Articolo di Alessandro Allegrucci, tratto dal sito Zhistorica.


Mi è già capitato di ospitare articoli scritti da altri studiosi. Quello su Gaesum di Gioal Canestrelli, presidente della Fianna apPalug e autore de  I Celti e l’arte della Guerra. Dal V al I secolo a.C. per il Cerchio Editore, ha avuto un buon successo, e lo stesso può dirsi per l’approfondimento sulla Spada Bizantina curato da Maurizio d’Angelo della  Ares Academy.

Adesso tocca al risultato dell’eccellente lavoro svolto da Alessandro Allegrucci, consigliere dell’associazione di archeologia sperimentale e rievocazione storica Teuta Senones Pisaurenses (una losca combriccola che, in quel di Pesaro, porta avanti degli studi molto interessanti sull’omonima popolazione celtica).

Ci tengo a precisare che non ho modificato in nessuna parte lo scritto di Alessandro (eccezion fatta per i link ipertestuali e un paio di foto), quindi gli eventuali complimenti vanno fatti solo a lui e alla sua associazione.

Buona lettura.

Luoghi “d’origine” delle culture Hallstatt e La Tène; dislocazione geografica delle popolazioni celtiche

I Senoni e la spada lateniana

uno sguardo generale sull’affermarsi della spada lunga celtica in territorio italico fra il IV e III sec. a.C.

di A. Allegrucci

La spada lateniana è stata senza alcun dubbio un’arma celebre nel contesto italico del IV-III sec. a.C. Temuta e ammirata dalle popolazioni con cui vennero in contatto i celti durante la grande migrazione nella nostra penisola, introdusse un metodo di combattimento fino a quel momento sconosciuto alle popolazioni locali. Si tratta dell’evoluzione della spada halstattiana (in uso anche presso i celti della cultura di Golasecca prima della grande migrazione del IV sec. a.C.) e i primi esemplari iniziano a comparire nelle sepolture d’oltralpe durante il V sec. a.C. come quelli ritrovati nella tomba di Somme-Brionne (Marne) o nel tumulo di Drazicky (Boemia). Viene ufficialmente presentata come lateniana dopo il ritrovamento delle 166 lame simili a La Tène (Neuchàtel) nel 1857.

Con le successive ondate del IV sec. a.C. ecco che la spada lateniana fa il suo ingresso nel teatropeninsulare. In territorio marchigiano ne sono testimoni i numerosi ritrovamenti presso le necropoli di Montefortino d’Arcevia, di Moscano di Fabriano e di S. Paolina di Filottrano.

I reperti riportano lame lunga attorno agli 80 cm con un doppio taglio, una impugnatura a codolo e un guardamano molto ridotto: un’arma molto versatile che veniva impiegata sia per l’affondo che per fortifendenti doppi. Ed è appunto qui la grande innovazione tecnologica; in un teatro in cui le spade erano per lopiù lunghi coltelli da affondo si fa strada un’arma capace di combinare la forza dirompente dei fendentid’ascia con la penetrazione delle corte lame. Secondo gli studi di Oakeshott la lama lateniana riesce ad affermarsi così tanto nel teatro italico grazie alla combinazione di tecnica di realizzazione, metallo e peso. Oggi come allora è impossibile realizzare una lama in bronzo di una lunghezza come quella lateniana senza che questa si pieghi o si rompa durante un impiego bellico (o meglio, sarebbe possibile solo aumentandone così tanto lo spessore che il peso della spada ne renderebbe impossibile l’uso), tanto meno realizzare una lama di bronzo atta al taglio dato che questo materiale si presta molto poco a mantenere il filo. Con un ferro temprato e lavorato mediante forgiatura invece si riesce a ottenere una lama molto più resistente, che può essere allungata notevolmente oltre che essere il ferro un materiale più duro e capace di mantenere un filo tagliente molto più a lungo del bronzo. La causa di un tale allungamento è da ricercarsi anche nella contemporanea diffusione dell’ impiego del carro da guerra presso i celti. Sopra questo mezzo, infatti, è difficile trovare altro uso per una spada se non quello di impiegarla per fendere l’avversario e per tanto, l’esigenza di una lunga lama diventa fondamentale. Ma l’allungamento non basta, difatti, come per le lame in bronzo, anche per le lame in ferro lo sviluppo in lunghezza della lama deve essere sufficientemente bilanciato da un aumento di spessore e larghezza.

la famosa spada di kirkburn, un manufatto celtico del III secolo a.C.

Accade perciò che queste spade celtiche non solo si allungano, ma si ispessiscono (fino a 3-4 mm) e si allargano (anche fino a 5 cm) e la potenza che scaturisce da questa combinazione di caratteristiche ci viene ben ricordata da Plutarco il quale, narrando le cronache della campagna di Camillo contro i Galli Senoni dopo il sacco di Roma, ci riferisce l’urgenza che il dittatore ebbe nel fornire alla maggior parte dei proprisoldati elmi di ferro per meglio resistere ai colpi della spade celtiche. L’altra innovazione tecnologia della spada lateniana è senza dubbio l’elsa e l’impugnatura. Queste infatti nonsono più fuse direttamente nella lama ma bensì, inserite su di essa mediante un restringimento della lamanella sua estremità inferiore a formare una sorta di lingua o codolo; su questo codolo, previa foratura,venivano infilati nell’ordine ordine la guardia, l’impugnatura e il pomo. Una volta stabiliti questi elementi astretto contatto con la lama, la lingua terminale del codolo veniva ribattuta e rivettata e il tutto risultava (e tutt’ora ci risulta dalle ricostruzioni) estremamente solido e in grado di resistere ottimamente all’opposizionedi altre lame giacché solo la rottura del codolo poteva causare la fuoriuscita della lama e la rottura di questa. Ma allora perché i romani dominarono l’Europa utilizzando un’arma ben più corta della lama lateniana? Se volessimo azzardare una ipotesi, grossolanamente trascurando tutti i fattori legati allo sviluppo sociale, amministrativo e tecnologico di una popolazione, vedremo che l’impiego di un’arma è strettamente legata alla tattica di combattimento propria di quella cultura.

I Celti sfruttavano in battaglia tutta la loro capacità d’urto per rompere lo schieramento avversario, e una volta frantumata la formazione nemica ecco che la lunga spada lateniana veniva agilmente utilizzata portare ampi e potenti fendenti (Livio, Ab Urbe Condita, XXXVIII, 21). Durante la grande offensiva dei Senoni contro Roma (390 a.C.) i Romani rimasero colpiti dal modo di combattere di questi furenti guerrieri che sbaragliarono ogni resistenza dei latini: la spada lateniana, in principio quindi si afferma fra le genti italiche (Livio, Historiae; V,37: Iam omnia contra circaque hostiumplena erant et nata in vanos tumultus gens truci cantu clamoribusque variis horrendo cuncta compleverantsono)Questa spada simboleggia la quintessenza delle capacità siderurgiche. Invenzione celtica, la tecnica della saldatura a caldo “consiste nel ripiegare più volte su se stesso il lingotto allungato quanto più è possibile, in modo da rendere l’arma più elastica conservandone la resistenza”. Quanto ai fili, sono in ferro duro, mentre il ferro dolce garantisce l’elasticità dell’anima della spada. Mediante forgiatura la lama veniva completata con un codolo sul quale veniva incastrata una spalla a forma di campana; non conservata, l’impugnatura trattenuta dal pomolo terminale del codolo doveva essere in corno o legno.In realtà la lavorazione del ferro era ancora a livelli molto primitivi e la qualità delle lame risentiva dell’arretratezza tecnologica del tempo. Se volessimo trattare molto rapidamente la procedura di forgiatura del ferro del periodo diremo che i primi fabbri prendevano il reffo crudo estratto dalla fornace e lo martellavano dopo averlo riscaldato di nuovo a temperatura di circa 800 o 900 °C.

Il ferro veniva perciò battuto e lavorato con enorme fatica ma questa operazione aveva il duplice effetto di eliminare meccanicamente la maggior parte delle impurità e delle scorie e di ridurre la quantità di carbonio nel ferro. Ciò avveniva perché il ferro caldo, a contatto con l’aria, forma delle incrostazioni di ossidi (il piùcomune è FeO). Il ferro riscaldato e appiattito si ricopre quindi di ossido e quando il fabbro, dopo averlo allungato, lo ripiega come una pasta sfoglia e continua a batterlo, la pellicola di ossido viene incorporata fra gli strati di metallo caldo e viene portata intimamente a contatto con il metallo stesso portando alla separazione di Fe e CO. Nei lavori di qualità, come appunto poteva essere la forgiatura di una spada, il ripiegamento veniva ripetuto anche per migliaia di volte e questo è il motivo per cui le spade hanno quel delicato disegno ondulato in cui ogni linea corrisponde a una operazione di ripiegamento e battitura. Se il lavoro veniva fatto bene si riusciva a eliminare quasi tutto il carbonio lasciando del ferro che era quasi puro eccetto qualche residuo di scoria e di silicio che comunque permettevano alle lame di essere più resistenti alla ruggine. Questo ferro battuto sulle incudini era però ancora troppo tener o per essere adoperato per armi e utensili da taglio e pertanto veniva indurito introducendovi di nuovo una certa quantità di carbonio, per lo meno sulla superficie. La lama veniva avvolta in una massa che consisteva essenzialmente in carbone ma che spesso conteneva anche un certo numero di ingredienti segreti di dubbia efficacia; la si riscaldava per un poco in questo tipo di imbottitura in modo che il carbonio potesse diffondersi sulla superficie penetrando forse per 0.5 o 1 mm.

spade, lance e umboni del tardo periodo La Tène

Questo carbonio superficiale induriva notevolmente il metallo ma per ottenere i risultati migliori, l’“acciaio” poteva essere temprato raffreddandolo rapidamente in qualche liquido. La rapidità di questa operazione traumatica era essenziale affinché l’austenite, una soluzione di carbonio in ferro instabile a temperatura ambiente, contenuta nell’acciaio si trasformasse in martensite, una forma di cristallo ferro-carbonio in cui gli atomi di carbonio sono compressi in maniera tale che la mobilità delle dislocazioni è impossibile e il cristallo risulta estremamente duro. La tempra veniva fatta solitamente in acqua anche se storicamente sembra si preferisse l’urina e altri liquidi di origine biologica (liquami, sangue, ecc…) che consentivano un raffreddamento più rapido e, per quanto concerne l’urina, anche una parziale nitrurazione cioè una diffusione di azoto nel ferro che portava alla formazione ci cristalli aghiformi e molto duri di nitruro di ferro Fe2N e permetteva ad alcuni atomi singoli di azoto di penetrare negli interstizi del reticolo cristallino di ferro migliorandone la resistenza. Una volta temprato la lama risultava sidura ma fragile e perciò vi era la necessità di completarla con un ulteriore processo chiamato rinvenimento. Questo prevedeva di riscaldare il metallo raffreddato a temperature comprse fra i 220 e i 450 °C e lo si lascia raffreddare naturalmente. Così facendo si riduce un poco la durezza dell’acciaio trasformando parte della martensite in un composto più tenero e duttile.

spada lateniana del II sec. a.C. – Museo di Bolzano

Tornando alla nostra spada celtica possiamo ben dire come essa, anche in virtù dei suoi processi di lavorazione e caratteristiche dimensionali e di peso, nasca proprio per colpire di fendente ed i Romani ben capiscono questa caratteristica tanto che Polibio scrive :

La spada gallica è inferiore a quella romana perchéessa può colpire solo di taglio e non anche di stocco, e per questa caratteristica ha efficacia solo il primo colpo (Pol. II, 30,8).

Dopo il primo fendente, infatti, essa si piega e si deforma in lungo e in largo ed obbliga il guerriero a raddrizzarla col piede, appoggiandone l’estremità a terra (Pol. II, 33, 3).

La spada dei Celti è sprovvista di punta e per questo non può essere usata che per i colpi di fendente (Pol.II, 33, 5).

La spada gallica, ancora, non serve che di taglio e da una certa distanza, mentre quella iberica, completamente diversa, è forte sia nei colpi di punta sia in quelli di taglio e specifica per il combattimento a distanza ravvicinata (Pol. III, 114, 2-3).

Lo stesso concetto appare anche in Plutarco che descrive le lame delle spade celtiche fatte di ferro dolce e debolmente martellato, col risultato che la lama si incurva al primo impatto e si piega in due. Nel passo plutarcheo la debolezza delle spade dei Galli si riferisce addirittura all’ultima campagna militare di Camillo, in occasione della seconda invasione del 367 a.C. (v. Pol. II, 18, 6; v. anche Dion. Hal. XIV, 9, 2; 10,1 e 3). Nel 367 a.C. Siamo in piena fase LT B1 (parte centrale del periodo La Tène antico) e le spade lateniane, per disgrazia di Plutarco, – circa mezzo secolo prima di quelle tanto disprezzate da Polibio – erano in realtà di ottima fattura e qualità e non avevano i comportamenti meccanici descritti. Plutarco, dunque, riprendendo una optio communis nel mondo romano, anticipava in modo anacronistico una situazione che gli altri riferivano concordemente a un’epoca più tarda. Dati più specifici vengono forniti da Strabone, in parte divergenti dal testo di Polibio o di Livio “L’armamento dei Celti è proporzionato alla grande taglia dei loro corpi: consiste in una lunga spada che sospendono al fianco destro, poi un lungo scudo, delle lance e una specie di giavellotti; si servono di archi e di fionde”(Strab. IV, 4, 3).

Un campione importante di spade lateniane in ferro acciaiato di questo periodo (ultimo quarto del III sec. a.C.n.d.r) sottoposte ad analisi chimico-fisiche dimostra invece una notevole solidità, resistenza ed elasticità, grazie alla sapiente tecnologia degli armaioli celtici (STORTI-MARIANO 1954; VUAILLAT 1985, PP. 230 –234; URAN 1985). Il manufatto originale smentisce dunque la fonte letteraria antica. Resta comunque poco credibile che dei professionisti della guerra andassero in battaglia con armi inadeguate e poco resistenti ai colpi di taglio.

E’ scontato che una lama più lunga di quelle italiche tendeva a una più facile deformazione se veniva utilizzata per colpire di punta ma se analizzassimo i pro e i contro che un colpo di punta in un contesto bellico (da non confondere con le battaglie e di duelli che si svolgono durante le rievocazioni) vedremo come il colpo di punta con una spada stretta e lunga come la lateniana doveva essere mirato e in battaglia cercare un colpo mirato è pericoloso e inutile dato che le formazioni compatte e serrate cui erano soliti combattere le altre popolazioni italiche fornivano una protezione con scudi ampi e resistenti.

Altresì, anche qualora il colpo andasse a segno, il rischio che la lama rimanga intrappolata tra i tessuti muscolari e le ossa dell’avversario o si deformi all’impatto, incastrandosi, in un contesto di battaglia è inaccettabile. Fino al Basso Medioevo persino nei trattati schermistici verrà suggerito ai combattenti di favorire la punta nei duelli, ma i fendenti nelle battaglie: lo stesso uso di punta del gladio, benché in relazione sicuramente ad un’arma più congeniale, andrebbe ridimensionato.

Vi sono delle spade lateniane relativamente più corte della media, conuna cuspide pronunciata, concepite per colpire principalmente di punta, ma si tratta di modelli che andarono diradandosi dal V fino a rimanere nel III solo presso quelle realtà circoscritte (che Rapin definisce a buon diritto “obsolete”) che allo scontro campale favorivano la scaramuccia e la schermaglia, tecnica ampiamente adottata dai Boi. La frantumazione dello scudo, e conseguentemente l’uso intensivo difendenti obliqui o perpendicolari al  terreno erano  un cardine del combattimento gallico: ce lo tramandano le fonti e ne riconosciamo i sintomi dall’uso sempre più diffuso delle docce metalliche sugli scudi e dai raddoppi sulle spalle nelle armature organiche e metalliche. Questo non deve stupire: alla difficile ricerca di un colpo mirato di punta, risolutivo ma come ho già detto foriero di molteplici complicazioni, viene favorito un uso generalista del fendente: semplice, dall’alto verso il basso, efficace ovunque colpisse, persino sui pesanti scudi italici in quanto rappresentavano un più facile bersaglio comunque vulnerabile ai colpi portati dalle pesanti spade lateniane che, su questi, generavano lo stesso effetto di una scure. Non è un caso se in territorio marchigiano i Galli Senoni avessero adottato usi, costumi e tecniche di combattimento italiche, mantenendo però sempre la loro spada lateniana come arma principale.

Bibliografia

1. I Celti – AAVV, Ed.Bompiani 1991

2. L’armamento dei Celti nel periodo della battaglia del Metauro – D. Vitali

3. L’armamento dei celti e tecniche di combattimento – G. Banfi, Ed. Il Cerchio, 2004

4. Battaglia del Metauro, tradizione e studi – a cura di M. Luni – quaderni di archeologia nelle Marche, 2002

5. La battaglia del Metauro – G. Baldelli, E. Paci, L. Tommasini, 2009

6. The Archaeology of Weapons – R. Ewart Oakeshott, Lutterworth Press, pub. 1960, re-published 1995.

7. La scienza dei materiali resistenti – J. E. Gordon, Arnoldo Mondadori, 1976

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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