Articolo di Gabriele C. Zweilawyer, tratto dal sito Zhistorica.


Se per gli Indios il contatto con i navigatori europei fu una vera e propria deflagrazione atomica, questi ultimi non poterono fare a meno di chiedersi se quei selvaggi fossero fatti a immagine e somiglianza del Creatore oppure si trattasse di animali, non compresi quindi nel concetto di “uomo”. Se oggi porsi una domanda del genere sarebbe da mente capti, all’inizio del XVI secolo Carlo V arrivò a costituire una commissione di esperti per indagare e dare un parere sulla natura di quegli “strani selvaggi”. Non si trattava di mera curiosità, nè di interesse scientifico, ma di volgarissima necessità materiale. Un essere senz’anima non ha diritti, mentre con un figlio di Dio bisogna utilizzare qualche cautela.

Naturalmente, i Conquistadores avevano immediatamente optato per la parificazione degli indios ai subsahariani, e si era subito diffusa la pratica delle Encomendados. In pratica ogni soldato, nel momento in cui riceveva una terra, diveniva proprietario anche degli indigeni che vi abitavano, i quali erano ridotti a una condizione inferiore a quella dei famosi “servi della gleba”.

L’Encomienda era lo strumento principe per regolare i rapporti fra spagnoli e Indios e venne mantenuta anche dalle Leggi di Burgos, promulgate da Ferdinando II d’Aragona nel 1512. È necessario sottolineare come i veri fautori di questi provvedimenti furono i domenicani, che da quasi due decadi si battevano per la concessione di quelli che noi chiameremmo “diritti umani” agli Indios. In particolare, il Re di Spagna fu toccato dal duro e coraggioso sermone di padre Antonio de Montesino, che ebbe il coraggio di dire:

tutti gli spagnoli che abitano sull’isola vivono e muoiono in peccato mortale, a causa della crudeltà e della tirannia che usano con queste persone innocenti (gli Indios)

I Conquistadores, primo fra tutti Diego Colombo, figlio di Cristoforo, chiesero al Re il permesso di buttare Antonio su una nave e rispedirlo in patria, ma il sovrano, dopo un iniziale favore nei confronti degli spagnoli, decise di dare ascolto al religioso.

indios

Il più strenuo difensore degli Indios fu però Bartolomeo de las Casas. Conoscitore dell’opera di Montesino, nel 1512 si recò a Cuba come cappellano del conquistador Panfilo de Narvaez (e ottenne un’encomienda per il lavoro svolto), mentre tre anni dopo si trasferì a Santo Domingo. Lì entrò nell’ordine domenicano e conobbe Pietro di Cordova, che lo inviò presso il Re di Spagnaassieme a Montesino al fine di perorare (ancora una volta) la causa degli Indios. I suoi resoconti sulle atrocità commesse dai Conquistadores sono terrificanti:

I cristiani, con i loro cavalli, spade e lance, cominciarono a fare crudeli stragi tra quelli. Entravano nelle terre, e non lasciavano né fanciulli né vecchi né donne gravide né di parto, che non le sventrassero e lacerassero come se assaltassero tanti agnelletti nelle loro mandrie. Di solito uccidevano i signori e la nobiltà in questo modo: facevano alcune graticole di legni sopra forchette e ve li legavano sopra, e sotto vi mettevano fuoco lento, onde, a poco a poco, dando strida disperate in quei tormenti, mandavano fuori l’anima.
Io vidi una volta che, essendo sopra le graticole quattro o cinque signori ad abbruciarsi (e penso che vi fossero due o tre paia di graticole dove abbruciavano altri), e, perché gridavano fortemente e davano fastidio o impedivano il sonno al capitano, questi comandò che li strangolassero, ma il bargello che li abbruciava, il quale era peggiore che un boia (e so come si chiamava, e conobbi anco i suoi parenti in Siviglia), non volle soffocarli; anzi, con le sue mani pose loro alcuni legni nella bocca perché non si facessero sentire, e attizzò il fuoco finché si arrostirono pian piano com’egli voleva. Io vidi tutte le cose sopradette e altre infinite.

Le leggi di Burgos infatti non avevano sortito gli effetti desiderati, e i massacri di Indios erano all’ordine del giorno. I Domenicani chiedevano una cosa molto semplice: l’evangelizzazione pacifica dei nativi. Questa volte il Re non li ascoltò. Ormai gli interessi in gioco erano troppo alti. La Spagna stava guadagnando fiumi di denaro dallo sfruttamento delle risorse, umane e naturali, del Nuovo Mondo.

La cura e il pensiero che ne ebbero fu il mandar gli uomini alle miniere a cavar oro, che è una fatica intollerabile; e mettevan le donne nelle stanze, che sono capanne, per cavare e coltivare il terreno, fatica da uomini molto forti e robusti. Non davan da mangiare agli uni né alle altre, se non erbe e cose che non avevano sostanza. Si seccava il latte nelle tette alle donne di parto, e cosí morirono in poco tempo tutte le creature. È impossibile riferire le some che vi ponevan sopra, facendoli camminare cento o duecento leghe (!!!). E i medesimi cristiani si facevano portare dagli Indiani in hamacas, che sono come reti, perché sempre si servivano di loro come di bestie da soma. Avevano piaghe nelle spalle e nella schiena, come bestie piene di guidaleschi. Il riferire le staffilate, le bastonate, i pugni, le maledizioni e mille altre sorte di tormenti che davano a quelli mentre s’affaticavano, non si potrebbe nemmeno in molto tempo, né con molta carta, e sarebbe cosa da far istupidire gli uomini.

Bartolomeo riuscì a riportare un incredibile successo politico quando fu autorizzato, dal Consiglio di Castiglia, a costituire una colonia pacifica presso Cumanà (odierno venezuela), dove avrebbe potuto”anunciar el evangelio, sin estrépito de armas”. Inizialmente l’esperimento sembrò riuscire, ma non appena Bartolomeo ebbe lasciato la colonia ci fu una ribellione dei nativi. Alcuni storici dicono che la rivolta fu fomentata da emissari dei conquistadores, che vedevano nel tentativo pacifico di Bartolomeo un gravissimo attentato al sistema delle Encomendados.

Come altri domenicani, Bartolomeo de las Casas passò tutta la vita a difendere i diritti degli Indios

Il fallimento di Cumanà non fiaccò l’animo di Bartolomeo, che continuò a fare la spola fra Americhe e Spagna per supportare le sue tesi presso il nuovo Re (Carlo V) e continuare la politica delle colonie pacifiche. L’Imperatore convocò il Reale e Supremo Consiglio delle Indie per studiare la situazione e promulgare delle leggi che potessero risolvere la questione in materia definitiva.

Il 20 novembre 1542, il Consiglio promulgò le Leyes Nuevas, che wikipedia riassume piuttosto bene in questo specchietto:

Le Leggi Nuove si possono riassumere in questi principi:

  • Garantire la conservazione del governo e il buon trattamento degli indigeni;
  • Divieto di schiavizzare gli indigeni per qualsiasi ragione;
  • Liberazione degli schiavi, se non si dimostravano delle ragioni giuridiche in senso contrario;
  • Gli indigeni non dovevano essere costretti a fare da caricatori contro la loro volontà o senza un salario adeguato;
  • Non potevano essere portati in regioni remote con la scusa della raccolta delle perle;
  • Gli ufficiali reali, ordini religiosi, ospedali e confraternite non avevano diritto all’encomienda;
  • Il possesso delle terre dato ai primi conquistadores doveva cessare totalmente alla loro morte senza che nessuno potesse ereditarne la detenzione e il dominio.

Valladolid, nel 1550, Bartolomeo ebbe un incontro decisivo con Carlo V, che aveva sempre mostrato un profondo interesse per le questioni giuridiche e religiose sorte con la scoperta del Nuovo Mondo.

In quellla sede, Bartolomeo si confrontò con Juan Gines de Sepulveda, sostenitore della tesi che gli indios fossero servi per natura. La commissione preposta a giudicare le due posizioni non si pronunciò, mentre Carlo V rimase (ancora un volta) più convinto dagli argomenti di Bartolomeo.

Oltre ai continui rapporti dei Domenicani, fu importantissima la posizione presa dalla Chiesa Cattolica cinque anni prima delle Leyes.  Nella sua Introduzione storica al diritto moderno e contemporaneo, il Prof. Mario Ascheri cita i primi atti papali in materia:

Tra gli interventi a favore degli Indios, vi furono poi tre bolle papali del 1537, in cui oltre a prendersi atto della quasi schiavitù in cui essi versavano, si dichiarò eretica l’idea che fossero privi di ragione (e quindi  incapaci di convertirsi al Cristianesimo) e si condannò chiunque li rendesse propri schiavi. Inoltre si tentò di trasferire ai Vescovi la giurisdizione degli Indios, che fino ad allora spettava all’Inquisizione Spagnola.

In realtà, temo che il prof. Ascheri abbia commesso un piccolo errore, visto che non si trattò di tre bolle papali, ma di una bolla di Paolo III, la “Sublimis Deus”, e di due brani che ne spiegavano il contenuto, “Altitudo divini Consilii” e “Pastorale Officium”. Comunque, la Sublimis Deus era piuttosto chiara:

“…consideriamo tuttavia che gli stessi indios, in quanto uomini veri quali sono, non solo sono capaci di ricevere la fede cristiana, ma, come ci hanno informato, anelano sommamente la stessa; e, desiderando di rimediare a questi mali con metodi opportuni, facendo ricorso all’autorità apostolica determiniamo e dichiariamo con la presente lettera che detti indios e tutte le genti che in futuro giungeranno alla conoscenza dei cristiani, anche se vivono al di fuori della fede cristiana, possono usare in modo libero e lecito della propria libertà e del dominio delle proprie proprietà; che non devono essere ridotti in servitù e che tutto quello che si è fatto e detto in senso contrario è senza valore.”

Non che tutti all’interno della Chiesa Cattolica fossero interessati solo alle condizioni di salute dei poveri Indios, anzi, bisogna immaginare che ci fosse una divisione fra chi era effettivamente interessato al destino dei popoli sudamericani e chi era solo preoccupato dal fatto di poter perdere milioni di potenziali nuovi cattolici. Infatti, se avesse prevalso il partito “Indios=animali” non si sarebbe potuto operare nessun tipo di conversione. Una cosa da evitare, specie ora che la Riforma Luterana stava disintegrando l’ecumene cattolica.

Come è facile immaginare, i Conquistadores non furono particolarmente contenti delle nuove leggi, ma sembra che ci fu un piccolo miglioramento nelle condizioni degli Indios (almeno in confronto a quello che accadeva ai loro cugini conquistati dai portoghesi).

L’approccio diplomatico dei Conquistadores nei confronti degli Indios

Il dibattito sugli Indios continuò a lungo, tanto che nel 1550 Carlo V convocò a Valladolid i principali esponenti delle due posizioni contrapposte sul problema giuridico della guerra agli Indios. All’angolo sinistro Bartolomeo de las Casas, a quello destro l’umanista Juan Gines de Sepulveda. Quest’ultimo aveva delle convinzioni davvero raffinate, e in particolare sosteneva che gli Indios ribelli (alla conversione o al potere spagnolo), potevano essere

…presi et fatti schiavi, abbruciati et ammazzati, facendo ogni stratio delle lor carni e della vita.

Il caritatevole Juan riteneva che gli Indios fossero una razza inferiore, degli “homuncoli”, schiavi per natura e autori di inaccettabili barbarie quali sacrifici umani e idolatria.

Ironia della storia, a sostenere la posizione giuridica più vicina a quella attuale era un prete, Bartolomeo, mentre quella dell’umanista avrebbe avuto grande successo nelle birrerie di Monaco degli anni Venti.

Il dibattito volse a favore di Bartolomeo, che aveva dalla sua gli insegnamenti del giurista domenicano Francisco de Vitoria, il padre del diritto internazionale, trapassato nel 1546.

Sappiamo che nel corso del XVI secolo si mantenne comunque un grande divario fra la teoria (ormai favorevole agli Indios) e la pratica (le azioni effettivamente svolte dai proprietari spagnoli), ma si aprirono anche altri dibattiti, questa volta riguardo alla nuova forza lavoro rimediata dai colonizzatori, ovvero i poveri negri.

Riassumendo, non è sbagliato rilevare che il dibattito cinquecentesco sugli Indios abbia portato buona parte dei giuristi e dei teologi cattolici ad assumere un atteggiamento davvero straordinario verso le c.d. culture inferiori. Le argomentazioni dei domenicani furono in anticipo di tre secoli sui dibattiti sullo schiavismo più conosciuti (in USA, Inghilterra, ecc.), e molti illuministi, pur conoscendole, le eliminarono dalle loro considerazioni storiche per alimentare la Leggenda Nera.

In questo senso, fa sempre bene ricordare il contributo di Voltaire, tenendo conto che entrò nel dibattito più di due secoli dopo il Las Casas:

Esamino un piccolo di nero di sei mesi, un piccolo di elefante, un macachetto, un leonetto, un canetto. Veggo, senza dubbio, che questi giovanni animali hanno incomparabilmente più forza e destrezza, più idee, più passioni, più memoria che il negretto e che esprimono molto più sensibilmente tutti i suoi desideri che quell”altro

Scendendo su questo cumulo di fango e non avendo maggiori nozioni a rispetto dell”uomo, come questo non l”ha quanto ai residenti di Marte o di Giuppiter, sbarco ai cigli dell”oceano, nel paese della Cafraria, e comincio a ricercare un”uomo. Veggo macachi, elefanti e negri…

… così come le perere, i cipressi, le querce e le albicocche non vengono da uno stesso albero, così anche i bianchi e barbati, i neri di lana, i gialli con criniera e gli uomini senza barba non vengono dallo stesso uomo.

Grazie alla collaborazione di diversi utenti, che mi hanno fornito studi specialistici sulle frasi di cui sotto, posso dire che Karl Marx non sembra avere alcun interesse allo sfruttamento dei neri e della schiavitù. Il passo da me citato è infatti da inserire in una più ampia analisi dello stato di fatto dei sistemi produttivi dell’epoca. Ho deciso di lasciarlo perchè non mi si dica che cerco di cancellare i miei errori senza lasciare traccia:

Mi lascia darvi unesempio della dialetica del Signor Proudhon.
La libertà e la schiavitù costituiscono un antagonismo. Non c’è nessuna necessità di parlare sugli aspetti buoni o mali della libertà. Quanto alla schiavitù, non cè nessun bisogn di parlare sugli aspetti mali. L’unica cosa che bisogna spiegazione è la parte buona della sciavitù. Non mi riferisco alla servitù indiretta, la schiavitù del proletario; mi riferisco alleschiavitù diretta, alla schiavitù dei neri in Suriname, in Brasile, nelle regione del Sud dellAmeria del Nord.

La schiavitù diretta è il pivot sopra il quale nostro industrialismo quotidiano fa girare il machinaio, il credito, ecc. Senza la schiavitù non ci sarebbe nessuno cotone, senza cotone non ci sarebbe nessuna industria moderna. È la schiavitù che da valore alle colonie, furono le colonie che hanno creato il comercio mondiale, e il comercio mondiale è la condizione necessaria per lindustria di macchina in grande scala…

Ad ogni modo, confrontate le parole di un illuminista con quelle parole dei domenicani, le preoccupazioni di Carlo V e le convinzioni di alcuni grandi pensatori del XVI secolo.

La storia, quella vera, dovrebbe essere studiata in modo più approfondito.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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