Saggio di Andrea Scarabelli, tratto dalla rivista Antarès.


Nel corso della sua vita, Jorge Luis Borges ha rilasciato decine e decine d’interviste, tanto che potremmo annoverare i collo­qui, come lui stesso ha dichiarato in più occasioni, tra i vari generi letterari con cui si è cimentata una mente vivida e curiosa. In queste lunghe conversazioni – dall’autore affrontate volentieri, a dispetto di quanto sostenuto da un Fernando Savater, che parla addirittura di opinioni che gli sarebbero state estorte dai suoi intervistatori – il cartografo dell’immaginario discute di tutto: letteratura e politica, Argentina ed Europa, passato e presente e futuro… Abbiamo selezionato alcuni passaggi di questi dialoghi, che ci restituiscono un Borges “orale” dotato di una precisa visione del mondo, a trecentosessanta gradi, declinata di volta in volta in specifici ambiti d’interesse. I materiali inseriti in quest’antologia provengono da vari libri pubbli­cati in edizione italiana nel corso degli anni. Fondamentali, anzitutto, i quattro volumi delle interviste all’autore realizzate da Osvaldo Ferrari, ripubblicati nel 2011 in un cofanetto da Bompiani (i primi tre a cura di Francesco Tentori Montalto, l’ultimo nella traduzione di Beatrice Gatti), vale a dire Conversazioni(sinteticamente indicato come Ferrari, I), Altre conversazioni (indicato come Ferrari, II), Ultime conversazioni (Ferrari, III) e Reencuentro. Dialoghi inediti (Ferrari, IV). Altresì importanti sono la splendida raccolta, purtroppo introvabile, delle interviste realizzate da Maria Esther Vazquez, Colloqui con Borges. Immagini, memorie, visioni (tr. di Maria Teresa Marzilla, Novecento, Palermo 1982, qui indicato come Vazquez), un altro li­bretto assai raro, Una vita di poesia (Spirali, Milano 1986, indicato come Una vita), che raccoglie alcune delle ultime interviste rilasciate dallo scrittore argentino, e le Sette conversazioni con Borges di Fernando Sorrentino (a cura di Lucio D’Arcangelo, Mondadori, Milano 1999, qui indicate come Sorrentino). Delle poche altre interviste citate abbiamo inserito in calce gli estre­mi bibliografici. Salvo dove diversamente indicato, le citazioni delle opere di Borges provengono dai due Meridiani curati da Hado Lyria e Domenico Porzio (Mondadori, Milano 1986, indicati rispettivamente come Opere, I e Opere, II). Gli interventi redazionali all’interno dei testi sono stati indicati tra parentesi quadre.

A. S.

1. Sulla storia

«Forse uno dei più grandi peccati del nostro secolo è l’importanza che si dà alla storia. Questo in altre epoche non succedeva. […] L’arte e la letteratura do­vrebbero cercare di riscattarsi dal tempo. Spesso mi hanno detto che l’arte dipen­de dalla politica o dalla storia. Ma credo sia falso. […] L’arte è un piccolo mira­colo […] che sfugge, in qualche modo, all’organizzata casualità della storia.» (Ferrari, I, pp. 34-36)

«Da noi la storia tende a divorare le altre discipline. Nelle nostre università non si studia realmente letteratura, si studia storia della letteratura, l’assetto sociologico delle opere o, nel miglio­re dei casi, le vicissitudini geografiche e i cambi di domicilio degli autori.» (Vazquez, pp. 169-170)

«Non so se esiste il progresso storico. Forse no. […] Si può vivere anche al di fuori della storia. […] La storia impor­ta agli storici della letteratura, che non hanno nessun senso della bellezza.» (Una vita, pp. 59-60)

«Ai nostri giorni, per eccesso di docu­menti, lo storico è condannato alla specia­lizzazione, così che ormai non si potrebbe scrivere un libro di quest’ampiezza [il rife­rimento è agli studi di Edward Gibbon]. Uno storico deve limitarsi a un’epoca o al massimo a un solo Paese, ma non può scrivere una storia universale. […] Proba­bilmente l’unico beneficio della bomba atomica sarebbe di permettere eccellenti opere storiche. E dunque, in nome della storia e contro l’umanità, dobbiamo de­siderare ogni sorta di cataclisma, per non perire soffocati dall’eccesso di catalo­ghi.» (Vazquez, pp. 195-196)

2. Massime inattuali

«Bioy Casares e io facemmo una rivista segreta, si chiamava Contrattempo, se ne stampavano, credo, duecento copie: non volevamo essere contemporanei.» (Fer­rari, III, p. 152)

«Son nato nel penultimo anno del seco­lo scorso; sono una reliquia di quel secolo. Ma se penso che ha generato quello attua­le, son tentato di non perdonarglielo.» (ivi, p. 107)

«Si continua a parlarne, si continua a insistere su questa scienza [l’economia], verosimilmente immaginaria quanto l’alchimia.» (Ferrari, IV, p. 160)

«3. Sventurato il povero di spirito, per­ché sotto terra sarà quello che ora è sulla terra. / 4. Sventurato chi piange, perché ormai ha l’abitudine miserabile del pian­to. […] / 6. Non basta essere l’ultimo per essere qualche volta il primo. […] / 8. Feli­ce chi perdona gli altri e chi si perdona da solo. […] / 13. Beati coloro che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, per­ché ad essi importa più la giustizia che il proprio destino umano. / 14. Nessuno è il sale della terra; nessuno, in qualche mo­mento della sua vita, non lo è. / 15. Che la luce di una lampada si accenda, anche se nessuno la vede. Dio la vedrà. / 16. Non c’è comandamento che non può essere in­franto, e anche quelli che dico e quelli che i profeti dissero. / 17. Chi uccide per la causa della giustizia, o per la causa ch’egli crede giusta, non ha colpa. / 18. Gli atti degli uomini non meritano né il fuoco né i cieli. / 19. Non odiare il tuo nemico, perché se lo fai sei in qualche modo suo schiavo. Il tuo odio mai sarà migliore della tua pace. / 20. Se ti offenderà la tua mano destra, perdonala; sei il tuo corpo e sei la tua anima ed è arduo, o impossibi­le, stabilire il confine che li divide. / […] 27. Io non parlo di vendette né di perdoni; l’oblio è l’unica vendetta e l’unico perdo­no. / 28. Fare del bene al tuo nemico può essere opera di giustizia e non è arduo; amarlo è impresa di angeli, non di uomi­ni. / 29. Fare del bene al tuo nemico è il miglior modo di compiacere la tua vanità. / 30. Non accumulare oro in terra, perché l’oro è padre dell’ozio, e questo della tri­stezza, del tedio. / 31. Pensa che gli altri sono giusti o lo saranno, e se non è così, non è tuo l’errore. […] / 33. Da’ quello che è santo ai cani, getta le tue perle ai porci; ciò che importa è dare. […] / 41. Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, però il nostro dovere è edificare come se fosse pietra la sabbia. […] / 47. Felice il povero senza amarezza e il ricco senza su­perbia. / 48. Felici i coraggiosi, coloro che accettano con uguale animo la sconfitta o le palme. / 49. Felici coloro che conser­vano nella memoria parole di Virgilio e di Cristo, perché queste daranno luce ai loro giorni. / 50. Felici gli amati e gli amanti e quelli che possono prescindere dall’amo­re. / 51. Felici i felici.» (Frammenti di un Vangelo apocrifo, in Elogio dell’ombra, tr. di Francesco Tentori Montalto, Einaudi, Torino 1971, pp. 99-103)

«Non sappiamo nemmeno se esista la psicologia o se si tratti piuttosto di una scienza immaginaria; a giudicare dai dati ottenuti, non esiste.» (Ferrari, IV, p. 160)

«[La psicanalisi] manca di qualsiasi virtù terapeutica, può avere inventato fatti immaginari, ma applicata alla cri­tica letteraria è, in ogni caso, assurda.» (Vazquez, p. 166)

«Evitiamo tutte queste mitologie psi­chiatriche, che sono troppo nuove per me! Preferisco i miti antichi!» (Una vita, p. 18)

«Nel nostro tempo la letteratura è molte volte un puro esercizio di vanità degli au­tori […]. La nostra epoca coltiva delibera­tamente l’incoerenza.» (Vazquez, p. 143)

«Quando iniziai a scrivere, non pensa­vamo mai al successo o al fallimento di un libro. Quello che ora si chiama successo a quei tempi non esisteva. E quello che si chiama fallimento si dava per scontato. Si scriveva per se stessi […]. Invece ora si pensa alla vendita: so che ci sono scrittori che annunciano pubblicamente di essere arrivati alla quinta, alla sesta o alla settima edizione.» (Sorrentino, pp. 96-97)

3. Politica

«Quando sono andato negli Stati Uni­ti, qualcuno mi chiese: Cosa pensa delle masse? Risposi: Bene, vedo che lei è plato­nico, io sono aristotelico, dunque non pen­so alle masse. Io penso agli individui. La sua domanda è troppo astratta per me.» (Vazquez, p. 274)

«Le masse sono più semplici e manegge­voli degli individui. […] Lo sanno molto bene i politici, che approfittano del fatto che non parlano a un individuo ma a una moltitudine di individui, in certo modo semplificati, di modo che basta adoperare le molle più elementari e più goffe per ve­derle funzionare.» (Ferrari, II, p. 35)

«Mi iscrissi al Partito Conservatore alcuni giorni prima delle elezioni. Har­doy cercò di dissuadermi: mi disse che era assurdo, che non avevano la minima possibilità di vincere, e io allora buttai giù una frase. Gli dissi: A un gentiluomo interessano solo le cause perse. […] La cosa fu annunciata e io avrò pronunciato qual­che discorso, dicendo che le epoche di maggiore onore, di maggiore prosperità, di maggiore dignità per il Paese avevano coinciso con governi conservatori, ma la mia partecipazione politica si è limitata a questo punto. La verità è che io non ho nessuna vocazione politica.» (Sorrentino, pp. 150-151)

«Per gli europei e gli americani, c’è un ordine – un solo ordine – possibile: quel­lo che un tempo portò il nome di Roma e che ora è la cultura dell’Occidente. Essere nazisti […] è, alla lunga, un’im­possibilità mentale e morale. Il nazismo pecca d’irrealtà, come gli inferni di Eri­ugena. […] Arrischio quest’ipotesi: Hit­ler vuol essere sconfitto. Hitler, in modo cieco, collabora con gl’inevitabili eserciti che lo annienteranno, come gli avvoltoi di metallo e il drago […] collaboravano, misteriosamente, con Ercole.» (Annota­zione al 23 agosto 1944, in Altre inquisi­zioni, in Opere, I, pp. 1031-1032)

«[Su Fidel Castro] Ho molti amici cubani che mi dicono che, se sentono la parola “muro”, l’associano subito a “fuci­lazione”.» (Vazquez, p. 255)

«La democrazia si basa sulla strana idea che tutti debbano intendersi di politica […], che ciascuno abbia il diritto di decide­re a chi affidare il governo, anche chi ma­gari non se ne intende affatto. Credo che anche il governo sia un errore. E credo sia destinato a passare. Capisco meglio l’idea di regalità. […] Un re non ha bisogno di mentire, l’ho affermato a Madrid, perché è un re. Un re, come un poeta, eredita un destino.» (Una vita, pp. 190-192)

«Nel 1946, un presidente il cui nome non voglio ricordare [Juan Domingo Perón] salì al potere. Un giorno, poco tempo dopo, mi fu data la bella notizia che non avrei più lavorato nella bibliote­ca ma che ero stato “promosso” a ispet­tore di polli e conigli ai mercati. Andai in municipio a chiedere informazioni. Sentite un po’ dissi, mi sembra molto strano che fra tutti i miei colleghi della biblioteca abbiano scelto proprio me per questo nuovo posto. Rispose l’impiegato: Be’, lei era dalla parte degli Alleati. Che cosa si aspettava? Era inutile rispondere; il giorno seguente diedi le dimissioni.» (Abbozzo di autobiografia, in Elogio dell’ombra, cit., p. 165)

«Un detective mi seguiva da ogni par­te. Alla fine diventammo amici ed egli mi disse: Mi scusi, Borges, ma devo guada­gnarmi da vivere. Allora, per consolarlo, gli raccontai che mio padre aveva cono­sciuto un vecchio soldato, di professione tagliagole ai tempi di Urquiza, un buon uomo che faceva il suo dovere – e che procedeva sempre allo stesso modo. I pri­gionieri attendevano seduti a terra, con le mani legate dietro alle spalle. Urquiza a cavallo, sorbendo il mate e con la gamba appoggiata sulla sella, guardava uccidere la gente. Il tagliagole si avvicinava, li per­cuoteva leggermente sulla spalla e diceva sempre la stessa cosa: Coraggio, amico, soffrono di più le donne quando parto­riscono. Dopo li sgozzava rapidamente, con un solo taglio. Sembra, in modo qua­si indolore…» (Vazquez, p. 242)

«[Il detective] mi disse che lui, veramen­te, era antiperonista, ma che doveva eser­citare le sue funzioni. Allora, arrivammo a una specie di tacito accordo. Io gli dissi: Guardi, la verità è che non sto cospirando e le do la mia parola che non farò niente che possa comprometterla, cosicché, se lei vuole, possiamo sospendere questo sistema, a meno che lei non voglia conversare con me. E lui mi disse: Bene, vediamoci, non dico tutti i giorni, ma un giorno sì e uno no, e parlia­mo di argomenti diversi, senza escludere la politica, giacché la pensiamo in modo abba­stanza simile.» (Sorrentino, pp. 105-106)

«Credo che attualmente il grande pe­ricolo sia la politica, di qualunque segno. Io appartenevo a un partito conservatore, ma poi mi sono ritirato, perché spesso ero d’accordo con opinioni diverse. Credo sia ridicolo appartenere a un partito politico. Per me è molto singolare: i comunisti mi considerano un fascista, i fascisti mi con­siderano un comunista, dunque non sono da nessuna parte, sono un vecchio indivi­dualista.» (Alberto Arbasino, Conversa­zione con Borges, in Jorge Luis Borges, An­tologia personale, tr. di Maria Vasta Dazzi, Longanesi, Milano 1981, p. XIV)

«Sono un anarchico spenseriano. Odio lo Stato, odio gli Stati, odio i confini, colti­vo le mie utopie in un mondo senza confi­ni, senza bandiere e senza guerre.» (Irene Bignardi, Jorge Luis Borges. Palermo, 24 marzo 1984, in Brevi incontri, Marsilio, Venezia 2013, p. 45)

4. Onirica

«Coltivo il concetto della vita come un lungo sogno, forse senza che ci sia qualcu­no a sognarlo; un sogno che sogna se stes­so, senza soggetto.» (Ferrari, II, p. 171)

«Vedo la storia universale come un lungo sogno. Ma è un sogno che non ha sognatore, senza scopo, […] un lungo so­gno che si svolge attraverso i secoli. Si può essere idealisti senza postulare un dio.» (Una vita, p. 215)

«L’impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui si com­pongono i sogni è il più arduo che possa assumere un uomo, anche se penetra tutti gli enigmi dell’ordine superiore e dell’in­feriore: molto più arduo che tessere una corda di sabbia o monetare il vento senza volto.» (Le rovine circolari, in Finzioni, in Opere, I, p. 661)

«La letteratura fantastica fa parte del­la realtà, giacché questa deve abbracciare tutto. […] Anche nei sogni, che sono una forma primitiva di arte, non ragioniamo ma creiamo piccole opere drammati­che.» (Ferrari, II, pp. 48-49)

«Noi (l’indivisa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo. L’ab­biamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e stabile nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità per sapere che è falso.» (Me­tempsicosi della tartaruga, in Discussione, in Opere, I, p. 399)

«Non so se la realtà sia quotidiana; non sappiamo se l’universo appartiene al gene­re realistico o al fantastico perché se, come credono gli idealisti, tutto è sogno, allora ciò che chiamiamo realtà è essenzialmen­te onirico.» (Ferrari, I, p. 125)

«Nell’angolo severo i giocatori / muo­vono i lenti pezzi. La scacchiera / li avvin­ce fino all’alba al duro campo / dove si stanno odiando due colori. // Su di esso irradiano rigori magici / le forme: torre omerica, regina / armata, estremo re, ca­vallo lieve, / pedoni battaglieri, obliquo alfiere. // Quando si lasceranno i due riva­li, / quando il tempo oramai li avrà finiti, / il rito certo non sarà concluso. // In Orien­te si accese questa guerra / che adesso ha il mondo intero per teatro. / Come l’altro, è infinito questo gioco. // Debole re, pe­done scaltro, indomita / regina, sghembo alfiere, torre eretta / sul bianco e nero del tracciato cercano / e sferrano la loro lotta ramata. // Non sanno che il fortuito gio­catore / che li muove ne domina la sorte, / non sanno che un rigore adamantino / ne soggioga l’arbitrio e la fortuna. // Ma il giocatore è anch’esso prigioniero / (Omar lo dice) d’una sua scacchiera / fatta di nere notti e bianchi giorni. // Dio muove il gio­catore, e questi il pezzo. / Che dio dietro di Dio la trama inizia / di tempo e sogno e polvere e agonie?» (Scacchi, in L’artefice, tr. di Tommaso Scarano, Adelphi, Milano 1999, pp. 78-80)

5. Estetica

«La letteratura per Borges è una neces­sità, un bisogno primario, un elemento indispensabile come l’aria, o l’acqua, o il cielo, o la terra, o le stelle. Mi è indispen­sabile. E se non posso goderne tutto il tempo, allora la produco da me.» (Irene Bignardi, op. cit., pp. 43-44)

«La musica, gli stati di felicità, la mi­tologia, i volti scolpiti dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi vogliono dir­ci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest’imminenza di una rivelazione che non si produce è forse il fatto estetico.» (La muraglia e i libri, in Altre inquisizioni, cit., pp. 909-910)

«Tutto accade con una ragione estetica. Potremmo estendere tale idea agli dèi, o a Dio; potremmo supporre che tutto succede non affinché noi soffriamo o ci dilettiamo, ma perché tutto ha un valore estetico. In questo modo avremmo una teologia nuova, basata sull’estetica.» (Ferrari, I, p. 150)

«Non credo alle scuole letterarie, che giudico simulacri didattici per semplifi­care quel che esse insegnano.» (Prologo, in L’oro delle tigri, in Opere, II, p. 451)

«Il concetto di arte impegnata è un’in­genuità, perché nessuno sa compiutamen­te ciò che sta facendo. Uno scrittore può concepire una favola, ma non penetrarne la morale. Egli deve essere leale verso la propria immaginazione e non verso le ov­vie, effimere circostanze di una supposta “realtà”.» (Prologo, in La rosa profonda, in Opere, II, p. 659)

«L’arte della letteratura è misteriosa, non meno di quella della musica. E for­se la letteratura è una musica ancora più complessa della musica, giacché in essa tro­viamo non solo la cadenza e il suono delle parole ma le connotazioni, l’atmosfera e il senso, perché una poesia del tutto priva di senso non la si accetta: abbiamo bisogno di pensare che quelle parole han significato qualcosa per qualcuno, soprattutto per l’emozione di qualcuno. E questo è intra­ducibile.» (Ferrari, II, p. 63)

«La poesia non è meno misteriosa de­gli altri elementi dell’Universo. Questo o quel verso fortunato non può insuperbirci, perché è dono del Caso o dello Spirito: solo gli errori sono nostri. Spero che il lettore scopra nelle mie pagine qualcosa che possa meritare la sua memoria; in questo mondo la bellezza è comune.» (Prologo, in Elogio dell’ombra, cit., pp. 99-103)

«Solo il passato permette di immagina­re. Il presente ci porterebbe a controllare particolari secondari, come date e residen­ze. […] Gli scrittori di oggi li lascio a chi verrà dopo di me.» (Intervista a Borges di Ottavio Rossani, Vivo al buio ma vedo poesia, «Oggi», 15 maggio 1977)

«M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie uma­na – l’unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Aggiungo: infinita.» (La bibliote­ca di Babele, in Finzioni, cit., p. 688)

«Per giustificare l’universo occorre una riuscita estetica: Un grande destriero ala­to / che porta in aria un cavaliere armato. Bastano queste parole di Ariosto a giusti­ficare tutta la storia universale, le guerre e le malattie. Basterebbe una sola cosa bella, un argomento come un altro, buono o cat­tivo che sia, per giustificare l’universo. La bellezza di qualche sillaba, di un quadro, di una statua, di un edificio, anche di uno strumento: nel nostro caso basterebbe un momento di felicità, o anche d’infelicità, per giustificare tutto il resto. […] È una difesa dell’estetica. Se l’estetica è invece intesa come giustificazione della storia risulta pesante, addirittura vanitosa.» (Una vita, p. 133)

6. Realismo e fantasia

«La letteratura è sempre stata fantasti­ca, è cominciata con le cosmogonie, con le mitologie, con i racconti di dèi e di mo­stri… Nessuno scrittore ha mai sognato di essere un proprio contemporaneo: que­sto forse è cominciato soltanto nel dician­novesimo secolo… Prima si parlava sem­pre di altri secoli e di altri paesi, ed era la cosa più naturale…» (Alberto Arbasino, op. cit., p. V)

«Forse l’idea di letteratura realistica nasce col romanzo picaresco; ed è sta­ta un’invenzione funesta. […] Anche il romanzo di argomento sociale esprime diversamente la tendenza al realismo.» (Ferrari, II, p. 47)

«La filosofia e la teologia sono, lo sospet­to, due generi della letteratura fantastica. Due generi splendidi.» (Qualche nota, in La cifra, in Opere, II, p. 1259)

«Quando ho detto che religione e meta­fisica sono rami della letteratura fantasti­ca, non l’ho detto con intenzione ostile, anzi. Piacerebbe, credo, a san Tommaso essere il più grande poeta del mondo. Se si prende il concetto di Spinoza: Dio è una sostanza infinita che consta di infini­ti attributi, vediamo che è ben più strano dell’idea dei primi uomini sulla Luna di Wells o della macchina del tempo, o della Mascherata della morte rossa di Poe o de­gli incubi di Kafka.» (Ferrari, II, p. 90)

«Bisogna ritornare a questa tradizione fantastica che è la vera grande tradizione, la tradizione principale della letteratura; il resto è piuttosto giornalismo, sarà anche storia, ma non è letteratura.» (Alberto Arbasino, op. cit., p. V)

«L’arte realista è molto povera. È una novità, ma passerà, senza dubbio. […] La dimenticheremo, non così la poesia, che risponde a un bisogno eterno.» (Una vita, p. 150)

«Il Realismo è un episodio, solo un mo­mento nella storia della letteratura. La grande letteratura non è mai stata realista. Anche in un libro che si crede realista, il Don Chisciotte, ci sono sempre due ele­menti, il realistico e il fantastico, ma quello che domina è l’elemento fantastico perché Cervantes è dalla parte di Don Chisciotte […]. La follia dell’hidalgo è molto più im­portante dello squallore della realtà con­temporanea.» (ibidem)

«Quando faccio della letteratura fanta­stica, non faccio un qualcosa di nuovo, ma una cosa che si è sempre fatta, tranne che per un brevissimo periodo di tempo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, e continua ancora. […] Io non sono affatto un innovatore, e non ho fatto altro che continuare quello che facevano gli arabi, che hanno inventato le Mille e una Not­te, quello che faceva Shakespeare, e anche Dante.» (ivi, pp. IV-V)

«Credo che la libertà dell’immagina­zione esiga di cercare temi lontani nel tem­po o nello spazio, oppure, come fanno co­loro che scrivono di fantascienza, in altri pianeti. Altrimenti restiamo vincolati alla realtà.» (Sorrentino, p. 18)

«L’Antologia della letteratura fantastica fu una cosa importante, mi sembra, per la lingua spagnola, giacché si pensava alla let­teratura soprattutto sotto la specie del rea­lismo, e quell’antologia giunse a essere una libertà di sognare offerta ai lettori. Perciò credo che quel libro sia il più importante pubblicato da noi.» (Ferrari, I, p. 72)

«[Nell’Antologia della letteratura fan­tastica] abbiamo potuto verificare che i testi, anche se molto diversi fra di loro e provenienti da diverse epoche e paesi, sempre ruotavano intorno ai medesimi temi. Ad esempio, il tema della meta­morfosi, il tema dell’identità personale o, per meglio dire, del confondersi e scin­dersi dell’identità. E ancora, il tema dei talismani, della causalità magica, che si oppone alla causalità reale, e dopo le in­terferenze del sonno e della veglia, la fu­sione dell’onirico con il quotidiano e – il filone forse più ricco – l’argomentare sul tempo.» (Vazquez, pp. 146-147)

7. L’enigma dell’ora

«Sognai che uscivo da un altro sogno – popolato di cataclismi e di tumulti – e che mi svegliavo in una stanza irriconoscibile. Albeggiava: una immobile luce globale definiva l’estremità del letto di ferro, la sedia esatta, la porta e la finestra chiuse, il tavolo nudo. Pensai con paura: Dove sono?, e non potei riconoscermi. La paura creb­be in me. Pensai: Questa veglia sconsolata è già l’Inferno, questa veglia senza destino sarà la mia eternità. Allora mi svegliai per davvero: tremando.» (La durata dell’In­ferno, in Discussione, cit., pp. 370-371)

«Guardare il fiume che è di tempo e acqua / e pensare che il tempo è un altro fiume, / saper che ci perdiamo come il fiu­me / e che passano i volti come l’acqua. // Sentire che la veglia è un altro sonno / che sogna di esser veglia e che la morte / che il nostro corpo teme è quella morte / d’ogni notte che noi chiamiamo sonno. // Avver­tire in un giorno o un anno il simbolo / dei giorni d’ogni uomo e dei suoi anni, / dell’oltraggioso scorrere degli anni / fare una musica, un sussurro, un simbolo, // vedere un oro triste nel tramonto / e nella morte il sonno è la poesia, / che è povera e immortale. La poesia / torna come l’au­rora ed il tramonto. // Talora nelle grigie sere un volto / ci guarda dal profondo d’uno specchio; / l’arte dev’esser come quello specchio / che ci rivela il nostro stesso volto. // Ulisse, è fama, stanco di prodigi, / pianse d’amore quando scorse Itaca / umile e verde. L’arte è questa Ita­ca / di verde eternità, non di prodigi. // È anche come il fiume interminabile / che passa e resta, e replica uno stesso / Eraclito incostante ch’è lo stesso / e un altro, come il fiume interminabile.» (Arte poetica, in L’artefice, cit., pp. 177-179)

«Negare la successione temporale, ne­gare l’io, negare l’universo astronomico, sono disperazioni apparenti e consola­zioni segrete. Il nostro destino […] non è spaventoso perché irreale; è spaventoso perché è irreversibile e di ferro. Il tempo è la sostanza di cui son fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la ti­gre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.» (Nuova confutazione del tempo, in Altre inquisizioni, cit., pp. 1088-1089)

«Non c’è altro tempo che l’ora, questo apice / Del sarà e del fu, di quell’istante / In cui la goccia cade nella clessidra. / L’ieri illusorio è un ambito chiuso / Di fi­gure immobili di cera / O di reminiscenze letterarie / Che il tempo perderà nei suoi specchi. / Erik il Rosso, Carlo Dodicesi­mo, Brenno / E quella serata inafferrabile che fu tua / Sono nella sua eternità, non nella memoria.» (Il passato, in L’oro delle tigri, cit., p. 461)

8. Simbolica

«La parola [è] stata all’inizio un simbolo magico che l’usura del tempo ha deprez­zato. Il poeta [ha] la missione di restituire alla parola, almeno parzialmente, la sua primissima e oggi nascosta virtù.» (Prolo­go, in La rosa profonda, cit., p. 661)

«Per un vero poeta, ogni momento della vita, ogni fatto, dovrebbe essere poetico, visto che nel profondo magico è.» (Prolo­go, in L’oro delle tigri, cit., p. 451)

«Una lingua è una tradizione, un modo di sentire la realtà, non un arbitrario reper­torio di simboli.» (ivi, p. 452)

«Come gli alchimisti / che cercarono la pietra filosofale / nel mercurio fuggitivo, / farò che le comuni parole / – carte segnate dal baro, moneta della plebe – / rendano la magia che fu la loro / quando Thor era il nume e lo strepito, / il tuono e la preghie­ra. / Nel dialetto di oggi / dirò a mia volta cose eterne.» (Browning decide di essere poeta, in La rosa profonda, cit., p. 669)

«L’intero universo è attraversato da lega­mi invisibili; ogni cosa è connessa al tutto. Questo è uno dei motivi per cui i filosofi stoici credevano nei presagi. Poiché l’inte­ro universo è un solo essere vivente ci deve essere un’affinità anche fra cose apparen­temente molto lontane. […] Ogni cosa al mondo è uno specchio segreto dell’univer­so.» (Ronald Christ, Intervista con Jorge Luis Borges, a cura di Raul Montanari, Minimum Fax, Roma 1999, p. 52)

«La radice del linguaggio è irrazionale e di carattere magico. […] La poesia vuol tornare a quell’antica magia. Senza leggi prefissate, essa opera in modo esitante e te­merario, come se camminasse nell’oscuri­tà. Misterioso gioco di scacchi la poesia, la cui scacchiera e i cui pezzi cambiano come in un sogno e sul quale mi chinerò quando sarò morto.» (Prologo, in L’altro, lo stesso, in Opere, II, p. 9)

«Si può essere mistici e non credere nella divinità, o credere in una divinità genera­le dello spirito, una divinità immanente nell’uomo. Ma non in un dio sentito come una persona.» (Ferrari, III, p. 143)

«Verso l’alba, sognò d’essersi rifugiato in una delle navate della biblioteca del Clementinum. Un bibliotecario dagli occhiali neri gli domandò: Che cerca? Hladík rispose: Cerco Dio. Il biblioteca­rio disse: Dio è in una delle lettere d’una delle pagine d’uno dei quattrocentomila volumi del Clementinum. I miei padri e i padri dei miei padri hanno cercato questa lettera; io sono diventato cieco a cercar­la.» (L’ultima notte di Jaromir Hladík, in Finzioni, cit., p. 743)

«Se non ci fosse stato il cristianesimo […], forse, alla lunga, sarebbe stato vantag­gioso. Le guerre di religione sono qualcosa di spaventoso […], ed esse provengono dal cristianesimo e dall’islam, ambedue figli di Israele. Invece, in altri paesi orientali, per esempio la Cina o il Giappone, non ci sono state guerre di religione. Le persone hanno potuto professare contemporane­amente varie religioni, o nessuna, senza gravi problemi.» (Vazquez, p. 102)

«L’universo richiede l’eternità. I teo­logi non ignorano che se l’attenzione del Signore si distraesse un solo secondo da questa mia mano destra che scrive, essa ricadrebbe nel nulla, come fulminata da un fuoco senza luce. Perciò affermano che la conservazione di questo mondo è una perpetua creazione e che i verbi con­servare creare, così nemici qui, sono si­nonimi nel Cielo.» (Storia dell’eternità, in Opere, I, p. 538)

«Io credo che il lavoro del poeta sia di natura passiva; si ricevono doni misteriosi e si cerca di dar loro una forma, ma si co­mincia sempre da qualcosa che non siamo noi, qualcosa che gli antichi chiamavano la Musa, gli ebrei lo Spirito, e Yeats la Grande Memoria. La nostra mitologia contempo­ranea preferisce nomi meno belli, come la subcoscienza, il subcosciente collettivo e via dicendo, ma è sempre la stessa cosa.» (Ferrari, I, p. 219)

9. Borges e/o Borges

«Prima ancora di aver scritto una riga, io sapevo, in modo misterioso e per ciò stesso indubitabile, che il mio destino era letterario. Quello che non sapevo all’ini­zio era che, oltre al destino di lettore – che non mi sembra meno importante dell’al­tro – avrei avuto anche quello di scritto­re.» (Sorrentino, p. 57)

«Vorrei scappare, qualche volta. Perché sono timido, sono molto timido, sono ottantaquattro anni di timidezza, che si va facendo ogni giorno più grande. Odio la folla, odio la pubblicità. Odio la fama. Vorrei essere un uomo invisibile.» (Irene Bignardi, op. cit., p. 42)

«Ho degli antenati militari da entram­bi lati della mia famiglia e questo può spie­gare la mia smania per quel destino epico che, senza dubbio molto saggiamente, gli dèi mi hanno negato.» (Abbozzo di auto­biografia, cit., p. 130)

«La poesia epica mi ha toccato molto più della lirica e dell’elegia. […] Credo che, oggigiorno, mentre i letterati sem­brano trascurare i loro doveri in fatto di epica, l’epica è stata salvata, cosa abba­stanza strana, […] nientemeno che da Hollywood. Quando andai a Parigi vo­levo scioccare la gente, così ogni volta che mi chiedevano […]: Che genere di film le piace?, io rispondevo: Sinceramente, quelli che mi danno più piacere sono i western.» (Ronald Christ, op. cit., pp. 39-41)

«La cecità è una clausura, ma anche una liberazione, una solitudine propizia alle invenzioni, una chiave e un’algebra.» (Prologo, in La rosa profonda, cit., p. 661)

«[Louis Pauwels] non era sicuro dell’e­sistenza di una quarta dimensione, della trasmigrazione, della trasmissione del pensiero; insomma, di tutte quelle pos­sibilità che vanno oltre il positivismo. Mentre facevo colazione con lui, lo trovai piuttosto simpatico e vicino ai miei dubbi, mi parlò del suo spirito borgesiano e diven­tammo amici. D’altra parte, posso dire che ho sempre avuto, riguardo a questi temi, un atteggiamento di curiosità intel­lettuale. Mia madre era cattolica alla ma­niera argentina, cioè senza troppo fervore; mia nonna, protestante; e mio padre, se­guace di Spencer, un libero pensatore. Il clima familiare in cui crebbi non oltrepas­sò mai quello di una discordia amichevole. La mia letteratura non è fantastica perché vuole stupire il lettore; tutto quello che scrivo trova una sua corrispondenza negli stati d’animo che ho avuto. È una lettera­tura fantastica ma non irreale.» (Borges uguale a Borges, intervista di Néstor Sánc­hez del 1969, tr. di Francesca Signoriello)

«Forse siamo eterni. Tutto è possibile. C’è qualcosa in noi che va al di là delle vi­cissitudini delle nostre storie. E lo si avverte quando ci capitano delle cose terribili. […] In me c’è qualcosa che è alieno alle circo­stanze, al mio nome, alle mie avventure o disavventure. Credo che lo abbiamo prova­to tutti a un certo punto, credo sia un senti­mento vero: viene da una radice segreta che ciascuno di noi possiede, e si trova al di là dei fatti della vita.» (Ferrari, IV, p. 228)

«Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di perso­ne. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’imma­gine del suo volto.» (Epilogo, in L’artefice, cit., p. 195)

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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