Il teatro greco di Siracusa è rivolto in direzione sud, è tardo pomeriggio e l’aria è ancora rovente nonostante il sole sia basso sulla collina. La gente viene alla spicciolata, riempie quasi totalmente il teatro. C’è attesa per la rappresentazione dell’Edipo a Colono di Sofocle, una delle due tragedie del 54° ciclo di rappresentazioni classiche promosso dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA). La sensazione è di tuffarsi indietro nel tempo, di rivivere l’aria della più importante fra le poleis della Magna Grecia in tutta la sua magnificenza. Attendo l’inizio dello spettacolo godendomi la scenografia: al centro, voltato di spalle, giganteggia il busto di un uomo con una porta al centro della schiena; attorno, lo spazio è delimitato da panchine e massi. Il tutto trasmette equilibrio e solidità.

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Entra Edipo, claudicante, sorretto dalla figlia Antigone. A impersonare il protagonista è l’attore Massimo de Francovich mentre Roberta Caronia interpreta Antigone Si muovono lentamente e di colpo il brusio fra il pubblico sparisce. Il teatro conta 5610 posti eppure il silenzio è tangibile, irreale. Edipo appare stremato. È cieco ed esule da Tebe, città di cui è stato il Sovrano. Antigone è tutto ciò che ha, ma gli occhi della ragazza non riconoscono il luogo. Ci troviamo a Colono, nei pressi di Atene. I due stranieri vengono immediatamente avvistati e avvicinati dagli abitanti. Con molta sorpresa noto la scelta dei costumi. I personaggi non vestono secondo i dettami classici ma in maniera ottocentesca. Lunghi cappotti, panciotti, stivali alti alla caviglia. È l’unica libertà che la regia di Yannis Kokkos ha concesso allo spettacolo, per il resto la tragedia ha un’impostazione molto classica.

Edipo rivela la propria identità e chiede ospitalità: la notizia sconcerta gli abitanti di Colono che conoscono Edipo e la sua storia. La riassumo per chi ha poca familiarità con i miti greci. Figlio del Re di Tebe Laio e della Regina Giocasta, Edipo viene abbandonato non appena nato perché su di lei pesa una maledizione: crescendo ucciderà il padre e sposerà la madre. Ritrovato da un pastore, il pargolo viene allevato dalla famiglia reale di Corinto. Venuto a conoscenza di ciò che lo attende, Edipo abbandona Corinto intendendo così scongiurare la sventura sul padre. Ma il fato è beffardo. A un crocevia, l’eroe ha una disputa con un uomo – il suo vero padre, il Re Laio – e lo uccide. Nei pressi di Tebe incappa nella sfinge e ne risolve l’enigma, liberando così la città. Creonte, il reggente, offre a Edipo la corona e la mano della sorella, la Regina vedova Giocasta, da cui genererà ben quattro figli: Antigone, Ismene e i due maschi Eteocle e Polinice.

La profezia si è avverata, gli Dei hanno vinto la loro scommessa. Scoperta la verità, la Regina Giocasta si impicca ed Edipo si acceca.

Torniamo a Colono, ai suoi abitanti sgomenti. Cosa rappresenta per loro Edipo? Possiamo immaginarlo con facilità. È un parricida, un incestuoso, un portatore di sventura. Un mostro, una creatura diversa da tenere lontano da sé, per amor del bene e di ciò che è sacro. Noi, invece, che assistiamo dagli spalti, capiamo che Edipo è schiavo del suo nome, dell’onta di cui si è macchiato. Non era consapevole di ciò che ha fatto. È ciò che Edipo prova ragionevolmente a spiegare al popolo, tradendo l’acutezza di pensiero che lo ha accompagnato durante la vita (ricordiamoci che è l’eroe di Tebe che ha risolto l’enigma della sfinge!). Nessuno, tuttavia, capisce quanto la vita di Edipo sia aggiogata al volere degli dei. Scacciato da Tebe, non accetto a Colono. Straniero, straniero, straniero. Il popolo svolge anche la funzione di coro, giostra sulla scena sibilando parole terribili, solenni. A convincere il popolo sul valore dell’ospitalità sarà Teseo, Re di Atene, personaggio interpretato da Sebastiano Lo Monaco

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Una svolta improvvisa sulla scena, l’arrivo di un messo da Tebe. È Ismene, la figlia di Edipo che porta al padre notizie terribile dalla sua città. I suoi figli, Eteocle e Polinice sono in disputa per il trono di Tebe. Polinice, il maggiore, è stato scacciato e si trova nella piana di Argo, intento a reclutare un esercito con cui riconquistare il proprio diritto al trono. Ismene rivela ciò che gli Dei hanno disposto: la città che offrirà l’ultimo rifugio a Edipo diverrà inviolabile. Dopo innumerevoli e immeritate ferite, il personaggio di Edipo viene riabilitato: da portature di sciagura, gli dei lo hanno reso un amuleto di buon auspicio conteso fra Tebe e Argo.

La scena si fa sempre più nutrita di personaggi. Giunge una nuova delegazione da Tebe. È Creonte, con la sua scorta privata, venuto per offrire a Edipo un ritorno in patria. Si tratta di un sotterfugio perché il sangue di Laio impedisce al vecchio mendicante di giacere su terra tebana. Incollerito dal rifiuto di Edipo, Creonte ne rapisce le figlie. In questo frangente possiamo ammirare la tragicità del personaggio, autorevole giudice della propria sorte da una parte e scarnificato dagli ultimi affetti rimastigli dall’altro lato. In virtù della parola data, per Teseo è giocoforza impegnarsi nella liberazione di Antigone e Ismene.

Ritrovate le figlie, Edipo dovrà confrontarsi con un nuovo dilemma. Chiede di lui, Polinice, il figlio maggiore, con la speranza di ottenere il supporto del padre e la vittoria sul fratello. La ferita di quanto è accaduto nell’Edipo Re è ancora fresca. È proprio l’indifferenza dei figli maschi alla sorte del padre che spinge Edipo a un ultimo colpo di reni. Polinice è accasciato sulla panchina, disperato, Edipo gli batte sul capo, lanciandogli terribili epiteti e augurando la morte.

Arriva infine il momento del trapasso. Edipo è chiamato dagli dei, varca quella stretta soglia scavata sulla schiena dell’uomo di pietra. Lo seguono le figlie e Teseo, ma soltanto a quest’ultimo sarà concesso di vedere il miracolo della morte, il sollievo sul volto stanco e provato di Edipo.

Lo spettacolo si conclude con una gragnuola di applausi.

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L’Edipo a Colono è una tragedia povera di eventi, che lascia ampi margini alla riflessione sulla vita e sulla morte. Il cuore della rappresentazione è la capacità degli attori di rappresentare il travaglio dei personaggi. Il cast che ho visto in scena è riuscito a pieni voti a trascinarmi dentro la vicenda. A farmi provare alternativamente pietà, sconsolazione e appagamento. Complici le musiche, evocative, che sottolineavano in maniera netta i passaggi critici della tragedia. Con la sua tragedia e i suoi personaggi, Sofocle è in grado di trasmettere un messaggio attualissimo, parlandoci di una società che ha bisogno di escludere per fondare la propria identità e di come ognuno abbia soltanto l’illusione di appartenere veramente a se stesso.

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Scritto da Giuseppe Cerniglia

Giuseppe Cerniglia, classe 1989, è originario del palermitano ma vive a Siracusa dove svolge la professione di ingegnere chimico. Nel 2013 inizia un percorso di scrittura, con la creazione di un'Europa dell'età imperiale romana che mischia elementi storici e fantasy.

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