmi scaldare non ci penserò su due volte a tagliuzzarti o torturarti come meglio credo. E adesso alzati non voglio perdere altro tempo in questa enorme polveriera che chiami casa” disse il barbaro.

Dhabib si alzò a fatica e imparata la lezione seguì controvoglia il suo padrone mortale mentre tra sé e sé non faceva che pensare al suo vero signore, l’unico che avrebbe potuto liberarlo da quella infausta situazione.

Quella stessa notte dopo la breve e fugace cena e la classica preghiera alla Luna del tagliagole, il barbaro si coricò sempre più spossato e nervoso a causa del Sole che per un guerriero del Nord, in quelle quantità, ha il medesimo effetto del gelo per un tagliagole del Sud. Dhabib al contrario era sempre più risposato e non ebbe difficoltà ad immergersi nei suoi sogni. Il piccolo uomo era circondato da cento tra le più belle ragazze che avessero mai messo piede sulla terra, tutte pazze d’amore per il possente e virile Dhabib, Re dei ladri e degli assassini che sperperava le sue ricchezze e virtù in cibo e donne. Era seduto su un enorme letto, coperto dalle sete più preziose, alcune di color porpora altre blu come la notte appena nata dopo il tramonto, mentre una grande finestra illuminava il suo fisico e le beltà delle sue cento compagne che lo coccolavano e cullavano come l’ultimo degli uomini. Qualcosa però mutò, nell’aria c’era puzza di morte e il Sole lasciò spazio alla Luna che illuminò un’ombra ben nascosta tra le pieghe del suo immenso palazzo. Un’ombra strisciante che avanzava sempre silenziosa verso il piccolo tagliagole e, una volta raggiunto, dal buio più profondo emerse il più terrificante degli uomini. I suoi occhi erano quelli di un predatore che fissa la sua prossima cena. I suoi passi erano tanto cauti quanto studiati. Quell’essere non trascinava con sé un solo corpo ma l’intera oscurità. La sua lunga tunica era un tutt’uno con l’abisso che lo circondava e con un ampio gesto della mano sinistra salutò Dhabib, che alla vista di quell’essere si fece ancora più piccolo. Nella mano destra un lungo bastone con al vertice il teschio di un verme delle sabbie sbatteva di qua e di là producendo un suono antico e malvagio. Saliti i gradini si fermò di fronte al suo letto e con la voce pesante e oscura disse: “Vedo che ti basta poco per essere felice e sereno”

“Come vede vostra magnificenza non sono che un animale alla ricerca della propria cuccia” rispose timoroso il tagliagole.

“Risposta eccellente, mio umile schiavo. Non sei altro che un cane il cui unico obiettivo è adempiere ai propri istinti bestiali e nulla più” replicò l’oscuro necromante.

“Vostra eccellenza, il mio compagno barbaro comincia ad affaticarsi e non credo possa reggere più di un giorno sotto il sole cocente del deserto” si affrettò a riferire il tagliagole.

“Perfetto. Domani, quando il sole raggiungerà lo zenit, la mia mirabile creatura emergerà dalle viscere della terra segnando la fine del tuo barbuto compagno e il compimento della mia vendetta” annunciò Zadek.

“Attenderò con ansia quel momento, vostra oscurità” rispose Dhabib che vide allontanarsi il suo nuovo padrone e con lui le tenebre che lo circondavano. Il tagliagole si svegliò, si toccò l’orecchio sanguinante e si guardò attorno alla ricerca del piccolo verme delle sabbie, salutandolo e augurandogli buona fortuna. Dopo di ciò tornò a dormire ancora più sereno e riposato.

Il Sole si affacciò nuovamente su quella dannata polveriera, e al suo mostrarsi il barbaro si svegliò, e ridestò i compagni di viaggio, che sembravano sereni e in forze. Tanto più il sole si alzava nel cielo e tanto più l’animo e il vigore del barbaro si scioglievano oppressi da quel caldo primordiale, che sembrava provenire dalle profondità di un vulcano sul punto di esplodere. Ma quella mattina accadde qualcosa. Il silenzio tipico del deserto che porta alla follia molti viaggiatori venne bruscamente interrotto da un urlo femminile poco lontano. Il barbaro affinò i sensi e affrettò la bestia dirigendola verso delle antiche rovine a Nord-Est, poco fuori dal loro tragitto. L’urlo spezzò nuovamente il silenzio e il barbaro continuò a spronare la bestia mentre il tagliagole al seguito lottava per stare al passo e talvolta veniva trascinato a peso dal cammello, che ormai trottava agile e veloce come meglio poteva. Una volta giunti presso le rovine, il barbaro legò la bestia a una vecchia colonna e si tuffò in quel luogo, senza preoccuparsi della sua preziosa “merce”. L’urlo si ripresentò alle orecchie dell’uomo, accompagnato questa volta da lunghi pianti e sospiri. Girato l’angolo, il barbaro, con la spada in mano e pronto ad intervenire, vide al centro delle rovine una donna legata a una colonna la quale alzando lo sguardo gli disse: “Oh straniero per mia fortuna sei giunto a salvarmi!”

“Cosa è successo?” chiese il barbaro mentre si prodigava a liberarla.

“Io e mio marito siamo stati attaccati dai banditi la scorsa notte. Si sono avventati prima sul mio compagno e poi su di me e dopo averlo ucciso mi hanno…” la donna scoppiò nuovamente a piangere, mentre il barbaro continuava a lavorare di spada e più la liberava più si accorgeva che i nodi non erano poi così stretti.

Al contrario alcuni di essi non erano che legati appena.

Qualcosa non quadrava.

Si ritrasse subito in piedi e vide la donna in faccia, nessuna lacrima rigava più il suo volto, al loro posto vi era solo un sorriso beffardo e gli occhi dritti dietro di lui. Il barbaro balzò alla sua sinistra evitando così il primo fendente di quella trappola. Con la spada stretta in mano mostrò il proprio volto ai suoi nemici che di tutta risposta gli risero in faccia. Erano otto predoni del deserto, agili e veloci, il cui passo felpato rivaleggiava senza problemi con il più scattante e pericoloso dei felini. Coperti da capo a piedi da una tunica blu notte, incominciarono ad accerchiare il barbaro, giocando con i lunghi coltelli tra le mani.

“Allora barbaro? Che succede? Ti sei perso?” lo schernì il capo.

“Per Othna che brutta cera! Non starai mica soffocando con tutto questo caldo, vero?” ridacchiarono in coro.“Non ti preoccupare. Ci pensiamo io e i miei fratelli a rimetterti in sesto, vedrai!” rispose il capo spalleggiato dai suoi.

Il barbaro continuò a fissarli imperturbabile uno ad uno mentre il silenzio e la calma del deserto tornarono al loro posto mentre. I combattenti, sotto lo sguardo vigile della bella donzella, si preparavano allo scontro. I primi a muoversi furono i predoni, tutti e otto gli balzarono addosso ma il barbaro non si fece intimorire dal numero e senza pensarci su due volte caricò i nemici con tutto il suo fisico, sbattendo con forza ben tre predoni contro l’ultima colonna in piedi che cadde sulla sabbia bagnata dal sudore e dal sangue dei banditi. I tre predoni perirono, chi sul colpo, chi sotto la lunga e fredda lama del possente guerriero che solo con quella mossa aveva ammutolito gli altri guerrieri del deserto, presto spronati dalla donna, ancora legata alla colonna “Uccidetelo stolti! Lo voglio morto!” ma fu tutto inutile. Il barbaro non ebbe problema alcuno a rispondere a colpi di spada, pugni e calci, ai suoi nemici che lasciarono le proprie vite tra quelle rovine. Ogni singolo colpo del barbaro era puro distillato di potenza e odio brutale che s’infrangeva senza pietà sui loro esili corpi. L’ultimo predone rimasto fu il meno fortunato del gruppo. La sua testa venne schiacciata come il più maturo dei frutti della terra tra le mani possenti del barbaro, grondanti sangue e cervella. Allibita da quell’orribile spettacolo, la giovane donna tornò ad urlare ancora più forte di prima “Stammi lontano, bestia, bruto, essere demoniaco!” ma la situazione non fece che peggiorare. La terra incominciò a tremare, s’increspò e in alcuni punti si aprirono grosse voragini su cui si riversavano tonnellate di sabbia. Jotùn lasciò la donna al suo triste destino, allontanandosi alla svelta da quel luogo maledetto che sembrava volerlo divorare in un sol boccone. Giunto al suo cammello Dhabib sembrava piuttosto nervoso e continuava a guardare il cielo e la terra come se le due metà li stessero per schiacciare. Il tagliagole non fece in tempo a chiedergli cosa avesse trovato tra quelle rovine che queste vennero divorate dal più grande verme delle sabbie che avesse mai visto. Si erse tanto in alto da oscurare il Sole e i nostri avventurieri, che alla vista di tale orrore spronarono la creatura ben oltre ogni limite.

III

Il verme si scagliò contro di loro mancandoli di poco e lasciando dietro di sé una voragine dalle profondità abissali. Viaggiava sotto le sabbie come un pesce nell’acqua. Era veloce e ad ogni suo movimento la terra tremava, si increspava e frastagliava come le onde del mare. Il verme riemerse lontano dalle sue prede caricandoli con le fauci spalancate. A quell’orribile vista il tagliagole si immobilizzò, terrorizzato mentre il barbaro abituato a lottare prese con sé la sua preziosa “merce” e si tuffò lontano dal pericolo, a differenza del cammello che venne tranciato di netto.

I due uomini si guardarono in faccia, consci che quella fortunosa azione sarebbe stata l’ultima e le loro vite si sarebbero spente nelle fauci di quell’orribile mostro.

Ma il barbaro non aveva intenzione di rinunciare alla sua vita tanto facilmente. Così, quando il verme delle sabbie riemerse per la terza volta, prese la corda con cui aveva legato i polsi al tagliagole e se la strinse in vita, alzando di mezzo metro da terra il piccolo Dhabib che stupito inveì contro il compagno: “Cosa diamine stai facendo brutto bastardo? Vuoi suicidarti e hai ben pensato di portati un amico nell’aldilà?”

Ma il barbaro ignorò le bestemmie e gli urli della sua “merce” concentrato sul suo obiettivo primario. Continuava a correre dritto incontro al gigantesco verme riemerso dalle profondità della terra, che ripresentò alle prede le sue fauci.

Il tagliagole chiuse gli occhi mentre il barbaro si focalizzò sulla gola del mostro, quello stretto cunicolo che rappresentava la loro unica possibilità di salvezza. Il verme li inghottì, lasciando dietro di sé una voragine abissale.

Dhabib riabrì gli occhi. Si toccò ansiosamente il viso e il corpo, tastandosi dappertutto per controllare che nulla mancasse o fosse fuori posto. Era tutto in regola, ma non vedeva nulla. Il buio era di casa in quel luogo, così come un nauseabondo odore che avrebbe rivoltato anche gli stomaci più coriacei. Il barbaro non c’era più, era libero ma condannato in un luogo dove mai prima d’ora un essere vivente era stato. E mai alcun essere vivente poteva sperare di sopravvivere. Una voce lontana invocò il suo nome e una strana luce violacea si avvicinava sempre più, trascinando con sé ombre e passi umani. Era il barbaro. Anch’egli tutto intero anche se pieno di piccoli tagli dalla testa ai piedi.

“Avanti faccia di topo il viaggio continua. Stai attento dove cammini e metti la testa, ogni cosa qui può essere fatale e non intendo minimamente perdere la taglia che pende sul tuo cranio per una tua disattenzione” disse il barbaro.

“Cordiale come sempre vedo!” replicò a denti stretti Dhabib.

Jotùn il Rosso in testa al duo si faceva largo tra membrane spesse come pelli di tamburo e tessuti pulsanti enormi quantità di fluido vitale, illuminando ogni anfratto con quel piccolo esserino ben stretto nella mano sinistra, la cui fosforescenza indicava la via.

Entrambi gli uomini erano silenziosi, ascoltavano con estrema attenzione ogni singolo ru-more, cercando di prevedere le mosse di quel-mostruoso organismo nel quale erano capitati. Una volta superato il lungo e stretto tratto della gola, giunsero a quella che si presumeva essere la bocca dello stomaco che si chiudeva e apriva con regolarità. Superato l’ostacolo i due avventurieri si trovarono di fronte a un’enorme vasca piena di strane piante, luminescenti e senza foglie, che danzavano continuamente e regolarmente adattandosi ad ogni loro singolo passo. Il barbaro continuò ad avanzare calmo e sicuro di sé, con il tagliagole subito dietro lui che si guardava attorno stupito, talvolta accarezzato da quelle strane piante spoglie la cui superficie ruvida le faceva assomigliare a lingue di gatto. All’improvviso le pareti si contrassero. Gli uomini attesero immobili e l’atmosfera si surriscaldò velocemente. In quell’immensa camera penetrò un gas spesso e pesante, dal sapore acido che colse alla sprovvista tanto il barbaro quanto il tagliagole facendoli barcollare dal tanfo insopportabile che riempiva i loro piccoli polmoni. Altro gas incombeva sui due la cui strada era sempre più occlusa dalle piante che incominciavano a stritolare i nostri eroi, immobilizzandoli e bruciandoli a poco a poco. Il calore del deserto in confronto a quella stanza non era che una timida notte d’autunno. Jotùn, però, ancora una volta non si diede per vinto e sciabolando a destra e a sinistra si liberò da quella stretta mortale, trascinando con sé la sua preziosa “merce”, attraverso quella foresta di lingue infuocate. Apertosi con la forza una nuova via infastidì parecchio il verme, che iniziò a riemergere dalle tenebre della terra, trasformando il condotto in un pozzo senza fine dentro il quale scivolavano a folli velocità i due uomini. Il barbaro ben adeso alla parete, afferrò per il bavero il tagliagole urlante, conficcò la spada nella carni della bestia rallentando così la loro caduta e infierendo un duro colpo a quell’incubo pulsante, il cui lamento rimbombava gravoso sopra di loro come la più terribile delle disgrazie. Ormai giunto in superficie e dilaniato dal dolore il verme delle sabbie cascò sulla sabbia esanime, facendo tremare la terra per l’ultima volta.

IV

La Luna illuminava il corpo di un gigante caduto. Una delle più grandi creature che avesse mai solcato la Terra. Ma non abbastanza grande e resistente alla furia di un barbaro senza paura la cui lama affondò per ore le carni del nemico, giungendo finalmente sulla terra ferma. Ricoperto da capo a piedi di quel denso sangue verdognolo che rifluiva poc’anzi nella creatura, al riveder la Luna Jotùn il Rosso urlò di gioia, cadendo stanco come non mai tra le dune del deserto, con stretto in spalla Dhabib, la sua “merce” più preziosa.

Un tenero vento gli accarezzava la faccia e uno strano odore di morte si insinuava nelle sue narici. Destato da quell’antico profumo, si stropicciò gli occhi e attorno a sé scorse il nulla. Il tagliagole era fuggito. Si alzò di scatto e poco lontano da dove riposava c’era una scalinata sporca di quel denso sangue verdognolo che lo ricopriva. Il tagliagole si era tuffato nel più grande degli incubi. Così senza perdere altro tempo, con la spada in mano e uno spirito più combattivo che mai anche il barbaro seguì quello strano profumo di morte. Una volta dentro, le grosse e pesanti lastre di pietra si chiusero dietro di lui, obbligandolo così a scendere sempre più in profondità dove regnavano gli abissi più oscuri. Tanto più scendeva e tanto più Jotùn il Rosso veniva inondato da quel profumo vecchio di millenni. La scalinata era talvolta interrotta dai corpi senza vita di guerrieri delle ere perdute. Spade e scudi, elmi e armature, bandiere stracciate dal vento e un mare infinito di polvere ricoprivano ogni anfratto di quella immensa caverna, buia e fredda come il suo amato Nord.

Questo era ciò che rimaneva di un sanguinolento scontro avvenuto molte ere addietro.

Questo era ciò che rimaneva di migliaia di esseri umani, tutti figli di uomo e di donna, tutti attaccati alla vita sino all’ultimo istante, tutte creature della grande natura che tutto crea e distrugge.

Il barbaro continuava ad inoltrarsi in questo luogo sepolto sotto le sabbie più calde della terra e la sua attenzione ricadde su di uno strano oggetto lucente. Il bagliore era così intenso che il nordico non poté far altro che innalzare tale mistero a sua personale stella guida. Poco dopo giunse alle pendici di un grande tempio d’oro, l’ultima struttura che ancora a millenni di distanza resisteva imperturbabile al decadimento imposto dalla natura. Saliti innumerevoli gradini, ricolmi anch’essi di armi e armature arrugginite, giunse finalmente nella grande stanza da cui si ergeva solitario l’artefatto più brillante che quelle tenebre minacciassero, un teschio di cristallo splendente dal colore azzurro cielo. Steso a terra invece giaceva il corpo rinsecchito di Dhabib, la sua merce più preziosa. La vita non sembrava più dimorare nelle sue carni. Mentre la sua mano destra fumava, per una profonda ustione che doveva essersi procurato in quel luogo. A tale visione il barbaro si lasciò sfuggire bestemmie di varia natura.

Solitario su quella piattaforma era circondato dal più terribile e oscuro dei panorami, frutto dell’arte della più ineluttabile delle forze della natura: la morte.

Ma a spezzare le imprecazioni del possente guerriero nordico sopraggiunse una voce antica e lontana che gli fece ribollire il sangue. Si girò di scatto ma c’era solo lui e il teschio.

Questo però sembrava chiamarlo, quasi adularlo. Il barbaro si sentì sollevato, quasi riposato alla vista del teschio e nacque in lui uno strano desiderio. Jotùn il Rosso era spinto da un’irrefrenabile voglia di toccare con mano quello strano oggetto splendente, e ormai a un passo dal poggiarci sopra la mano, si fermò. Quasi spaventato da quel sortilegio. Un oggetto di tale splendore, in un luogo come quello non poteva che essere opera del male.

Il quale non si fece attendere oltre.

Un’ombra incominciò a prendere forma, il suo volto era solcato da rughe profonde, gli occhi ormai stanchi fissavano intensamente il grande guerriero che aveva di fronte, mentre con la scheletrica mano destra, si reggeva saldamente al suo bastone da necromante.

“Finalmente ci incontriamo barbaro!” disse lo stregone “Non sprecarti a piangere quel misero mortale che ti giace accanto, perché è per causa sua se ti trovi qui adesso. Il piccolo Dhabib tormentato dalla paura della morte per settimane intere non ha fatto altro che pregare alla Luna di risvegliarmi” rivelò il vecchio che si avvicinava lento e inesorabile.

“Così interruppi il mio sonno millenario per sciocche paure mortali. Ma quando seppi che l’ultimo discendente della leggendaria tribù Svàrthel, che fu la rovina del mio florido e possente impero, era giunto nelle mie terre, il solo pensiero di poter distruggere l’unico ostacolo alla mia furente e meravigliosa rinascita, mi ridonò un’energia sopita da molto tempo” disse lo stregone.

“Preparati dunque a morire, misero barbaro del Nord della tribù Svàrthel. Sii orgoglioso di essere caduto come tutti i tuoi avi sotto la furia divina di Zadek!”

 Il silenzio stesso trattenne il fiato mentre i due combattenti si preparavano per una danza mortale.

Jotùn il Rosso con la fredda spada stretta tra le calde e forti mani era ormai pronto a tutto e quando dall’alta cupola caddero uno ad uno quattro grosse statue di pietra, che con passo svelto e deciso si fiondarono su di lui, ringraziò gli Dei per uno scontro mortale degno del più grande dei guerrieri. Le statue nonostante la loro indubbia resistenza e possanza erano lente e goffe in confronto a lui. A-ogni colpo il barbaro rispondeva schivando e parando con la sua spada. I colpi furono molteplici da ambo le parti ma per il barbaro la situazione si fece più grave del previsto. Vide la morte in faccia quando, stretto all’altare su cui poggiava il teschio di cristallo, la pesante lama nemica si scagliò su di lui con la forza di cento uomini. Era impossibile parare un fendente simile, così si tuffò lontano da quel colpo micidiale che con suo sommo stupore non travolse l’artefatto splendente. Al contrario la statua si fermò di colpo e con uno sforzo ultraterreno sfiorò leggermente il teschio anziché distruggerlo in mille pezzi. Mentre lo stregone inveiva contro la sua creatura per quello sciocco errore, ordinandogli di rigettarsi subito nella mischia. Il barbaro rimase sbigottito davanti a tale azione, ma un pugno ben assestato lo scaraventò giù dalla piattaforma, ridestandolo dai suoi pensieri. Tiratosi su di colpo vide davanti a sé un muro di pietra impenetrabile. Le statue scendevano i gradini con cautela, studiando il proprio avversario, visibilmente provato dalla battaglia, mentre dall’alto della piattaforma lo stregone si godeva la scena, pregustando la vittoria.

A quel punto il barbaro sentiva il peso della sconfitta incombergli addosso, ma proprio quando tutto sembrava perduto, un’idea lo investì come un lampo. Iniziò a collegare i pezzi di un rompicapo la cui soluzione avrebbe potuto salvargli la vita.

La mano fumante di Dhabib, e il teschio di cristallo.

La lama del guardiano di pietra che sfiora appena l’artefatto splendente e le ire dello stregone.

Il teschio di cristallo era la risposta.

Toccandolo, Dhabib aveva perso la sua essenza, rinvigorendo così la potenza dell’oscuro stregone.

Chissà quanti altri avevano ceduto al sortilegio del teschio di cristallo.

Il barbaro adesso conosceva il punto debole di un uomo la cui natura era imprigionata in un fragile teschio di cristallo, ben difeso dal suo sortilegio e dai possenti guardiani di pietra.

Ma questo non bastò a fermare Jotùn il Rosso che risalì le scale con una furia che mai prima d’ora infiammò il suo corpo mortale. Rispose a tono a ogni attacco. Spada contro spada, furia contro furia. Ben presto ci fu l’occasione che tanto aspettava. Spostandosi a destra e sinistra, veloce come una pantera, riuscì a sfruttare a proprio vantaggio l’incredibile stupidità e lentezza di quegli esseri. Grazie a qualche manovra evasiva e parecchi giochi di spada e di piedi, riuscì a fargli conficcare le quattro spade tra gli scalini, e camminando sulla spessa lama dell’ultima delle statue superò con un salto quella muraglia di pietra e con uno sforzo immane spinse giù negli abissi i guardiani uno ad uno.

Eliminate le guardie rimaneva solo il negromante, che alla vista del furente barbaro ricominciò a proferire oscure parole agitando il bastone in aria e piegando alla sua volontà le forze della natura.

Così nella grande caverna sotterranea incominciò d’un tratto a piovere e tuonare. Il cammino del barbaro si fece ancora più pericoloso quando a sbarrargli la strada ci furono fulmini e saette che con forza il negromante gli scagliava contro.

Ma questo non bastò a fermare Jotùn il Rosso che continuò la sua scalata maledetta aggrappandosi con forza agli scalini percossi dal vento e dalla pioggia. Ormai giunto in cima il negromante si ritrasse e disse: “Stolto! Credevi di poter sconfiggere con così poco il temibile Dio caduto Zadek?”

Così lo stregone scagliò sul barbaro un ultimo grande fulmine ma il guerriero riuscì nella folle impresa di incanalare tale oscura energia nella sua spada e attraversando quel cumulo di fumo e ombre che costituivano il corpo di Zadek conficcò con forza la sua spada ormai spezzata nel teschio di cristallo e di colpo una grande luce eterea illuminò lo spazio e il tempo racchiusi in quella gigantesca caverna.

Le tenebre fuggirono di fronte a quel piccolo sole azzurro, il cui grido innaturale non era che un fascio intrecciato di tante voci umane. Voci di ladri, assassini, guerrieri e innocenti. Quell’immenso lamento sgretolò sotto gli occhi di Jotùn il Rosso, l’oscuro necromante, le cui urla si fondevano a quelle delle sue vittime. E dopo le urla giunsero le anime. Gli spiriti caduti dei suoi avi lo ringraziarono per averli liberati da quella millenaria prigionia e aver sconfitto il più grande tiranno che la Terra avesse mai nutrito. La sua forza era la loro forza. Zadek, il necromante si nutriva di quella sgorgante energia forza della natura che accomuna tutti gli uomini, ma si trova in abbondanza solo nello spirito dei più grandi guerrieri. In ginocchio per la stanchezza, Jotùn salutò per l’ultima volta i valorosi della tribù Svàrthel con il più grande grido di vittoria a memoria d’uomo.

V

Era una giornata stupenda in quel di Mizran, la leggendaria Città delle Sabbie. Il Sole alto nel cielo baciava gli abitanti sereni e felici, indaffarati nelle loro faccende quotidiane. Gli uccelli cinguettavano. Il chiacchiericcio del mercato nascondeva come al solito guadagni e truffe inimmaginabili. E il porto era un via vai di marinai dalle terre più disparate, felici di attraccare o di partire per nuove avventure. Tuttavia, in questo quadro più che meraviglioso, l’unico a non essere per niente contento era l’Imperatore di Mizran. Era da settimane che aspettava di poter mettere le mani su quel piccolo tagliagole che attentò alla sua vita mesi or sono. Si era rifugiato nelle sue stanze, circondato da trenta tra le più belle concubine e ben settanta tra le sue più fedeli guardie deciso a non uscire più sino a quando non avrebbe tagliato personalmente la testa di quello sporco assassino da quattro soldi.

Le porte della sua dimora si aprirono con violenza mostrando un uomo alto e muscoloso, un barbaro dalla pelle chiara, dai lunghi capelli e la barba scarlatta. Egli reggeva un essere rinsecchito, un uomo scheletrico. Le guardie risposero sguainando le spade e mostrando gli scudi a quel guerriero del Nord che continuava ad avvicinarsi con passo deciso. Distante poco più di un metro dalle taglianti lame dei valorosi a difesa del proprio Imperatore, Jotùn il Rosso disse: “Sua magnificenza, le porgo i miei saluti e le consegno ciò che rimane di Dhabib, il tagliagole”

Lasciò cadere con un pesante tonfo quell’essere rinsecchito sul pavimento di pietra nera e opaca che abbelliva quelle enormi stanze. L’Imperatore si alzò dal suo letto e si fece largo tra i suoi valorosi per guardare da vicino quello strano essere che strisciava come un verme senza più energie. Il sovrano era piuttosto basso e bello in carne, con una lunga tunica bianco latte decorata con foglie d’oro e gioielli, e pietre preziose sul suo copricapo, sui bracciali e gli anelli che indossava. Il barbaro a quel punto disse: “Sarà meglio che vi sbrighiate, se ci tenete ad ucciderlo con le vostre stesse mani, non gli rimane molto da vivere.”

Il sovrano, dunque, si fece prestare una lama dalla sua guardia più vicina e con un colpo secco tranciò di netto la testa di quell’essere, ponendo fine alle sue disgrazie. Soddisfatta la sua sete di vendetta fissò curioso il barbaro e gli chiese: “Quali orrori hai dovuto affrontare per giungere oggi nelle mie dimore?” e Jotùn il Rosso con un tenue sorriso rispose: “Niente che la vostra civiltà abbia il coraggio di fronteggiare.”

FINE


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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